Letizia non toccava cibo da tre giorni. Beatrice, la collega, spostò la ciotola più vicino al termosifone, anche se sapeva che il problema non era la temperatura del pasto.
La gatta era accovacciata sul davanzale della sala d’aspetto, con le zampe ripiegate. Non dormiva. Fissava la finestra come se dietro quel vetro appannato ci fosse qualcuno in attesa. Beatrice le passò un dito lungo la schiena; la gatta scosse un orecchio, ma non si voltò. Il pelo era caldo e folto, e sotto le dita si sentivano le costole che prima non c’erano.
Nella clinica odorava di disinfettante e di crocchette. Quell’odore si era infiltrato nei muri, nel camice, nella pelle delle mani, nei capelli. Beatrice aveva smesso da tempo di notarlo, ma ogni mattina, quando apriva la porta e accendeva la luce, i primi secondi le colpivano il naso, come a ricordarle: qui lavori, non vivi.
E invece lei ci viveva. Tre anni prima aveva portato a casa Micia perché nessuno era venuto a riprenderla. La padrona l’aveva lasciata dopo la visita, dicendo “torno tra un’ora” e non era mai tornata. Né dopo un’ora, né dopo una settimana, né dopo un mese. Beatrice aveva aspettato due settimane, poi aveva smesso e portato da casa una vecchia coperta.
Sullo scaffale del retrobottega era ancora lì il collare. Vecchio, di cuoio ramato, con una targhetta metallica su cui si leggeva a stento un numero di telefono. Le cifre erano quasi completamente cancellate, come se qualcuno le avesse strofinate con il dito più e più volte. Beatrice non aveva mai provato a decifrare quel numero. Non voleva. Chi abbandona un essere vivente non merita una telefonata.
Le aveva tolto il collare la prima sera, quando la gatta era rimasta a dormire in clinica, e lo aveva messo sullo scaffale più alto, dietro una scatola di bende. Per tre anni era rimasto lì, e la polvere intorno formava un cerchio uniforme di grigio.
Beatrice sistemò gli occhiali con la catenella, versò l’acqua rimasta nella ciotola incrinata sul fondo e la riempì di acqua fresca. La ciotola era vecchia, da clinica, con il logo sbiadito del produttore di mangime. Provvisoria.
Per tre anni Beatrice aveva pensato di comprarne una normale, di ceramica, con i bordi bassi, come raccomandato per i gatti dal muso corto. Ma ogni volta si fermava davanti alla vetrina del negozio per animali e passava oltre. Perché una ciotola normale avrebbe significato che Micia era sua. Invece Micia era di un’altra. O meglio, ormai di nessuno.
* * *
Il telefono squillò alle nove e mezza, mentre Beatrice preparava il tè nel retrobottega. Gennaro, il suo assistente, rispose per primo, borbottò qualcosa nella barba e le passò la cornetta. Disse che chiamava una donna.
Beatrice prese la cornetta. La voce dall’altra parte era sommessa, senza insistenza. La donna si presentò come Teresa, disse che tre anni prima aveva lasciato la sua gatta in quella clinica. Una gatta tricolore. Micia.
Il tè nella tazza si raffreddava. Beatrice guardava il vapore salire e dissolversi, e ascoltava. Teresa parlava lentamente, cercando le parole. Disse che avrebbe voluto sapere dove si trovasse Micia e, se possibile, riprenderla.
Beatrice non rispose subito. Le dita strinsero la cornetta. Poi chiese, con lo stesso tono piatto con cui si chiede una diagnosi a un collega:
– E per tre anni dove sei stata? La gatta è rimasta in clinica in affidamento precario.
Teresa tacque. Non si giustificò, non spiegò. Ripeté soltanto che poteva venire, se Beatrice glielo permetteva.
Beatrice disse che l’avrebbe richiamata e posò il telefono sul tavolo. Lo schermo era ancora acceso, e da esso si allungava una striscia azzurra sulla tovaglia di plastica.
Gennaro stava sulla soglia, asciugandosi le mani con un grembiule che odorava di crocchette e di qualcosa di agro – cavolo in agrodolce da un contenitore che si era scaldato per pranzo.
– È quella? Quella che ha abbandonato?
Beatrice annuì.
Gennaro si grattò il mento. Tacque, poi disse che ricordava quella donna. Aveva gli occhi rossi quando portò la gatta. Glielo aveva detto allora, a Beatrice. Se lo ricordava o no?
Beatrice non lo ricordava. O non voleva ricordarlo.
Gennaro scrollò le spalle e brontolò che da loro era così: prima abbandonano, e dopo un anno si ricordano. E aggiunse:
– Non farla entrare. Poi se ne andò a lavare le gabbie, e dal corridoio arrivò il tintinnio delle sbarre metalliche e lo sciacquio dell’acqua.
Beatrice finì il tè, anche se era ormai freddo. Il sapore dell’infuso le restava sulla lingua, denso e amaro, come il retrogusto di una conversazione non conclusa. In sala d’aspetto, Micia guardava ancora fuori dalla finestra. Le crocchette nella ciotola erano intatte.
La sera Beatrice chiamò. Compose il numero; la cornetta fu alzata al primo squillo, come se avessero aspettato tutto il giorno.
Beatrice disse secco: Micia vive con noi da tre anni. È sana, vaccinata, ha il suo angolo, la sua coperta, le sue abitudini. E che non riteneva giusto restituire la gatta a una persona che l’aveva lasciata in clinica senza una parola.
Il silenzio durò quattro secondi. Poi Teresa disse:
– Non l’ho abbandonata.
Due parole, senza rancore né rabbia. Solo un dato di fatto.
Beatrice voleva rispondere, ma la gola si strinse e dovette schiarirsi la voce. Ripeté: non sei venuta a riprenderla, questo si chiama abbandono. Teresa non discusse. Disse “capisco” e riattaccò. I toni diventarono regolari, lunghi, e Beatrice li ascoltò quasi un minuto prima di mettere il telefono in tasca.
Teresa arrivò due giorni dopo. Non chiamò, non avvisò. Semplicemente stava fuori dalla porta della clinica.
Beatrice la vide attraverso il vetro smerigliato: una sagoma magra in un cappotto troppo grande, le maniche che coprivano le dita, le spalle alzate come se la donna avesse freddo, anche se fuori c’erano diciotto gradi.
Stava immobile, senza bussare. Aspettava. Come si aspetta nelle sale d’aspetto dove i numeri vengono chiamati in ordine e non si può accelerare nulla.
Fuori piovigginava. Una pioggia fine, tiepida, di maggio. L’odore dell’asfalto bagnato e delle foglie di pioppo penetrava dalla fessura sotto la porta, e l’aria nel corridoio si era fatta umida.
Sul fornello del retrobottega fischiò il bollitore, e Beatrice si allontanò dalla finestra per toglierlo dal fuoco. Le mani si muovevano automaticamente: bollitore, tazza, bustina di tè. Ma nella testa un solo pensiero: non aprire. Non serve.
Micia saltò giù dal davanzale. Per la prima volta in tre giorni si muoveva da sola, senza bisogno di essere presa in braccio. Si avvicinò alla porta e si sedette, avvolgendo la coda intorno alle zampe anteriori. Guardava il vetro. La coda non si muoveva.
Beatrice si schiacciò contro il muro. Il bollitore fumava in mano. Aspettò che la sagoma andasse via. E la sagoma andò via. Lentamente si voltò e si allontanò, curva, come una persona che non ha la forza di raddrizzare la schiena.
Micia rimase seduta davanti alla porta fino a sera. Non mangiò, non bevve, non si leccò il pelo. Quando Beatrice la portò in braccio in retrobottega, la gatta si voltò e guardò il vetro smerigliato. Nel vetro non c’era niente. Solo la pioggia e la luce del lampione.
Gennaro se ne accorse e tacque. Brontolò da un angolo che la serratura della porta d’ingresso si inceppava e che era ora di cambiarla. Beatrice annuì. Non cambiò la serratura.
La busta era sotto la porta la mattina quando Beatrice arrivò ad aprire la clinica. Bianca, senza francobollo, senza mittente. Solo un nome scritto a mano: «Per Beatrice». Lettere minute, inclinate a sinistra.
La raccolse con due dita, come se potesse scottare. La carta odorava di un profumo estraneo, floreale e leggero, come l’ultimo respiro di lavanda secca in un sacchetto di tela. La busta era leggera, ma le mani ne sentirono il peso, come si sente il peso delle cattive notizie ancora prima di leggerle.
Dentro c’erano tre fogli e una fotografia.
Primo foglio. Un certificato del centro oncologico, datato tre anni prima. Diagnosi, stadio, protocollo terapeutico. Beatrice leggeva documenti medici ogni giorno, sapeva cosa significavano quei codici e quelle abbreviazioni. A quelle righe scritte in un carattere ospedaliero standard, le dita tremarono leggermente, e posò il foglio sulle ginocchia per non farlo cadere.
Secondo foglio. Un attestato di fine trattamento. Data, firma del medico curante, timbro tondo con stemma. Remissione. Due anni di remissione stabile.
Terzo foglio. Un biglietto scritto a mano. La stessa grafia della busta, minuta, le lettere schiacciate l’una contro l’altra, come se lo spazio sulla carta fosse poco e ci fosse molto da dire. Solo poche righe.
«Ho lasciato Micia perché non sapevo se sarei tornata. Chemioterapia, poi radioterapia, poi intervento. Sono stata via per mesi. Non potevo portarla con me e non potevo lasciarla sola in una casa vuota. La clinica veterinaria era l’unico posto dove sapevo che si sarebbero presi cura di lei. Il primo anno ho chiamato ogni mese. Mi dicevano che la gatta era stata presa da un veterinario. Non ho osato venire finché non fossi guarita. Le avevo promesso che sarei tornata».
La fotografia era piccola, sei per nove, con un angolo piegato. Ritraeva una donna con i capelli corti dopo la chemioterapia che teneva in braccio una gatta tricolore. I capelli cominciavano appena a ricrescere, una peluria scura come quella di un neonato. La gatta strofinava il muso contro il suo mento, e la donna la stringeva con due mani, contro il petto, come si stringe ciò che si teme di perdere e che è già quasi perduto.
Beatrice si sedette per terra nel corridoio. Rilesse il biglietto. Poi ancora.
Micia arrivò silenziosa e si sdraiò accanto a lei. Il pelo era caldo e morbido, come sempre. Per tre anni Beatrice l’aveva accarezzata e aveva creduto Micia sua. E invece Micia per tutti quei tre anni era rimasta sul davanzale a guardare fuori dalla finestra.
Beatrice chiamò a mezzogiorno. La voce non tremava, ma la gola era secca, e le parole uscivano brevi, come numeri su una ricetta.
– Teresa. Vieni. Riprenditi Micia.
Silenzio. Poi la domanda:
– Ne sei sicura?
E Beatrice rispose “sì”, e quel “sì” fu la parola più corta e più pesante che avesse pronunciato in tre anni.
Teresa arrivò dopo quaranta minuti. Entrò in silenzio, si fermò sulla soglia. Il cappotto era lo stesso, troppo grande, con le maniche lunghe. Ma gli occhi erano diversi. Non imploranti, non colpevoli. Grata, senza parole, solo con lo sguardo.
Micia era sul davanzale. Quando Teresa fece un passo nella sala d’aspetto, la gatta girò la testa. Si fermò un attimo, come per controllare. Poi saltò giù e le andò incontro. Non di corsa, non balzando. Semplicemente camminò, come si va verso qualcuno che si è aspettato a lungo e finalmente è arrivato.
Beatrice prese il collare dallo scaffale. Cuoio ramato, screpolato e morbido in un punto, targhetta con un graffio di unghia. Lo porse a Teresa e disse soltanto:
– È suo.
Teresa prese il collare e lo chiuse intorno al collo di Micia. Le sue dita erano sottili, e la fibbia non si chiuse subito, dovette premere. Lo scatto fu secco e preciso, come un punto alla fine di una frase lunga.
Micia alzò il muso e diede una testata al polso di Teresa. Teresa la coprì con il palmo della mano e restò ferma un attimo, immobile. Poi sollevò la gatta in braccio, e Micia infilò il muso nell’incavo del suo collo, tra le clavicole, e chiuse gli occhi.
Beatrice tolse la ciotola incrinata dal tavolo. La lavò, la asciugò con un panno, la mise nell’armadio. Gennaro stava sulla soglia del retrobottega, ma non brontolò e non commentò.
– Comprale una ciotola normale – disse Beatrice senza voltarsi. – Questa era provvisoria. Tre anni provvisoria.
Teresa annuì. Strinse Micia con entrambe le mani contro il petto e uscì.
La porta si chiuse. Nel corridoio odorava di pioggia e di un profumo floreale estraneo. Beatrice stava alla finestra e guardava Teresa camminare verso la macchina, tenendo la gatta stretta a sé.
Sullo scaffale era rimasto lo spazio vuoto del collare. Beatrice passò il dito sul contorno polveroso e lo cancellò. Poi infilò gli occhiali, accese la luce nella sala d’aspetto e aprì la porta per il primo paziente.






