Non potevo non pensare impossibile non amare i propri figli, mentre mi snodavo lungo il sentiero ricoperto da una spessa coltre di neve a Bologna. Eppure, non era amore quello che provavo, ma una stanchezza opprimente, rabbia e un senso di impotenza senza fine. Un giorno, quando Vittorio era ancora vivo e io ero al quinto mese di gravidanza, la vicina del sesto piano, convinta che avessi già chiuso la porta e non sentisse le sue parole, si rivolse al marito:
Per gli assegni di maternità si partorisce, e i bambini finisco sempre per essere abbandonati!
Mi venne a piangere fino al singhiozzo, tanto mi ferì quelle parole. Sì, riuscivo a lavorare avendo quattro figli, ma non rimanevano mai da sole: la mamma veniva a trovarci finché poteva, poi assummemo una bambinaia. Amavo il mio lavoro e non mi sembrava giusto abbandonarlo solo perché i bambini erano piccoli. Quando sarebbero cresciuti, che cosa avrei fatto io?
Quella scelta si rivelò corretta, perché quando Vittorio non ci fu più, lo stipendio, seppur tirato a strozzi, bastava a soddisfare le esigenze della famiglia. Non toccai la pensione, la tenni in conti di risparmio per permettere ai figli di avere una base quando avrebbero iniziato la vita adulta. Ma essere vedova con cinque bambini era una sfida persino per me.
Tutta la notte cadeva neve, e i sentieri, già stretti, divennero quasi indistinguibili. Avrei dovuto pensarci prima e parcheggiare lauto altrove, ma dovetti trascinare Emanuele e Livia come se fossero sacchi fino al giardino, e il ritorno non fu certo una passeggiata. Guardavo i miei piedi, cercando di non raccogliere nella scarpa il ghiaccio pungente, quando non notai luomo che mi veniva incontro. Ci scontrammo, lui riuscì a stare in piedi, io caddi nella neve. Con un gesto rapido mi tese la mano per aiutarmi a rialzarmi, ma lasciò scivolare un grande palloncino rosso a forma di cuore.
«Che sciocchezze, San Valentino!», mormonai tra me e me.
Quella mattina, fino a mezzanotte, aiutai la figlia di mezzo, Teresa, a cucire le scarpe di feltro e a preparare il compito per il figlio Paolo, mentre cercavo di calmare la figlia maggiore, Vittoria, in preda a unisteria per un brufolo sul capo. Lei era convinta che il ragazzo che le piaceva le avesse scritto una lettera damore e lavrebbe invitata a un appuntamento. Nel frattempo, i più piccoli rubarono i pennarelli acrilici e impestirono il tavolo della sala, il linoleum e persino i loro fratelli. La maestra, al mattino, li definì pappagalli e consigliò di comprare del solvente per smalto con acetone.
Scusi, non lavevo visto, si scusò luomo.
Dentro di me si scontravano due sentimenti: la rabbia per non essere stato notato da quel tipo imponente e limbarazzo per il palloncino perduto, certo destinato a una persona speciale. Prevale il secondo.
È colpa mia, è un peccato per il palloncino.
Lui alzò lo sguardo al cielo.
Non importa. Anche gli uccellini festeggeranno.
Sua moglie sarà forse contrariata.
È per mia figlia, sorrise andrò a comprarne un altro.
Allora le lacrime mi salirono agli occhi. Luomo sembrava disorientato e non sapeva che fare.
Scusi, singhiozzai non volevo, è stato un incidente.
Non cè problema È successo qualcosa?
Non ero solita lamentarmi, raramente parlavo della mia condizione di vedova con cinque figli, ma quelluomo era uno sconosciuto e io ero esausta.
Dopo avermi ascoltata, disse:
Dovrebbe conoscere mia moglie. È ossessionata dal terzo figlio, e io le dico: aspetti, vivi per te stessa, appena ti separi da quel ruolo di madre. Non dico che avere molti figli sia negativo si fece più rosso è bello, anchio voglio un terzo, ma scusi, non riesco a esprimermi bene. Sono un cattivo consolatore.
Va bene, scrollai la spalla. A volte mi guardo al loro volto e penso: devo amarli tantissimo. Ma nella realtà sento più rabbia e irritazione. Dove è finito lamore?
È lì, affermò con certezza. Solo che è rimasto sepolto dalla neve, come questo sentiero. E ricordate cosa cresce qui destate?
Cosa?
I denti di leone.
Credo di aver capito a cosa si riferiva. Però il vuoto dentro di me non se ne andava.
Mi accompagnò fino allauto e mi augurò una buona giornata. Salita al volante, sistemai il trucco e mi diressi al lavoro, con il cuore pesante. Ricordai i San Valentino passati, quando trovavo una cartolina o dei fiori sul sedile posteriore. Il marito non cè da quattro anni, e queste feste mi riempiono sempre di malinconia. Oggi, inoltre, mi aspettava una riunione in cui il fastidioso Sergio Pirozzi avrebbe sprecato mezzora a vantarsi dei suoi risultati.
Lufficio era animato: non era consuetudine celebrare queste ricorrenze, ma da qualche parte comparivano fiori, le donne chiacchieravano e ridevano, gli uomini erano per lo più tesi, come sempre quando si cerca di indovinare cosa si aspetta da noi la collega. Entrando nella mia stanza, pensai di aver sbagliato porta, feci un passo indietro: sul tavolo giaceva un mazzo di rose rosse. Era comunque la mia scrivania, così mi avvicinai cautamente, osservando i fiori come se fossero una creatura esotica, incerta se avessero artigli affilati o un miagolio dolce.
Accanto ai fiori cera un biglietto. Lo presi con delicatezza.
«Non avrei mai osato, ma quando, se non oggi? Nei tuoi occhi vedo luniverso, il mio umore dipende dal tuo sorriso. Vuoi cenare? L.»
Cercai di ricordare quale collega potesse firmare con la L. Il biglietto poteva essere stato inserito per caso nella mia stanza. In basso indicava il ristorante e lorario: 19:00. Leonardi? Luca? Luigi? Alcuni di loro lavoravano con me, ma nessuno mostrava interesse. Immaginai fosse Luca: qualche tempo prima mi era piaciuto quasi, proprio prima del quinto viaggio di gravidanza. Allora ero appena tornata al lavoro, il mio matrimonio era un po spento e desideravo emozioni e romanticismo. Luca era nuovo, gentile e curioso; pranzavamo insieme qualche volta. Una volta provai le famose farfalle nello stomaco, ma il test di gravidanza mi ricordò che non erano farfalle, ma lorgano riproduttivo che chiedeva una pausa. Rimasi incinta in modo sorprendente, quando sembrava impossibile; la fertilità mi sorprendeva sempre. Quando scoprii di essere incinta, la passione svanì, poi Vittorio si ammalò e Luca scomparve dalla mia memoria.
Passai la giornata a chiedermi se andare allappuntamento o no. Osservai Luca, Luca e Luigi, ma tutti tre si comportavano come al solito. Forse era uno scherzo? E poi, chi andrebbe a cena con i bambini? La mamma non usciva da casa da sei anni, non avevo soldi per una tata, la figlia maggiore sarebbe scappata via. Decisi di non andare.
Emanuele e Lidia mi portarono il cuore storto; ora anche le scuole insegnano a fare le cartoline di San Valentino. Li confettai nei loro indumenti e li trascinai fino allauto, ricordando quelluomo del mattino che portava il palloncino rosso. Anche a me poteva capitare, e queste idee mi fecero gli occhi bagnarsi.
I bambini litigavano in macchina, volevano guardare un cartone, chiedevano di fermarsi al negozio a comprare dei Kinder perché era festa. Stanca delle loro urla, cedi e comprai i cioccolatini, nascondendone tre per i più grandi, e dei ravioli, perché non avevo energia per cucinare.
A casa mi aspettava una sorpresa: lodore di patate fritte e di compote di ciliegie. Vittoria dichiarò che il ragazzo laveva invitata a un appuntamento, quindi non aveva più amiche né avrebbe avuto un fidanzato, ma questo era per lei bene, perché il brufolo sul suo capo era diventato ancora più grande. Decise allora di preparare la cena. I figli di mezzo sistemarono le stanze e pulirono i segni dei pennarelli dalla credenza bianca. Mi commossi, li abbracciai e capii che, dopotutto, li amavo. Non solo ora, quando erano così dolci, ma sempre. Scavando in un armadio trovai un vestito nero, mai indossato da un secolo, e presi il profumo dalla figlia maggiore e il lucidalabbra da quella di mezzo.
Mamma, vado a un appuntamento! esclamò Vittoria.
Emanuele scoppiò in lacrime; lo confortai promettendo che sarei tornata presto.
Arrivai al ristorante agitata: chi lo sa cosa mi attendeva? Era strano, andare a cena con uno sconosciuto… o forse con qualcuno che conoscevo, ma non sapevo chi. Era come quando si sceglie un regalo per il Secret Santa. A Luca o a Beppe del magazzino avrei potuto regalare qualsiasi cosa, ma se fosse stato il direttore delle risorse umane, Sergio Pirozzi, avrei dovuto offrirgli una bicicletta, tanto ricordava il postino Pechini.
Quando entrai, vidi il suo volto: Sergio Pirozzi, con la postura di chi attende. Mi arrossì, ma non distolse lo sguardo. Mi sentii imbarazzata, spaventata, irritata. Lui? Luniverso nei suoi occhi? Che gioco stava combinando quel coccodrillo? Non potevo più tornare indietro.
Temevo che non saresti venuta, disse.
Di solito non usavamo il tu, ma capii che in quel giorno strano poteva succedere di tutto. Inspirai profondamente e mi avvicinai alla cameriera che ci mostrò un tavolo vicino alla finestra. Dal soffitto pendevano cuori di varie dimensioni, e mi parve di vedere la figlia mia pronta a un appuntamento, non io. Dovevo trovare una scusa e scappare. Perché non ho chiesto alla figlia di chiamarmi e dire che a casa cera un incendio?
La conversazione non fluiva. Sergio era visibilmente agitato, parlava molto o taceva, fissandomi con uno sguardo così triste che mi faceva pietà di lui e mi costringeva a mantenere una chiacchierata di cortesia. Volevo fuggire, non mordere melanzane croccanti e tagliare una bistecca succosa. «Che succeda qualcosa! pregai i più piccoli continuino a disegnare le pareti, i medi facciano il bagno al gatto, lamica di Vittoria capisca di essere tradita e la chiami a riconciliarsi!»
Le mie preghiere furono esaudite: dopo il terzo boccone di bistecca il telefono squillò. Vide il nome di Vittoria e rispose:
Devo prendere i bambini.
Spiegai a Sergio la situazione familiare, sperando che annullasse lappuntamento. Lui, con entusiasmo, mi raccontò di essere stato figlio unico e di sognare sempre una famiglia numerosa.
Vittoria piangeva al telefono.
Mamma, è un incendio! Paolo ha provato a friggere delle bastoncini di formaggio, lolio è saltato
Il sangue mi si gelò. Sentii il cuore battere così forte da sembrare pronto a esplodere.
Che è successo? si spaventò Sergio.
Un incendio soffiai.
Lui rimase sorprendentemente calmo: una mano prese il biglietto, chiamò la cameriera, laltra contattò i pompieri, chiedendo lindirizzo e, nel frattempo, ordinò ai bambini di indossare le scarpe e di correre fuori, bussare ai vicini e di non tentare di salvare i mobili.
Arrivammo a casa in quindici minuti. Lautopompa era già davanti al palazzo, i residenti accalcati intorno ai bambini che piangevano, dal finestrino fuoriusciva fumo. «Non dirò mai più che non li amo», affermai, stringendo i figli al petto. «Sarò la migliore madre». Guardavo le loro giacche e cappelli estranei, rendendomi conto che il mondo non è privo di gente buona, lo sapevo già.
Fortunatamente il fuoco fu domato in fretta: solo la cucina fu danneggiata, le altre stanze odoravano di bruciato. Anche il gatto di Vittoria fu salvato.
Qui non si può dormire, concluse Sergio. E servirà una ristrutturazione. Ti invito a casa mia.
Come? balbettai.
Sergio mi guardò dritto e disse:
Come preferisci. Puoi venire a trovarci, oppure restare qui per sempre.
I bambini fissarono Sergio con curiosità: fino a quel momento non lo avevano notato. Emanuele iniziò a piangere, Paolo si fece serio, Livia chiese se avesse dei cartoni animati.
Ce ne sono, promise Sergio. E un gatto e un cane. Allora, andiamo?
Che cane? chiese Paolo, ancora con le sopracciglia aggrottate.
«Come Vittorio», pensai affettuosamente.
Un beagle, rispose Sergio, e capii che Paolo, che lanno scorso chiedeva un cane, era finalmente soddisfatto.
Vittoria, valutando la situazione, disse:
Andrò a prendere le cose. Emanuele, basta piangere, raccogli i tuoi giochi.
La guardai con gratitudine. Lei mi fece un occhiolino, femminile e complice. Che velocemente cresce! Paolo non vedrà mai più questo momento
Va bene, dissi. Passeremo la notte da te, grazie. Domani penserò a cosa fare.
Mamma, guarda! esclamò la figlia di mezzo, Teresa, alzando gli occhi. Un palloncino rosso a forma di cuore volava nel cielo. Sorrisi e dissi:
Anche gli uccellini celebrano.
Sergio prese delicatamente la mia mano. Era calda e morbida, diversa da quello a cui ero abituata. Non avevo fretta di lasciarlo andareMi ritrovai a camminare lungo il corridoio di quella casa che, fino a poco prima, non era più di nessuno. Le pareti erano ancora segnate dal fumo, ma le finestre sbirciavano il tramonto che dipingeva il cielo di rosso, come quel palloncino rimasto sospeso sopra i nostri sogni infranti. Sergio mi fece segno di sedermi sul divano di pelle consumata; accese una lampada a olio che diffondeva una luce tenue, quasi un abbraccio.
«Hai fatto tutto quello che potevi», disse con voce calma, e io lo sentii come se fosse la voce di un vecchio amico che non vedevo da anni. Il suo sguardo non mi giudicava, ma cercava qualcosa di più profondo: il cuore ferito di una madre che, nonostante il peso dei giorni, non aveva mai smarrito la capacità di credere.
Mentre i bambini correvano per la casa, scoprendo angoli che prima erano solo ombre, io mi avvicinai alla finestra. Il palloncino rosso, solitario ma ancora gonfio, planava sopra il tetto, sfidando il vento. Lo guardai e capii che non era più solo un simbolo di un appuntamento mancato, ma la promessa di un nuovo inizio. Con un gesto delicato, lo afferrai, lo strappai dalla sua corda e lo lanciai fuori, dove si dissolse lentamente come un desiderio che si realizza.
Sergio mi porse una tazza di tè, il profumo di menta e limone riempiva laria. Il vapore avvolgeva le mie mani, scaldandole. «Non sei sola», sussurrò, e sentii il suo respiro avvicinarsi al mio. In quel momento la distanza tra noi si accorciò, e la mia vita, fatta di sacrifici silenziosi, trovò un posto dove poteva respirare.
Le risate dei bambini, il fruscio dei fogli di carta che venivano disegnati sul tavolo, la luce che filtrava dalle persiane, tutto sembrava ritornare al suo posto. Mi voltai verso loro e vidi nei loro occhi la curiosità di chi non conosce ancora il significato di rinascita. Paolo, con il suo cucciolo beagle appena arrivato, lo accarezzava e gli sussurrava parole incomprensibili. Emanuele, con la faccia ancora sporca di cioccolato, mi lanciò un disegno di un cuore che batteva forte.
Allora, con la voce leggermente rotta ma determinata, dissi loro: «Voi siete la mia casa, il mio nord, il luogo dove ogni giorno trovo il coraggio di amarvi, anche quando il mondo sembra crollare. E questo amore, come quel palloncino rosso, continuerà a volare alto, sopra le nostre paure e le nostre perdite.»
Sergio mi guardò, i suoi occhi brillavano di una luce che non avevo mai visto prima. Senza dire una parola, mi porse la chiave di una piccola stanza al piano superiore, dove una cassettiera rimasta intatta attendeva di essere riempita. «Questo è il tuo spazio», disse, «un luogo dove potrai riprendere i sogni che hai messo da parte.»
Il silenzio si trasformò in una melodia dolce, il suono dei passi dei miei figli sul pavimento di legno, il crepitio della candela che lentamente si consumava. Il fuoco nella cucina ormai spento, ma le scintille di speranza ancora vive dentro di noi.
Quando fu ora di tornare a casa, Sergio mi accompagnò alla porta. Prima di lasciarmi, mi porse un piccolo involucro di carta rossa, legato con un nastro dorato. Lo aprii e trovai dentro un biglietto con una sola frase: «Il vero amore non si perde, si nasconde nei momenti più impensati.»
Sorrisi, mentre le parole si posavano sul mio cuore come una coperta calda. Camminai verso lauto, i bambini al mio fianco, e il palloncino rosso sembrava ormai un ricordo dolce, non più un peso.
Quel giorno, mentre il tramonto dipingeva lorizzonte di sfumature arancioni, sentii dentro di me una certezza nuova: la vita non è un percorso lineare, ma un labirinto di neve, fuoco e cuori rossi che, se seguiti con coraggio, conducono alla luce. E io, con i miei cinque figli e con la mano di un amico che mi aveva offerto più di un semplice aiuto, sapevo di aver trovato, finalmente, la strada per tornare a credere nellamore, non solo quello che si dice, ma quello che si vive, giorno dopo giorno.







