Il vero amore

Il vero amore

Bea, ma cosa ci fai ancora qui fuori dal Comune? mi chiese la signora Nina, che stava per uscire dalla porta dellufficio comunale.

E voi dove andate? balbettò Beatrice, tirando fuori dalla tasca della giacca la sua carta d’identità. Eravamo venuti da voi… dobbiamo fare la richiesta…

“Noi”? Noi andiamo a casa, cara. La giornata è finita, guarda che ore sono! disse la signora Nina abbottonandosi limpermeabile. Fuori si era rinfrescato di colpo, il cielo che era stato limpido e alto per tutto il giorno, come diceva sua madre, ora si era fatto plumbeo, gonfio di pioggia e pronto a darne. Già sentiva i brividi sulle gambe coperte solo da sottili collant.

Anche Beatrice, lì di fianco, tremava. Aveva messo il vestito più bello, dei sandali, sopra solo una giacchettina leggera. Il vento la attraversava fin nelle ossa.

Ma guarda che labbra blu hai, Beatrice! Corri a casa, mettiti su un tè caldo, friggi un po di patate, magari con della pancetta e qualcosa di carne. Che bontà! fece unaria sognante la signora Nina. Oppure leggiti un bel libro. Che fai qui a consumare la suola delle scarpe? Si era già avviata verso la fermata dellautobus, poi si girò di scatto e chiese severa:

Che richiesta volevi fare, tesoro mio? E chi sarebbe noi?

Noi… io e Giorgio Romano… vogliamo sposarci… Giorgio ha detto…

Giorgio ha detto la interruppe la signora Nina con tono canzonatorio e gli occhi stretti. Quel tuo Giorgio è proprio un burattinaio! Smettila di dargli retta! Torna a casa, Beatrice, e sii contenta che neanche si è presentato: così non hai rovinato la tua vita! Trova un uomo serio, onesto, intelligente, non correre! Avrai tempo per saltare col velo bianco e stare davanti ai fornelli. E per versare qualche lacrima quando tuo marito non ti guarderà più. Abbassò lo sguardo, come temendo che la ragazza capisse che anche a casa sua, tra lei e suo marito Pietro, non cera più nessun entusiasmo. Non è che andasse male, ma non andava neanche bene: era tutto piatto, indifferente. Allinizio, appena sposati, erano innamorati persi, poi nacquero una figlia e poi un figlio… Pietro tutto fiero quando era venuto a prenderla in ospedale con la macchina portando fiori, cioccolatini, spumante alle ostetriche. Tutto lo stipendio aveva speso, e anche i colleghi avevano fatto una colletta. E poi più nulla. Rimasero insieme solo per i figli, pensava amaramente Nina. E un po per decenza, per non dare scandalo. Oggi si corre subito a divorziare al primo litigio, ma prima non era così; vergognarsi dei panni sporchi era la regola.

Nina si era sposata a ventanni. Beatrice ne aveva adesso diciannove… Farà la stessa fine! Quando hai il fuoco nel petto sembra che non ci sia nessuno meglio del tuo amore, ma poi quando quel fuoco si spegne…

Ma che dite, zia Nina?! Giorgio è buono, affettuoso, sbottò Beatrice, pestando i piedi. Il cielo rimbombò di tuoni: sembrava potesse scoppiare un temporale da un momento allaltro. Ha promesso che avrebbe fatto la richiesta oggi… sarà solo in ritardo per il lavoro!

Ma sì, per il lavoro… sospirò Nina. Fossi giovane come te e tu con la mia testa, sì che sarebbe bello! Ma ormai avete fatto tardi, vai a casa. Sta arrivando un temporale, lo senti come tuona? In agosto, poi A ogni modo, ricordi la zia Graziella, quella che abitava nellaltro portone? È stata colpita da un fulmine tenendo in mano lombrello di metallo Da allora è rimasta strana Va beh, ti saluto Beatrice. A domani, se Giorgio non cambia idea.

Restai lì a guardare la figura della signora Nina che si allontanava lo so, sto scrivendo come se parlassi di unaltra, invece ero proprio io lì impalata con la carta didentità in mano. Poi la pioggia esplose, grondava su di me, sulla giacchetta, sul vestito bello, perfino sul nastro intrecciato tra i capelli. Tutto gelido, tutto bagnato.

Corsi via, urtando chi si affrettava a trovare riparo. Di sicuro Giorgio aveva provato a chiamarmi al lavoro e io non lo sapevo. Sono coincidenze! Corsa a casa, sarei subito andata a telefonargli. Magari una riunione allultimo o, Dio non voglia, un incidente…

Beatrice? Finalmente! urlò mia sorella Lucia appena entrai nellingresso tutta fradicia. Ma guarda come sei combinata! Subito in bagno, prima che ti venga la febbre! E adesso si accorse del vestito. Quello è il mio vestito! E anche la collana della mamma! Beatrice! Da quando hai imparato a rovistare nei cassetti e prendere le cose degli altri? Mamma! Guarda qua!

Lucia dava in escandescenze mentre io, mezza infreddolita e disperata, mi sfilai alla svelta labito e la collana, glieli misi in mano e me ne andai in bagno senza una parola, chiudendo la porta a chiave. Non avrei chiamato Giorgio: Lucia avrebbe solo origliato per poi sparlare male di lui.

Lucia, che è successo? domandò mia madre, Maria, dalla cucina. Perché la tratti così? Avrà solo voluto provare il vestito, tu tanto non lo metti mai, è stretto. Sei proprio tirchia, Lucia!

Tirchia? Che si cucia qualcosa da sola, no? Tanto la sua mamma la vizi, le prometti una vita da film! Io mi sono sempre arrangiata, guadagnata le mie cose. Non le do nulla, hai capito?

Lucia tornò in camera, accese la radio a tutto volume. Maria sospirò. Sì, ero una bambina timida, fragile, da proteggere. Non avrei sopportato le bruttezze della vita. Da piccola mi presero a casa: in asilo mi prendevano in giro, mi portavano via i giochi, io piangevo tutte le notti e mia madre mi tolse da lì. Mi trovò una signora, la maestra Paola, che si occupava solo di me, mi portava al parco, mi leggeva storie romantiche, mi sistemava i fiocchi bianchi tra i capelli e mi puliva le guance dal gelato.

Lucia invece a sei anni già allasilo, poi a scuola, poi subito università. Mai un lamento, doveva fare tutto da sola. È diventata forte, sa difendersi, si è fatta da sé. Più di una volta mi ha anche difesa sulle scale, qualche ceffone in giro l’ha dato, sempre per me. Ma poi si è stancata e mi prese un po in giro: Hai il carattere di un budino, Beatrice!

Lavete rovinata con tutta questa tenerezza, diceva quando piangevo per nulla, solo perché qualcuno mi aveva detto una sciocchezza. Unaltra avrebbe messo subito a posto chi aveva da dire.

Di cosa dovrei essere fiera? protestai una volta, indicando la mia figura impacciata. Lucia è bella, intelligente, tutto le riesce, io? Io niente…

Come vuoi essere, diventa! rispose lei. Nemmeno io ero così, mi sono costruita. Mamma, hai fatto un cattivo servizio a Bea! sorrise amaro, uscì. Mia madre mi accarezzò i capelli. Come non proteggermi, ultima figlia, cigno tardivo…

Mio padre, Vittorio Nicoli, era sempre preso dal lavoro, affrontava grandi questioni, riunioni, progetti. Per lui bastava che fossimo tutte nutrite, vestite, sistemate. Tutto il resto spettava a mia madre.

Me ne rimasi a lungo chiusa in bagno, poi mi misi il mio accappatoio e provai a chiamare casa Romano.

Buonasera, sussurrai quando rispose la voce allegra del nonno di Giorgio: Casa Romano! No, non dei reali! Dica pure! Ma Giorgio cè?

Giorgio? No, è fuori. La fabbrica lo ha mandato al consorzio agrario a dare una mano ai contadini. Dice che porterà una sporta di verze. Ma cosa ce ne facciamo di tutta sta verza, mi dica lei?!

Ma quale consorzio? Noi… avevamo appuntamento oggi… doveva…

Signorina! Non si preoccupi! Tornerà, ha promesso! Ma sentivo solo il tu tu della linea.

Comè possibile? pensai confusa, guardando la stanza come fosse nuova.

Bea, vieni a cena. Papà farà tardi, non lo aspettiamo. Lucia! Muoviti che è pronto! sentii la voce esasperata di mia madre dalla cucina.

Appena ci sedemmo a tavola, suonò il telefono. Volevo alzarmi, ma mamma mi trattenne.

Basta agitarsi. Rispondo io. Uscì nel corridoio. Pronto? Nina? Sì, parlo più piano…

Io arrossii, chiusi gli occhi.

Che ti prende? Lucia, indifferente, mangiava le polpette.

Mamma tornò in sala decisa, mani sui fianchi.

Beatrice, è vero quello che mi racconta la zia Nina?

Dipende cosa ha detto tua zia è una pettegola! risposi sistemandomi un ciuffo ribelle.

Ma guarda che innocente! Lucia, lo sapevi?

Cosa, mamma? Che cha combinato ora la tua fata? Lucia pulì il piatto col pane nero la sua brutta abitudine, ma non gliene importava delle buone maniere.

Beatrice voleva sposarsi con un certo Giorgio! Zia Nina lha trovata davanti al Comune. Per fortuna non ci è riuscita! sbottò mia madre. Beatrice, spiega!

Cosa, mamma?

Queste tue stranezze! riprese la madre. Chi è questo Giorgio? Lucia, lo conosci?

Ma mamma, rilassati Ci sarebbe stata tragedia? fece Lucia scrollando le dita. Come si chiama?

Giorgio. È una brava persona, con lui sto bene, mi ha promesso che ci saremmo sposati. Lo amo e credo in lui! Adesso mi guardava con scherno, mia sorella.

Conobbi Giorgio al parco. Non avevo abbastanza soldi per un gelato; lui mi aiutò. Poi andammo sulle giostre. Cosa aveva di speciale? Non me lo chiesi mai. Mi bastava come mi sentivo con lui.

Con lui mi sentivo viva: fughe sotto la pioggia, camminate sui tetti, risate, marachelle. Una volta mi fece entrare in una colombaia: mi mise in mano un piccione da baciare. Ricordo ancora il solletico delle piume sulle mie guance.

Che bello sussurrai una volta sul solaio, mangiando pane e sale.

Di cosa hai paura? chiese.

Che finisca, che tu mi lasci

Lui mai che avesse detto ti amo, nemmeno per sbaglio. Baci sì, ma niente dichiarazioni. E io temevo di perderlo.

Giorgio forse si dispiaceva per me, piccola, sottile, persa. Lavoravo in fabbrica. Lucia era la laureata, la brillante. Io avevo scelto la strada semplice. Nessuna preghiera dei miei genitori mi convinse a studiare.

Ma è il tuo futuro! sospirava mamma. Tutti noi con una laurea, tu?

Non voglio come voi. Almeno questa scelta lasciatemela, no? Ho la carta didentità, sono adulta! Basta!

Mamma non insistette più. Beatrice cerca sempre la via facile! sospirava zia Nina.

E lì ero io, con la carta didentità nascosta in camera, seduta su quel vecchio solaio, mentre le briciole di pane cadevano sulla gonna nuova, felice e triste insieme.

Ma dove vuoi che scappi, Bea? Mi abbracciò Giorgio. Dai, sposiamoci?

Cosa?

Domani, al Comune, alle cinque. Io esco prima dal turno, anche tu. Porta la carta didentità!

Giorgio! Sì!

Ci sarà il vestito?

Certo!

E le fedi? Ma sono care

Non pensarci ora. Vedremo! Sapeva essere tenero, Giorgio. Tutto dopo, tutto dopo…

… Ma hai chiesto almeno a mamma e papà? Dove pensate di andare a vivere? Avete già insieme? sbraitava mamma.

Oh, mamma! Ma secondo te? sbuffava Lucia. Dai, Bea?

Io mi voltavo senza rispondere. Non capivano niente! Io sarei stata con chi mi faceva stare bene. Punto.

E tu con quel Borghi? Che hai combinato, Lucia, con uno vecchio abbastanza da essere nostro padre?

Lucia arrossì, si alzò furente. Mamma fece una smorfia. Il Borghi era benestante, ma che noia mortale! Comunque, con lui almeno un futuro sicuro…

È diverso, Beatrice. Sono cose serie, quelle. Il tuo Giorgio invece Boh. Che ti devo dire!

E io allora non vengo più a farti morale su Borghi. Basta!

Andai a letto presto, mi voltai verso il muro, sotto le coperte, sognando la fede doro, il vestito, Giorgio mio marito. Certo che lui in giacca e cravatta mi avrebbe fatto ridere, ma sarebbe stato mio marito. Lucia, invece, con il suo vecchio Borghi…

Almeno una volta, la mia felicità sarebbe arrivata prima della sua. Lei non sa cosè il vero amore!

Dopo due giorni di tentativi senza riuscire a contattare Giorgio, una sera finito il turno decisi di presentarmi alla sua fabbrica per capire se fosse tornato dal consorzio.

Appena fuori, incontrai Michele, magro, pallido, amico di Giorgio. Buttò la sua sigaretta appena mi vide.

Ciao Beatrice. Giorgio non cè, lo chiamo subito!

Sparì nel capannone blu, tornando dopo un attimo con Giorgio, che si dirigeva verso una gatta smunta per darle da mangiare. Che bontà duomo, pensai, e subito gli perdonai tutto.

Giorgio, ciao!

Lo salutai agitando la mano, il portinaio mi fece entrare.

Ciao Bea! Tutto bene?

Sì ma laltro giorno non sei venuto, ti ho aspettato dai, possiamo andarci oggi, vero? Gli lanciavo sguardi adoranti. Quanti cuori aveva già conquistato, quegli occhi azzurri?

Dove andiamo?

In Comune! A fare la richiesta! Fedi, abito hai promesso! Mi gettai al collo di Giorgio, trascurando chi ci osservava. Che la gente guardasse pure! A me interessava solo lui, solo essere la prima a sposarsi.

Bea, smetti! Ma che fai? Ma ti senti? Quale matrimonio? Sei seria? mi scosse Giorgio scostandomi. Era uno scherzo! Matrimonio, fedi… con che soldi? Ma chi ti ha riempito la testa? Io ti amo? Macché! Non voglio sposarti. Amici, abbiamo scherzato… Guardava invece la nuova arrivata in fabbrica, la bella Giulia, fiera, sicura.

Giulia rise, lasciando cadere il foulard a terra. Giorgio lo raccolse, ma lei già si era allontanata.

Giulia! Il tuo foulard! Lui la inseguì goffamente.

Io scoppiando in lacrime corsi via, passando davanti al custode, a Michele che scuoteva la testa deluso.

Ma doveva darle il colpo mortale così? disse Michele a Giorgio. Sei stato crudele.

Ma cosa si appiccica così? Ha messo su un dramma! sbottò Giorgio.

Voleva solo Giulia: orgogliosa, distante, sempre pronta a rispondere per le rime anche coi superiori. Lei sapeva farsi rispettare, sfidarlo. Era tutta unaltra storia. Con me sarebbe stato noioso, banale…

A casa non volli cena. Mamma bussò, nulla. Arrivò anche Lucia, portò tè e dolci in camera.

Mi vergognavo, piangevo come una bambina. Lucia si avvicinò, si sdraiò con me, proprio come da piccole al lago, di notte, freddo, io mi infilavo nel suo letto.

Me lo sono inventata tutto da sola? Speravo, ci credevo e invece mi ha preso in giro, davanti a tutti, ridicolizzata, piangevo ancora.

Lascia stare! Gli uomini, Bea, non si fanno mettere la corda al collo facilmente. Siete giovani, lui è ancora un bambino. Se doveva essere, lo sarà. Se no, ce ne saranno altri. Non piangere per questo!

E tu con Borghi? chiesi con la voce rotta.

Ma no, lho mandato via. Dai, su, ora vai a lavarti e bevi il tè. Hai già mangiato tutti i cioccolatini! Bea, io ti voglio bene, starai bene!

Ti… ti voglio bene anchio, Lucia, sussurrai.

In uno dei primi giorni di settembre, insolitamente caldi e sereni, Michele mi trovò sotto casa come per caso. Cravatta, giacca, scarpe lucide, in mano un mazzo di dalie viola, giganti.

Bea, auguri, è il tuo compleanno. Ho preso due biglietti per il cinema domani, vieni?

Rimasi impalata, senza parole.

Dai, vada per il cinema! intervenne Lucia ridendo.

E così accettai.

Dopo due anni ci sposammo. Mi trasferii da lui, lasciando la camera a Lucia, che non aveva ancora incontrato quello giusto. Anche se spesso la vedevo salutare qualche uomo per strada, sempre con quellaria di chi non si lascia conquistare.

Le donne così piacciono? Che ne dici, Michele?

Piacere? A me piaci tu, Bea. Dai, basta con queste storie! Ho una fame cosa cè di pronto?

Cè tutto, siediti! E anchio ti amo sussurrai.

Con Michele era diverso, ma stavo bene lo stesso.

A volte pensavo a come sarebbe stata la vita con Giorgio. Forse discussioni, probabilmente avremmo finito per lasciarci. Meglio così.

La mia vita semplice come la desideravo in realtà cambiò alla nascita del secondo figlio. Era così piccolo che dovettero tenerlo a lungo in ospedale. Io passavo le giornate appoggiata al vetro della neonatologia, lasciando il latte e aspettando, aspettando.

Non puoi entrare, bella mia! Aspetta il permesso del medico. E non piangere, ce la farai. Hai marito, una figlia grande: pensa a loro, sorridigli, così anche il piccolo starà meglio. Niente latte con le lacrime, capito? Sè mai visto un bambino prendere il latte acido? mi redarguiva la signora Fausta, infermiera dal cuore grande.

Non capivo: come potevo sorridere? Nei romanzi le donne svengono, melensaggini ma a essere forte non mi abituavo. Lucia, sì, ci riusciva. Io no.

E invece dovetti imparare. Una sera, mentre sedevo in cucina, senza neanche curarmi della pentola sul fuoco, Michele perse la pazienza.

Siamo tutti in pensiero. Ma così non va. Anna non la consideri più. Vai a leggerle almeno una favola, io lavo i piatti.

Non ce la faccio. Ho una pena, lasciami stare! urlai, scappando.

Una pena? Questa non è vera sofferenza, Bea. Quando avevo dieci anni mia mamma perse un figlio appena nato e poco dopo si è lasciata andare, se nè andata. Avevamo già la culla pronta… Mi ha lasciato. E tu ora vuoi lasciar sola Anna? Lei lo capisce che non ci sei. Bisogna andare avanti, ce la puoi fare solo insieme a noi. Cresci, Beatrice! Non serve piangere

Lasciami stare! lo respinsi. Michele mi obbligava a vivere in modo nuovo, più difficile…

Mi faceva rabbia, ce lavevo con il mondo. E poi Anna smise di parlare, aveva tre anni, tornò a bagnare il letto, a piangere sempre.

Fu come se mi avessero buttato dellacqua gelida addosso. Capì che per Anna, per Andrea, per il mio Michele, ero tutto. Avevo tolto loro il mondo chiudendomi nella mia tristezza.

Anna, scusa, vuoi leggere insieme? Vuoi passeggiare? Dimmi tu, la accarezzavo, cercando la sua fiducia.

Ce lho fatta, ce labbiamo fatta: tutte e tre unite, io, i miei figli e Michele. Andrea fu dimesso dopo due settimane. Lo lavai, lo strinsi al petto, ci unimmo tutti sul divano. Quella era la mia famiglia, vera. E io, Beatrice, finalmente adulta, dovevo imparare a comportarmi da grande.

Giorgio, intanto, tutto preso dalla conquista di Giulia, cambiò, fece corsi di formazione, si rimise in gioco. Giulia lo plasmava a sua immagine, e a lui piaceva essere sfidato, sentirsi cacciatore. Con me si sarebbe annoiato.

Lamore è diverso per tutti, ma la vera lezione è questa: non bisogna lasciarselo sfuggire né aver paura di donarsi, dedicarsi a chi si ama. Solo allora lamore ha senso.

Oggi so che la felicità è nelle piccole cose, nellabbraccio dopo una giornata difficile, nella carezza di un figlio e nella certezza che, anche dopo la tempesta più dura, si può essere amati di nuovo e imparare ad amare.

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