Contare fino a dieci

Contare fino a dieci

Quella sera, camminavo verso la metro come al solito, immerso nel mio telefono. Se vedevo una schiena davanti a me, istintivamente cambiavo traiettoria, ma a dir la verità non facevo nemmeno caso a chi incrociavo o chi mi passava accanto. E che importava?! Ormai di gente ne vedevo abbastanza al lavoro!

Ne ho visti tanti, ne ho salutati troppi, di sorrisi ne ho regalati già abbastanza.

Ho trentanni e lavoro in banca. Una carriera grandiosa e promettente, vero? No, non proprio. Non nel mio caso, almeno. Sono ancora inchiodato al livello più basso: aiuto anziane signore a pagare la bolletta del gas, prelevare la pensione, le ascolto mentre si lamentano del tempo e dei rincari al supermercato. In realtà dei loro problemi mi importa poco, perché la mia stessa vita è un vicolo cieco, ma fingo, annuisco, sorrido alle clienti e spiego cento volte dove schiacciare sullo schermo del Bancomat, così alla fine queste signore riescono a versare quei pochi euro per tenersi la casa.

La nostra filiale sta in centro Milano, e la frequentano certe nonnine benestanti, proprietarie di case ampie; eleganti senza strafare, con quellaria distinta da chi la sera legge ancora DAnnunzio (La pronuncia sullultima sillaba! insisteva la mia prof di italiano), beve camomilla accomodata sulla poltrona a dondolo. Sul tavolino la lampada, magari una vecchia in stile liberty, accanto limmancabile portapillole. Tutto è programmato: stessi medicinali ogni giorno, soliti appuntamenti dal dottore, telefonate alle amiche, zuppa, minestrone e racconti sulle ultime analisi. Di queste mi tengono sempre aggiornato, ed io, per farmi ben volere, mi informo sullesito, fingo interesse, domando dei miglioramenti. Quando rispondono di no, sospiro: sembra vero, anche se dentro non provo nulla. Sono egoista, e pazienza.

Non so più perché vivo, che senso abbia. Da ragazzino sognavo di diventare chitarrista in una band. Con gli amici suonavamo nei sottopassi del metrò e con gli spicci che raccoglievamo mangiavamo panini al bar notturno.

Il mio orecchio musicale? Tutto merito di papà. Anche lui suonava. Ma non dava da vivere: aveva già sposato mia madre, io stavo per nascere, così si adattò a fare il serio, come tutti.

Ah, erano altri tempi, solo per gioco borbottava, mostrandomi vecchie foto. Bisogna studiare, prendersi un lavoro sicuro. Diego, tu fai così. Io ho sprecato la vita e ora non ho né carriera né stipendio decente.

Annivo ma, ostinato, a undici anni presi la chitarra. Mia madre mi guardava malissimo, papà alzava le spalle. E io, ostinato sotto quelle corde arrugginite della mia vecchia signora. Perché vecchia signora? Perché era una chitarra usata, me la diede il vicino disabile con la promessa di non buttare via il talento.

E invece lho seppellito. A metà della quinta superiore mi resi conto di quanto fossimo poveri e semplici: casa, vestiti, tutto da seconda mano. Il motivo era che papà aveva rinunciato troppo presto a una vera professione: ingegnere, medico, chimico. Mia madre non aveva mai amato studiare e faceva la commessa.

Così mi venne una rabbia cieca contro la mia vita e decisi di cambiare tutto. E me la presi con loro. Perché proprio alla fine del liceo? Beh, come spesso capita, di mezzo cera una donna: il mio primo amore, che aveva il doppio dei miei anni. Voleva ristoranti e divertimenti, io non potevo offrirglieli. Mi mollò dicendo che con uno squattrinato come me non sarebbe mai andata da nessuna parte. Da lì, mi offesi e cambiai strada: libri, niente più chitarra, università. Economia bancaria: la strada verso loro. Bastava avere pazienza. E scordare comera suonare con la band, urlare in via Torino con la giacca di pelle sdrucita, i jeans troppo stretti, la bandana in testa e il pubblico che ti applaude e lancia monete nel fodero. In quei momenti tutto sembrava possibile, solo tu, la musica, la strada, nessun pensiero

Dimenticare. Contare fino a dieci e dimenticare. Lo faccio ogni tanto, quando non ce la faccio più. Uno, due, tre

Lavorare in banca non era così divertente come pensavo. I soldi sono pochi. Sto fermo al primo scalino della carriera e nemmeno so perché. Uno, due, tre, quattro

Anche la mia vita è monotona, come quella delle pensionate che mi passano davanti. Che ironia, vero? Almeno, però, non mando giù pillole a palate. In questo vinco io.

Quasi mi viene da sorridere a questo pensiero. Sì, vivo in maniera modesta, in un bilocale fatiscente a via Mecenate, una casa popolare in attesa di demolizione. Non è nemmeno mia, la affitto. Tende bucate dai mozziconi altrui, parquet graffiato, porte spelacchiate, vasca arrugginita, frigo quasi vuoto, polvere ovunque. Niente lampada liberty, solo una piantana storta e il casino dei vicini Rom. Sette figli, tutti che urlano. Le mie nonnine sarebbero svenute dopo un giorno. Io invece resisto. E senza pillole. Il loro padre, Ionel, la sera canta canzoni rom, la moglie lo accompagna alla chitarra. Allora mi ritrovo a fissare la finestra, stringo i pugni e ricomincio: Uno, due, tre, quattro Ho una vita diversa. Migliore, forse. Almeno lo credo

Sì, provo invidia per chi ha più di me, per i clienti pieni di anelli e collane dargento. E li disprezzo. Si sa che i soldi non hanno odore. Ma anchio vorrei essere ricco, ce la sto mettendo tutta, mentre loro ormai sono alla fine. So benissimo cosa li aspetta.

Io seguo la mia strada. Scopro di essere perspicace, paziente, flessibile, abile con le parole: così mi hanno preso in banca come consulente. Odio il mio lavoro. Lho capito il primo giorno di tirocinio. Però servire in banca dà prestigio. Non è suonare la chitarra per strada! Alla stazione vedo spesso ragazzi cantare a voce roca, strumenti in mano. Passo via svelto, evito il loro sguardo felice. Io ho scelto unaltra strada, vedrete che ho ragione! Uno, due, tre, quattro, cinque

Lo stipendio, per i miei colleghi più anziani, è ridicolo, ma per me è già tanto. Risparmio allosso. Metto da parte ogni euro per il primo acconto della casa, come tutti quelli che sfiorano la metro a questora.

Vivo da solo da quando mi sono laureato, ogni tanto passo dai miei, li chiamo, ma sempre per poco. Sentire mia madre che racconta del mercato, o mio padre alle prese con la vecchia macchinetta del caffè, mi ha stufato. Quella è la loro vita, monotona. Io devo andare avanti.

Così avanzo: telefono in mano, testa vuota. Faccio scorrere video sui social uno dietro laltro. Sul display ballano showgirl seminude, uno chef coi baffi prepara dolci che a casa ti vengono da buttare; gatti, cani, bambinitutto insieme, tutto scivola via, tanto per ammazzare il tempo. Gli stand-up poco brillanti, io saprei fare di meglio, ma non mi abbasserei mai a un video su Instagram. Io lavoro in banca! Questa notizia era sembrata incredibile ai vecchi fratelli del quartiere. Loro sono ancora lì: smontano cambi nelle officine gelide la sera e suonano nei sottopassi. Abbiamo tutti trentanni, ma che differenza. Ora loro restano in basso, mentre ioio in giacca e cravatta aiuto nonnine con la bolletta. Pulito, ordinato, con i polsini bianchi al punto giusto.

Quanto costa sto completo? sghignazza Nicola, ex compagno di scuola meccanico, allunga la mano per toccare il tessuto.

Non toccare, lasci macchie dolio! lo allontano. Non lo so, lo danno al lavoro.

Bel mestiere! Nicola mi rispetta: io ho il cervello, lui solo le chiavi inglesi. Serve un meccanico lì da voi? Chiedi, faccio di tutto!

Mi guarda con speranza, o almeno così credo. Vorrebbe anche lui giacca e cravatta e stare in un ufficio di vetro.

Non credo. Non hai neanche il diploma!

Eh, niente diploma, hai ragione, sorride amaro.

Non mi dispiace per lui. Doveva studiare, non bere birra davanti ai garage, questo è tutto.

Nicola finì la scuola e corse in officina. Servivano soldi: suo padre era morto di cirrosi quando lui aveva dieci anni, sua madre, donna Lucia, li ha tirati su da sola. Sua sorella Federica rimase incinta a diciassette anni, ora cresce un bimbo, Michele. Federica non lavora, si fa mantenere da madre, fratello e dal padre di Michele. Quel ragazzo è sprovveduto, nemmeno sa con sicurezza se sia suo figlio, ma paga lassegno. Lei se ne va in giro per locali.

Di fatto, lunico vero padre per Michele è il mio amico Nicola.

Hanno la casa piena di roba vecchia, ma la madre non vuole mai sbarazzarsene.

Ma vendetela! scherzai una volta, arrivando da loro in giacca e cravatta. Tanto Federica sta sempre a casa, ci pensi lei!

Ma come la vendi tutto questo? Lucia spalanca le braccia.

Si vende tutto su internet, anche una pentola arrugginita! Cè sempre qualcuno che compra. Si guadagna anche dai rottami, credimi.

Lo dico convinto, un po altezzoso. Potrei farlo io: fotografare, mettere gli annunci. Ma non ne ho voglia. Che se la cavino da soli!

Ci penserò, Diego, grazie Lucia annuisce, titubante.

Così, dopo una tazza di tè e un piatto di minestra da loro, indugio a sistemare il cappotto, guardo la chitarra in un angolo. Nicola è un asso con la chitarra, sa fare cose che a me non sono mai riuscite. E lui non ha mai smesso. Io invece stringo le labbra e ricomincio: uno, due, tre, quattro, cinque Saluto Lucia e torno a via Mecenate. Diversamente da lei, non ho due figli, uno meccanico e laltra a spasso. Io ho la carriera e il Bancomat, la giacca e la cravatta. Altro stampo.

Oggi sono rimasto più tardi in banca, fuori le luci brillano, le insegne lampeggiano sul viale. Vado alla metro con il naso nel cappotto. Ho un cappotto decente. Il berretto non lo porto, non fa per me. Se avessi la bandana Stringo i denti e conto: uno, due, tre, quattro, cinque, sei

Tracolla a spalla, vuota: solo per apparenza, come quelli più vecchi in banca.

Cammino tranquillo sul marciapiede quando qualcuno mi urta da dietro, borbotta delle scuse appena accennate. Voce di donna, ma balbettante.

Mi volto. È una signora anziana che ondeggia. Poco prima lavevo aiutata col Bancomat: aveva pagato la bolletta sua e quella per la sorella. Me lo ricordo perché il secondo bollettino era tutto spiegazzato, il codice a barre strappato, ho dovuto inserirlo a mano. In banca, sotto quella luce bianca da sala operatoria, mi sembrava energica. Cappellino, cappottino, borsetta a scatto, occhi vispi.

È la prima volta che paga qui? le avevo chiesto, vedendola spaesata.

Ma buonasera, signor Diego, aveva letto il mio nome dal badge. Che bel nome! Si chiamava Diego anche DAnnunzio, sa? La signora sembrava felice, si era addirittura arrossata, toglieva la sciarpa, sbottonava il cappotto, sudando. Sì, è la prima volta. Voglio aiutare mia nipote, poverina lavora troppo, e Adriano è andato via Qui si fece triste. Adriano è mio nipote.

Annuii, pensando a tutte queste famiglie lasciate sole. Adriano se nè andato, la nipote presa dalle sue cose. Dei figli non un cenno: chissà, saranno presi dal loro benessere. E lei, costretta a venire qui, a pagare i conti.

Da un po di tempo sono sempre stanco e irritato

Si può fare in fretta? la cliente sussurrava.

Le presi i bollettini, mi avvicinai al Bancomat.

Il mio collega Gianni fece cenno di sorridere, ricordandomi che siamo il volto dellistituto, che coi clienti serve pazienza. Se la tengano questa pazienza!, pensai.

Sorrisi comunque. Lei, rasserenata, si lasciò aiutare.

Se avete stavo per dire parenti più in gamba, ma mi fermai. Se avete figli o nipoti possono pagare tutto tramite lapp sul cellulare. Così non deve più uscire.

Io sono quello sveglio, do consigli.

È vero, lo fanno sempre confermò. Ma vorrei non pesare troppo su di loro! Sa quanto lavorano, oggi i soldi si sudano davvero. Rita, la nipote, in ufficio da mattina a sera, anche di notte a digitare Adriano invece sempre in giro per lavoro. E pagano tutto per me, tutto, capisce? Diego, mi ascolta?

Lascoltavo, sempre meno paziente, ma lascoltavo.

E cosa ci sarebbe di male? domandai, scansionando il bollettino. Prima li avete accuditi voi, ora loro a voi. È il ciclo della vita.

Sì, certo, ma non voglio caricarli di troppe cose. Così mi do da fare. Sorrise timida. Ora serve la carta? Eccola!

Mi porse il Bancomat. Lo avvicinai al lettore.

Codice, inserisca il PIN! Esortai, ma pareva non sentisse. Rimase lì, occhi chiusi.

Un momento può portarmi dellacqua? chiese, massaggiandosi le tempie. Qui dentro fa caldo

Ah, questi clienti! Caldo, freddo, troppa aria, poca aria, buio, luce, odori, fastidi

Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette

Ecco qui la sua carta. Ho annullato loperazione, tocca rifare da capo, dissi, un po seccato, porgendole la carta mentre cercavo il bicchiere da dispenser.

Gianni mi fece cenno di tenere duro: Resisti, appena due ore e andiamo a casa!

Le diedi il bicchiere. Bevetta dun fiato, mi ringraziò.

Ora sono pronta, riprese la tessera.

Di nuovo tutto da capo: bollettino, carta, PIN dimenticato, cerca il foglietto, sospiri, scuse.

“Non sarà mica una finta tonta?” pensai irritato. Arriva tardi, si atteggia a smemorata, fa perdere tempo

Vuole sedersi, signora? azzardai.

No, non sono ancora così anziana! Ecco il bigliettino. Inserisco subito io il codice.

Mi voltai per delicatezza. Lei digitò, poi mi toccò il braccio. Sobbalzai.

E ora? chiese sottovoce.

Sei stufa? pensai beffardo. Io sì! Venite qui, non capite niente, ma dove sono i vostri figli, nipoti? In trattoria a sprecare soldi, invece che occuparsi di voi! Una nuova ondata di rabbia, ma per chi? Per tutti! Nicola mi dice sempre che sono una molla schiacciata che prima o poi scatta ferendo chi si trova vicino. Lui sbaglia: io costruisco la mia carriera.

Sei, sette

Primo bollettino, poi il secondo. Entrambi per somme alte.

Ha due appartamenti? non resistetti alla curiosità.

Laltro è di mia sorella. È allospedale, al Policlinico. Niente di grave, solo lo stomaco Suo marito non cè più da tre anni. Tre anni ormai. Silenzio. Intanto portavo a termine il lavoro. Bisognava aiutarla. Così ci penso io, torno adesso da lei

Continuava a raccontare di parenti ricchi ma infelici, con quei vezzeggiativiRitina, Andreino, Ninettache mi ronzavano in testa.

Inserisca il codice! sbottai.

Lei compì la procedura, finalmente concluse.

Grazie mille, signorino! Mi ha aiutata molto. Mi ha sopportata? Scusi, sono davvero negata. Volevo solo aiutare gli altri… Arrivederci Diego, buona serata.

Si rimise la sciarpa e uscì. Fuori almeno non fa caldo… Ma mi ha augurato buona serata.

E ora questa signora avanti a me, barcollante, ubriaca. Così in fretta si è scolata qualcosa? Impossibile, pensavo, immaginarla ingurgitare superalcolici a tradimento.

Eh, ancora voi? Ma che fate, spingete?! mi scuoto la giacca per riflesso.

Sc scusi biascica. Io vado

Ecco, vada pure! sbotto.

La signora vacilla, inciampa e inizia a scendere verso terra.

Distinto la sorreggo, la borsa cade a terra.

Ehi! Signora, va tutto bene?! strillo, ma non reagisce.

Mi guardo attorno in cerca di aiuto. Nessuno interviene, si fanno finta di niente.

Improvviso, mi balena un sospetto e gelo dentro.

Mostri la lingua! Su, apra la bocca! ordino. Obbedisce, storta il piccolo muscolo verso sinistra.

Il cellulare in tasca sembra di piombo, fatico a tirarlo fuori. Mi sento piccino su quel marciapiede umido e ho paura.

Tutto intorno ora è spento, la città pare cancellata: ci siamo solo io e Sofia De Santis, la mia cliente di poco fa.

Chiamo finalmente il 118, mi siedo, il capo di Sofia sulle ginocchia, trattengo il fiato. Dal fazzoletto al collo vedo che almeno respira.

Almeno questa!. E se fosse andata peggio?

Perché tocca sempre a me?! Perché non a Gianni o a qualche ragazza dellufficio?

Arriva lambulanza, la caricano. Racconto tutto, sto per andarmene, ma lei, rinsavita, chiede che io venga con lei.

Capisco solo che ha paura e che devo avvisare i parenti.

Appena, sotto lo sguardo dellinfermiere, pesco dalla sua borsa il cellulare, parte subito, a tutto volume, la Marcia Nuziale. Che squillo strano, curiosamente allegro

È Rita, la nipote.

Pronto? Rita? Sono Diego, devo avvisarvi che inizio, ma subito urla che vuole parlare con la nonna e che mi rintraccerà in capo al mondo.

Linfermiere prende il telefono, si presenta, spiega la situazione, dice dove recarsi.

Rita ammutolisce, capische tutto.

Bravo, Diego! Un vero diagnosta! Hai studiato medicina? mi chiede laltro infermiere.

No, tengo solo troppe serie ospedaliere, mormoro.

Hai capito, Andrea! Questi ragazzi ora imparano tutto dai film ride lautista, accelera.

Resto in silenzio: Sofia mi stringe la mano con una forza inaspettata.

Mai successo nulla di così adrenalinico nella mia vita. Mi sentivo strappato fuori dal vecchio brodo tiepido: in testa i pensieri ruotano, si accavallano. Sembrava di vivere un episodio di unaltra vita, quella che forse avrei voluto. Le sirene, i sensori, le luci di Milano che scorrono nel finestrino. Persino sudo. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto

In ospedale vengo subito messo da parte, il personale si concentra su Sofia.

Dopo poco la portano via, resto su una sedia gelida di metallo. Perché sono qui? Forse aspetto Rita, per dirle tutto in faccia?

Ma che avrei dovuto dire? Sono affari loro. Dopotutto la nonna avrà anche il diritto di andare in banca… O forse no? Se fosse successo in casa e nessuno se ne fosse accorto

Meno male che il ragazzo lha presa al volo, mormorano le infermiere. Ed è pure carino

Mi guardano, sento il rossore sulle guance. Mi studio anchio.

Signore, ora sembro un gatto del cortile!

Pantaloni sporchi, macchiati di sale e fango, cappotto sformato e chiazzato di caffè, credo.

Un vero barbone!

Eppure mi tornano in mente le parole: Andava come se fosse solo, la folla non lo vedeva e una giornata dautunno in cui io e Nicola cantavamo sui Navigli, cacciati via perché in quei posti devi pagare per esibirti. E noi, i soldi, non li avevamo

Oh! Quella sì che era vita! La gente ci guardava ammirata, ci applaudiva, ci univamo in coro Dopo quasi una rissa, unadrenalina che neanche agli esami

Erano altri tempi. Sono passati. Sei, sette, otto

Permesso! entra di corsa una ragazza. Scusi, sono qui per la signora De Santis

Rita. Ma che dolce! La guardo, mi alzo, sistemo la giacca.

Lhanno già portata sopra. Non si preoccupi, chiami domani, le daranno notizie! dice linfermiera. Ah, la signora è stata aiutata da lui. Lha trovata in strada

Rita mi osserva, poi mi stringe la mano, singhiozza.

Grazie ripete come un mantra. Lei ha salvato la nostra nonna! Non immagina Io non ce lavrei mai fatta, se

Sì, sì, ho capito. Mi lasci andare, stacco la mano dalle sue dita. Ma sa che è colpa vostra se è successo.

Ho il diritto di dirlo. Non mi sento giudicato: la sincerità non è crudeltà.

Come dice?! Rita si confonde, ha occhi grandi come bambole nei negozi allangolo.

Sì. Sua nonna è venuta in banca a pagare le bollette. Possibile che nessuno di voi possa farlo?! Deve uscire, rischiare la salute mi scaldo sempre più, la mia corona di moralità stringe sulla testa. Dovreste ringraziare che Sofia De Santis non è svenuta direttamente in banca, quando chiedeva dellacqua e Ma voi siete troppo impegnati, pieni dimpegni e denaro, vero? Così si dimenticano i propri, si chiama indifferenza, egoismo, rincorsa al denaro!..

Parlo tagliente, io, il salvatore che ha capito tutto prima dei dottori, lanima pura che disprezza chi vive di capitali ma in fondo scavo il mio buco e non ne esco.

E Rita si mette a piangere. Davvero, come una bambina.

Ma che dice?! interviene linfermiera. Perché giudica? Ha fatto solo il suo dovere!

Rita la ferma con una mano.

No, ha ragione lui Siamo stati distratti. Io e Adriano. Presi dai nostri problemi. Lui è sfinito, dovrebbe prendersi una pausa. E la nonna lei si ingegna sempre, si butta nelle cose dice tra i singhiozzi. Non sono riuscita neanche a recuperare le bollette ieri, sono dietro con la tesi, ho la testa piena Sì, è colpa mia Colpa mia. Adriano mi aveva detto di stare attenta, e invece

Le squilla il telefono. Si apparta, si morde il pugno mentre racconta tutto a qualcuno.

Adriano Doveva essere lui.

Rita gli spiega quello che è successo, ripete le mie accuse, si scarica ogni colpa.

In un angolo, sotto un cappotto di pelliccia, un uomo annuisce soddisfatto, batte le mani, poi crolla addormentato per terra. Io mi scosto.

Passami quello che lha aiutata! tuona la voce di Adriano dal telefono. Rita me lo passa.

Pronto. Diego Conti, mi presento.

Senti, ragazzo! è perentorio, sento la mia corona polverizzarsi. Lascia stare mia sorella. Vuoi soldi? Quanti? Ma cosa ne sai tu! Senti qui: Rita ha salvato nostra nonna quando i nostri genitori sono morti. L’ha tirata su dal baratro, cucinava per lei, la teneva in piedi quando non voleva più vivere. Lo sai quanti anni aveva Rita? Signor perfettino! Quindici. A quindici chi hai mai aiutato tu, eh? Probabilmente stavi a scroccare soldi dai tuoi. Quanto vuoi per il disturbo?

Ma come si permette?! la voce mi trema, la corona cade in pezzi.

Restituisco il telefono, strappo cappotto e giacca da quella sedia e me ne vado via di corsa, schivando il barbone steso a terra.

Perché sono venuto qui? Bastava chiamare lambulanza per Sofia e tornare nel mio bilocale. Sedere in cucina, mangiare un wurstel, ignorare le chiamate di mia madre per non perdermi in chiacchiere, fissare la TV a caso, addormentarmi sfinito. E contare, contare i minuti di una vita speciale che non arriva mai.

Mi avvio a passo svelto verso la fermata, amareggiato, come un re deposto. Ho salvato Sofia, e questo Adriano tira fuori il mio passato.

Stringo i pugni e Rivedo me stesso a quindici anni, seduto in garage dopo unesibizione di strada. Con i soldi del cappello avevamo comprato pane e mortadella, neanche la birra ci vendevano Eravamo felici, stupidi, pensavamo che la gioia e la musica durassero per sempre.

Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove

Sono sullautobus, mormoro i numeri. Ho appena avuto una donna tra le braccia quasi morta e questo è spaventoso. Ho ferito una ragazza così fragile solo perché io sto male. Ho toccato il fondo. Odio la mia vita ma ho paura di viverne un’altra. Solo paura

Arrivo a casa, apro la porta. Fa freddo, il riscaldamento spento.

Chiudo la finestra in cucina, metto lacqua a bollire e guardo la fiammella sotto il bollitore di acciaio. Non mi tolgo nemmeno il cappotto. Sul telefono un messaggio da mia madre:

Oggi è il compleanno di papà. Solo per ricordarti.

Il compleanno? Mi era sfuggito.

Compongo il numero di papà, poi mi blocco: non so cosa dirgli. Sono abituato a parlare solo di me e dei miei successi. Ora non è aria.

Chiudo la chiamata, scosto il telefono. Perché non ce la facciamo senza i nostri genitori? Questa catena ci mette ansia e ci soffoca!

Verso il tè, bustina nella tazza.

Di sicuro mia madre avrà preparato il tè nella vecchia teiera floreale e su in una cesta ci sono biscotti, la credenza piena di cioccolatini.

Loro, in questo momento, sorseggiano tè, cè una torta, amici invitati. Papà ride, la schiena non fa male, le preoccupazioni sono lontane. Adesso è festa.

Io sono solo, in cucina. Zero dolci, nessuno accanto. Ma oggi ho salvato una persona… O almeno ci ho provato.

Quella signora mi ha dato sui nervi, e ora non mi esce dalla testa. Forse dovrei andarla a trovare, quando si potrà. Potevo chiedere il numero a Rita, magari serve una mano? Ma che ci fanno loro con i miei pochi euro!…

Sospiro, accorgendomi che sono ossessionato dai soldi. Vorrei solo una vita “giusta”, degna di invidia, così che quel ragazzo di sedici anni che ero si congratulasse con me. Ma più avanzo, più mi sembra tutto sbagliato. Perché? Perché insieme allacqua ho gettato via il bambino. Me stesso. Mi sono svenduto. Ho messo a tacere la mia vera voce.

Il telefono vibra. Rispondo senza pensare.

Hai chiamato, figlio? Sei libero? Vieni, se ti va. Ci manchi.

Papà tossisce, mamma si prende la cornetta, mi parla, ma non ascolto. Nel mio androne la linea va e viene, corro via, il vento fischia nelle orecchie.

Dove vai, Diego? mi ferma Ionel.

Dai miei! Oggi è il compleanno di papà.

Aspetta! Mi rincorre, mi blocca. Prendi della frutta. È roba buona che mi ha mandato mia sorella, ci basta per tutti. Tieni! Saluti a tuo padre!

Mi piazza tra le mani una busta di ananas, mandarini, pere e mele e mi dà una spinta verso la fermata. Salgo sul tram, lo saluto con la mano.

Strano Ionel. Non conosce mio padre né me davvero, ma ci tiene a fare un regalo. Ci sono persone così

Ho timore di aprire la porta con la mia chiave, allora suono. Papà apre. Stessa maglietta a righe, pantaloncini, tatuaggio, barba incolta.

Ecco, ora ci siamo tutti. Allora, come va, Diego? mi porge la mano, io gli passo la busta, scrollo le spalle. Avrei quasi voglia di piangere.

Da quanto nessuno mi chiedeva come sto, da quanto non ascoltavo davvero chi mi vuole bene…

Ho sempre giocato a fare lindifferente, ma adesso non basta più. Mi serve altro: amore, che ho scordato, amici, musica Ora capisco perché Sofia, Rita, Adriano mi davano così fastidio. Sono una famiglia, veri legami, calore. Tutto per cui Sofia era venuta in banca. Ionel rincorre per il padre, persino solo per un saluto Io mi sono tolto tutto.

Hai fame? Mamma mi abbraccia. Vai a lavarti le mani. Ho la sensazione che tu abbia molte cose da raccontarci.

Ha ragione. Ho tanto da dire, sia a lei che a papà. E andrò a recuperare la chitarra in soffitta. So che mamma non lha buttata. È lì che mi aspetta. Un po malconcia, ma basterà. Ho da parte i soldi per la casa, mi avanzeranno anche per cento chitarre nuove.

Nove, dieci!

Sono arrivato al fondo, e finalmente vedo una via duscita.

Perché proprio oggi ho capito? Forse quello che è successo a Sofia, la mia parte, le lacrime di Rita, la rabbia di Adrianotutto ha fatto crollare il muro tra me e il resto del mondo. O forse semplicemente ho smesso di essere stanco. Non lo so. Ma so che dora in poi sarà diverso. Intanto festeggerò papà e gli dirò che tanto, tanto gli devo. Lui sorriderà e risponderà:

E come potrebbe essere diverso? Siamo una famiglia!

Io annuirò

Poi sono andato da Nicola, siamo rimasti a parlare tutta sera, ridendo, guardando vecchie foto. Nicola non mi ero mai accorto di quanto fosse felice.

Grazie, Nico, dissi, con un sorriso nuovo.

Di cosa? chiese sorpreso.

Di esserci risposi piano.

Un anno dopo, mi sono licenziato dalla banca e lavoro in uno studio musicale privato, insegno chitarra. Tante cose le sto imparando di nuovo, qualcuna lho dimenticata, ma non ho più bisogno di contare per trovare pace. Sono felice.

Ogni tanto passa anche Rita allo studio. Canta meravigliosamente.

Non chiedetemi se tra noi cè qualcosa. Forse non lo sappiamo nemmeno. Il tempo ci dirà.

La vita è fatta di equilibri fragili: spesso, per non perderci nel vuoto, dobbiamo imparare a ricominciare a contare. E a dare valore alle persone che ci stanno accanto. Nessuno si salva davvero, se resta solo.

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