Non osarli invitare! Hai capito? Non sotto alcuna scusa!
Ma è il tuo compleanno. Trentacinque anni, una data importante.
Che me ne frega. Non voglio vederli.
Stefano, quante volte? Sono già passati dieci anni.
E ne arriveranno altri dieci, e venti. Per me sono ormai defunti.
Loredana si sedette accanto a lui, le mani afferrò la sua. Calde, tese, come sempre quando il discorso si faceva genitori.
Gabriele ha chiamato. Ha chiesto se poteva venire.
Marco sì. Uno solo. Senza loro.
Ha detto che la mamma piange. Vuole rivederti.
Che pianga. Dovera quando mi hanno cacciato di casa? Quando ho passato le notti a turno dagli amici?
Una vecchia storia. Loredana la sapeva a memoria. Il secondo anno di università, la sessione difficile, linterdizione. Suo padre, un colonnello in pensione, uomo di rigide regole. Disonora la famiglia vattene. E Stefano se ne andò. In nessun posto
Hai fatto il tuo dovere. Hai finito un altro istituto, trovato lavoro.
Da solo! Senza di loro! E poi Marco ha comprato casa! E auto! Un vero affare!
Non essere duro con tuo fratello. Non è colpevole.
Non sono duro, ma i miei genitori non voglio più vedere nemmeno sulla soglia.
Loredana sospirò. Conversazione vana, come sempre.
Di sera lavava i piatti e pensava a sé stessa. Alla madre, che non aveva più visto da tre anni prima dellultimo respiro.
Si era offesa allora per il suo ultimo scambio di parole, per le punizioni ingiuste, per lumiliazione. Si era trasferita in unaltra città, cambiato numero.
Poi la zia lapplicò: la madre era morta una malattia al fegato. Era rimasta sola in un letto di ospedale.
Ancora ora, di notte, sente la voce della madre:
Loredana, perdonami e laltra parte riaggancia.
Che ti è venuta in mente? Stefano la stringeva da dietro.
Di mia madre.
Ti stai ancora mordendo?
Non riesco a smettere. Dovevo tornare. Anche solo per salutare.
Ti ha rifiutato, Loredana! Ti ha sprecato la borsa di studio.
Ma era malata. Lamore per lalcol è una malattia.
E allora? Scappa con le scuse?
No. Ma potevo perdonarla. Ora è troppo tardi.
Stefano le girò la faccia verso di sé.
Non tormentarti. Hai fatto quel che potevi. Hai salvato te stessa.
Ma ho perso lanima.
sciocchezze. Hai lanima più luminosa che io conosca.
Le diede un bacio sulla tempia e Loredana si appoggiò a lui. Lui non capiva, non sapeva come convivere con il peso del peccato.
Decisero di festeggiare il compleanno a casa. Quindici ospiti: amici intimi, colleghi, Gabriele con la moglie.
Fin dal mattino Loredana girava in cucina. Insalate, piatti caldi, una torta ordinata. Stefano aiutava tagliava le verdure, apparecchiava la tavola.
Marco verrà davvero da solo? chiese tra lattività.
Ha promesso.
Bene.
Alle sette iniziò ad arrivare la gente. Gabriele comparve verso le otto e mezza. Due figure forzarono la porta.
Il padre grigio, diritto come un bastone, in un abito severo. La madre minuta, in un vestito a fiori, con una scatola tra le mani.
Stefano rimase immobile con la bottiglia in mano.
Che significa tutto questo?
Stefano, figlio mio la madre fece un passo avanti.
Non vi avevo invitati.
Siamo venuti da soli, disse il padre con tono duro. Abbiamo il diritto!
Non avete alcun diritto! Gabriele, che diavolo?
Fratello, calmiamoci. Sono i miei genitori!
Non me ne frega! Vattene!
Gli ospiti si fermarono. Alcuni col bicchiere, altri con il piatto. Scese un silenzio imbarazzante.
Stefano, non è necessario, Loredana toccò la sua mano.
No, è necessario! Scattò. Dieci anni non mi avete conosciuto! Hanno ignorato il mio matrimonio! Non riconoscete il nipote! E ora siete qui?
Volevamo fare gli auguri, la madre porse la scatola. Buon compleanno.
Infila i vostri auguri! Non mi serve nulla da voi!
Stas, smettila di fare scenate! sbottò il padre. Comportati da uomo!
Come mi avete insegnato? Sradicarmi di casa perché ho sbagliato?
Hai disonorato la famiglia!
Ero uno studente! Uno studente comune che fallì la sessione!
Per colpa di feste e ragazze!
E allora? È una scusa per cacciarmi fuori?
La madre piangeva. Il padre si arrossò.
Ti abbiamo dato una lezione!
Avete spezzato la mia vita! Se non fosse per Loredana, per gli amici, dove sarei adesso?
Non esagerare! Sei sopravvissuto!
Senza di voi sopravvivo! E continuerò a farlo!
Gabriele provò a porsi fra loro.
Ascoltate, calmiamoci. Gli ospiti
Lasciali andare! Stefano si voltò verso la porta. Via! Entrambi!
Il padre si irrigidì ancora di più.
Bene. Ora so di aver preso la decisione giusta. Tutte le nostre proprietà andranno a Gabriele. Fino allultimo centesimo! Tu sei zero. Un vuoto!
E io me ne frego dei vostri soldi!
Vedremo come canterai quando non ci saremo più.
Via la tovaglia!
I genitori uscirono. La madre singhiozzò, il padre andò a passo marcato. Gabriele li inseguì, parlò, implorò.
Nella stanza regnava il silenzio.
Scusate, disse Stefano agli ospiti. Affari di famiglia.
Va bene, succede, qualcuno cercò di stemperare latmosfera.
Ma la festa era rovinata. Gli invitati se ne andarono in fretta. Rimase solo Gabriele, pallido, turbato.
Perché li hai fatti venire? domandò Stefano, stanco.
Pensavo vi riconcilereste. La mamma lo chiedeva.
Che chieda quanto vuole. A me non importa più.
Fratello, non è giusto. Sono ormai anziani.
E allora? Letà è unindulgenza?
Il padre ha parlato seriamente del testamento. Non ti lascerà nulla.
E grazie al cielo. Non mi servono i loro sussidi!
Gabriele se ne andò. Loredana puliva in silenzio il tavolo. Stefano si sdraiò sul divano, con la faccia tra le mani.
Ho fatto la cosa giusta?
Non lo so. Ma ti capisco.
Non si sono neanche scusati. Sono venuti come se nulla fosse.
Lorgoglio non lo permette.
E il mio orgoglio? Potrei essere stato calpestato?
Loredana si avvicinò, lo abbracciò.
Non si può. Ma a volte a volte è meglio perdonare, finché è ancora possibile.
Come sta tua madre?
Così.
È un altro discorso, Loredana. Tua madre era malata. I miei genitori erano solo duri.
Forse. O forse non sanno amare diversamente.
Tre anni passarono. Una mattina ordinaria, Stefano si preparava per il lavoro. Il telefono squillò: era Gabriele.
Fratello, papà è in ospedale. Ictus.
Dentro tutto si spezzò.
Sul serio?
I medici dicono potrebbe non svegliarsi più.
Capisco.
Vieni?
Non lo so.
Stefano, è tuo padre. Qualunque cosa accada.
Mise giù il ricevitore. Loredana lo guardò incuriosita.
Papà è al limite.
Vai.
Perché? Non mi vuole più.
E tu? Vuoi che se ne vada così?
Stefano tacque. Ripensò allinfanzia: il padre che insegnava a pedalare, le battute di pesca sul lago, la prima classe con lo zaino enorme e la mano del papà.
Quando tutto si è incrinato? Quando il difensore è diventato tiranno?
Vai, ripeté Loredana. Dopo sarà troppo tardi.
Lospedale, odore di medicinali. La madre, minuta e grigia, seduta nel corridoio, lo vide e si alzò.
Stefano! Sei qui!
Lo abbracciò. Rimaneva immobile, come un pilastro.
Come sta papà?
Male. I medici non danno speranza.
Posso entrare?
È incosciente, ma, dicono, sente.
La stanza: il padre sul letto, tubi, flebo, monitor. Non più il colonnello temibile, ma un vecchio indifeso.
Stefano si sedette accanto. Prese la mano secca leggera come un uccello.
Papà, sono io. Stefano.
Silenzio. Solo il bip dei macchinari.
Volevo dirti ti ho odiato per troppo tempo. Per averti cacciato via. Per la tua indifferenza. Per aver voluto Marco invece di me.
La mano si contrasse nella sua. Forse immaginazione.
Ma sai una cosa? Ti perdono. Ascolta? Ti perdono, per tutto.
Gli occhi del padre si spalancarono, confusi, ma riconobbero.
Papà?
Le labbra si mossero. Stefano si avvicinò.
Perd per scus
Una sola parola, appena udibile. Ma Stefano la colse.
Ti ho perdonato, papà. È tutto a posto.
Il padre chiuse di nuovo gli occhi, ma il volto era sereno.
Stefano rimase, tenendogli la mano, parlando di lavoro, di famiglia, del nipote che non aveva mai visto.
Il vecchio se ne andò di notte, silenzioso, quasi in sogno. La madre disse che lo aspettava, che attendeva il perdono.
Dopo il funerale, Stefano e Loredana si sedettero a casa, bevendo tè in silenzio.
Come stai? chiese lei.
Strano. Pensavo di sentirmi più leggero. Dentro cè un vuoto.
Hai fatto bene a venire.
Sai, ha detto ti perdono. La prima volta nella vita.
Lorgoglio si è infranto davanti al mondo.
Sì. Il mio anche.
Loredana alzò lo sguardo.
Stefano, perdonati. Per tua madre. Non avrebbe voluto che soffrissi.
Come lo sai?
Perché i genitori amano i propri figli. Anche quelli come mio padre: storti, dolorosi, ma pur sempre amorevoli. E perdonano tutto.
Loredana pianse. Stefano la strinse, la tenne vicino.
Siamo entrambi sconsiderati. Ci siamo aggrappati al rancore, ci mordevamo. Avremmo dovuto solo perdonare.
Ora lo sappiamo.
Forse è tardi per loro, ma noi siamo vivi. Possiamo vivere senza quel peso.
Fuori cadeva la neve, la prima di quellanno, candida, pura. Come un perdono, come una pagina nuova.
Stefano pensava al padre. Quanto avrebbero potuto riconciliarsi prima? Quanto tempo sprecato nellira.
Ma almeno era arrivato il momento di dire quella parola. E questo già era molto.
Sii saggio, impara a perdonare, perché i genitori non sono eterni e non li scegliamo
—Così, mano nella mano, Stefano e Loredana guardarono il futuro, sapendo che il perdono aveva aperto loro una strada di pace.







