L’ultima chanceIl protagonista corse verso la stazione, sapendo che quel treno poteva cambiare il suo destino.

Mi chiamo Andrea e, fin da quando Ilaria si è rannicchiata sul divano stringendo le mani sul basso ventre, ho capito che qualcosa non andava. Ogni volta era lo stesso: un dolore acuto, poi sanguinamento, lambulanza, lospedale e un vuoto dentro di lei. Si trattava di un aborto spontaneo, nessun dubbio. Terzo aborto in due anni: prima uninterruzione di gravidanza, poi una gravidanza bloccata, e infine laborto. Quel primo aborto la perseguita ancora, la rende incerta di poter diventare madre.

Ho sentito il suo telefono vibrare: Ilaria ha composto il numero del soccorso. Mezzora dopo lambulanza la ha caricata sul carro, mentre lei chiamava me per dirsi impossibilitata a tornare per la cena.

Di nuovo? ho chiesto, ma Ilaria non ha risposto. Le lacrime le scendevano sulle guance, lacrime di disperazione e di delusione verso se stessa. «Quante volte, perché sempre lo stesso?» Si chiedeva se fosse colpa sua, se non avesse dovuto ricorrere a quel medico dubbio. Se allora non si fosse sottoposta a quellintervento, forse avremmo avuto già un bambino di cinque anni. Ma il bambino non cè, e forse non arriverà mai.

Che dolore! ha strillato, mentre il medico aggiustava la flebo, guardandola con indifferenza.

Due giorni in ospedale sono sembrati uneternità. Alla dimissione, sono tornato a casa con un mazzo di rose, come in un copione.

Sei così pallida mi ha detto, e Ilaria mi ha sorriso a malapena. Non cerano motivi per gioire: non poteva darmi un figlio, la verità era chiara.

Sul tragitto verso casa, seduti fianco a fianco, Ilaria stringeva il mazzo di rose e, girandosi verso di me, ha detto:

Non voglio più provare. Non riuscirò a darti un bambino.

Non dirlo così, ancora può succedere ho cercato di incoraggiarla, ma lei ha solo alzato un sorriso forzato.

Tu ci credi davvero? Cinque anni di attesa. Ho quasi trentanni, tu quasi trentacinque. Basta, mi sono stancata di fare la futura mamma. I medici dicono che non ci sono speranze, forse è il momento di ascoltarli.

Ilaria, avremo dei figli ho ribattuto ricorda le parole del professor Renzetti. Lui diceva che cera speranza, se si rispettavano le sue prescrizioni.

E dove è il tuo professore? ho chiesto, agitato. È morto da tempo; le prescrizioni sono svanite con lui! Basta, Andrea, basta. Non voglio più farti soffrire, né me stessa.

Cosa intendi dire? ho chiesto, accigliato, senza distogliere lo sguardo dalla strada.

Ilaria ha preso un respiro profondo e ha girato lo sguardo altrove.

Separiamoci. Troverai unaltra donna che ti darà un figlio, e sarai felice. Non merito la tua pazienza, il tuo amore. Sono vuota, non so trattenere la vita, sono inutile.

Le lacrime le colavano alla gola; ho preso la sua mano, lho avvicinata al mio viso e ho sussurrato:

Non dire sciocchezze. Ce la faremo. Esistono persone che vivono senza figli, e anche noi possiamo essere felici. La felicità non è solo nei bambini.

Ma nella loro quantità ha detto Ilaria tra i singhiozzi basta, Andrea. Non ti priviamo della felicità di un padre.

Non privarti della felicità di una famiglia ho interrotto, cercando di restare calmo.

Queste erano le mie parole: un marito innamorato, pronto a sopportare le sue ossessioni, desideroso solo di averla al mio fianco. Lavevo conquistata con tenacia, sbarazzandomi dei rivali; quando Ilaria è diventata mia moglie, ho creduto di non aver più bisogno di nulla, se non di un piccolo granello di felicità, ma il destino non ci ha ancora donato un bambino.

Conoscevo il passato di Ilaria. Prima di me era stata sposata con un uomo più maturo, forzata dal padre tiranno. Da quelluomo era nato laborto fallito. Ora non parlava più del padre, né della sorella minore, di cui sapeva a malapena qualcosa.

Non mi sorprende se il padre un giorno la costringerà a sposare un altro per i suoi interessi, avevo pensato.

La sorella più giovane, Ginevra, aveva ventidue anni, era bella e intelligente, ma si piegava al volere del padre più facilmente di Ilaria. Il padre allevava le figlie da solo, escludendo le ex mogli dal loro allevamento, perché così aveva deciso. Governava le sue figlie come un imprenditore, tirando i fili come un burattinaio.

Ilaria era scappata a ventiquattro anni, aveva incontrato me e aveva tagliato i contatti con il padre. Da allora non le permetteva di parlare con Ginevra, ma un giorno, alla porta di casa nostra, è comparsa Ginevra, la sorella maggiore, e Ilaria è rimasta sorpresa.

Che cosa è successo? ha chiesto subito, ma ha notato il pancione di Ginevra solo dopo.

Sono fuggita dal papà ha singhiozzato Ginevra, gettandosi tra le mie braccia. Era appena passata una settimana dal ritorno dalle strutture ospedaliere; Ilaria si era calmata, ma la sorpresa era enorme.

Cosa voleva fare? le ho chiesto.

Voleva voleva che io abortissi.

Dio, sei incinta! ho esclamato, guardando la sorella, incredulo. E da chi?

Non importa, Ilaria, non importa. È per amore. Lui è sposato, non vuole un figlio. Il padre mi ha detto di abortire o mi porterebbe di forza dal medico.

Ilaria ha pianto con lei. Ginevra era fragile, indifesa, una vera sorella. Non si erano viste da più di cinque anni, e Ginevra, dallo cigno brutto, era diventata un vero cigno. Il legame con il padre però le era ancora una catena, e Ilaria temeva che, dopo qualche giorno, Ginevra volesse tornare a casa. Non potevo permetterlo.

Io, Andrea, ho accolto la presenza di Ginevra senza protestare. Non mi oppongo mai alle decisioni di Ilaria; la amo troppo per contraddirla, e lei non usa mai il suo potere contro la nostra vita.

Una settimana dopo, Ginevra ha deciso di non sopportare più lassenza del padre.

Non ti lascerò andare! ho urlato, afferrando le sue mani. Vuoi che il padre ti faccia del male, a te e al bambino? Pensaci almeno al futuro figlio.

È troppo tardi per abortire, non può costringermi ha risposto con sicurezza. Nessun medico mi accetterà alla ventunesima settimana.

Ma i parti artificiali possono avere complicazioni! ho replicato. Non capirai nulla, ti metteranno qualcosa nel tè e finirai per partorire. Sai comè? No? Io lo so!

Le lacrime di Ilaria lhanno convinta. Ginevra è rimasta, ma continuava a rimpiangere il padre e a colpevolizzarsi.

Ginevra ha partorito a luglio e, subito dopo, ha iniziato a tornare a casa. Ilaria ha preso il neonato, lo ha avvicinato a sé:

Non ti permetterò di portare il figlio a quel bastardo! Vuoi che il padre cresca il suo figlio come un mostro? Se vuoi, vattene, non darò a Sergio.

Ginevra ha scrollato le spalle:

Va bene, è quello che voleva il padre, che torni senza il bambino. Tu sei solo un pezzo di carne per lui, prendi quel piccolo piagnisteo e tienilo.

Io sapevo che Ginevra soffriva di depressione postpartum. Con il tempo sarebbe tornata a chiedere il bambino. Io, però, adoravo tenere tra le braccia quel piccolo, sentire il suo odore, ascoltare il suo pianto.

Capisci che lui lo prenderà, ho detto a Ilaria con cautela, prima o poi Ginevra tornerà per il figlio.

Lo so ha risposto, ma dentro di lei il dolore la lacerava. Nei documenti Sergio, tre mesi, era suo solo di fatto, ma non cera alcuna garanzia che il padre comparisse.

Così è andata. Il padre ha chiamato Ilaria, urlando al telefono e minacciando di ucciderla, lei e il marito.

Se non mi ridarai il nipote, ti taglierò la testa, a te e al tuo uomo.

Ilaria ascoltava il padre, il freddo le invadeva il cuore, e aspettava con ansia larrivo dei genitori. Voleva scappare, prendere il bambino e correre via. Se non fosse stato per me, il marito pronto a difenderla a tutti i costi, lavrei fatto. Avevo paura di guardarlo negli occhi, ma il confronto non è avvenuto.

Invece, è avvenuta una tragedia: Ginevra e il padre sono stati coinvolti in un incidente stradale e sono morti sul colpo. Sergio è rimasto con Ilaria, che ha avviato la pratica per l’affido al nipote. Nessuno lottava più per lui, e io ho capito che quel bambino poteva essere la nostra ultima speranza. Io lacconsentivo, perché non cerano alternative.

Le pratiche burocratiche sono durate mesi; Ilaria ha dovuto correre tra uffici e sportelli. Sentiva la mancanza della sorella, provava persino una certa pietà per il padre, ma ora aveva un figlio, quasi suo, che assomigliava a Ginevra.

Tra le scartoffie, Ilaria ha dimenticato la visita di controllo al ginecologo. Il dottore lha richiamata, chiedendole:

Hai dei ritardi, per caso?

Sì, ma è colpa dello stress, sai.

Che stress! ha sbottato il medico. Hai fatto il test?

Ilaria ha scosso la testa.

Corri allecografia! ha ordinato il dottore.

Era la gravidanza che tutti aspettavamo. Non era solo una gravidanza: era già al dodicesimo settimana.

È la prima volta che porti un bambino così a lungo, ha commentato il medico, è un segno positivo. Rimani a riposo.

Che cosa! Ho già un bambino in braccio!

Hai un bambino dentro di te! E il marito è qui, prendersi cura di uno, mentre ne aspetti un altro. Guarda lo schermo! È sano, merita di vivere.

Ilaria ha accettato. Due mesi dopo è uscita dallospedale con la gravidanza salvata, certa che tutto sarebbe andato bene. Come sempre, io laspettavo fuori con un mazzo di rose, ma stavolta anche un passeggino. Dentro il passeggino cera Sergio, felice di vedere Ilaria, e io lho accarezzato, ho accarezzato il suo pancione e ho abbracciato mio maritoioe il piccolo. Dentro di me si agitava la bambina che doveva nascere fra qualche mese: lultimo, felice, ultimo tentativo, la realizzazione di un sogno e la speranza di un futuro migliore.

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L’ultima chanceIl protagonista corse verso la stazione, sapendo che quel treno poteva cambiare il suo destino.
Il marito se n’è andato con una donna più giovane, lasciando la moglie con debiti enormi. Un anno dopo, l’ha vista al volante di un’auto che valeva quanto la sua intera azienda.