Per Luna e Giacometto
Lo ricordavo come se fosse ieri, ma è passato tanto tempo ormai. Lo trovai, un pomeriggio destate, dietro langolo di un vecchio palazzo di Trastevere, a Roma. Correva tra i rifiuti del mercato delle pulci, alla ricerca di qualcosa da mangiare, quando incrociò un minuscolo gattino grigio, appena nato.
Il cucciolo strisciava sullasfalto, miagolava disperato. Un grosso cane sporco, magro e dal manto incerto tra rossiccio e grigio, lo osservava. La polvere aveva ricoperto il suo pelo così densa che il vero colore era quasi invisibile. Il cane esitò, e il piccolo
Il piccolo, vedendo il cane, emise un fischio e si avvicinò. Il cane ringhiò, ma il gattino non si spaventò.
Che diavolo? pensò il cane Non mi manca più nulla. Presto arriverà la sua madre. Non avvicinarti a me.
Cercò di allontanare il cucciolo con una zampa, ma lui non gli fece caso. Si aggrappò alla grande zampa sporca del cane con le sue minuscole zampe e artigli, fermandosi.
Va bene, pensò il cane aspetterò che la madre torni, poi potrò andare.
Il gattino si sistemò fra i rifiuti e si addormentò, trovando quiete. Anche il cane, dal colore indefinito, si sdraiò e cominciò ad attendere.
Lattesa fu lunga, anzi infinita. Il cane non vide mai comparire la gatta. Passò il giorno, arrivò la sera, e la gatta non tornò. La notte calò e il cane capì che non aveva più senso aspettare: qualcosa di terribile era accaduto alla sua padrona.
Il cucciolo si svegliò e iniziò a mordicchiare il ventre del cane, chiedendo cibo.
Un altro problema, pensò il cane Cosa farò? Non posso lasciarlo morire di fame qui.
Bene lo porterò al solito mucchio di rifiuti accanto al ristorante di Via dei Condotti. Lì si gettano avanzi gustosi, e in un grande contenitore cè unapertura laterale. È lì che si infilano per cercare cibo.
Lo nutrirò e lo lascerò lì. Non devo portarmelo via?
Afferrò il gattino per la nuca con i denti, si alzò e si avviò. Il percorso non era lungo. Lo lasciò tra i cespugli, così non sarebbe scappato, mentre lui scavava nei rifiuti.
Il cane si agitava, ascoltando il continuo pianto del gattino. Il piccolo chiamava la madre, cercandola.
Che guaio, sbuffò il cane, dove è la mamma?
Trovò alcune scatole di yogurt non ancora consumate. Tornò indietro, prese la massa dolce e calorica, ma non la mangiò. La spalmò sul muso del gattino, che la leccò e fece le fusa.
Perfetto, esultò il cane, così si è nutrito.
Poi il gattino si arrampicò sul muso caldo del cane, afferrandosi con gli artigli al pelo sporco, e si addormentò.
Bene, pensò il cane, aspetterò fino al mattino, lo accudirò, poi poi partirò.
Durante la notte il gattino si svegliava e piangeva; il cane lo leccava per calmarlo. Solo al sorgere del sole, il cane incrociò gli occhi del gattino grigio. Questo toccò il naso bagnato del cane e miagolò:
Mamma.
E il cane capì allimprovviso che non lavrebbe mai abbandonato.
Così fece. Iniziò a trovare cibo più morbido, o a masticare per la piccola creatura, e il cucciolo mangiava stringendosi a lui, accarezzando la coda della madre e dormendo al suo fianco. Il cane provava una strana pace, quasi come se avesse trovato casa e famiglia.
Mangiarono insieme, dormirono insieme. Il resto del tempo il cane giocava con il gattino, costringendolo a correre e saltare.
In queste occasioni bisogna insegnare al cucciolo le abilità della sopravvivenza, rifletteva Luna.
Durante lestate Giacometto crebbe, mentre Luna si assottigliò ancora. Lautunno arrivò, e le piogge incessanti resero difficile trovare rifugi asciutti e accoglienti. A volte il cane, stringendo il piccolo tra le zampe, lo copriva dal freddo e dallacqua. Tremava per il gelo, ma lo leccava per scaldarlo e nutrirlo.
Luna prese un raffreddore, tossiva, starnutiva. Il piccolo lo osservava preoccupato e chiedeva:
Mamma, mamma,Il cane, con occhi pieni di gratitudine, sussurrò al gattino: «Insieme, affronteremo ogni tempesta che il destino ci riserverà».







