Caro diario, non avevo mai visto Bruno così: nei suoi occhi ardeva il furore, le zanne luccicavano minacciose. Prima che potessi capire cosa stava accadendo, il cane si era già scagliato contro luomo che mi aveva afferrato il braccio, mi aveva buttata a terra e con un ringhio furioso torreggiava su di lui come unombra terrificante. Ripensando a quel momento, mi rendo conto di quanto sia stata fortunata ad avere amici così leali al mio fianco.
Quando ho compiuto sette anni, ho ricevuto la mia stanza spaziosa e luminosa. Eppure rifiutavo categoricamente di dormire lì da sola. Ogni sera uno dei miei genitori, ora la mamma ora il papà, si sdraiava accanto a me per aiutarmi ad addormentarmi. Se mi svegliavo di notte e non trovavo nessuno, prendevo il cuscino e la coperta e andavo nella loro camera. Né le suppliche né i discorsi educativi servivano: niente cambiava, anche se stavo crescendo. Mi sentivo così vulnerabile allora, come se la solitudine fosse unombra che non riuscivo a scacciare.
Finché un giorno la soluzione mi è arrivata inaspettata ai piedi, in forma di una palla bianca e soffice che prima ha abbaiato spaventata e poi ha lasciato una pozzanghera sotto di sé. Guardandola meglio, era un cucciolo adorabile, così dolce e commovente che ho esclamato subito: «Mamma, lo teniamo, per favore?». Sono iniziati i patti: studiare bene, tenere tutto in ordine, portare a spasso il cucciolo da sola e dormire nella mia stanza senza mamma e papà. Alle prime tre condizioni ho detto sì senza esitare, ma allultima ho vacillato, poi ho capito in fretta: «Ora non sarò più sola!». Ricordo ancora la gioia che ho provato in quel momento; mi sentivo meno sola, sapendo che avrei avuto un amico con cui condividere le notti.
Così Lalla è entrata in casa: secondo i documenti era una westie, ma per natura era una vera signora con un carattere forte. E, cosa sorprendente, ho mantenuto la parola. Con il suo arrivo ho iniziato a dormire nella mia stanza e il cane è diventato il mio compagno fedele, sia nei sogni che nelle piccole cose di ogni giorno.
Lalla era una vera bellezza: curata, consapevole del suo fascino, si muoveva come una dama. Ignorava quasi del tutto gli altri cani, ma con i bambini che volevano accarezzarla era paziente, persino condiscendente, come se accettasse i loro complimenti. Verso gli altri cani, invece, mostrava subito i denti e segnalava il disappunto con un guaito indignato. Ho pensato che forse aveva ragione listruttore, e che la nostra piccola famiglia era già perfetta così.
Per cambiare il suo modo di fare, io e la mamma ci siamo iscritte a una scuola per cani e per tre settimane abbiamo seguito le lezioni con impegno. Ma o listruttore non era molto esperto, o Lalla era troppo indipendente: alla fine non è cambiato nulla. La conclusione è stata: «Vi considera il suo branco. Non ha bisogno di nientaltro». Va bene così, noi tre stavamo bene insieme.
Per le passeggiate io e Lalla sceglievamo il terreno erboso abbandonato dietro casa. Un tempo cerano baracche, ormai demolite da tempo; restavano solo frammenti di fondamenta e alberi da frutto cresciuti allo stato selvatico. Un lato del lotto arrivava fino al quartiere con le vecchie case rurali che vivevano i loro ultimi anni. La maggior parte dei padroni preferiva il vicino parco per cani ben curato, ma noi amavamo quel cantuccio romantico, che emanava unaria di libertà e quiete.
Ed è proprio lì che Lalla ha incontrato il suo destino.
Quellestate ho compiuto quindici anni, Lalla otto. Ero già alta e snella, con lo sguardo sognante e il telefono in mano. Lalla invece si comportava con la risolutezza di una dama matura e sicura. Camminavamo insieme: io immersa nei pensieri, lei che fiutava lerba, quando allimprovviso è arrivato lattacco. Un cane enorme e irsuto si è gettato su di lei, somigliava a un pastore ma con il pelo più arruffato e unenergia che non finiva mai. Era allegro, grande, rumoroso: saltellava intorno a Lalla, la pungolava con il muso, la leccava e con il suo buonumore la elettrizzava. Lalla restava immobile, incerta su come gestire quel tipo sfacciato.
«Non aver paura, piccolina!» si è avvicinata una signora sui settantanni con un bastone. «È giocoso ma docile. Non ha mai morso nessuno!»
«Lo vedo» ho riso, accovacciandomi, mentre il batuffolo felice mi leccava la mano con entusiasmo e la coda sollevava la polvere intorno. «Da lui si può temere al massimo di essere leccati fino alla morte!»
«Sai, finora lho lasciata solo nel cortile, non lho mai portata fuori. Ieri è arrivato mio nipote, lui lha lasciata uscire ed è diventata così felice! Ho pensato di portarla anchio adesso. Ma non appena ha visto il tuo cagnolino, è corsa subito da lui.»
«E la mia non riesce a staccargli gli occhi di dosso. Credo si sia innamorata!»
«Questo è meraviglioso! In due la vita è più allegra. Lui si chiama Bruno. Io sono Maria Bianchi.»
Da quella sera Bruno è entrato nelle nostre passeggiate serali. A volte ci aspettava già sul terreno e, se tardava, Lalla lanciava un trillo squillante e un minuto dopo correva verso di noi. Giocavano correndo sullerba, si rotolavano nella polvere.
Io portavo la coperta, la stendevo allombra del melo e leggevo. Lalla e Bruno, dopo aver giocato, si sdraiavano vicino, musi che si toccavano. A volte si univa anche Maria Bianchi, portava qualche biscotto, sedeva sul bordo e raccontava. Mi piaceva ascoltarla; la donna viveva sola e suo figlio e nipote la vedevano raramente. Il cagnolino laveva ricevuto in regalo cinque anni prima, pensavano che restasse piccolo, ma era diventato un gigante. Quelle storie mi facevano riflettere sulla vita e su quanto sia importante non essere soli.
«Senza mio figlio non ce la farei. Nutrirlo solo con la pensione è una sfida» sospirava, mentre Bruno la guardava con adorazione.
A settembre le passeggiate si sono spostate alla sera. Un giorno eravamo appena usciti e Bruno non si vedeva. Allora un SUV nero è entrato rombando, con musica a tutto volume e tre giovani ubriachi. Due sono scesi e, barcollando, mi hanno circondata da entrambi i lati.
Sono arretrata sotto il melo, ho acceso il microfono del telefono e lho nascosto in tasca. Poi ho sussurrato a Lalla: «Chiama Bruno. Subito!» Speravo solo che sentisse.
Lalla ha abbaiato forte e profondo, chiamando aiuto. «Questo sì!» si è rallegrato uno dei ragazzi, guardandomi. «Bene che siamo venuti qui!» «Un bel cagnolino!» ha approvato laltro, ma Lalla ha ringhiato, alzato il muso e mostrato i denti.
«Perché stare qui?» ha detto il primo, afferrandomi il braccio. «Dai, facciamo un giro! Prometto che ti riporteremo intera» «O quasi» ha riso laltro, prendendomi laltro braccio.
«Ragazzi, questo non vi piacerà» ho detto con voce neutra, per guadagnare tempo. «Presto arriverà un altro cane. Sparite finché siete interi» «Cosa, un altro bastardo?» ha sogghignato uno, dando un calcio a Lalla e trascinandomi verso lauto. «Vieni, spero che sia divertente!» «Chissà, forse ci mangerà» ha riso laltro, schiaffeggiandomi la coscia. Ma il divertimento è finito presto: listante dopo uno è volato via come colpito da un ariete, Bruno gli è andato addosso con tutto il corpo.
Non avevo mai visto Bruno così: occhi che roteavano pieni di sangue, sguardo quasi folle, bocca aperta con schiuma che schizzava, denti sporgenti come se volesse mordere subito. Prima che potessi capire, Bruno si è lanciato contro chi mi teneva, lo ha spinto a terra con un ringhio furioso e torreggiava su di lui come una montagna a quattro zampe di rabbia. Laltro, nel panico, è strisciato verso il fuoristrada, ci è saltato dentro, ha sbattuto la portiera e ha schiacciato lacceleratore: lauto è sparita nel buio.
Ho preso il telefono, fermato la registrazione e chiamato la polizia. Il primo aggressore restava a terra sotto il cane infuriato, coperto di bava fino al collo, tremante di paura. I poliziotti arrivati hanno trovato proprio quella scena.
«Basta, Bruno, va bene» ho detto con calma, afferrando il collare. «Puah! Non soffocare con questa schifezza. Lascialo andare, che si asciughi i pantaloni.» Lo hanno preso sotto le ascelle e portato via; sulla sua gamba spiccavano macchie bagnate. Mentre chiamavo la polizia, il mio cuore era ancora in tumulto, ma la gratitudine verso Bruno mi riempiva lanima.
Continuando a tenere il cane, mi sono inginocchiata: con una mano ho accarezzato il muso ansimante di Bruno, con laltra ho abbracciato Lalla che tremava ancora e mi guardava piagnucolando, come se chiedesse: «Ora siamo al sicuro?». «Il tuo padrone diceva che non sai nemmeno ringhiare» mi sono chinata verso Bruno e ho aggiunto dolcemente: «Invece sì che sai Grazie, eroe mio!»
Le sere di ottobre si facevano più fredde. Una di quelle sono uscita di nuovo con Lalla sul terreno, ma Bruno non cera. Lalla abbaiava felice e forte, senza risposta. Quando siamo arrivate a casa di Maria Bianchi, cera unambulanza. Stavano portando fuori la nonna su una barella.
«Si è ammalata molto» ha spiegato la vicina. «Tossiva da giorni, riusciva appena a camminare. Oggi ho sentito Bruno ululare come un pazzo. Eppure è un cane silenzioso, non abbaia mai senza motivo. Sono corsa lì e lho trovata priva di sensi, con la febbre Ho chiamato lambulanza subito. Spero si rimetta!» «Starà bene. Domani andrò a trovarla» ho detto. Mi sono sentita impotente, ma determinata a fare il possibile per aiutare.
«Dio voglia Ma con il cane non so. Ho anchio un maschio, due così non vivrebbero insieme» «Lo portiamo noi. Cè poco spazio, ma parlerò con i miei genitori, non diranno di no.»
Quando Bruno è arrivato nella nuova casa, si è rallegrato della compagnia di Lalla, ma la tristezza non lha lasciato. Ogni volta che tornavo dallospedale, correva alla porta e mi guardava speranzoso, aspettando forse di sentire: «Andiamo, ti aspetta!». Le condizioni di Maria sono migliorate e un giorno le ho portato un tablet. Da allora Bruno ha potuto incontrarla con le videochiamate. Prima annusava lo schermo, poi scodinzolava, infine si sedeva davanti e guardava immobile. Maria rideva e accarezzava laria con il dito, come se gli carezzasse la testa. Per entrambi il cuore si è fatto più leggero.
Qualche giorno dopo è arrivato suo figlio. Mi ha chiesto tutto, ha ringraziato e ha detto: «Abbiamo deciso di prendere la mamma con noi. Non posso lasciarla sola. Però per Bruno non cè posto. Appartamento di tre camere, siamo in cinque ora con lei Semplicemente non cè spazio per un cane». «Non si preoccupi. È già con noi, i miei hanno acconsentito. Portate solo il tablet, così resta il collegamento. Sarà più allegro per Bruno e per la nonna»
Lautunno frusciava sotto le suole, rovesciava pioggia sul mondo e solleticava le finestre con il vento. Sul largo davanzale, avvolta in una coperta, sedevo io e guardavo verso il terreno. Accanto, sul pavimento, giacevano due cani con i musi che si toccavano. Mentre ero lì seduta, ho riflettuto su come la vita ci offra a volte amici inaspettati e come lamore e la lealtà possano superare ogni distanza. Una storia era finita. Ma in lontananza, oltre la pioggia e lorizzonte, ne iniziava una nuova. Una in cui cera posto per una casa, per il calore e per un ringhio fedele che diceva più di mille parole.Caro diario, non avevo mai visto Bruno così: nei suoi occhi ardeva il furore, le zanne luccicavano minacciose. Prima che potessi capire cosa stava accadendo, il cane si era già scagliato contro luomo che mi aveva afferrato il braccio, mi aveva buttata a terra e con un ringhio furioso torreggiava su di lui come unombra terrificante. Ripensando a quel momento, mi rendo conto di quanto sia stata fortunata ad avere amici così leali al mio fianco.
Quando ho compiuto sette anni, ho ricevuto la mia stanza spaziosa e luminosa. Eppure rifiutavo categoricamente di dormire lì da sola. Ogni sera uno dei miei genitori, ora la mamma ora il papà, si sdraiava accanto a me per aiutarmi ad addormentarmi. Se mi svegliavo di notte e non trovavo nessuno, prendevo il cuscino e la coperta e andavo nella loro camera. Né le suppliche né i discorsi educativi servivano: niente cambiava, anche se stavo crescendo. Mi sentivo così vulnerabile allora, come se la solitudine fosse unombra che non riuscivo a scacciare.
Finché un giorno la soluzione mi è arrivata inaspettata ai piedi, in forma di una palla bianca e soffice che prima ha abbaiato spaventata e poi ha lasciato una pozzanghera sotto di sé. Guardandola meglio, era un cucciolo adorabile, così dolce e commovente che ho esclamato subito: «Mamma, lo teniamo, per favore?». Sono iniziati i patti: studiare bene, tenere tutto in ordine, portare a spasso il cucciolo da sola e dormire nella mia stanza senza mamma e papà. Alle prime tre condizioni ho detto sì senza esitare, ma allultima ho vacillato, poi ho capito in fretta: «Ora non sarò più sola!». Ricordo ancora la gioia che ho provato in quel momento; mi sentivo meno sola, sapendo che avrei avuto un amico con cui condividere le notti.
Così Lalla è entrata in casa: secondo i documenti era una westie, ma per natura era una vera signora con un carattere forte. E, cosa sorprendente, ho mantenuto la parola. Con il suo arrivo ho iniziato a dormire nella mia stanza e il cane è diventato il mio compagno fedele, sia nei sogni che nelle piccole cose di ogni giorno.
Lalla era una vera bellezza: curata, consapevole del suo fascino, si muoveva come una dama. Ignorava quasi del tutto gli altri cani, ma con i bambini che volevano accarezzarla era paziente, persino condiscendente, come se accettasse i loro complimenti. Verso gli altri cani, invece, mostrava subito i denti e segnalava il disappunto con un guaito indignato. Ho pensato che forse aveva ragione listruttore, e che la nostra piccola famiglia era già perfetta così.
Per cambiare il suo modo di fare, io e la mamma ci siamo iscritte a una scuola per cani e per tre settimane abbiamo seguito le lezioni con impegno. Ma o listruttore non era molto esperto, o Lalla era troppo indipendente: alla fine non è cambiato nulla. La conclusione è stata: «Vi considera il suo branco. Non ha bisogno di nientaltro». Va bene così, noi tre stavamo bene insieme.
Per le passeggiate io e Lalla sceglievamo il terreno erboso abbandonato dietro casa. Un tempo cerano baracche, ormai demolite da tempo; restavano solo frammenti di fondamenta e alberi da frutto cresciuti allo stato selvatico. Un lato del lotto arrivava fino al quartiere con le vecchie case rurali che vivevano i loro ultimi anni. La maggior parte dei padroni preferiva il vicino parco per cani ben curato, ma noi amavamo quel cantuccio romantico, che emanava unaria di libertà e quiete.
Ed è proprio lì che Lalla ha incontrato il suo destino.
Quellestate ho compiuto quindici anni, Lalla otto. Ero già alta e snella, con lo sguardo sognante e il telefono in mano. Lalla invece si comportava con la risolutezza di una dama matura e sicura. Camminavamo insieme: io immersa nei pensieri, lei che fiutava lerba, quando allimprovviso è arrivato lattacco. Un cane enorme e irsuto si è gettato su di lei, somigliava a un pastore ma con il pelo più arruffato e unenergia che non finiva mai. Era allegro, grande, rumoroso: saltellava intorno a Lalla, la pungolava con il muso, la leccava e con il suo buonumore la elettrizzava. Lalla restava immobile, incerta su come gestire quel tipo sfacciato.
«Non aver paura, piccolina!» si è avvicinata una signora sui settantanni con un bastone. «È giocoso ma docile. Non ha mai morso nessuno!»
«Lo vedo» ho riso, accovacciandomi, mentre il batuffolo felice mi leccava la mano con entusiasmo e la coda sollevava la polvere intorno. «Da lui si può temere al massimo di essere leccati fino alla morte!»
«Sai, finora lho lasciata solo nel cortile, non lho mai portata fuori. Ieri è arrivato mio nipote, lui lha lasciata uscire ed è diventata così felice! Ho pensato di portarla anchio adesso. Ma non appena ha visto il tuo cagnolino, è corsa subito da lui.»
«E la mia non riesce a staccargli gli occhi di dosso. Credo si sia innamorata!»
«Questo è meraviglioso! In due la vita è più allegra. Lui si chiama Bruno. Io sono Maria Bianchi.»
Da quella sera Bruno è entrato nelle nostre passeggiate serali. A volte ci aspettava già sul terreno e, se tardava, Lalla lanciava un trillo squillante e un minuto dopo correva verso di noi. Giocavano correndo sullerba, si rotolavano nella polvere.
Io portavo la coperta, la stendevo allombra del melo e leggevo. Lalla e Bruno, dopo aver giocato, si sdraiavano vicino, musi che si toccavano. A volte si univa anche Maria Bianchi, portava qualche biscotto, sedeva sul bordo e raccontava. Mi piaceva ascoltarla; la donna viveva sola e suo figlio e nipote la vedevano raramente. Il cagnolino laveva ricevuto in regalo cinque anni prima, pensavano che restasse piccolo, ma era diventato un gigante. Quelle storie mi facevano riflettere sulla vita e su quanto sia importante non essere soli.
«Senza mio figlio non ce la farei. Nutrirlo solo con la pensione è una sfida» sospirava, mentre Bruno la guardava con adorazione.
A settembre le passeggiate si sono spostate alla sera. Un giorno eravamo appena usciti e Bruno non si vedeva. Allora un SUV nero è entrato rombando, con musica a tutto volume e tre giovani ubriachi. Due sono scesi e, barcollando, mi hanno circondata da entrambi i lati.
Sono arretrata sotto il melo, ho acceso il microfono del telefono e lho nascosto in tasca. Poi ho sussurrato a Lalla: «Chiama Bruno. Subito!» Speravo solo che sentisse.
Lalla ha abbaiato forte e profondo, chiamando aiuto. «Questo sì!» si è rallegrato uno dei ragazzi, guardandomi. «Bene che siamo venuti qui!» «Un bel cagnolino!» ha approvato laltro, ma Lalla ha ringhiato, alzato il muso e mostrato i denti.
«Perché stare qui?» ha detto il primo, afferrandomi il braccio. «Dai, facciamo un giro! Prometto che ti riporteremo intera» «O quasi» ha riso laltro, prendendomi laltro braccio.
«Ragazzi, questo non vi piacerà» ho detto con voce neutra, per guadagnare tempo. «Presto arriverà un altro cane. Sparite finché siete interi» «Cosa, un altro bastardo?» ha sogghignato uno, dando un calcio a Lalla e trascinandomi verso lauto. «Vieni, spero che sia divertente!» «Chissà, forse ci mangerà» ha riso laltro, schiaffeggiandomi la coscia. Ma il divertimento è finito presto: listante dopo uno è volato via come colpito da un ariete, Bruno gli è andato addosso con tutto il corpo.
Non avevo mai visto Bruno così: occhi che roteavano pieni di sangue, sguardo quasi folle, bocca aperta con schiuma che schizzava, denti sporgenti come se volesse mordere subito. Prima che potessi capire, Bruno si è lanciato contro chi mi teneva, lo ha spinto a terra con un ringhio furioso e torreggiava su di lui come una montagna a quattro zampe di rabbia. Laltro, nel panico, è strisciato verso il fuoristrada, ci è saltato dentro, ha sbattuto la portiera e ha schiacciato lacceleratore: lauto è sparita nel buio.
Ho preso il telefono, fermato la registrazione e chiamato la polizia. Il primo aggressore restava a terra sotto il cane infuriato, coperto di bava fino al collo, tremante di paura. I poliziotti arrivati hanno trovato proprio quella scena.
«Basta, Bruno, va bene» ho detto con calma, afferrando il collare. «Puah! Non soffocare con questa schifezza. Lascialo andare, che si asciughi i pantaloni.» Lo hanno preso sotto le ascelle e portato via; sulla sua gamba spiccavano macchie bagnate. Mentre chiamavo la polizia, il mio cuore era ancora in tumulto, ma la gratitudine verso Bruno mi riempiva lanima.
Continuando a tenere il cane, mi sono inginocchiata: con una mano ho accarezzato il muso ansimante di Bruno, con laltra ho abbracciato Lalla che tremava ancora e mi guardava piagnucolando, come se chiedesse: «Ora siamo al sicuro?». «Il tuo padrone diceva che non sai nemmeno ringhiare» mi sono chinata verso Bruno e ho aggiunto dolcemente: «Invece sì che sai Grazie, eroe mio!»
Le sere di ottobre si facevano più fredde. Una di quelle sono uscita di nuovo con Lalla sul terreno, ma Bruno non cera. Lalla abbaiava felice e forte, senza risposta. Quando siamo arrivate a casa di Maria Bianchi, cera unambulanza. Stavano portando fuori la nonna su una barella.
«Si è ammalata molto» ha spiegato la vicina. «Tossiva da giorni, riusciva appena a camminare. Oggi ho sentito Bruno ululare come un pazzo. Eppure è un cane silenzioso, non abbaia mai senza motivo. Sono corsa lì e lho trovata priva di sensi, con la febbre Ho chiamato lambulanza subito. Spero si rimetta!» «Starà bene. Domani andrò a trovarla» ho detto. Mi sono sentita impotente, ma determinata a fare il possibile per aiutare.
«Dio voglia Ma con il cane non so. Ho anchio un maschio, due così non vivrebbero insieme» «Lo portiamo noi. Cè poco spazio, ma parlerò con i miei genitori, non diranno di no.»
Quando Bruno è arrivato nella nuova casa, si è rallegrato della compagnia di Lalla, ma la tristezza non lha lasciato. Ogni volta che tornavo dallospedale, correva alla porta e mi guardava speranzoso, aspettando forse di sentire: «Andiamo, ti aspetta!». Le condizioni di Maria sono migliorate e un giorno le ho portato un tablet. Da allora Bruno ha potuto incontrarla con le videochiamate. Prima annusava lo schermo, poi scodinzolava, infine si sedeva davanti e guardava immobile. Maria rideva e accarezzava laria con il dito, come se gli carezzasse la testa. Per entrambi il cuore si è fatto più leggero.
Qualche giorno dopo è arrivato suo figlio. Mi ha chiesto tutto, ha ringraziato e ha detto: «Abbiamo deciso di prendere la mamma con noi. Non posso lasciarla sola. Però per Bruno non cè posto. Appartamento di tre camere, siamo in cinque ora con lei Semplicemente non cè spazio per un cane». «Non si preoccupi. È già con noi, i miei hanno acconsentito. Portate solo il tablet, così resta il collegamento. Sarà più allegro per Bruno e per la nonna»
Lautunno frusciava sotto le suole, rovesciava pioggia sul mondo e solleticava le finestre con il vento. Sul largo davanzale, avvolta in una coperta, sedevo io e guardavo verso il terreno. Accanto, sul pavimento, giacevano due cani con i musi che si toccavano. Mentre ero lì seduta, ho riflettuto su come la vita ci offra a volte amici inaspettati e come lamore e la lealtà possano superare ogni distanza. Una storia era finita. Ma in lontananza, oltre la pioggia e lorizzonte, ne iniziava una nuova. Una in cui cera posto per una casa, per il calore e per un ringhio fedele che diceva più di mille parole.






