Non è più comoda

Non più comoda

Giulia, la cena dovè? la voce di Marco arrivò dal corridoio prima ancora che la porta si chiudesse dietro di lui.

Giulia era ai fornelli, stava mescolando il minestrone. Sentiva come lui si toglieva le scarpe, buttava le chiavi sulla credenza, sospirava gravemente, come se avesse trascinato sul groppone il mondo intero tutto il giorno.

Sul fuoco, rispose lei, calma.

Lui entrò in cucina, guardò la pentola, poi la tavola, poi lei.

Perché non è già apparecchiato?

Perché tu sei appena arrivato.

Marco si sedette, slacciò il primo bottone della camicia e si sfregò la fronte. Aveva quarantanove anni. Le tempie ormai quasi bianche, ma la schiena sempre dritta di chi sta sulle sue, e la fissava come se dovesse indovinare allistante ogni suo movimento.

Sono stanco, Giulia. Solo apparecchia, per favore.

Giulia gli mise davanti il piatto, prese il pane, versò lacqua. Si sedette di fronte. Lui mangiava senza guardarla, scorrendo qualcosa sul telefono. Lei osservava le sue mani, il modo in cui teneva il cucchiaio, la piccola cicatrice sopra il sopracciglio che lui si fece a trentanni, quando cadde al mare. Quella cicatrice la conosceva da venticinque anni.

Marco, disse lei.

Mh.

Venerdì al Teatro della Scala cè una nuova messa in scena di Tre sorelle. Vorrei andare.

Lui alzò lo sguardo. Non stupito, più che altro come a valutare se la questione lo sfiorasse.

E quindi?

Voglio prendere il biglietto. Uno. Per me.

Davvero? posò il telefono.

Davvero.

Giulia, è venerdì. Sai che viene il compagno di Luca, Paolo? Lho invitato a cena.

Non mi avevi avvertita.

Te lo dico ora.

Giulia sentì una fitta bruciante sotto le costole. Non era rabbia, non ancora, ma la cosa che la precede e che in venticinque anni aveva imparato a non nominare.

Marco, hai invitato ospiti senza chiedermi nulla. Io voglio andare a teatro e ti sto avvisando. Differenze?

Nessuna differenza. Sei a casa, cucinerai tu. Che cè da discutere?

E se non ne ho voglia?

Lui la guardò a lungo. Come si guarda uno che ha detto qualcosa di improvvisamente stupido.

Giulia, non ricominciare.

Non sto ricominciando, Marco. Sto finendo.

Era una frase strana, neanche lei sapeva bene cosa intendesse mentre la diceva. Ma Marco, evidentemente, qualcosa intuì, perché si rabbuiò ancora di più.

Finendo cosa?

Voglio dire che prenderò il biglietto per il teatro. E la cena per Paolo la preparerai tu. O la ordinerai.

Rimase zitto alcuni secondi. Poi spostò il piatto.

Tutto a posto, tu?

Sì. Per la prima volta dopo tanto tempo.

Si alzò, risciacquò la sua tazza e uscì dalla cucina. Il cuore le andava forte ma si costrinse a camminare senza fretta, senza voltarsi. Arrivata in camera da letto chiuse la porta e si appoggiò con la schiena. Oltre la porta, silenzio. Poi sentì che lui riprendeva il telefono. Il rumore della chiamata. Voce, bassa, infastidita.

Non ascoltò.

Giulia Bianchi aveva quarantasei anni. Altezza media, fisico di quelli che si definiscono in carne, anche se per lei era semplicemente normale. Capelli scuri con i primi fili bianchi che ancora tingeva mani abituate al lavoro, e gli occhi. Color nocciola, un po stanchi, ma quando rideva si accendeva dentro qualcosa che notavano tutti, escluso il marito.

Si erano sposati quando lei aveva ventanni. Lui di tre anni più grande, già lavorava, le sembrava un adulto affidabile. Sua madre aveva detto allora: Hai scelto bene, Giulia. Un uomo concreto. Concreto, sì. Marco sapeva sempre tutto meglio di lei. Dove andare in vacanza, quale scuola scegliere per i figli, se lei dovesse lavorare dopo la maternità o restare a casa. In realtà Giulia lavorava, allufficio contabile di unimpresa edile, ma di fatto il suo lavoro era lo sfondo e quello di Marco la scena.

Quando nacque Luca, lei aveva ventidue anni. Marta arrivò quattro anni dopo. Crebbero bene, ragazzi normali. Luca oggi vive a Torino, lavora nellinformatica; chiama la domenica. Marta, pure lei a Torino, sposata, con una bimba piccola; passa ogni due settimane come se le facesse un favore.

Cera anche la suocera.

Ersilia, la madre di Marco, visse fino a ottantuno anni. Gli ultimi tre quasi non si alzava più. Marco andava da lei nei fine settimana, restava una quarantina di minuti, guardava il telegiornale con lei. Giulia ci andava tre volte a settimana. Puliva, cucinava, faceva la spesa, le medicine, parlava con i dottori. Ersilia la chiamava Giulietta solo quando voleva qualcosa. Per il resto, silenziosa o lamentosa.

Tre mesi fa Ersilia se nè andata. Tranquilla, di notte, nel sonno. Giulia lo seppe la mattina, dalla vicina che le suonò il campanello. Fece tutto il necessario, telefonò a Marco. Lui arrivò due ore dopo. Appena entrato in casa della madre: Bisogna sistemare i documenti.

Non chiese mai come stesse lei.

Giulia ci pensò molto dopo. Non al fatto che lui non avesse chiesto era la norma ma al fatto che lei stessa, se glielavesse chiesto, non avrebbe saputo rispondere. Si sentiva solo vuoto, e un po stranita, come se fosse tutto finito in silenzio.

Dopo tutte le scartoffie passarono alcune settimane. La vita tornò nei soliti binari. Marco rientrava, cenava, guardava la televisione, ogni tanto chiamava Luca. Giulia cucinava, puliva, andava al lavoro. Solo che la sera, cominciò a sfogliare una vecchia rivista di modelli per cucito tenuta nel cassetto da un anno. Solo per sfogliarla.

Venti anni fa avrebbe voluto iscriversi ad un corso di sartoria. Trovò un annuncio, fece anche la chiamata. Marco disse allora: Giulia, ma che idea. E per cosa spendere quei soldi inutilmente? Non si iscrisse.

Ora aveva trovato un altro annuncio. Corso diverso, altro indirizzo, ma lo stesso sogno, appena un po impolverato. Centro ricreativo del quartiere, martedì e giovedì dalle sette alle nove di sera. Prezzo accessibile. Chiamò il mercoledì, si iscrisse, si sentiva quasi felice prima di raccontarlo a Marco.

La discussione sul teatro era avvenuta proprio quella sera, prima ancora di parlare del corso. Ma cominciò tutto dal teatro.

Il giorno dopo, uscendo per andare a lavoro, Marco era nel corridoio a fissarla.

Allora, davvero venerdì te ne vai?

Sì. Ho già il biglietto.

Giulia.

Marco, indossò il cappotto, prese la borsa. Paolo è un tuo amico. Lhai invitato tu; pensaci tu. In frigo ci sono pollo e patate. Basta un minimo.

Non capisco coshai.

Nulla. Ho solo voglia di andare a teatro.

È per tua madre, vero? Sei ancora scossa.

Questa fu una sorpresa. Non perché lui si fosse mostrato sensibile, ma perché tentava di spiegare il comportamento di lei con la sua logica: il lutto, il disorientamento, basta aspettare che passi.

No, disse. Non per mia madre. Per me stessa.

Uscì, chiuse la porta. Si fermò un attimo sulle scale, le gambe tremavano un po. Poi scese.

Quel venerdì fu davvero a teatro. Dodicesima fila, seduta al centro. Guardava la scena. Tre donne volevano andare a Milano. Il testo lo conosceva, ma ora lo sentiva fisicamente, tutto diverso. Soprattutto una frase: Bisogna lavorare, lavorare. Ci sembra di soffrire, ma è solo che non conosciamo la fatica.

Pensò: io la fatica la conosco. Solo che nessuno la conta come fatica vera.

Rientrò verso le dieci e mezza. In cucina, caos, stoviglie sporche nel lavandino. Marco in salotto davanti alla tv. Entrò, lui le lanciò uno sguardo, tornò allo schermo.

Comè stato?

Bello.

Paolo ha chiesto di te.

Spero tu abbia risposto qualcosa.

Ho detto che eri a casa di unamica.

Giulia passò in cucina, lavò i piatti, pulì il tavolo. Lo fece con calma, senza rabbia. Poi andò a dormire. Marco venne dopo, si stese voltandole la schiena. Lei ascoltava il suo respiro e pensava alle donne viste poco prima sul palcoscenico.

Il martedì seguente andò al corso.

Il centro ricreativo era un piano terra di un palazzo popolare subito dietro casa, dove in passato cera stato un negozio di alimentari. Ora un lungo tavolo, manichini, montagne di stoffe in un angolo, profumo di legno nuovo dalle mensole. Erano in otto. Cinque donne della sua età, una molto giovane, forse venticinque, e una donna oltre sessantanni, con la schiena eretta e laria di chi non vuole fare amicizia, ma imparare.

La maestra si chiamava Nina Ferri, bassa, scattante, con il metro al collo come un gioiello.

Oggi solo confidenza con gli strumenti, disse. Niente cucito. Prima bisogna sapere cosa si ha in mano.

Giulia prese una stoffa, la accarezzò. Cotone spesso, un po rigido. In quel semplice gesto sentì qualcosa di profondamente giusto.

Tornò a casa verso le dieci meno un quarto. Marco chiese:

E allora?

Mi è piaciuto.

Io non ne vedo il senso.

Per me cè. Ed è più che sufficiente.

Restò in silenzio, poi mormorò qualcosa tipo fai come vuoi e se ne andò in unaltra stanza. Giulia si fece un tè, prese il quaderno da disegno e abbozzò il modello appena insegnato da Nina Ferri. Solo per non dimenticare.

Le due settimane successive furono strane. Né brutte né buone. Marco quasi non le parlava, ma neppure per dispetto: i loro dialoghi scesero al minimo indispensabile, cena pronta, chiavi sul mobile, Luca ha chiamato. Giulia notò che in fondo questo cambiamento rispetto prima non era enorme: era lei, un tempo, a riempire la conversazione, a chiedere, raccontare, coinvolgere. Ora aveva smesso.

Non per dispetto. Ma perché la sera ora aveva qualcosaltro da fare. Se ne stava in camera a disegnare. Scoprì di avere una mano sicura sugli schizzi. Un giorno Nina Ferri si fermò sul suo disegno: Ha mai disegnato lei? chiese. Peccato. Ci sentì in quellappunto tanto rammarico ma anche incoraggiamento, che Giulia ne fu quasi commossa.

Peccato. Ventanni persi.

Ma preferì non pensarci troppo. Meglio ora che mai, pure se la frase non era sua, ma ci stava bene.

Sua amica Tamara la chiamò a fine ottobre.

Giuli, sei viva?

Viva.

Da te non sento più niente, iniziavo a preoccuparmi.

Sono al corso due volte a settimana, sono un po stanca. Ma una stanchezza buona.

Che corso?

Sartoria, Tama.

Pausa.

Ti sei iscritta? Lo dicevi già ai tempi, ricordi? Al bar, dieci anni fa.

Quindici forse. Mi sono iscritta.

E Marco?

Marco tace.

È un buon segno o no?

Giulia ci pensò.

Solo un segno.

Tamara rise forte, un riso vero, un po rauco ma libero: erano amiche da diciannove anni, dalluniversità, anche se poi Giulia lasciò per sposarsi e Tamara partì e tornò dopo otto anni divorziata, con un figlio e una nuova serenità sul volto. Ora faceva lamministratrice in una clinica privata, viveva sola, il figlio ventotto anni, autonomo da tempo.

Giuli, ma non hai paura?

Di cosa?

Così, di cambiare allimprovviso.

Tama, ho quarantasei anni. Non temo più nulla così fortemente da smettere di fare.

Non era del tutto vero. Aveva paura. Ma una paura nuova. Non il timore di prima, di ferire, di sbagliare, di dispiacere. Paura di passare altri ventanni così. E questa era una paura che serviva a qualcosa.

A novembre la faccenda si fece seria.

Marco tornò a casa un giovedì, quando lei era al corso. Giulia rientrò verso le nove e mezza e lo trovò in cucina, seduto con una bottiglia di acqua minerale e laria di chi ti aspetta apposta.

Dobbiamo parlare.

Dimmi, appese il giubbotto.

Non mi piace quello che sta succedendo.

Cosa intendi?

Sei cambiata. Sempre fuori, chiusa, non parli più.

Giulia si versò dellacqua, lo fissò.

Marco, vado al corso due volte a settimana. Non è sempre fuori.

E anche a teatro sei andata.

Una volta.

Sei cambiata, ripeté lui.

Sì, concordò lei.

Perché?

Perché ho capito che volevo qualcosa solo per me. E ci ho provato.

Lui si alzò, camminò in cucina. Era la sua abitudine, quando doveva dire cose importanti per sé.

Capisco che hai sofferto con mamma. È stato un peso. Tre anni tu te ne sei occupata, te ne sono grato.

Grato suonò staccato dal resto. Giulia lo fissò.

Mi sei grato?

Sì. So che non era facile.

Tre anni sono andata da lei tre volte a settimana, Marco. Non hai mai chiesto nemmeno una volta se ero stanca.

Pensavo che te la cavassi.

Me la cavavo. Non significa che non servisse almeno una frase.

Che frase?

Giulia ci pensò. Ma non trovò sintesi: troppi pensieri tutti insieme.

Non importa, disse. Cosa volevi dire?

Dicevo che hai bisogno di distrarti. Magari andiamo da qualche parte. Prendo una settimana: una spa?

Marco, io non voglio una spa. Voglio cucire.

Lui la guardò come se le avesse parlato in arabo.

Giuli, che te ne fai di questa sartoria? Hai il lavoro, uno stipendio sicuro. Perché?

Mi piace.

Ma qual è il senso?

Mi piace. E questo è il senso.

Lui non replicò. Andò in salotto. Giulia rimase in cucina, disegnando il colletto di un vestito. Linee sottilissime, quasi carezze.

La prima vera discussione fu a inizio dicembre.

Le aveva visto gli schizzi. Non apposta, ma il quaderno era sul tavolo, lui lo prese, sfogliò, guardò senza dire nulla, poi lo posò.

E questi che sono?

I miei modelli. Le cose che vorrei cucire.

Pensi di venderle?

Non ancora. Sto imparando.

Giuli, lì fate sul serio o passate il tempo a chiacchierare?

Tempo fa avrebbe riso impacciata o avrebbe lasciato correre. Ora no.

Facciamo sul serio. Nina Ferri dice che sono brava coi cartamodelli.

Nina Ferri.

La maestra.

Giulia, sei una donna adulta, hai un lavoro vero. Questi giochi sono roba per ragazzine.

Perché?

Bisogna essere concreti.

Io sono concreta. Ho quarantasei anni e finalmente faccio quello che ventanni fa volevo. Mi pare molto concreto.

Anche ventanni fa lo volevi e ti ho fermata. Forse sbagliando. Ma ora è diverso.

In che senso?

Come se stessi scappando dai problemi.

Giulia lo guardò a lungo. Poi si alzò.

Marco, il problema vero è che tu non riesci a vedermi come una persona. Vedi solo una funzione. Cucino, pulisco, lavoro, vado da tua madre, sto zitta. Se smetto di tacere, dici che ho un problema.

Esageri.

No.

Giulia.

No, Marco.

Lei si chiuse in camera. Lui non la seguì. Dal buio sentiva la sua voce al telefono, quasi di certo con Luca, tono regolare, nulla del litigio di poco prima. Pensò: è davvero così. Non finge proprio; non vede.

E questo era particolarmente triste.

Chiamò lei Luca dopo qualche giorno. Non per lamentarsi, solo perché le mancava.

Mamma, tutto ok?

Tutto bene. E tu?

Siamo in pieno rush al lavoro, scadenze folli.

Mangi decentemente?

Dai mamma… E papà?

È sempre uguale.

Silenzio.

Avete litigato?

Ci parliamo. Alterni.

Capisco, sospirò Luca. Mamma, resta forte.

Non sto resistendo. Sto vivendo.

Bene, nella sua voce cera qualcosa che non sapeva definire. Non preoccupazione. Più un sollievo.

Marta chiamò due giorni dopo, lei per prima. Strano, di solito era Giulia a fare il primo passo.

Mamma, papà ha detto che stai facendo un corso.

Sì, di sartoria.

Perché?

Giulia rise quasi, stessa domanda, voci diverse.

Perché voglio.

Ah, silenzio. Non capisco. Non hai già abbastanza da fare?

Ho di tutto da fare. Ho scelto proprio questo.

Papà è turbato.

Lo vedo.

Non puoi parlarci, magari più tranquillamente?

Giulia guardò il quaderno con lo schizzo di una giacca con scollo particolare, ancora da rifinire.

Marta, mi hai chiamata per farmi dire da papà la sua richiesta o perché volevi parlare tu?

Pausa.

Dai non metterla così.

Domando.

Lui si preoccupa.

Marta, ho quarantasei anni. Frequento un corso di cucito. Non è da convocare il consiglio di famiglia. Capisci?

Ancora una pausa, più lunga.

Capisco, disse lei piano. Poi, allimprovviso: Mamma, mi fai vedere quello che fai?

Gli schizzi?

In generale.

Vieni qui, ti faccio vedere.

Marta arrivò il sabato dopo, da sola. Giulia le mostrò il quaderno dei modelli, le spiegò i cartamodelli, fece vedere la prima cosa cucita: una borsa in lino, un po storta ma con cuciture perfette. Marta la rigirava tra le mani.

Lhai fatta tu?

Sì.

Brava.

Se va avanti, la prossima sarà migliore.

Marta la guardò con unespressione nuova. Non di sufficienza, come a chi pensa di saperne di più. Altro.

Mamma, lo volevi da tanto?

Ventanni.

Cosè che ti ha fermato?

Giulia non rispose subito. Poi: Tante cose.

Marta annuì. Poi chiese:

Ti piace?

Da impazzire.

Allora è giusto così.

Presero il tè. Una conversazione quieta, senza la tensione sottile che avevano sempre avuto. Al momento di andarsene, Marta strinse la madre in un abbraccio vero.

Mamma, sei forte.

Giulia rimase nel corridoio dopo che la figlia era uscita, pensando che non se laspettava. Non così.

Gennaio arrivò con i freddi e una nuova tensione in casa.

Marco tornava dal lavoro con quellaria da uomo che vuole solo qualcuno che ascolti la sua irritazione verso il mondo. Giulia era stata quella persona per tanti anni. Solo che ora si accorgeva di essere stanca, non per le lamentele, ma per la fatica di ascoltare sempre senza che lui mai chiedesse come fosse andata la sua giornata.

Una sera, semplicemente chiese:

Marco, sei curioso di sapere comè andata la mia giornata?

Lui la guardò sorpreso.

Raccontami.

Oggi abbiamo lavorato col jersey. È più difficile del cotone, tira, serve il piedino speciale. Ma sono riuscita a cucire una manica quasi perfetta.

Ah, bene, disse lui, riprendendo subito a parlare dei problemi con il suo collega.

Giulia lo fissava, pensando: non ascolta. Non è cattivo. Non lo sa fare, non vuole imparare.

A febbraio accadde qualcosa di inaspettato.

Tornò dal corso e vide che i suoi quaderni di modelli non erano sul tavolo dove li aveva lasciati, ma per terra. Uno aperto, le pagine sgualcite; un altro strappato, non tutto, solo alcune pagine, proprio quelle col modello della giacca, la gonna a pieghe e labito da sera studiato per tre settimane.

Li fissava.

Marco era in cucina, sentiva i rumori.

Entrò. Lui stava cenando. Mise le pagine sulla tavola.

Sei stato tu?

Lui guardò i fogli, poi lei.

Ho urtato per sbaglio. Sono caduti dal tavolo.

Le pagine non si staccano e si strappano da sole, disse lei, ferma.

Giulia, non fare tragedie.

Non sto facendo una tragedia. Chiedo.

Magari li ho mossi. La carta era sottile.

Giulia lo fissò. Lui non abbassò lo sguardo, ma nel volto aveva qualcosa di chi non si aspetta una lite da un momento allaltro. La provocazione in attesa di poterla accusare, di nuovo.

Non raccolse.

Prese le pagine, le rimise insieme. Tornò in camera, prese il telefono, chiamò Tamara.

Tama, posso venire da te?

Ora?

Sì.

Certo. Che succede?

Tutto bene. Ho solo bisogno di stare da te.

Vieni.

Giulia fece la valigia. Carta didentità, bancomat, poche cose. Ingresso, giubbotto. Marco uscì dalla cucina.

Dove vai?

Da Tamara.

Adesso? Sono le nove.

Lo so.

Giulia.

Marco, sto via qualche giorno. Mi serve.

Lui guardò la borsa tra le sue mani; lei.

Te ne vai per dei fogli?

Me ne vado perché mi serve una pausa.

Giulia, non fare scenate.

Nessuna scenata. Ti chiamo domani.

Apro la porta, esco. Si fermò sulle scale pochi secondi. Il cuore batteva rapido, ma non cera paura: era chiarezza. Come da bambino, quando capisci finalmente cosa raffigura un disegno.

A casa di Tamara rimasero in cucina fino alle due. Tamara con il tè, la sua presenza silenziosa.

Vuoi lasciarlo?

Non so, rispose Giulia sinceramente.

Cosa vuoi?

Voglio che capisca. Almeno provare.

Ma ne è capace?

Silenzio lungo.

Non lo so. Venticinque anni insieme e non lo so.

È onesto.

Tama, è tutto spaventoso.

Sì. Ma sono tre mesi che vivi cose da paura. E ci riesci.

Forse.

No forse. Lo vedo: sei diversa. Più viva.

Giulia guardò fuori dalla finestra scura. Nevica, fitta.

Sono stanca di essere comoda.

Basta allora, disse Tamara senza enfasi. È ora.

Il giorno dopo chiamò Luca. Non a lei, ma a Tamara, prese il numero da Marta.

Zia Tama, mamma è lì?

Qui.

Sta bene?

Meglio ora.

Dille che la chiamo stasera.

Chiamò. Conversazione breve. Luca disse: Mamma, fai bene. Ho sempre notato che non ci stavi bene. Solo, non lho mai detto. Lei chiese: Perché? Lui: Avevo paura di peggiorare. Non seppe cosa aggiungere.

Marco chiamò dopo due giorni. Voce cambiata, più bassa del solito.

Giulia, torni?

Non so ancora.

Voglio parlare.

Va bene. Vieni da Tamara.

Lì?

Sì.

Pausa.

Va bene. Quando?

Stasera verso le sette.

Alle sei e cinquantacinque suonò. Tamara lo fece accomodare, mise il tè, si ritirò in soggiorno a leggere. Rimasero da soli seduti luno di fronte allaltra. Marco con le mani giunte sul tavolo, laria disorientata, come non lo aveva mai visto.

Giulia, non avrei dovuto toccare le tue cose.

No, non avresti dovuto.

Mi ha dato fastidio quello che fai, il corso. Ho pensato che stessi andando via da me.

Marco, stavo andando verso di me. È diverso.

Io non so distinguere queste cose, ammise a voce bassa.

Lei lo guardò. Forse il momento più sincero in tanti anni.

Lo so.

Cosa vuoi da me?

Che tu chieda. Che non decida per me. Che le mie cose, il mio tempo, i miei progetti siano miei. E tu li rispetti.

Mi sembra ovvio.

No, Marco. Non lo è mai stato.

Abbassò la testa, poi la rialzò.

Non so come fare.

Si può imparare.

Mi aiuti?

Era una richiesta sobria, non dolce, semplicemente vera: la domanda di chi non ha risposte.

Ti aiuto, disse. Ma non faccio io per te. Ti cammino a fianco.

Bene, annuì. Torni?

Sì. Domani.

Non stasera?

No. Mi serve questa sera qui.

Non discusse.

Stettero ancora unora a bere il tè tutti e tre. Marco chiese a Tamara del lavoro, lei rispose, lui ascoltò. Giulia lo osservava; lui seduto così composto, forse un po smarrito. Quarantanove anni. Anche lui stanco, ma di altro.

A casa cambiò qualcosa. Non il silenzio: era quello di sempre. Era una cautela nuova. Due persone che hanno trovato un oggetto prezioso e fragile e non sanno se tenerlo o lasciarlo dovè.

Marzo portò i primi tepori e i primi indizi di cambiamento.

Per la prima volta Marco chiese del corso. Davvero chiese: La Ferri dice che vai bene? Giulia, colpita, rispose. Ascoltò. Non tanto, e poi passò ad altro, ma in modo diverso.

Giulia cominciò il primo serio progetto: una camicetta di raso color latte, con una piccola piega sulla spalla. Difficile, il raso scivolava, serviva mano ferma. Nina Ferri spiegò molto, e anche una giovane del corso, Viola, bravissima nei dettagli, aiutò.

Viola chiese un giorno:

Ma tu lavori?

Sì, contabilità.

Il cucito lo vedi come hobby o altro?

Giulia non aveva pronta la risposta.

Non so ancora. Mi piacerebbe farlo diventare qualcosa di serio.

Tipo atelier?

Magari. Vedremo.

Hai buone mani, disse Viola. E occhio. È limportante.

Sul bus di ritorno pensava allatelier. Piccolo. Magari vicino casa. Fare abiti per sé e per chi li cerca. Lontano, ma possibile.

A casa disse a Marco:

Sto pensando di aprire qualcosa di mio.

Lui alzò lo sguardo dallo smartphone.

Cosa?

Un piccolo laboratorio di cucito. Non ora, più avanti. Quando sarò pronta.

Silenzio.

Giuli, fai sul serio?

Ci penso.

Sono soldi, affitto, fatica.

Lo so. Non ho deciso nulla. Te ne parlo.

Perché? Hai già un lavoro.

Marco, disse ferma, non dura. Ti avviso, non sto chiedendo il permesso. Daccordo?

Lui la fissò. Qualcosa nei suoi occhi cambiò, per un istante.

Va bene, disse.

Poco, ma era qualcosa.

Aprile fu pieno di piccole vittorie. Finì la camicetta. Nina Ferri la guardò, toccò le cuciture. Bel lavoro, disse. Nulla più, ma bastava. Giulia la indossò la sera. Andò allo specchio, si osservò.

Marco entrò in camera, vide, si fermò.

Lhai fatta tu?

Sì.

Davvero?

Si.

Guardò.

È bella.

Era una parola che non le diceva da forse quindici anni. O, almeno, non così.

Grazie, rispose.

Ci hai messo tanto?

Tre settimane.

Difficile?

Il raso scivola. Però ce lho fatta.

Sì, annuì. Si vede.

Serano ritrovati lì, un po stranieri, come due che si incontrano per caso nello stesso posto e si accorgono che non è poi così stretto.

Maggio, Tamara la invitò alla mostra di tessuti nel centro culturale. Guardò le opere, parlò con altre artigiane. Una di loro, Rita, aveva aperto una piccola sartoria in casa.

Allinizio fa paura, disse Rita. Però pensi: che può succedere? Va o non va, in ogni caso ci hai provato.

Non si pente?

Mai.

Giulia osservava i capi: essenziali, precisi, bei colori.

Come si inizia?

Dal primo cliente, sorrise Rita.

A giugno il primo cliente arrivò davvero. Anzi una cliente. La vicina signora Lucia chiese di stringerle un abito, per la festa di compleanno della figlia. Giulia accettò, lo fece bene, Lucia contenta. Poi lo disse a unamica; arrivò unaltra richiesta.

Come diceva Rita: dal primo cliente.

Lestate scivolò via tranquilla. Qualche attrito; lei e Marco ogni tanto urtavano vecchi angoli affilati. Lui ogni tanto parlava con quei toni che lei prima sopportava in silenzio. Ora non più: lo fissava, lui taceva. Non subito, ma sì.

Una sera, lui disse:

Giuli, sei cambiata.

Sì.

Prima non mi interrompevi mai.

No.

È meglio o peggio?

Lei ci pensò.

Per me meglio. Per te forse insolito.

Insolito, ammise lui.

Ti ci abituerai.

E se no?

Lei lo guardò seria.

Ci penseremo insieme.

Lui non replicò. Non tornò più sullargomento.

In agosto prese le ferie per due settimane tutte dedicate al cucito. Fece quattro capi, tra cui un cappotto di lana venduto poi tramite un annuncio locale. Furono i primi soldi veri dal cucito. Non tanti, ma veri.

Lo disse a Marco.

Lhai venduto?

Sì.

Quanto?

Gli diede la cifra.

Bene, disse lui. Poi, quasi in imbarazzo: Posso vedere il prossimo?

Cosa?

Quello che farai.

Perché?

Mi incuriosisce.

Lei ci pensò. Poi tirò fuori il quaderno dei nuovi schizzi. Lui li sfogliò piano.

Questo, indicò una pagina. È un cappotto?

No, una giacca.

Strana.

Sì, ho sperimentato col bavero.

Mi piace, disse lui. Poi, timido: Sei brava. Davvero.

Giulia lo fissò. Quarantanove anni. Tempie bianche. La cicatrice. Lo conosceva da venticinque e solo ora vedeva in lui qualcosa di nuovo, quello smarrimento di chi non sa come si fa ma, forse, vorrebbe imparare almeno qualcosa.

Grazie, disse.

In autunno prese seriamente lidea dello studio. Parlò con Rita, con Tamara, con Viola. Fece i conti, visitò dei locali da affittare, annotò loccorrente. Era fattibile. Magari non subito, ma lanno dopo sì.

Raccontò tutto chiaramente a Marco. Lui ascoltava, poneva domande pratiche il Marco analitico, competente, utile.

Ecco, qui rischi, indicò sui calcoli. I primi tre mesi se non arriva nessuna, sei in perdita.

Lo so. Per ora non lascio il lavoro. Andrò avanti così finché non parte.

Logico, annuì. Un capitale iniziale ce lhai?

Quasi.

Se manca qualcosa, dimmelo. Posso aggiungere io.

Lei lo fissò.

Marco.

Che cè?

Tu adesso hai offerto aiuto.

E allora? fece spallucce. Se funziona e vuoi provarci, perché no.

Giulia non rispose. Ma dentro di sé segnò questo punto, come una spunta su qualcosa di importante.

Linverno volò via, tra lavoro e cucito. Accumulò clienti abituali, il passaparola funzionava nel quartiere. Lavorava a casa, in camera, ormai adibita a laboratorio. Marco non si lamentava mai. Una volta le portò pure il caffè mentre era alla macchina da cucire.

Non ti stanchi?

No.

Per ore?

No. Anzi.

Restò lì a guardarla qualche minuto. Poi silenzioso se ne andò.

A marzo dellanno dopo trovò il locale adatto. Piccolo, ventiquattro metri quadri, piano terra a due isolati da casa. Ex-parrucchiera, luce naturale, due grandi vetrine. La proprietaria, la signora Rosa, era una pensionata piacevole e affittava a poco, stanca di lasciarlo vuoto.

Cosa ci fate? chiese Rosa.

Un laboratorio di sartoria.

Bello. Qui manca proprio. Andrà bene.

Giulia firmò il contratto. Le mani che tremavano. Non per paura, ma per realtà.

Chiamò Tamara. Tamara urlava gioia nel telefono.

Chiamò Luca. Mamma, vengo ad aiutare coi lavori. Arrivò ad aprile, lui e Marco insieme a tinteggiare. Conversazioni brevi ma serene, e sulla faccia di Marco Giulia vide unespressione nuova: qualcosa di simile allorgoglio. Un orgoglio che doveva essere in fondo più suo che di Marco.

Lo studio lo aprirono a maggio. Niente festa, solo lei che apre, mette la macchina da cucire, sistema gli attrezzi. Il primo giorno tre clienti: Lucia, lamica e una sconosciuta attratta dallinsegna.

Giulia tornava a piedi la sera, passando per le solite strade, i negozi dove comprava da ventanni. Il cielo di maggio, chiaro a lungo.

Pensava che niente era finito e niente era davvero nuovo. Era solo tutto diverso. E sua scelta.

Il tempo passò ancora. Estate, autunno, un altro inverno.

Lo studio funzionava. I primi sei mesi incerto, poi meglio. Assunse una ragazza, Maria, giovane e precisa. A volte prendeva abiti importanti vestiti da sposa, abiti eleganti ore e ore, ma le piaceva la sfida.

Nina Ferri venne a vederlo una volta.

Ben fatto, disse subito. E quelle parole furono la migliore recensione.

Con Marco era tutto leggermente diverso. Non peggio, non entusiasmante, ma vero. Avevano imparato a parlare. Non sempre bene, ogni tanto inciampavano tra vecchie abitudini, ma parlavano. A volte chiedeva dei lavori, lei rispondeva, a volte usciva goffamente, lei glielo faceva notare e lui, magari in silenzio, correggeva.

Era lento. Non era rivoluzione. Ma qualcosa sì.

Marta veniva allo studio con la figlia. Tre anni, curiosa, toccava tutto. Giulia le dava i ritagli di stoffa, la bambina felice.

Mamma, ti sta bene, disse un giorno Marta.

Cosa?

Questo.

Giulia guardò la figlia, poi la nipote che giocherellava coi bottoni.

Sai disse mi sa che mi è sempre stato bene. Solo che non lo sapevo.

Marta annuì. Poi sussurrò:

Ho paura di diventare come eri tu.

Giulia la guardò.

Comoda?

Sì. A volte guardo Dario e temo di abituarmi, invece di parlare.

Dillo sempre, consigliò Giulia. Tutte le volte. Non accumulare.

E se non ascolta?

Allora parlagli fino a farti ascoltare.

Marta rimase zitta.

Fa paura.

Paura sì, concordò Giulia. Ma non ti pentirai mai di aver parlato. Di non aver detto, quello sì.

E fu un altro inverno, il secondo dopo lapertura dello studio.

Giulia era davanti allo specchio nel camerino, quello messo per i clienti. Uno specchio grande, vero. Si scrutava.

Quarantotto anni. No, quasi quarantanove, tra due mesi. I capelli da questanno non tinti, le tempie argentate che le donavano. Le rughe intorno agli occhi, i segni delle risate che notava ogni giorno. Mani abituate, piccoli graffi. Corpo sempre lo stesso, normale.

Ma gli occhi.

Erano diversi. Non belli o giovani, ma cera qualcosa che due anni prima non cera: vitalità, una piccola fame. Come chi finalmente sa dove va.

Uscì dal camerino, tornò alla macchina da cucire, stava sistemando il cartamodello per una cliente anziana: cappotto in tweed verde scuro, con cintura. Maria si avvicinò e parlarono della stoffa.

Vibrò il telefono. Era Marco.

Sì?

Giuli, a che ora torni?

Tra due ore. Tutto bene?

Sì, ho messo il tè. Pensavo di berlo insieme.

Si fermò un istante. Maria fece finta di essere concentratissima sul modello.

Va bene, disse Giulia. Arrivo.

Ho comprato dei tortini. Quelli alle ciliegie ti piacciono.

Sì, grazie.

Allora ti aspetto.

Arrivo.

Posò il telefono. Maria sollevò lo sguardo.

Tutto a posto?

Sì, sorrise Giulia. Si continua.

Si chinò sul tracciato, segnò con il gesso, verificò le linee. La luce dello studio era perfetta, chiara, limpida, il tipo di luce che fa vedere ogni dettaglio. Fuori pioveva, lenta pioggia daprile. Dalla vetrina vedeva la strada bagnata e la gente coi ombrelli.

Da qualche parte a casa cera il bollitore sul fuoco. E le tortine alle ciliegie.

La vita non dà certezze. Non le ha mai date. Ma quella sera sarebbe tornata, avrebbe bevuto il tè con chi voleva. E domani avrebbe aperto lo studio. Ogni volta una sua scelta, solo sua. Nessun altro.

Prese le forbici e cominciò a tagliare.

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