Il Solista

Solista

Allora, ti racconto questa storia

Cera questo vecchio telefono, sai proprio quello col disco e la cornetta collegata da un filo a molla tutto arrotolato, con i numeri ormai quasi scomparsi e che una volta la nonna si era anche messa a riscrivere con il pennarello, tanto si erano consumati, con quel trillo insopportabile che ti faceva saltare ogni volta che squillava. Stava su una mensola allingresso, giusto dove tutti passavano per casa.

La signora Teresa Iacobini, pensa, era arrivata allepoca dei cellulari e della fibra ottica, ma niente, lei i cellulari li detestava ti fanno venire il tumore, diceva e pure coi cordless che il figlio Marco le aveva regalato qualche anno prima, niente da fare. Ce li aveva ancora imballati, povero Marco!

Mamma! Ma così puoi parlare ovunque in casa, senza fili, comodissimo! Guarda che design, sono color argento, li ho scelti apposta!, le faceva Marco, aprendo la scatola, tutto orgoglioso e lei niente.

Le cifre sono troppo piccole, tesoro, tienili tu che a Lella piace parlare al telefono, a me non servono. E poi la tua amica Giuseppa non chiama più, non chiama!, diceva stanca, stringendo le labbra.

Marco sospirava, esasperato. Eh, era diventato proprio difficile convincere la mamma a qualcosa; la tecnologia, i medici, a volte le partiva la pressione Un testone pure lei, co sta testardaggine tutta di famiglia!

Mamma, noi già li abbiamo i cordless. E Olly è tanto carina, la devi conoscere meglio! Presto ci sposiamo, che fai non la accetti? Ma poi, che vuol dire che sono piccole le cifre? Hanno pure la retroilluminazione, guarda qui, adesso ti faccio vedere

Era già pronto a installarle tutto, ma la mamma gli prese la mano, lo fermò dolcemente: Marco, su, siediti che si fredda tutto! Vieni a mangiare che cho fatto il pasticcio con carne, cipolla e uovo, come piace a te. Bello caldo, senti che profumino di pepe e aromi! La crosticina che sembra respirare Dai, vieni!

Te lo giuro, la signora Teresa era fissata con la bella tavola: voleva la torta sul piatto di porcellana, la paletta apposta, i piattini intonati. E il marito, il caro Pietro, non ci faceva mai una piega: Terè, basta co ste cerimonie, metti giù la roba che mangiamo!, ma con lacquolina in bocca già gli affondava il coltello, non tanto elegante, nella sacra torta di casa.

Guarda che rompi tutto! Lascia stare!, la fermava lei, perché aveva fatto la treccia coi bordi dellimpasto e spennellato tutto di uovo, e nel centro cera pure il buco col brodino: segno che la carne del macellaio era buona, altroché! Un pasticcio così lo vedevi forse solo da Gattullo o nei bei tempi in Corso Buenos Aires, ma lì era sempre troppo salato, diceva Teresa.

La Teresa Iacobini aveva passato la vita a lavorare nientemeno che al Teatro alla Scala, in biglietteria però, e si occupava dei reclami. Adesso la pensione, ma ogni tanto, col vecchio telefono e le chiacchiere su Giuseppa, si perdeva nei ricordi

Era proprio alla Scala che aveva incontrato il leggendario Riccardo Rostei, primo ballerino e cocco di tante, sempre gentile, un vero talento. Chissà, forse è da lui che nasce tutta questa sua mania della bella presentazione.

Riccardo lei laveva visto solo da lontano o sulle foto dellatrio: la sua macchina parcheggiata sempre nel posto migliore, il camerino pieno di mandarini profumati, ne andava ghiotto e li facevano arrivare apposta dalla Calabria o dalla Sicilia. Niente moglie, a casa lo aspettava solo la sua bassotta spagnola, dettorla Pongo.

Pongo, la bassotta, era geniale: sapeva sempre che umore aveva il padrone, lo aspettava in ingresso scodinzolando e sorridendo di traverso. Però guai ad avvicinarsi subito a Riccardo quando tornava! Dopo uno spettacolo era sfatto ballava finché non aveva più fiato e solo dopo doccia, tisana, yoga sul tappetino bello morbido, si calmava un po. Pongo lo osservava con la testa inclinata: durante le cantilene faceva pure un verso triste, quasi si mettesse a piangere dalla malinconia

Poi arrivava la cena. A volte a casa sua cera sempre qualche signorina così le chiamava Pongo. Loro ridevano e la buttavano fuori dalla camera del padrone; lei borbottava, faceva rumore con le unghie sul parquet e se ne andava sul divanetto.

Tutto è cambiato in un giorno grigio dottobre, quando dal parco davanti casa arrivava nebbia fitta, come latte che allaga il pavimento Riccardo, stavolta, si era alzato a fatica: la sveglia suonava a tutto volume.

Quel giorno arrivò in ritardo alle prove ma lui poteva, se no crollava tutto il balletto. Bastava il suo sguardo e tutti tremavano, specie le ballerine.

Lunico che non lo adorava era il maestro di ballo, Danilo Ferrari. Quella mattina Riccardo arrivò trafelato e fu sgridato in pubblico. Ricky, ricorda: qui nessuno è indispensabile! Ogni primo solista ha gambe e braccia buone, il talento non manca. Fai attenzione, la prossima volta ti sostituisco. Diceva calmo, ma le mani gli tremavano. Teresa, da un angolo in punta di piedi, notò tutto.

Danilo sparì dietro una porta di legno massiccio con la maniglia dorata e Riccardo restò un po lì a metà tra una risata e un lamento. Proprio in quel momento Teresa fece cadere la borsa: ecco che rotolano il rossetto, due penne (rossa e blu) e il boccettino del profumo; saltano fuori confetti, blocchetti per la spesa, forcine e insomma, tutto il tipico contenuto da borsa da donna.

Uh, mi scusi, sussurrò Teresa, imbarazzata.

Stava per aggiungere che non aveva sentito nulla e che avrebbe dimenticato tutto, ma Riccardo, gentilissimo, si mise ad aiutarla a raccogliere tutto, sorridendo. Profumava un po dacqua di colonia e un po di fumo; dita lunghe e affusolate, viso magro, naso dritto e occhi castani scurissimi. Caspita che occhi!, pensò Teresa sfuggitamente.

Fra una parola, una risata, lui le fece un sacco di complimenti e le chiese il numero. Lei, un po rossa, glielo diede su un bigliettino, senza pensarci, dimenticandosi che aveva famiglia

Riccardo le promise che lavrebbe chiamata, sì, una sera, qualche volta. Sorrise così dolcemente che a Teresa nessuno aveva mai sorriso così. Suo marito Pietro era un uomo semplice: dopo il diploma aveva subito lavorato, fatto economia, proposto il matrimonio regalando un anellino con brillante messo via a fatica. E lui, ‘sto Pietro, nemmeno le faceva i complimenti; mormorava qualcosa al buio e poi russava. Insomma normale, ma Teresa per un attimo non si sentì affatto una donna qualunque!

E tutto questo proprio nellatrio della Scala! Nemmeno ci credeva che potesse succedere a lei, ascoltava con gli occhi sbarrati e sorrideva come una ragazzina. Poi Riccardo le restituì la borsa e se ne andò col suo prezioso biglietto.

Teresa, tornata coi piedi per terra, si rimproverò di tutto e temeva che magari chiamasse davvero, beccasse Pietro al telefono e chissà che casino! Pietro non era geloso ma chissà Teresa la adorava!

E pensa, lui aveva pure rifatto casa a sue spese, lavorato come un matto, messo i soldi da parte per quel brillante. E ora, figurati: il ballerino della Scala chiama a casa che si diranno? Ma Teresa non avrebbe mai tradito il marito, neanche ci pensava. Eppure, a tutte le donne capita di pensare che forse si poteva avere una storia diversa, più romantica. Ma alla fine: che cè di male nel parlare al telefono? Oh, mica sono una suora!

Dai, non succederà niente. Che vuoi che mi chieda uno come Riccardo Rostei? Come si fa un pas de chat? O come si controlla lincasso dei biglietti? Ma dai, pensava lei mescolando il caffè senza zucchero nella tazza vuota.

Teresa, tutto bene?, la sua capa, la signora Vera, le diede una pacca gentile.

Sì, figurati, solo un momento!. Teresa mise via la tazza, sfogliava qualche carta sul tavolo.

Allora, raccontami, comè da vicino? Dicono che Riccardo in realtà non sia bello che ne pensi?, chiese Vera, avvicinandosi confidenziale.

Ma chi? Lui? Ma per carità, fingeva di arrabbiarsi Teresa.

Oh, non fare la finta tonta. Dicono che fa perdere la testa a tutte. Una costumista nostra, la Daria, finì tra le sue braccia e…

E quindi?, chiese Teresa, sollevando gli occhi. Ma ti pare, Vera? Io ho una famiglia, un figlio. Nessuno mi trascina da nessuna parte! Devo lavorare, lasciami perdere.

Va bene, pesciolina, lavoro sia.

Vera si ricordava benissimo Riccardo: anni prima lui aveva corteggiato sua figlia Ludovica, mediocre ballerina ma era arrivata alla Scala. Veniva da loro a casa, la portava in giro; lei ci aveva pure fatto un figlio, lui non laveva voluto riconoscere, accusandola di averlo tradito. Vera aveva chiuso la questione con qualche migliaio di euro in cambio del silenzio, e la figlia ora stava bene in campagna con il bambino.

Quindi, Vera aveva un po’ di sorrisi per le avventure di Riccardo. Adesso che invecchia, gli piacciono le donne mature, pensava, e intanto si spruzzava un po di profumo per tirarsi su.

Intanto Teresa non riusciva a togliersi Riccardo dalla testa: dimenticava di pagare in mensa, si perdeva a fermata, dava un’occhiata distratta ai compiti di Marco, nemmeno arrabbiandosi per una nota sul diario. Tutte sciocchezze, quello che contava era il pensiero fisso a “quel” primo ballerino che le aveva detto che lavrebbe chiamata

E invece non chiamava mai. Teresa saltava ad ogni squillo, correva al telefono prima del figlio, rispondeva ma non era mai lui. Sdraiata a letto, ascoltando il ticchettio dellorologio in cucina e il russare di Pietro, pensava: Va bene, ma se chiama, io che gli dico? Di quanto era buono il pasticcio oggi? O che Marco va in colonia sportiva questa primavera? Ma che centra mai?! Meglio prepararsi un po sullargomento sì, domani vado in biblioteca a prendere un libro sul balletto!. Così fece e a casa inventò che dovevano alzare il livello culturale in ufficio. Marco aveva pietà di lei curva sul libro, Pietro rideva.

Pongo invece osservava Riccardo che trafficava con un foglietto, poi prendeva il telefono, componeva, ma poi riattaccava subito. Come diavolo si chiamava? Marinella? Silvia? Maledizione! Non si è nemmeno scritta il nome! Ah, ecco: Teresa! Proprio come nellOtello. Componeva il numero. Pongo si metteva vicino.

Pronto? Teresa? Sono Riccardo, non disturbo vero?, e faceva una risatina stridula.

Teresa, immobile nellingresso, quasi non respirava. Si era dimenticata delle polpette sui fornelli e del marito che stava per tornare, il figlio in palestra

Ma no, che disturbo, sono liberissima!, mentì. E lui: Allora possiamo vederci? Conosco un ristorantino verso la periferia, fanno carne di cinghiale, a te piace? O se vuoi la lepre. Rideva ancora.

Ma che ridacchia sempre?, pensava spaventata Teresa.

Va bene la lepre!, rispose quasi piangendo e gli diede il suo indirizzo. Che scema! Cuore che batteva forte, poggiò la padella con le polpette, lasciò scritto a Pietro che era uscita per una commissione e tirò fuori dallarmadio lunico vestito degno di una cena da ristorante.

Dopo venti minuti scese che sotto il suo portone cera già una grande macchina nera ad aspettarla. Anche Pietro la incrociò sulle scale: Sai, vado per lavoro, balbettò.

Se devi, devi. Tutto bene, Teresa?.

Sì sì, vai pure a cena, trovi tutto in tavola. E chiuse la porta, trascinando dentro la sua vita semplice da dieci classi e stipendio puntuale.

La lepre era veramente ottima. Riccardo le prese la mano, guardò la cicatrice di una vecchia ustione e le mani curate: Sei così autentica, Teresa. Amo la tua semplicità. Si vede che ami la danza.

Ero solo la cassiera alla Scala!, provò a ridere, ma lui era così coinvolgente Le promise un biglietto in prima fila, altro che la compagnia.

Teresa quella sera tornò a casa alle undici, Marco le chiese: Mamma, sei andata a un appuntamento?.

Ma dai… non diciamo scemenze!. Da quel giorno nacque una misteriosa amica Giuseppa, vecchia compagna, da cui Teresa diceva di andare, o con cui passava ore al telefono Tutti ci credettero. Di dove è questa tua Giuseppa? le chiese un giorno Pietro.

Campomorone, improvvisò Teresa ricordando la provenienza di un coreografo famoso. Pietro annuì: aveva pescato una volta lì, buona gente.

Le uscite con Riccardo restavano rare: qualche cena, discussioni alte e Teresa che finalmente poteva partecipare meno male che si era letta tutto su Pavlova, Vaganova, Istomina. E il bello? Nessun tradimento, neppure un bacio. Solo compagnia, qualche risata, conversazione interessante.

Se Giuseppa chiamava a casa, doveva sempre stare attenta che nessuno capisse; le telefonate duravano a volte unora, con Marco che sbuffava perché aspettava una chiamata, Pietro che aveva fame e Teresa che citava le ballerine famose. Dallaltro lato Riccardo si sentiva meno solo, anche Pongo si faceva più affettuosa.

Finché un giorno Riccardo disse: Basta ristoranti. Vieni da me, voglio mostrarti la mia casa, farti vedere foto antiche La mia bassotta è un po malata, mi farebbe piacere. Teresa, pur conoscendo la fama di lui, accettò: voleva solo bere un caffè, pensava alla povera cagnolina malata e desiderava un po di calore in quel giorno di novembre noioso.

La villa di Riccardo era una roba strana: colonne, balconcini, stucchi ovunque, unesagerazione! Mentre salivano a casa, annusava laria: dentro non sapeva di niente. Niente di casa, di biscotti, di bucato, solo pulito sterile. A me casa mia sa di torta e biancheria, qui niente.

Dove sta la cucina? chiese Teresa, improvvisamente con voglia di accendere il fornello, di preparare qualcosa, di portare un po di casa in quel gelo. Come faceva quando aveva conosciuto la suocera

Cucina? Teresa cara vieni da questa parte!, rispose lui, ridendo.

Lei seguì, sperando di trovare uno spazio accogliente e invece la porta si aprì silenziosissima, odore di rose quasi stantie, e già Pongo era sparita. Di botto si sentì spaesata: Sto facendo la parte della mamma o della nonna che faccio, gli cucino una torta?. Ma intanto Riccardo, tornando: Spogliati, Teresa, sono subito da te. Lei sbiancò, le gambe tremavano la poesia finita in un attimo.

Scappò fuori al buio, prese al volo un taxi e si fece portare dritto a casa. Riccardo rimase ancora un po a chiamarla invano, poi si mise a piangere.

Pongo ululava piano. Teresa li aveva lasciati lì nel loro vuoto per sempre…

Riccardo ci aveva quasi pensato a sposarla, era diversa da tutte, vera. Ma con quella frase aveva rovinato tutto.

Teresa, rientrata, si richiuse in bagno e alla fine scoppiò a ridere forte. Che succede?, chiese Pietro bussando preoccupato. Niente, Pietro, forza, a letto.

Qualche giorno dopo Giuseppa richiamò. Teresa avrebbe voluto riattaccare, poi le fece pena e consolò lui e pure la bassotta malata. Pietro, passando: Chi era?, Giuseppa. Ha la cagnolina malata. Che peccato Ma il pasticcio è pronto?

Ormai le chiamate erano rituali, a volte Teresa chiedeva a Marco di coprirla. Ma non riusciva a essere cattiva, gli voleva bene a Riccardo, chissà come si sentiva solo.

Riccardo si aggirava come unombra in teatro, ballava peggio, e a fine febbraio lasciò la compagnia. Come farai senza di me?, gli chiese Danilo. Nessuno è indispensabile, maestro. Almeno non qui.

Ormai che Teresa lavorasse lì glielo aveva scordato, o forse pensava ad altro.

Fece lultima telefonata in un giorno assurdo: compleanno di Teresa, la casa piena di amici, tavola imbandita e vestito nuovo. Squillò allimprovviso.

Vuoi che dica che non ci sei?, chiese Pietro.

No, lasciami rispondere. Solo per stavolta. Riccardo voleva regalarle un cucciolo di Pongo. Perché?.

Perché almeno uno dei cuccioli abbia te. Mi sono innamorato, Teresa Tu sei di carne, vera Ricordi mia mamma. Insomma, prendi il cane?.

Lo prese: un bassotto giallo senape, divertente e un po maldestro, che chiamarono Vasco. Vasco si ambientò subito a casa Iacobini, era il più affettuoso, guardava Teresa come se sapesse che meglio di lei non cera nessuno.

Gli anni sono passati, chissà che fine ha fatto Riccardo, che vita fa. Teresa ha raccontato tutto a Pietro molto tempo dopo; lui ci ha riso sopra, non era geloso.

Eppure Teresa ha ancora quel senso strano quando squilla il telefono, o forse solo nostalgia di non sapere come comportarsi col passato che ogni tanto si affaccia nei sogni, con quegli stessi occhi scuri di Riccardo a fissarla. Ma poi cè Marco, cè Olly la futura nuora, cè la vita che gira come deve.

E il più grande ballerino della Scala, dal giorno che lasciò il teatro, ha vissuto solo nel suo palazzo di colonne. A volte Ludovica e il figlio vanno a trovarlo; bevono caffè in tazze minuscole, lui guarda fuori dalla finestra e pensa di aver speso la vita a danzare, tanto, senza alla fine sentire davvero niente, solo una scintilla di eccitazione. Lamore era con Teresa, quella a cui non ha mai regalato il biglietto migliore per la prima. PeccatoUn giorno dinizio primavera, mentre la luce del tramonto filtrava tiepida dalle tendine della cucina, Vasco scodinzolò davanti al vecchio telefono. Teresa, tra una risata e un mestolo sporco di ragù, sentì quel trillo così familiare che, per un attimo, le fece tremare le mani come anni addietro. Stavolta però non corse. Lasciò squillare ancora, poi, senza fretta, disse ai suoi: Rispondo io, è la mia età, sarò lenta ma ci arrivo.

Allora? chiese Marco, già pronto a prendere la chiamata.

È solo il tempo che serve per non perdere niente, rispose Teresa, sorridendo a Vasco che le leccava una caviglia, come a fargli coraggio. Prese la cornetta e ascoltò con attenzione. Dallaltra parte era soltanto il solito centralino che non diceva nulla. Ma a Teresa bastava così: ogni squillo era una promessa di vita, una memoria che non aveva bisogno di parole.

Rimase qualche secondo in silenzio, poi tornò ai suoi, alle facce che amava, a una tavola piena, i profumi che aveva scelto lei, quella casa che aveva sapore e calore proprio come voleva. Diede una carezza a Vasco, guardò Pietro che la osservava con unaffettuosa ironia e pensò che, alla fine, la felicità non era mica un palco illuminato, ma la certezza di essere aspettata, per davvero, ogni giorno, almeno da qualcunoche fosse un marito distratto, un figlio un po goffo o un bassotto dagli occhi spaesati.

E ogni tanto, tra i rumori di stoviglie e chiacchiere, le capitava ancora di ballare da sola davanti allo specchio, appena dopo aver spento la luce, facendo una piccola piroetta. Nessuno la vedeva, ma lei lo sapeva: era ancora, in quel semplice gesto a metà tra sogno e realtà, lunica vera solista del suo cuore.

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