Il figlio degli altri

Figlio daltri

Caro mio-io-io, canticchiava con una vocina acuta e un po stridula la signora Nina Andreoli, piegata a metà, mentre strofinava i gradini delle scale con uno straccio. Prendimi co-on te, cof, sospirava poi la donna, raddrizzandosi e riprendendo fiato.

Era dura pulire e cantare allo stesso tempo: mancava il fiato e la testa le girava, così con quel colpo di tosse la signora Nina si riportava al presente. Restava un attimo ferma, trascinava a sé il secchio con lacqua fumante e torbida, inzuppava lo straccio e riprendeva dal primo gradino.

Ogni appartamento della palazzina aveva il turno per pulire le scale: capitava più volte al mese. Qualcuno faceva finta di niente, ignorando lobbligo imposto dalla caposcala, altri passavano appena un panno umido sui gradini di granito e finiva lì. Invece Nina Andreoli, cresciuta da sempre nel culto della pulizia impeccabile, che fossero palazzi o stalle, non risparmiava mai la propria schiena per lasciare le scale linde: alle volte aggiungeva un goccio daceto per disinfettare, e quel profumo pungente restava a lungo, tanto da far tossire i vicini quando rientravano.

Nina si dava da fare anche per altri, per chi non poteva, non voleva o era via. Non chiedeva mai nulla, e i vicini ormai si erano abituati ad approfittare della sua gentilezza e passione per lordine.

Signora Nina, scusi se disturbo, ogni mese la chiamava al citofono la vicina, la signora Galina Egidi. Sono venuta a chiedere un favore le sorrideva con deferenza. Mi sono spezzata la schiena, sa comè, al lavoro e si massaggiava i lombi robusti. Lavorava al mercato ortofrutticolo, spostava sacchi di patate, selezionava barbabietole e carote; insomma, lavoro duro davvero. Proprio non riesco a piegarmi. Può pulire lei le scale questa volta? Lo so che tanto resta sempre a casa

Galina tirava dritto senza attendere risposta, e la sera passava sui gradini appena puliti con stivali sporchi, trascinando borse stracolme fino al terzo piano, senza curarsi di nulla. Camminava fiera, come se avesse assolto un compito morale. Daltronde, pensava, aveva lavorato, e si sa: ognuno porta la sua croce!.

Galina, ma la schiena…? esclamava la signora Nina incontrandola.

Ma quale schiena, si rimette, zia Nina! Sono abituata ormai. Ha già pulito? seccata guardava il pavimento macchiato dagli stivali. Mmm, negli angoli resta ancora sporco poi penseranno che sono una lavativa, ma io lavoro, altroché! e di nuovo dritta, il petto orgoglioso, Non sto mica a casa a soffiare sulle bolle. Vada a ripassare, signora Nina. Non sta bene così!

E spariva. Mentre la vecchia Nina, che tutti ritenevano buona solo a soffiare bolle, si rimetteva a ripulire dietro la corpulenta Galina.

Quella vecchia, mi osservava pure stavolta diceva Galina al marito rincasando e respingendolo quando cercava di aiutarla a sistemare la spesa. Lui, Alfredo, era più basso di lei, spelacchiato, sempre trasandato. Ma a Galina la cosa poco importava: il marito era roba sua, come una cosa indispensabile in casa.

Dai, non era lì per te, smettila! rispondeva Alfredo fissando le buste in cerca di una bottiglia.

Sta sullultimo sacchetto. Non toccare! lo allontanava minacciosa Galina. Poi, seduta a tavola, si sfilava gli stivali con laiuto del marito, che ci provava finché lei non sbuffava: Sbottona la zip, tontolone!

Zip! uno, zip! laltro, Alfredo sistemava gli stivali ben dritti, puliva le punte con un fazzoletto per farle brillare. A lui non pesava, per la sua nutrice avrebbe fatto tutto: Galina era come la mucca di quando, da bambino, viveva in campagna; era cibo, latte, a volte formaggio e, soprattutto, un goccetto di grappa. Per quella Galina dal seno abbondante e dalle mani calde avrebbe fatto qualsiasi cosa, anche correre sul soffitto se lei glielo avesse chiesto.

Sistemato! Ora cena, grugniva Galina. E quella Nina spiava pure oggi nelle mie borse pensa che le lascio qualcosa? Macché! Sono una lavoratrice, non ho voglia di mantenere una nullafacente! sbatteva il pugno sul tavolo. Basta già dar da mangiare a te, mangione! strizzava gli occhi verso Alfredo, che annuiva come un cagnolino e si arrischiava a dire:

Ma signora Nina è buona. È sola, in pensione. Perché essere così dura con lei? Ci lava pure le scale

Nei grandi occhi radiosi della signora Nina, Alfredo ritrovava sua madre: energica, precisa, la vita che filava via liscia. Per questo le voleva bene, la rispettava, la salutava sempre e cercava, nervoso, di fare qualche battuta spiritosa finendo poi per arrossire e scappare. Nina, così semplice, gli sembrava mille volte più pulita di lui, e aveva paura di sporcare la sua bontà anche solo parlando.

Lava per noi? Per noi?! ribatteva Galina scattando in piedi. Io mica sono obbligata a pulire dopo il lavoro anche qui! O vuoi farlo tu il turno la prossima volta? No, eh? E allora non difendere sempre la Ninetta! Rischi di restare senza cena!

Di nuovo Alfredo scuoteva la testa rapido. Rimanere senza cena era brutto, e non poteva tradire la sua Galina: era pur sempre la sua nutrice e bisognava dar retta a lei.

La sera, la signora Nina non aveva fretta di tornare su: sedeva sulla panchina, salutava i vicini e canticchiava ancora: Caro mio, portami con te.

Allimprovviso smise di cantare e si mise in piedi, sistemando il foulard sul capo e sorridendo a un ragazzo in tuta che si avvicinava allingresso.

Matteo caro, buonasera! quasi si inchinava davanti a lui.

Il ragazzo, sorridendo, si tolse il berretto: Buonasera, zia Nina! Non prende freddo a stare fuori? Se vuole le do la mia giacca e già la stava sfilando dalle spalle larghe temprate dal lavoro, ma Nina scosse il capo.

Ma va, lascia stare! Sto benissimo. Ma tu si fermò un attimo, alzando le spalle Sempre con kefir e rosetta?

Matteo guardò il sacchetto e annuì.

Ma dai, non si mangia così, Matteo! Vieni da me! Ho fatto zuppa, patate, un po di salame nostrano, cè anche pollo.

E raccontava svelta tutto ciò che aveva preparato, guardandolo con speranza negli occhi.

Il ragazzo stava per declinare, ma il viso della signora Nina si fece triste e pallido, tanto che si vergognò.

Va bene, va bene ma sia lultima volta! disse con finta severità da caposquadra del metrò. Non sta bene che mi nutra sempre!

Ma che problema cè, Matteo? Sono sola, la pentola è grande, e mi fa piacere pranzare insieme. Vieni, che sennò si fredda!

Ogni sera Nina aspettava Matteo: qualunque tempo ci fosse, stava in panchina o, se pioveva, nellandrone, sempre pronta a offrirgli un po di calore domestico e a cercare nei suoi occhi quellaffetto materno che le mancava.

Matteo viveva da solo. Era stato fortunato a comprare casa col mutuo: finalmente libero, trasferito dal vecchio dormitorio, era il re di sé stesso. Nina stava un piano sotto. Aveva avuto anche lei finalmente un alloggio dopo una vita tra baracche e pensioni, e le era simpatico quel ragazzo.

Per Galina, il vicino Matteo era solo uno come tanti, un tipo giovane, carino, simpatico abbastanza, nulla di che. Ma per la signora Nina, invece, era un modo per occuparsi di qualcuno, offrire la tenerezza materna accumulata e rimasta senza destinatari. Quando passavano i ragazzini, lei li salutava, offriva una caramella, sistemava berretti e lacci delle scarpe, accarezzava le spalle e augurava buona strada. Anche le giovani coppie le piacevano: Adesso sono in due, poi con la carrozzina, e piano piano arriveranno i bambini. Basta avere qualcuno da amare, da cui prendersi cura, pensava guardando le coppie passeggiare. Persino quei ragazzi rumorosi con la chitarra la intenerivano, come pure le ragazze piene di vita. La gioventù, in fondo, era bella per tutti: per qualcuno portava nostalgia, per altri invidia, ma a volte una tenerezza così grande da spingere alle lacrime.

A Nina sarebbe piaciuto coccolare un nipotino e cullarlo, ma nessuno era rimasto a cui donare amore. Era rimasta sola da anni, senza marito, e il figlio, Giovanni, era morto ancora prima. Talvolta le appariva in sogno, seduto al tavolo, sempre intento a leggere o a scrivere. Giovanni amava studiare, faceva ricerca e voleva diventare uno scienziato. Nina e suo marito erano così fieri di lui.

Sarai tu a portare in alto la nostra famiglia! diceva sempre suo marito, Vittorio. Impegnati, Giovanni, e noi ti sosterremo!

Giovanni si impegnò, ma morì annegato: quellinverno, in gita con i compagni, cadde nel lago e si accorsero troppo tardi.

Nina non si perdonò mai di averlo lasciato andare. Come poteva non fermarlo? Poteva! Ma il cuore di madre non avvertì

Dopo la fine di Giovanni, anche il marito si lasciò andare. Invecchiò di colpo e anche lui non riuscì a trattenerlo a lungo accanto a sé. Così adesso Nina viveva da sola, aggrappata a ogni piccolo motivo per non lasciarsi andare.

Quel motivo si chiamava Matteo. Diverso dal figlio, meno raffinato, più semplice e scanzonato, ma tanto generoso, le ricordava in fondo proprio lui. E Nina si affezionò così tanto a Matteo da non sapere più distaccarsi.

Matteo odiava i libri, li trovava noiosi, ma era abilissimo con le mani: montare, riparare, sistemare lorto, era tutto semplice per lui. Allinizio la signora Nina era timida nellinvitarlo a mangiare, poi, quando lui le aggiustò la maniglia di una finestra, si fece coraggio.

Ecco fatto, signora, lavori a regola! Ora chiuda piano, mi raccomando.

La donna gli porse dei soldi: Prendi, figliolo!

Ma no che scherza, signora Nina! Lo faccio volentieri, via, via i soldi!

Lei sapeva che avrebbe rifiutato, e allora propose la cena. Matteo aveva la dispensa vuota e accettò in natura. Così Nina rimpinzò di cibo lartigiano, e da quel momento sempre di più: se lui si rifiutava, lei insisteva finché Matteo portava via vassoi interi, piatti pronti e contenitori ripieni.

Un giorno, sulle scale, incontrarono Galina.

Attento, ragazzo! Nina è un po strana fece il gesto del matto con il dito alla tempia. Da quando le è morto il figlio

Ma perché dice così? sgranò gli occhi Matteo. Nina gli era sempre sembrata una donna dolce e normale. Cantava, sì, ma non era nulla di che.

Da quando ha perso il figlio, non è più stata la stessa. Piange, lo chiama, fa cose strane, ma ognuno faccia come crede tronca Galina e scese le scale veloce, lasciando Matteo confuso.

Le parole di Galina non lo convinsero, ma decise di prestare attenzione.

Un giorno sembrò quasi che Galina avesse ragione. Matteo accettò ancora una volta la cena da Nina, che preparò la tavola, servì la minestra fumante e poi, mentre lui mangiava, trafficava rumorosamente con la serratura della porta.

Ascoltando quei rumori, Matteo si preoccupò: possibile volesse davvero chiuderlo dentro? Avrebbe potuto sfondare la porta, ma avrebbe poi lasciato la vecchia senza protezione!

Si avvicinò piano e la scoprì agitata, che provava invano a sistemare la serratura.

Perché lo fa? Vuole chiudermi dentro, zia Nina? Non serve, davvero.

Nina si fece bianca, scuoteva la testa da lacrimare.

Ma che dici, Matteo! Chiudere te? No, solo il solito guasto alla serratura, la rompo sempre Scusami, scusami, figliolo!

E pianse, tanto che Matteo non seppe che fare. Si sentì improvvisamente in colpa: chiamava mamma quella donna, eppure lui il giorno prima aveva offerto le sue pietanze agli amici, che ridevano della sua cuoca personale. Che vergogna!

Basta, signora Nina. Non pianga, la prego. le disse piano, con le mani alzate come per consolare, ma si trattenne. Lei lo aveva chiamato figlio, ma che figlio era lui? Eppure, dentro sentì un calore, un affetto nuovo e sincero.

Sedettero di nuovo a tavola e, mentre lei si scusava per averlo chiamato figlio, lui rispose, arrossendo:

Ma si figuri! Anzi, mi rende felice! Solo che sono grossolano, non sono ordinato come lei, non potrei mai essere suo figlio davvero!

Nina pianse ancora.

Non avrò mai più figli, Matteo Ti servo un po daltro?

Lui annuì, commosso.

Da quel giorno, chiunque parlasse male della signora Nina trovava in Matteo un muro. La zia Nina, ai suoi occhi, era diventata una persona di famiglia, come una nonna adottiva.

La madre e le due sorelle di Matteo vivevano lontane, a Milano. Non si sarebbero certo offese se una donna, anche qui, si prendeva cura un po di lui

Passò qualche tempo e una sera, Alfredo sentì un profumo delizioso arrivare dallappartamento di Nina Andreoli. La moglie, a casa, bolliva solo ossa per il brodo, senza brio, anche se la dispensa era sempre piena. Alfredo, un po brillo, si avvicinò alla porta della signora Nina e annusò avidamente. Ma fu richiamato dalla voce di Galina dal piano di sopra:

Ma che fai, scellerato?! Ti avevo mandato a buttare la spazzatura! Galina lo fissava dallalto ferocemente. Torna su o ti stendo!

Alfredo si ritirò in tutta fretta, aspettando già il colpo inevitabile: Galina gli mollò una strizzata con lo straccio ancora bagnato. Lui schivò, gridando qualcosa.

Vai! E non farmi arrabbiare! Quella Nina ci ruba tutti gli uomini! Io sono ancora giovane, capito, Alfredo! Io sono la tua nutrice! Dimmi chi sono!

Nutri-ice, balbettò lui, mentre sgattaiolava dentro. Avrebbe tanto voluto una cena normale, ma nulla da fare: la moglie, energica e burbera, era una forza della natura.

Ritorna al tuo posto! concludeva Galina chiudendo a chiave. Io a quella Andreoli la sistemo! Vedrai se non la sconfiggo. Ti ha dato da mangiare, eh? andava avanti implacabile. Hai tradito?

No, Galina mia! Solo te amo, solo da te mangio! Senti, il brodo sta per traboccare, vado a spegnere…

Lui scattò in cucina, Galina lo seguì, gli mise le mani sulle spalle:

Se mi tradisci, ti caccio! Ricordatelo!

E non sia mai! Alfredo non aveva nulla al mondo se non Galina Egidi.

Un giorno, al mattino, Galina scese veloce e trovò la signora Nina ad aspettare Matteo nellandrone. Avrebbe voluto uscire e sedersi come sempre sulla panchina, ma pioveva e fuori non cera nessuno. Restava dunque lì.

Ma cosè questa storia? urlò Galina. Ieri cè stata una riunione, non lha sentito? Ora puliscono le scale solo quelli che non lavorano! Tutto sporco e lei a fare niente! Vergogna!

Riunione? Davvero? Ieri cuocevo la torta per Matteo e ho dimenticato la signora Nina sembrava smarrita, Galina la intimidiva come poche. Si sentiva sempre in colpa: Pulirò tutto, non si preoccupi. Ma la signora Maria dal settimo piano? Lei è pensionata, invalida Come farà? Siamo solo io e lei le pensionate

Allora pulite voi due! Gli altri lavorano tutto il giorno. Fatevi valere! tagliò corto Galina, uscì fuori e si accese una sigaretta, osservando la pioggia che sbatteva sulle pozzanghere.

Nina, che era abituata a credere nella buona fede della gente, sospirò e salì verso casa, tirandosi dietro il secchio e iniziando di nuovo a pulire.

Zia Nina, ma cosa fa? la fece sobbalzare la voce di Matteo.

Matteo, perdona, sto pulendo

Solo allora si accorse che accanto a Matteo cera una ragazza. Gonna corta, rossetto acceso, occhi cerchiati di matita nera, maglietta attillata. A Nina la ragazza non piacque affatto.

Scusi, scusate! Andate pure, ragazzi, non vi disturbo

La ragazza guardò Matteo e lo tirò via per la mano, ma lui restò fermo.

Ma perché sta pulendo oggi? Toccherebbe a me!

Eh, Galina ha detto che ora tocca solo ai pensionati. Io e la signora Maria, ormai sospirò Nina.

Ma che balle! Nessuna riunione, sono scuse! Mari, aiuta la zia a tornare a casa, io mi cambio e finisco il lavoro! Matteo strattonò la ragazza per coinvolgerla. Lei fece una smorfia ma restò.

Ti chiami Maria, giusto? chiese Nina, per rompere il ghiaccio.

Sì. Maria Olivetti, si presentò.

Fai pure, Maria Olivetti, non timpicciare! tagliò corto Nina, brandendo lo straccio sulle gambe della ragazza.

Maria fece un passo indietro, poi un altro.

A Nina non piaceva per niente quelleventuale nuora: scommetti che non sa cucinare, penserà solo alle uova!? E in casa non saprà tenere in ordine!

Scusi, signora Nina, ma ha un grembiule? Uno di quelli da lavoro o delle ciabatte?

Che storie! Cosa ti serve ora? ringhiò Nina. Non voleva nuore così!

Ma Maria, decisa, le sfilò lo straccio, sistemò il secchio come meglio credeva e si mise a pulire energicamente i pavimenti del piano superiore. Nina rimase a bocca aperta, poi corse a casa a cercare un grembiule a fiori e delle ciabatte.

Ecco, così va meglio, esultò soddisfatta Maria, sorridendo mentre si toglieva il rossetto e sfregava ancora più di lena.

Matteo, uscito col pigiama a righe, rimase a guardare sbalordito. Nina gli lanciò unocchiata e, mostrando la ragazza, disse: Hai visto?.

Mari, dammi lo straccio! disse Matteo, ma lei lo allontanò decisa.

Non disturbare il marinaio! Vai a cambiare lacqua! ordinò ridendo.

Poco dopo arrivò Galina, subito allibita nel vedere la sconosciuta in grembiule azzurro, con Matteo accanto.

Ma questa chi è? E la vecchia dovè? domandò, ruotando Maria verso di sé.

Maria si scosse di dosso la mano, guardò Matteo, che si frappose davanti a Galina e la fissò dallalto.

Nessuna vecchia qui. Cè la signora Nina Andreoli, veterana del lavoro, onorata lavoratrice della fabbrica, una donna onesta e buona. Cè me, Matteo, cè la mia fidanzata Maria Olivetti. E ci siete voi, signora Galina. Non saprei come altro definirvi.

Galina aprì la bocca ma per una volta non trovò parole.

E lasci stare dimporre le vostre regole qui. Riunione inventata, pulizie imposte alle anziane Non sta bene.

Maria tirava la manica di Matteo, ma lui proseguì: Che cè di male se qualcuno aiuta i giovani? Se non altro, la signora Nina non ruba niente a nessuno. Fece una pausa e aggiunse: E poi, la casa che abitate, non spettava a vostra sorella? Ricordo ancora quando vostra sorella dipingeva le pareti qui, cera lordine dassegnazione chi è davvero di fuori qui?

Galina si fece piccola, infilò il grembiule a Maria e si mise lei stessa a pulire, dimenticando miracolosamente il mal di schiena.

Dopo due mesi, Matteo e Maria si sposarono. Arrivarono i loro parenti da Firenze e Milano, e la festa fu grande. La signora Nina era seduta un po appartata, non voleva essere invadente. Ma quando sentirono il classico Evviva gli sposi!, gridò anche lei, e con più gioia di tutti. Che Dio voglia che Matteo non la dimentichi mai

Non la dimenticò. Veniva ad aiutarla, la visitava spesso: quando nacque il primogenito, Giovanni, Matteo chiese proprio a Nina di dargli una mano. Maria era contenta: in zia Nina cera qualcosa di dolce, familiare, come avere accanto la propria nonna. Forse è vero, a volte gli estranei diventano famigliari.

Galina però non gustò mai la felicità altrui. Alfredo si diede al vino e finì spesso a dormire nellandrone, mentre Galina lo trascinava a casa, lamentandosi. E lui, con voce tremula, sempre ripeteva: Nutrice mia!

In amore, chi si dà con generosità riceve molto di più di quello che ha lasciato: a volte la famiglia si trova anche dove meno te lo aspetti.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

four × 5 =