Lucia! Dai, vai a cercarlo! Hai visto che tempo? Piove a dirotto! Si raffredda, finisce allospedale! Dai! zia Caterina correva avanti e indietro davanti alla finestra, affacciandosi per strada, cercando con lo sguardo il fratello, Michele.
Si raffredderà? Verrà da solo, tagliava corto Lucia, incrociando le braccia sul petto. Sono esausta, sono appena scesa dal treno e dovrei correre per tutta Firenze a cercare papà? È un adulto, si arrangerà!
Dio, quanto Lucia detestava suo padre! Fino a tremare, fino a digrignare i denti e stringere i pugni. Sono passati anni, e ancora non gli ha perdonato; eppure zia Cate glielo ripete sempre, che non si deve covare rancore così a lungo Se solo avesse potuto, Lucia gli sarebbe saltata addosso, avrebbe chiuso gli occhi e lavrebbe picchiato forte. Ma Michele, suo padre, avrebbe sopportato in silenzio, perché da sempre, in famiglia, così si faceva: si sopportava.
Caterina e Michele, fratelli di sangue, erano cresciuti separati. I loro genitori si erano lasciati quando Caterina aveva sette anni e Michele quattro.
La madre portò via con sé Caterina, andarono a vivere in un paesino vicino Pisa, si risposò. Il patrigno sembrava non dare troppo peso a quella figliastra, ma neanche le faceva pesare di non essere della famiglia. La elogiava quando pensava fosse giusto, la sgridava se aveva fatto qualche marachella. Allinizio Caterina non capiva davvero se lui le volesse bene o la tollerasse soltanto. Mai una parola affettuosa, nessun giocattolo fatto a mano, nessuno scherzo: forse non era proprio riuscita a piacergli.
Un giorno, quando aveva dieci anni, di ritorno da scuola, Caterina andò con i compagni a giocare al laghetto fuori paese. Era ormai marzo, il sole scaldava un po, ma il freddo era di quelli che entrano fin nelle ossa, le mani nei guanti diventavano di legno, ma ai ragazzi non importava. Correvano, ridevano, facevano a pallate di neve, si buttavano giù dalla collina con gli zaini o dove capitava.
Decisero poi di camminare sul ghiaccio. Caterina cadde. Nessuno capì come avesse fatto a formarsi proprio lì una lastra così sottile, né perché si spaccò tutto dun colpo; fatto sta che la bambina sparì sotto, nessuno fece in tempo nemmeno a gridare, i bambini rimasero immobili, a fissare attoniti.
Lacqua gelida le bruciò il viso, le annebbiò gli occhi; le sembrava che le pupille stessero per scoppiare dal dolore, ma sapeva che non doveva gridare. Si dimenava, ma gli stivali parevano piombo: avrebbe voluto toglierli, ma sembravano incollati ai piedi. Tuttattorno, solo bolle daria che le sfioravano il viso.
Alzando lo sguardo, vide la luce: il sole era proprio lì sopra, con i suoi raggi che sembravano fili di lana, si allargavano in tutte le direzioni da un unico centro incandescente.
Se solo potessi arrivare lassù, a scaldarmi! pensò vagamente Caterina, e poi ricordò il fratello: quei giochi, lestate nei campi, la madre che intrecciava corone di erba sotto un pioppo. Michele era piccolo, a volte lo perdeva tra lerba alta e si spaventava, ma lui le correva alle spalle, le saltava addosso Gli tornò in mente il caldo delle sue manine, le unghiette graffianti sulla pelle, le risatine timide.
E adesso come farà, lì senza di me? pensò Caterina, colpita dalla paura, con un ultimo sussulto liberò gli stivali, cercò di risalire, ma una fitta alla schiena le fece perdere la forza. Cadde contro qualcosa, sentì solo dolore, poi il buio.
Pietro, il patrigno, che stava riposando dopo la notte di lavoro, corse fuori appena la voce del paese gridò: Caterina è caduta nel lago! Aiuto! Prese al volo gli scarponi, saltò dalla scalinata, si buttò giù per il cortile, fece volare il cancello.
Solo che arrivo in tempo, pensava urlando contro il vento, mentre una vecchia ferita in schiena gli faceva sentire ogni passo come una coltellata.
La sagoma della bambina, sotto il buco nero tra il ghiaccio: Pietro si tuffò, la strinse a sé, la spinse sopra la lastra. La tirò fuori dallacqua, ma le mani gli si erano intorpidite, come ai tempi della guerra, abbattuto da una ferita mai guarita.
Ce la fece: Caterina era salvataggio. E da quel giorno lei capì che il suo patrigno la amava, sì, ma a modo suo silenzioso, ferito, un cuore grande e stanco.
Michele era rimasto invece col padre, che si risposò in fretta con una donna severa, dagli occhi scuri come il carbone. Si trasferirono in una stanza densa dincenso, una specie di seminterrato che aveva ospitato suore. Di notte, Michele giurava di percepire voci e tintinnii di rosari. Era troppo piccolo per capire perché la madre avesse tenuto solo la sorella con sé, perché questa nuova mamma, Teresa, non baciasse mai le sue mani, non cantasse, non sussurrasse favole ma solo: Sopporta, Michele. Il Signore ha sopportato e anche noi dobbiamo sopportare. Dormi. Gira la testa e dormi!
Teresa si segnava, papà Francesco la buttava a terra con le parole e certe volte con le mani. Lei si chiudeva a riccio, accoccolata, e taceva.
Era severa anche con Michele. Presto imparò a nascondersi: sgattaiolava fuori dalla finestra sul piccolo cortile, tra le piante selvatiche lasciate dalle suore; cetrioli, fragole, i fiori gialli della rudbeckia che sembravano fargli locchiolino. Lì si rifugiava e quando le fragoline maturavano se le infilava in bocca con una felicità furtiva. Teresa lo sgridava per la faccia sporca di rosso.
Perché, zia? piagnucolava Michele, magro e pallido.
Per gola! Si deve sopportare! rispondeva la matrigna.
Francesco sembrava non accorgersi di nulla; lavorava lontano, tornava tardi, odorava di olio, ferro, sudore e vino. Di notte urlava, riviveva la guerra.
Michele voleva scappare dalla sorella, farsi abbracciare dal suo calore; ma Teresa lo sgridava, sempre la stessa frase: si deve sopportare.
Sopportava da sempre. Anche quando portava le scarpe strette passate da altri, quando voleva un dolce ma Teresa vietava zucchero e caramelle, e il miele per i tempi difficili.
Aspettava che lei uscisse di casa, poi si infilava di soppiatto in credenza, prendeva il miele col dito e lo gustava come una magia. Fino a quando il padre non lo scoprì e lo punì duramente.
Ma avevo solo voglia, mormorava spaventato Michele, seduto sullo sgabello davanti alla credenza.
Il padre richiuse la porta, fece tintinnare i piatti. Michele cadde a terra, ma sopportava. Cosaltro poteva fare? Aspettare che Caterina venisse a salvarlo.
Si vedevano poco, solo qualche volta dalla separazione dei genitori.
Caterina, portami con te! sussurrava, mentre lei gli lasciava dei regalini sul tavolo. Voglio vivere con te e con mamma! E la guardava, trattenendo le lacrime.
Non posso, Michi. Mamma ora aspetta un altro bimbo, la casa è piccola, e poi ci sono anche i nonni Caterina si fermava, poi riprendeva: I nonni, capisci? Abbi un po di pazienza, crescerai e potrai andare via anche tu, vero?
Caterina, papà mi picchia! Mi fa male! Portami via! Il tuo papà è buono, vero?
Lei annuiva. Il suo patrigno era il migliore: la chiamava testarda, le portava i nastri, le dava i libri. Le piaceva leggere ad alta voce per lui
Aspetta, lo chiedo a mamma! prometteva la sorella, ma la madre scuoteva la testa.
Abbiamo deciso così, Caterina. È meglio così.
Michele non capiva cosa avesse fatto di male per restare indietro. Ma la sorella aveva detto di sopportare, e lui lo faceva.
Qualche anno dopo, Francesco fece carriera nellamministrazione; insieme alla moglie ottenne una stanza in un appartamento condiviso in via Gioberti. Di nuovo le stanze, i corridoi, sempre gente intorno, ma almeno non era più un seminterrato tra le ombre delle suore. A Michele toccò un angolo dietro una tenda a fiori gialli.
Si iscrisse a una nuova scuola; si distinse solo nei voti, non certo nel carattere.
Sei una testa dura, Michi, andrai lontano! lo batteva sulla spalla il padre.
E ci andò davvero: finita la scuola, prese luniversità. Avrebbe voluto stare in collegio, respirare unaria nuova, crescere. Ma la matrigna si ammalò e lui restò. Francesco aveva ormai molti impegni, portava in giro un grande dirigente che occasionalmente regalava a Michele alcuni buoni spesa una volta anche un bonus per i mobili nuovi. Ma Teresa stava troppo male; dentro sentiva un fuoco, Michele le stava accanto con pazienza, come se fosse un dovere.
Servirebbe lospedale! Lo stomaco non si scherza! ripeteva la vicina, portando il brodo. Mangiate, almeno!
Niente. Non va giù nulla, sopporto, Teresa si voltava. Il brodo adesso le sapeva di morte.
Michele sopportava i suoi capricci, gemiti, i morsi alle dita, il digrignare dei denti.
Alla fine, una sera, lo colpì: Tutta colpa tua! sibilava Perché tuo padre ti ha portato qui? Ci hai sempre portato via laria, tutto il meglio era per te! Satana! Vai via! Quante ancora dovrò sopportare?
Aveva ventidue anni Michele. Diciotto dei quali vissuti come il diavolo sempre di troppo.
Dopo i funerali di Teresa, il padre gli disse che sarebbe partito.
La stanza è tua ora, mi raccomando. Ma insomma, vedi tu! E se ne andò. Michele si chiese per anni se suo padre lo avesse voluto davvero. E se non lo voleva, perché lo aveva portato? E se invece lo voleva, perché non laveva mai detto? Bastava così poco
Col passare degli anni, Michele si rese conto che in suo padre cera qualcosa di rotto da tempo. Correva la vita avanti sempre di corsa, senza fermarsi a vedere il figlio. Michele glielo avrebbe detto solo al cimitero, che aveva tanto atteso un abbraccio e una parola buona. Aveva solo sopportato.
Al funerale del padre, Caterina venne da Valdarno. Era ormai grande, si stava per sposare.
Forse non è il momento, ma Michi, vieni al matrimonio? Ti presento Gabriele, è un uomo meraviglioso!
Michele annuì. Lo sapeva che Gabriele era in gamba.
Caterina somigliava alla mamma: stessi occhi, zigomi pronunciati, capelli scuri intrecciati, mani forti, una voglia sul polso destro
Prima di partire abbracciò il fratello, gli soffiò nellorecchio, come da piccoli. Entrambi capivano però che erano ormai due estranei, ognuno con una vita sua.
Al matrimonio poi Michele non andò. Forse non ne ebbe il coraggio, forse no time, forse per vergogna. Mandò un telegramma di auguri.
Poco dopo Michele fece un passo nuovo nella vita. Scoprì il mondo delle donne.
Angela, quasi per caso, un giorno venne nella sua stanza: Mi presti le dispense? Gli piacque subito quel locale luminoso, col soffitto alto e la grande scrivania. Michele la seguiva con gli occhi, un po impacciato.
Michele, resto qui qualche notte, va bene? Da noi è stretto e lacqua della doccia è fredda. Non occuperò spazio, sono minuta, non ti darò noia! Angela si spiegava rapida, poi vedendo la sua esitazione scoppiò a piangere.
Non ne posso più di sopportare la vita distituto, sai, son cresciuta in orfanotrofio! Sempre senza una mia tazza, un mio piatto. Sono stufa, voglio una vita normale!
E si stringeva a lui, coccolandolo, bisbigliandogli parole dolci che lo facevano arrossire. Angela lo amava, sì: era tutto lì. Si sposarono nel giro di un mese, semplicemente davanti allufficiale di stato civile, e poi subito via: Michele al lavoro, grazie a un amico del padre che lo aveva portato in unofficina, Angela ancora alluniversità.
Michele passò alla serale, di giorno lavorava in officina, portava a casa i primi euro. Aveva una moglie, lei lo amava, lui non sapeva se davvero amava Angela. Lei era la prima, aveva tanti difetti, ma decise di sopportare.
Angela dominava il condominio: le passavano il bagno, nessuno fumava in cucina perché era incinta.
Volete che partorisca un mostro? Guai a chi accende una sigaretta qui! e spingeva il vicino col pancione. Poi sembrava unaltra, sempre pronta a dividere il pranzo con chi cucinava meglio: Dai, fammi assaggiare le tue patate!
Il vicino impaurito le lasciava il piatto e poi glielo lavava.
Michele, vai via, puzzi! brontolava di notte Angela, respingendolo.
Di che puzzo, Angela? Sono appena uscito dalla doccia!
Di pesce! Mi fai schifo! Togli quelle mani! Vai via, dormi in cucina!
Angela si girava verso il muro e si addormentava. Michele, sconsolato, si accomodava in cucina, dormendo seduto per non disturbare.
Pazienza pensava appena nasce la bambina starà meglio, saremo finalmente una famiglia!
Angela partorì una bambina prematura, si lamentava perché era piccola e piangeva lavandola. Si arrabbiava con le infermiere: È figlia mia! Portatela dovunque portate quei mocciosi!
Le altre madri guardavano la piccola Maria con tenerezza, rassegnate: Che peccato, così piccina Speriamo che almeno il padre sia diverso!
Quando le due tornarono a casa, Michele aveva paura a prenderla in braccio. Angela invece uscì subito, lasciandoli soli.
Pensaci tu! ordinò. Nove mesi che mi scavo la pancia, ora arrangiati! e se ne andò via.
Michele, goffo, stringeva Maria come un vaso di vetro. Decise che avrebbero sopportato insieme: Angela aveva bisogno di svago.
Non fu un gran padre. La vicina, zia Ilaria, si prese cura della piccola, la imboccava, la cambiava. Angela aveva fasciato il seno per non dare il latte, prese una mastite, fu due volte in ospedale, lì incontrò un giovane medico affascinante. Lui aveva una casa grande, suonava la chitarra e sapeva trattare le donne.
Il loro amore segreto durò due anni. Angela terminò università, fece un aborto, litigò furiosamente con il marito, rinfacciandogli di non essere capace di procurar loro casa.
Ma Angela, a chi dovrei chiederla? Ho appena iniziato, devo ancora finire la tesi. Abbi pazienza E Maria ora può andare allasilo, così starai meglio, concludeva Michele.
Angela ridacchiò storta:
No, caro! Finalmente sarà meglio per te! Io me ne vado! e spinse via la bimba che la cercava.
Dove vai? domandò Michele, senza capire.
Da uno che sappia amare, uno che vale. Dovè la mia valigia?
Ma non hai valigia Prendi la mia rispose Michele, un po perso.
Non fu un vero padre, Michele. Non sapeva consolare, non sapeva giocare, raccontare fiabe; solo resistere, insegnare a resistere.
Maria piangeva per il mal di pancia, lui le ordinava di sopportare invece che chiamare il pediatra. Quando la lasciava cinque giorni allasilo, la piccola lo afferrava alle gambe come una scimmietta; Michele la lasciava andare, imbarazzato: Sopporta, piccola.
La gente lo compativa: un padre solo, la moglie laveva lasciato, la bambina da tirare su solo, ma lui solo replicava: Andrà bene, sopporteremo.
Maria tornava solo nei weekend, stava in disparte, quasi non lo guardava. Il lunedì tornava con docilità allasilo. Lestate lo passava nella colonia vicino al mare, Michele le preparava la borsa e la salutava felice di aver un attimo per sé.
Le portava dolci, regali, qualche gioco nuovo, ma lei ricambiava con indifferenza. Maria! la chiamava inutilmente, la piccola non si girava.
Così andò avanti. Quando iniziò la scuola elementare, Michele si rallegrò: era ormai grande, sapeva sbrigarsela da sola.
Maria a scuola andava male, aveva difficoltà con gli esercizi di calligrafia, in matematica un po meglio, ma mancava di costanza. Preferiva correre a giocare con gli altri nellintervallo, non stare a curare le sue lettere.
Le maestre la sgridavano, chiamavano il padre a parlare; volevano perfino discutere in consiglio, ma lo compativano: solo, con una figlia così, pesante per chiunque.
Michele sopportava tutto, stringendo i denti; sperava sempre che Caterina tornasse e lo salvasse. Ma non scriveva mai, non voleva pesare su nessuno.
… Maria aveva ormai nove anni, un giorno tornò da scuola stanca, si infilò a letto, tirò su le ginocchia e pianse piano.
Che cè? sbirciò in camera zia Ilaria. Malata?
No, forse ho mangiato qualcosa di brutto. Sopporterò, passerà… Maria si girò verso il muro.
Sta attenta! Se peggiora, chiama il dottore! Io stasera faccio il turno, vi arrangiate col papà!
Ilaria uscì, Maria si strinse di più. Aveva freddo, battendo i denti…
Michele arrivò tardi quella sera: era stato in ufficio fino a tardi, ormai era ingegnere, i colleghi gli chiedevano consigli. Dopo la riunione aveva incontrato Angela, che lavorava nel suo stesso posto. Lei di nuovo si faceva vedere tenera, abbandonata dal medico, due aborti alle spalle, ora fragile, si accoccolava al braccio di lui. Michele ci cascava sempre: Mi ama ancora!
Arrivò a casa che erano le undici, agitato, si mise subito a letto. Maria gli raccontò febbricitante del suo dolore.
Sopporta, avrai mangiato male! rispose. Niente dottori a mezzanotte, pensava.
Papà, mi fa davvero male! lo chiamò ancora Maria, Chiamami un medico, ti prego!
Ma lui, mezzo addormentato, tagliò corto: Su, coraggio, che passa da sola. Dormi, che poi va via.
Si risvegliò solo quando qualcuno lo schiaffeggiò di brutto.
Svegliati, Michele! Maria sta morendo! Era zia Ilaria, disperata. Ma cosa hai fatto? Che padre sei? Maria! Marietta!!
Caterina andò ogni giorno a trovare la nipote, la lavava, la curava. Si colpevolizzava di non essere stata più presente. Ma Michele non chiedeva, non scriveva niente!
Dai Maria, domani ti dimettono, torni a casa. Papà ti porterà i vestiti puliti, disse linfermiera una mattina. Felice, eh?
Ma Maria pianse. Non le mancava per niente. Non avrebbe mai perdonato il padre per aver solo ordinato di sopportare.
Piccola… Ma dai, Maria, Michele si aggirava imbarazzato sulla soglia della stanza.
Vai via! Vai via! Zia Cate, fallo andare! urlava Maria. Per colpa tua sto ancora male! Vai via!
Andò a vivere dalla zia Caterina. Michele non si oppose. Aveva patito abbastanza: la malattia della figlia, Angela che tornava e andava. Caterina che lo rimproverava sempre: E tu doveri, quando serviva? Ma doveva calmarsi, godersi la pace…
Rimase solo, mai più sposato. Così basta, ho già sofferto abbastanza. Ora aveva la sua stanza, nessuna preoccupazione se non il lavoro; finì pure il dottorato, sempre pronto a sopportare.
Quellautunno, Caterina chiese a Maria di tornare dal padre a dirgli una cosa importante.
Portalo tu, Marietta. Sta seduto sulla panchina. E ora, cosa farete, continuerete a guardarvi male? È pur sempre tuo padre ripeté, ma si fermò davanti allo sguardo duro della ragazza.
Maria serrò le labbra, prese il cappotto e se ne andò via.
Caterina la vide camminare sotto la pioggia, togliersi le gocce dal viso, stringere gli occhi.
Eccoti qua! esclamò vedendo Michele. Su, andiamo a casa, è ora di pranzo!
Michele alzò la testa, poi le sorrise come vedesse un angelo.
Maria… Mariuccia… sussurrò. Ma perché tu sotto la pioggia? Torna dentro…
Sono venuta per te, dai, alzati! Papà, che combini! Maria lo prese per mano e lo tirò dentro casa.
Perché sei qui, figlia? Se è per me, non ce nè bisogno, me la cavo. Non soffro più, adesso vivo e basta. Non farti del male, disse abbassando lo sguardo e togliendosi il cappotto bagnato.
Non sono qui per te, papà. Ho Ho qualcosa da dirti. Mi sposo. Devi saperlo.
Michele restò di sasso. Maria che si sposa? E lui cosa sarà ora? Il suocero? E come sarà il ragazzo? E come sopporterà tutti questi pensieri?
Ma questo arriverà. Per ora erano lì, Caterina, Maria e Michele, seduti insieme a bere il tè in silenzio.
Maria guardò la stanza: nulla era cambiato, la carta da parati rovinata era sempre la stessa. Il papà la sopportava.
Quella volta Maria era venuta non per lui, ma per se stessa. Prima di cominciare una vita nuova, bisognava chiudere col passato cercare di perdonare, magari imparare ad amare di nuovo.
Vedi, Mariuccia, tuo padre non è colpevole, non ha mai davvero avuto nessuno, nemmeno sua madre o suo padre; è stato vittima del suo passato E forse io ho una parte di responsabilità. Lui è rimasto sempre quel bambino che rubava il miele di nascosto ha sopportato tanto, tutta la vita. Io non ti chiedo di amarlo, solo di non perdervi, come io ho perso lui, Caterina la carezzò sulla spalla. Ormai, Mariù
Maria annuì. Non era facile perdonare ciò che era stato, ma se almeno cera una possibilità, avrebbe provato. Per sé stessa e per zia Caterina.
E oggi, chiudendo queste pagine, capisco: sopportare sempre, senza mai fare una domanda o chiedere aiuto, alla lunga ci rende invisibili anche a chi ci ama. Ed è solo affrontando il dolore, guardandolo negli occhi, che possiamo imparare ad amare davvero, lasciandoci alle spalle il peso del passato.







