La scelta è tua, papà

È la tua scelta, papà

– Ciao, Giulia! Scusami se ti disturbo. Puoi passare da me stasera? Devo parlarti sul serio, chiese Ettore Bellini alla figlia, chiamandola in pieno pomeriggio mentre era ancora al lavoro.

– Tutto a posto? È successo qualcosa?

– Vieni, poi ti spiego tutto. Non è una cosa da dire al telefono.

– Va bene, papà. Passo più tardi.

Giulia lasciò il telefono sulla scrivania e rimase pensierosa. Di cosa vorrà mai parlarmi luomo che mi ha cresciuta? si domandava, mentre linquietudine la accompagnava per tutto il resto della giornata e lungo il viaggio verso casa di suo padre. Lui abitava quasi ai confini di Firenze, in una zona di villette immerse nel verde, ed era necessario almeno quaranta minuti di macchina per raggiungerlo.

– Vuole che la porti più veloce o andiamo con calma? le domandò lautista del taxi con uno sguardo gentile nello specchietto.

– Non si preoccupi, non ho fretta.

Forse vuole finalmente mettere la lapide alla mamma… oppure pensa di trasferirsi da me, pensava Giulia mentre attraversava le viuzze alberate che conducevano alla casa.

Appena aperto il cancellino, vide suo padre già ad attenderla sui gradini della grande casa a due piani. Ettore Bellini aveva contribuito in ogni fase alla costruzione di quella casa, mettendoci tanta passione e molte delle sue energie.

Laveva progettata tanto tempo fa, desiderando offrire un angolo di paradiso alla donna che al tempo aspettava la loro unica figlia.

Trentanni dopo, la casa non mostrava affatto la sua età: era ancora curata e affascinante, grazie alle tante attenzioni di Ettore che aveva sempre amato profondamente la sua dimora. Anche il giardino, piantato e curato dalla sua amata moglie Lucia, fioriva ancora rigoglioso.

Ma ormai Ettore curava tutto da solo. Solo Giulia lo aiutava, quando riusciva a tornare a trovarlo.

– Ciao papà, appena arrivata, abbracciò il padre e gli sfiorò la guancia con un bacio. Allora, di che si tratta?

– Vieni dentro, disse lui. Ho appena fatto bollire lacqua per il tè. Parleremo con calma.

Giulia percepiva la tensione del padre e non voleva forzarlo: attese che lui trovasse le parole giuste.

Aveva il cuore pesante, intuendo che quella sera non si sarebbe parlato né di lapidi né di traslochi. Due anni prima sua madre, Lucia Neri, era mancata allimprovviso. Non aveva mai manifestato particolari problemi di salute; una sera si era addormentata e non si era più svegliata.

“Arresto cardiaco improvviso, può succedere”, aveva detto il medico.

Giulia non riusciva a credere di aver perso sua madre, con cui il giorno prima aveva chiacchierato al telefono. Lo stesso valeva per Ettore, che da allora era diventato silenzioso e cupo.

Un anno dopo, quando Giulia tentò di affrontare il discorso corpo lapide, Ettore la guardò serio: “Non avere fretta, figlia mia. Sento che anche io non resterò qui a lungo”.

– Papà, non dire sciocchezze, aveva risposto Giulia per rassicurarlo. Sei ancora giovane, e i nipoti li devi conoscere, quindi non fare il profeta di sventura.

– Giovane? aveva sorriso mestamente Ettore. A breve andrò in pensione.

– E allora? Non è la pensione che decide quanto viviamo! Per favore, non fissarti.

– Lo so, ma non correre con i progetti. Quando non ci sarò più, pensaci tu, la lapide. Per ora non serve.

E così quel discorso rimase sospeso. Da allora, Ettore iniziò a lamentare dolori al cuore, tosse persistente prevedibile in un uomo che aveva fumato tutta la vita e una debolezza alle gambe.

Giulia faceva il possibile per visitarlo spesso, lo sentiva ogni giorno, ma il lavoro e un marito da curare la tenevano impegnata. Ettore, suo malgrado, restava quasi sempre solo.

Una volta andò a trovarlo portando buste piene di spesa e lo trovò appoggiato, pallido, contro il melo del giardino.

– Papà, tutto bene? Vuoi che chiamo qualcuno? domandò ansiosa.

– Tranquilla, adesso mi passa, le rispose con un sorriso forzato.

Ma lambulanza la chiamò comunque fortunatamente, perché era stato un piccolo ictus e lintervento rapido dei medici fu fondamentale.

Ettore si riprese più velocemente del previsto, ma Giulia sapeva che qualcosa dentro di lei era cambiato. Papà non voleva lasciare la casa, e lei non poteva trasferire a vivere lì il marito: Firenze era troppo scomoda da raggiungere per entrambi rispetto ai rispettivi lavori. Inoltre, il marito aveva ricevuto una proposta per una posizione importante a Genova, quindi forse si sarebbero dovuti trasferire presto.

Ettore scherzava, dicendole di non preoccuparsi, che avrebbe sistemato tutto da solo. Giulia, però, lo aiutava nelle pulizie approfondite e nella sistemazione del giardino almeno due volte al mese insieme al marito.

Ogni volta restava sorpresa da quanto la casa fosse ordinata e il frigo sempre pieno con cibi freschi, minestre calde, puree, polpette… Proprio come in ospedale, pensava. Forse si stava preoccupando per nulla, ma la preoccupazione continuava a rodele.

Ora papà aveva qualcosa di importante da dire. Da oltre mezzora taceva, seduti al tavolo. Ma Giulia attendeva.

– Giulia, come va con Stefano? Siete felici insieme, non litigate mai? chiese Ettore allimprovviso.

– Va tutto bene! Perché?

– Non mi trasferisco da voi. Sto bene dove sono, tra le mie cose. Volevo solo dirti una cosa…

Ecco, ci siamo, pensò Giulia, trattenendo il fiato.

– Vedi… dopo lictus, ho ricominciato a vivere. Prima senza la tua mamma stavo davvero male. Ma ora è diverso.

– Lo vedo! Sei rifiorito come il tuo melo là fuori.

– Già. E cè un motivo. Giulia, capirò se ti allontanerai da me per questo, ma…

– Ma cosa? si irrigidì Giulia.

– Ho deciso di sposarmi.

Tutto si aspettava Giulia, tranne questo.

– Sposarti? Con chi?

– Quando ero in ospedale, ho incontrato una donna speciale, un medico: si chiama Sofia Galli. È stata daiuto in tutto: mi ha aiutato a rimettermi in piedi, mi ha sostenuto anche dopo, veniva spesso ad aiutarmi in casa. Mi sono innamorato, e anche lei di me. E vorremmo stare insieme.

– Questa sì che è una notizia…

– Lo so, ha ventanni meno di me. Ma quando mai lamore si è fermato alletà?

Giulia pensò, Mio Dio, pure più giovane… chissà che idea si è fatta costei.

– Papà, non so che dire… mormorò, sbigottita.

– Vive in un piccolo appartamento a Pisa con le figlie, Martina e Caterina. Due ragazze a posto, entrambe universitarie. Io voglio aiutarle, lei mi aiuta ogni giorno. Che male cè?

– Ma perché tutto questo? Scusa papà, ma che bisogno cera di sposarsi?

– Se pensi che Sofia sia qui solo per la casa o la pensione, sbagli: ho già deciso, scriverò il testamento lasciando tutto in parti uguali. Sofia è daccordo. A ognuno il suo.

– Non accuso nessuno, papà. Però lascia che dica la mia.

Quella sera Giulia non aggiunse altro. Tornò a casa, tormentata dai dubbi: le dava più fastidio il pensiero che suo padre tradisse la memoria della madre, oppure che quella donna lo stesse solo usando?

Si sfogò con la sua amica Clara, che faceva la psicologa: – Capisci, non so come uscirne…

– Giulia, ognuno rielabora il dolore a modo suo. Cè chi rinasce attraverso nuovi affetti. Forse tuo padre ha solo bisogno di compagnia, di sentirsi ancora vivo. Magari con questa donna trova una serenità nuova.

– Sì, ma… se fosse solo interesse? Non potrebbe convivere e basta, senza sposarsi?

– È la sua scelta…

Dopo giorni di riflessione, e qualche altro incontro con il padre (in cui finalmente conobbe anche Sofia Galli e le figlie), Giulia capì che nulla avrebbe potuto cambiare.

Ettore Bellini e Sofia Galli si sposarono in pochi mesi; le due ragazze si trasferirono nella casa fiorentina e la nuova vita ebbe inizio.

Giulia andò a trovarli meno spesso non sopportava la finta cordialità di Sofia, che a suo avviso era tuttaltro che sincera. Ma Ettore era sinceramente felice, e questo contava.

Dopo poco, però, Giulia e Stefano si trasferirono a Genova e via via passavano mesi senza che riuscisse nemmeno a parlare con suo padre: spesso era Sofia a rispondere al telefono.

Ciao, Giulietta. Ettorino sta riposando. Vuoi che gli dica qualcosa? trillava con una voce suadente, ma senza alcun calore.

Però Ettore era sempre in forze e sereno quando riusciva a sentirlo. Se è davvero felice, che sia così, pensava tra sé e sé.

Col passare dei mesi, però, Giulia notò che il padre peggiorava: la tosse, la fatica nel respiro. Andò da lui subito.

– Nulla di allarmante, Giulietta, la rassicurò Sofia. È bronchite cronica, il fumo di una vita fa questi danni. Ma so bene come trattare queste cose.

Giulia notò il pacchetto di sigarette aperto sul tavolo e sbottò:

– Come fa a fumare ancora? Non vuole smettere per la salute almeno ora?

– Non accusare nessuno, intervenne Ettore. Sono io che non riesco a smettere, Sofia mi ha già sgridato spesso. Ma prometto di provarci.

Stranamente, Giulia sapeva che stavolta il padre mentiva. Ha imparato certo dalla moglie… Ma non poteva cambiare il corso delle cose.

Pochi mesi dopo, una mattina prestissimo, fu Sofia a chiamarla: Ettore non cera più.

– È stato tutto molto veloce, si lamentava Sofia. Non si poteva fare più nulla. Che disgrazia!

Dopo il funerale, Sofia quasi trascinò Giulia nello studio di Ettore, le mise davanti una carta.

– Sai cosè, vero? domandò, stavolta senza maschera.

– Il testamento di mio padre?

– Proprio così, cara! E la casa ora è mia. Tu non puoi fare nulla contro la sua volontà!

Non sono sorpresa, pensò Giulia.

– E non credere che abbia costretto Ettore a scriverlo così! Era la sua ultima volontà, con tanto di notaio. Se vuoi, puoi leggere!

Giulia scorse il testamento e dovette ammettere che era tutto regolare: la casa andava a Sofia.

Capì che la moglie lo aveva probabilmente convinto poco a poco. Ma come aveva detto Clara, era la scelta di suo padre. Spero che la mamma lo perdoni….

Uscendo, rischiò quasi di inciampare in un cucciolo che giocava nel cortile. Le sembrava di averlo già visto: Ma certo! Era al cimitero, vicino alla tomba.

– Papà aveva preso un cane? domandò a Sofia, che la seguiva fuori.

– Ancora qui, questo rognoso! Sofia fece un gesto brusco verso il piccolo, che si rifugiò immediatamente sotto la panchina vicino al melo. Non ne posso più!

– Da dove è venuto? Papà non mi disse che ne voleva uno.

– Macché! Lha solo sfamato per pietà, ma io ero contraria. Glielho detto che i cani poi restano! Ma lui niente, continuava a dargli da mangiare.

– Papà amava tanto i cani. Da quando morì Argo, non ne aveva più voluti. Temeva il dolore di un altro addio.

– Non so come sia arrivato sto cucciolo, proseguì seccata Sofia, ma ora che qui comando io, lo faccio sparire.

Giulia la guardò severa, si avvicinò al cucciolo e lo sollevò dolcemente.

– Nessuno lo manda via, lo porto con me. Sono sicura che papà sarebbe contento.

– Vedrai che è meglio così, esultò Sofia. Tanto, è lunica cosa che puoi portarti via adesso.

Giulia avrebbe voluto trattenere la casa dei genitori e sentiva un dolore profondo lasciandola. Ma sapeva che i ricordi e lamore restavano nel cuore.

Molti avrebbero detto che avrebbe dovuto combattere per quei mattoni, ma lei aveva altro: lamore di suo marito, una casa sua. E ora anche un cane, Argo, ribattezzato come quello che suo padre aveva tanto amato.

La villa costruita da Ettore Bellini, alla fine, non rimase a nessuno. Le figlie di Sofia andarono tutte a lavorare a Milano una volta laureate, e la casa, troppo periferica e impegnativa, non serviva a nessuno nemmeno a Sofia. Senza una mano forte, andò presto in rovina.

Sofia provò a venderla, scese più volte col prezzo, ma non trovò mai acquirenti. Alla fine, se ne tornò nel suo piccolo bilocale a Pisa e la casa, che tanto aveva desiderato, si spense nel silenzio e nel tempo.

Passarono molti anni. Giulia tornò lì un giorno con il marito, Argo e i suoi figli piccoli. Della vecchia villa restavano solo i ruderi, il giardino invaso dalle erbacce, il melo ormai secco e la tristezza di qualche muro cadente.

Giulia restò in silenzio davanti a quegli scampoli di passato, poi abbassò lo sguardo, si asciugò le lacrime e mormorò tra sé:

È stata la tua scelta, papàSi fermò davanti a ciò che restava della casa, la mano stretta a quella del figlio più piccolo, mentre Argo correva tra fili d’erba alta. Rimase in ascolto. Nel vento tra le fronde risentì le risate di sua madre, il passo deciso del padre, le voci familiari di un tempo che la terra non poteva cancellare.

I bambini correvano avanti, incuriositi dai ruderi come da un regno misterioso. Giulia, senza farsi vedere, lasciò cadere un piccolo sasso dipinto ai piedi del vecchio melo, segnandolo con una “G”. Era il suo modo per dire che lì, nel silenzio, restava sempre la loro storia.

Quando si voltò, Argo le saltellò vicino, scodinzolante. Guardò il marito, che la abbracciò dolcemente. Andiamo, le disse lui. Giulia respirò a fondo, con un sorriso lieve, e si allontanò senza voltarsi più.

Sapeva che le vere dimore sono fatte di ricordi, non di mattoni; e che il cuore di chi ama trova sempre casa dove qualcuno ti attende, tra presente e passato che camminano insieme come padre e figlia, sotto lo stesso albero, finché cè memoria, nulla va davvero perduto.

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