La gioia della Pasqua

La felicità a Pasqua

Tamara rabbrividì leggermente. Aveva sbagliato a indossare solo un leggero cappotto; il sole che già allalba inondava la camera laveva ingannata, svegliando anche il pappagallo di Tamara, Giulio. Quello iniziò a cinguettare, borbottare e a reclamare che gli togliessero il telo nero dalla gabbia. Ai suoi strilli si univano i passeri fuori dalla finestra, chiacchierando, trillando, aumentando la frenesia del piccolo volatile.

Dai, Giulio, non riesci a dormire? sospirò Tamara, sedendosi sul letto, stirandosi con eleganza e muovendo i riccioli biondi. Va bene, va bene, basta lamenti!

Tamara indossò la vestaglia, si cinse la vita con la cintura, si diede qualche schiaffetto sulle guance e tolse il telo dalla gabbia di Giulio. Lui squittì felice, chiedendo libertà.

No, tu vuoi sempre scappare! Oggi resta tranquillo. Ho voglia di fare una passeggiata, dopo pranzo volerai, scosse la testa Tamara, porgendo il dito con lunghia rossa alle sbarre, come per accarezzare il pappagallo, che invece si ritrasse. Non ti sei ancora abituato come il mio ex marito. Sorrise tra sé. Lui in gabbia non ci sarebbe mai stato, si è dato alla fuga

Il marito aveva lasciato Tamara un anno prima, dicendo che la loro storia era ormai finita. Raccolse tutto in fretta e se ne andò, portando via anche la lampada da terra, un paio di candelabri regalo della mamma di Tamara e una foto di sé stesso in uniforme da marinaio.

Quel giorno era proprio Pasqua. Tamara aveva preparato la colomba, aveva addirittura portato ricotta fresca dal paese per il tradizionale dolce pasquale, trafficava allegra in cucina, poi, sistemato tutto nel cesto grande, chiamò Michele che sembrava sempre mezzo assorto nelle parole crociate per andare a far benedire le sue creazioni.

Tamara! Quante volte te lho detto, non esiste Dio. È solo una favola per anime semplici! Tutta questa faccenda delle uova, lodore di cipolla quando colori i gusci, la colomba sono solo affari, Tamara! Perché dovremmo andare dal prete a far benedire quello che hai preparato? Basta, ne ho le tasche piene.

Ma prima non ti sembrava una perdita di tempo, Michele! si incupì Tamara. Ci andavamo, e ti piaceva pure!

Ma lo facevo per te! fece Michele con un gesto della mano. Vai pure da sola, ho una chiamata importante.

Lei lo chiamò proprio mentre Tamara usciva di casa con il suo cestino.

Michele rispose dalla camera; Tamara, per un attimo, pensò di alzare la cornetta dellaltro telefono nel corridoio, ci posò pure la mano, ma ci ripensò. Rompersi proprio ora avrebbe rovinato la Pasqua, la gioia, i ricordi dinfanzia. E questo non glielo poteva permettere.

I genitori di Tamara erano atei convinti, scienziati, credevano che tutto si spiegasse con la ragione, niente miracoli, e le lasciarono credere in Babbo Natale solo perché è ancora una bambina!.

Fu la nonna materna, Elena, raffinata e amante della moda, a insegnarle ad amare le icone, lodore dellincenso, lo splendore delle cupole delle chiese; la nonna la portò di nascosto a battezzare mentre i genitori erano in viaggio naturalmente ne nacque una discussione, ma non si arrese.

Perché? Perché riempi la testa della bambina di sciocchezze? urlava la mamma, Giulia, mentre Tamara in lacrime toglieva la catenina con la croce. Le serve vivere nel mondo di oggi! La scienza ha già spiegato tutto, e lassù non ci sono angeli, ma solo materia. Mamma, sembri una paesana!

Elena prima taceva, stringendo tra le mani un paio di guanti di pizzo ormai rattoppati, poi rispose:

Tutti hanno bisogno di sapere che esiste qualcosa di più grande e buono di noi stessi, che anche quando nessun uomo può aiutarti, qualcuno cè sempre. La fede nel bene aiuta a vivere.

Giulia non rispose, fece una smorfia e buttò la croce in un cassetto.

Tamara la recuperò quella sera stessa, la nascose e non raccontò ai genitori delle visite in chiesa con la nonna, delle candele accese, delle preghiere per i defunti. Tamara sapeva custodire i segreti.

In chiesa da bambina le piaceva: fresco, penombra, il profumo dei ceri e niente fretta. Da adolescente rimaneva incantata davanti alle icone, che osservava nei minimi dettagli colori, espressioni, piccole crepe nel legno. Ogni icona, per lei, aveva un suo umore, un suo carattere.

La nonna le insegnò anche a fare la colomba e la pastiera, lasciandole portare la cesta in chiesa e riportarla a casa. Tutti quei ricordi erano come immersi in una luce speciale: persone eleganti, tovagliette ricamate, uova colorate e nastrini sugli alberi, la processione. Tutto piaceva a Tamara, mentre la mamma sembrava turbata, diceva sciocchezze! e chiudeva le finestre per non sentire le campane.

Tamara crebbe, studiò, conobbe Michele e si costruì la sua vita. Manteneva le tradizioni della nonna, un marito apparentemente partecipe, il padre ormai distaccato finalmente pensa a sé, e una madre sempre lamentosa, convinta che la figlia lavesse dimenticata.

Mamma! Ma dai! Siamo solo presi da mille impegni! la rassicurava Tamara. Ma veniamo sempre a trovarti nel weekend, lo sai!

Poi la mamma chiamava per dire che non sarebbero stati a casa, così Tamara si ritrovava a chiamare la nonna, e di nuovo tutto si ripeteva.

Tamara e Michele non ebbero figli, anche se Michele ne desiderava uno, maschio ovviamente.

Ecco, vedi? Tutta colpa della nonna! rideva Giulia. È per questo battesimo e la chiesa! E dovè il tuo Dio adesso?

Tamara si voltava dallaltra parte, mordendosi il labbro. In realtà era qualcosa di ormonale, i medici dicevano che cera tempo. E se aveva trovato buoni medici, era perché il Signore laiutava.

Michele la lasciò proprio a Pasqua. Tamara rimase seduta sul letto, abbracciando le ginocchia, come se volesse trattenere i fili invisibili che la legavano ancora a lui.

Ma i fili erano ormai spezzati.

Vai da qualcuno, o te ne vai così? chiese piano Tamara. Almeno una passeggiata, è Pasqua E il tempo è bello

Lui la ignorò.

Non ho tempo, Tamara. E basta con queste storie. Siamo adulti, sistemiamo tutto civilmente, dai.

Così fu: Michele le fece un bonifico generoso, lei non volle lauto tanto non sapeva guidare , e lui si portò via un paio di sedie, una teiera di porcellana, bicchieri da spumante e il trapano. La macchina del caffè decise di lasciargliela, per generosità.

La separazione fu silenziosa. Solo i vicini guardarono dalla finestra e poi si sedettero a far colazione.

Era passato un anno. Di nuovo Pasqua. Ma, più della data, erano i ricordi a pesare.

Alla Pasqua della separazione Tamara sedette in cucina, preparandosi un tè amaro e mangiando un pezzetto di colomba. Nemmeno andò in chiesa, anche se le piaceva sentire il suono delle campane, le vesti colorate, il profumo di vaniglia e crema. Alle amiche disse che aveva linfluenza; rimase a casa, sola.

Notte insonne tentò persino di fumare una delle sigarette di Michele lasciate sul tavolo, ma tossì e rinunciò.

Quellanno la domenica di Pasqua era luminosa, laria vibrava; oggi invece il cielo era grigio e minacciavano pioggia e freddo.

Giulio osservava la padrona prepararsi lentamente, sedersi allo specchio, dare un tocco agli occhi, farsi una bella acconciatura.

Non si può rimanere chiusi in casa solo perché Michele se nera andato un anno prima! Tamara si sforzò, si mise il cappottino, annodò il foulard, salutando i vicini con un sorriso.

Buona Pasqua, Tamara! le sorrideva la signora Irene del terzo piano Vai in chiesa? Io vado più tardi con i nipoti, così festeggiamo insieme!

Tamara annuì. I nipoti sono una cosa bella: portano gioia anche in una giornata uggiosa. Nellaria profumo di foglie bagnate, benzina e shampoo; per strada scorrevano fiumi di schiuma che usciva dagli idranti di un camion pulisci-strade.

Tamara scavalcò una pozzanghera coi suoi mocassini di camoscio, quasi bagnandosi.

Il camionista le fece un cenno, allegro; Tamara salutò distratta, uscì dal cancello.

Per strada cera ancora poca gente, al bar di fronte coppie già prendevano il caffè, un signore portava al guinzaglio un bassotto; il cane voleva deviare ma il padrone lo tratteneva.

Non morde! Passate pure! rassicurava le persone.

Tamara aveva paura dei cani e cambiò marciapiede. Il bassotto sospirò e si mise bravo vicino al padrone.

Tamara girò langolo, passando davanti al cancello ferro battuto spalancato della chiesa, si sistemò il foulard e si fece il segno della croce.

Era stata la nonna a insegnarle:

Fallo piano, con attenzione e con il cuore: serve più a noi che a Dio, così ci fermiamo un attimo e pensiamo

Tamara si fermò, alzò lo sguardo verso le cupole. Oggi non brillavano come doro, parevano tranquille, discrete. Poi le campane si misero a suonare proprio mentre un raggio di sole rompeva le nuvole e scintillava sulla cima della chiesa. Che bellezza, pensò Tamara, emozionandosi.

Ma il vento spingeva di nuovo le nuvole, il sole sparì, iniziò a piovere.

Tamara salì sul sagrato, entrò e si mise in un angolo.

Semiombra, il crepitio delle candele, fili di luce accecante che tagliavano laria.

Tamara non sentiva gioia. Era entrata quasi per abitudine. I volti dalle icone la fissavano severi, quasi contrariati.

Mi fermo un po e poi vado. Oggi non è giornata sarrabbiò con sé stessa.

Qualcuno le sfiorò la spalla. Tamara si voltò.

Mi scusi! le disse un uomo con voce profonda, in vestito scuro. Auguri.

Sembrava impacciato, o forse imbarazzato.

Anche a lei. Oggi le colombe non si benedicono più, notò Tamara riferendosi al pacchetto che lui reggeva. Ma non importa, mia nonna diceva che va bene lo stesso portarle.

Davvero? Non sono pratico, vede, son cresciuto in una caserma militare, la mia famiglia era beh lontana dalla chiesa. Mi chiamo Igor aggiunse lui, senza un motivo.

Tamara, rispose lei. I miei genitori anche solo che la nonna invece credeva. E mi ha insegnato lei.

Io ho vissuto dalla nonna solo una volta, a Pasqua pure lei mi portò in chiesa. Ma avevo cinque anni, non ricordo nulla. Pensavo non facesse per me. Ora la nonna non cè più, è mancata da un mese Oggi passavo di qui, abita vicino, compravo la colomba perché le piaceva. Non so perché sono entrato.

Tamara ascoltava, osservando le icone; Igor, invece, la guardava di sottecchi. Lei si sentì un po in imbarazzo, ma sorrise.

Qui è molto bello. Quattro anni fa hanno restaurato le volte. Anche le icone sono stupende, sembrano vive, sussurrò Tamara. Scusi, forse le sembro ingenua?

No, davvero. Non capisco nulla darte sacra, ma Igor scosse la testa.

Le signore anziane le zittirono con unocchiata severa.

Mi scusi! voleva spiegarsi Igor, ma si sentì solo più impacciato. Ho questa voce grossa Anche a scuola mi rimproveravano.

Tamara sorrise ancora.

Le faccio vedere un po la chiesa, propose.

Camminarono piano. Tamara raccontava delle icone, chiedeva a Igor di guardarle da vicino, poi di allontanarsi. I volti cambiano sempre! Oggi sono tristi. sospirò. Ma è festa!

Non sono tristi, solo severi. Lei invece cè qualcosa che non va? chiese Igor con la sua voce profonda, facendosi riprendere ancora dalle anziane.

No, no, va tutto bene. È solo una sua impressione, arrossì Tamara. Non voleva certo spiegare tutto a un estraneo.

Va bene, allora così sia. Anzi, se non ha fretta, usciamo a bere un caffè? Non voglio sembrare invadente, ma qui dentro mi cacceranno! Igor lanciò unocchiata alle signore, che ora però sorridevano, una persino gli strizzò locchio.

Il caffè no, ma magari una passeggiata. Dietro la chiesa cè un piccolo giardino, non è ancora fiorito ma

Uscirono, Igor offrì il braccio a Tamara: lei vi si appoggiò, la sua mano era forte ma sorprendentemente delicata. Improvvisamente sentirono un colpo: qualcuno aveva urtato lo scalino dellingresso. Tamara sussultò: così faceva sempre la nonna col bastone Si voltò, ma naturalmente, dietro di loro, non cera nessuno. Solo un ricordo.

Nel giardino la ciliegia era in fiore; per terra cuscini di primule gialle, violette, qualche tulipano già rosso scuro.

Tamara raccontò a Igor della nonna, di come amasse quel giardino, e la panchina dove si fermava sempre a riposare.

Vuole un pezzo di colomba? Se non vuole il caffè posso scappar via a prenderle un tè. Lì davanti lho visto e Igor già armeggiava col pacchetto, scartava il dolce nella carta decorata.

Mentre Tamara ancora sorrideva, lui corse a prendere due bicchieri col tè ai frutti di bosco, preparò il piccolo picnic; appena smise di piovere uscì un raggio di sole più caldo, improvviso, come un sorriso sopra le nuvole.

Spezzarono la colomba con le mani, la glassa cadeva sul vestito di Tamara, qualche briciola di cioccolato, ma non se ne curava. Il tè profumava destate.

Michele non si era mai seduto così con lei. La portava nei ristoranti a leggere il menu con aria critica, sempre in ansia per il conto.

Con Igor era tutto più semplice, lui raccontava di quando la nonna Nina gli insegnava a mungere le vacche in campagna, di come il gallo Peppino lo rincorreva per il cortile, e il cane lupo Rocco voleva saltargli addosso con le zampe bagnate di rugiada.

Io invece ho paura dei cani! confessò Tamara.

Rocco era buono! Non le avrebbe fatto paura. Aspetti, le vado a prendere un po dacqua per le mani.

Igor corse via. Tamara sentì come se qualcuno si fosse seduto accanto a lei. Buona Pasqua, nonna, sussurrò, chiudendo gli occhi. Non ricevette risposta, ma un caldo abbraccio le scaldò il cuore.

Igor tornò, le pulì le mani come una bambina, dicendo che era tutta impiastricciata; Tamara rise, e quella sensazione di gioia, di memoria serena, la sfiorò appena.

Poi si scoprì che le nonne di Igor e Tamara erano grandi amiche, andavano da giovani a fare il bagno al lago nei pressi del bosco. Tamara e Igor da piccoli si erano persino incontrati: le nonne stavano in fila dal panettiere, Tamara curiosa, Igor impacciato dietro la nonna, poi per farsi notare le tirò fuori la lingua, lei fece finta di rimproverarlo col dito, ma poi tutto fu dimenticato. Fino a oggi

Come si fa a non credere nei miracoli! raccontava Igor agli amici, quando presentava Tamara ormai fidanzata. E narrava come, per caso, era entrato in chiesa ed era bastato uno sguardo.

Da allora, mai più Tamara fu triste a Pasqua: troppo da fare! Avevano due bambini, maschi, e un grande cane di nome Rocco. Il pappagallo Giulio non si spiegava come mai la padrona avesse portato a casa questo gigante dalla voce grossa, e come mai poi erano arrivati anche due bambini. Ogni tanto guardava fuori dalla finestra, domandandosi da dove venisse questa felicità, mentre le cinciallegre lo prendevano in giro.

Ma Giulio restava impassibile: ormai era il pappagallo di famiglia, rispettato e felice.

Carissimi amici, buonissima Pasqua! Cristo è risorto! Che la fede ci protegga e ci dia sempre la forza di trovare la felicità anche dove sembra non ci sia.

Perché la vita, come una Pasqua inaspettata, ci porta sempre qualche miracolo dietro langolo. Basta saperlo attendere con il cuore aperto.

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La gioia della Pasqua
– Mi hai ingannato! Nicola stava in mezzo al salotto, rosso dalla rabbia. – In che senso ti ho ingannato? – Lo sapevi! Sapevi di non poter avere figli e hai voluto sposarmi lo stesso! – Sarai la sposa più bella del mondo, – disse mamma aggiustandole il velo, e Antonella sorrise riflessa nello specchio. Abito bianco, pizzo sulle maniche, Nicola in abito elegante. Tutto come aveva sognato fin da quando aveva quindici anni: un grande amore, matrimonio, bambini. Tanti bambini. Nicola voleva un maschietto, lei una femminuccia: avevano deciso per tre, così da accontentare tutti. – Tra un anno già mi vedo a coccolare i nipotini, – sospirava mamma tra una lacrima e l’altra. Antonella credeva ad ogni loro parola. I primi mesi di matrimonio volarono in una nuvola di felicità. Nicola tornava dal lavoro, lei lo accoglieva con la cena pronta, si addormentavano abbracciati e ogni mattina lei controllava il calendario con il cuore in gola. Ritardo? No, solo una sensazione. Un altro mese. Ancora. Ancora. Con l’inverno Nicola smise di chiedere “Allora?”. Ora la osservava solo, in silenzio, quando usciva dal bagno. – Forse dovremmo vedere un medico? – propose lei a febbraio, quasi un anno dopo. – Era ora, – borbottò Nicola senza distogliere lo sguardo dal telefono. L’ambulatorio odorava di disinfettante e disperazione. Antonella, in attesa con altre donne dagli occhi spenti, sfogliava una rivista sulla maternità felice, certa che si trattasse di un errore. Tutto andava bene, solo un po’ di sfortuna, ancora per poco. Analisi. Ecografie. Ancora analisi. Visite su visite. I nomi delle procedure si confondevano in un flusso interminabile di lettini freddi e volti indifferenti delle infermiere. – Probabilità di concepimento naturale? Circa il cinque per cento, – comunicò la dottoressa. Antonella annuiva, prendeva appunti, poneva domande. Ma dentro si era ghiacciata. Cominciò la terapia a marzo. E con essa arrivarono i cambiamenti. – Ancora piangi? – Nicola sulla porta: nel tono, più fastidio che compassione. – Sono gli ormoni. – È già il terzo mese. Forse stai solo fingendo? Non se ne può più! Antonella provò a spiegare che la terapia richiedeva tempo, che i medici parlavano di sei mesi, un anno, per vedere risultati. Nicola però se n’era già andato sbattendo la porta. Il primo tentativo di fecondazione assistita fu fissato in autunno. Antonella rimase a letto due settimane, temendo di spaventare il miracolo. – Negativo, – disse fredda l’infermiera al telefono. Antonella si accasciò nel corridoio e restò lì fino al ritorno di Nicola. – Quanti soldi abbiamo già buttato in tutto questo? – chiese lui invece di “Come stai?”. – Non ho contato. – Io sì. Quasi sessantamila euro. Per cosa, poi? Lei non rispose. Non c’era risposta… Secondo tentativo. Ora Nicola tornava a casa a notte fonda, profumava di un’altra donna, ma Antonella non domandava, non voleva sapere. Ancora negativo. – Forse basta, – disse Nicola seduto di fronte a lei in cucina, rigirando tra le mani una tazza vuota. – Quanto dobbiamo ancora andare avanti? – I medici dicono spesso che il terzo tentativo è quello giusto. – I medici dicono ciò per cui li paghi! La terza volta, Antonella affrontò tutto quasi da sola. Nicola “si tratteneva al lavoro” ogni sera. Le amiche smisero di chiamarla – stanche di consolarla. Mamma piangeva al telefono: così giovane, così bella, perché capitasse proprio a lei? Quando l’infermiera, per la terza volta, disse “mi dispiace”, Antonella non pianse. Le lacrime erano finite da tempo, tra la seconda terapia e l’ennesima lite per i soldi. – Mi hai ingannato! Nicola in mezzo al salotto, furibondo. – In che senso ingannato? – Lo sapevi! Sapevi di non poter dare figli e mi hai sposato lo stesso! – Non lo sapevo! La diagnosi è arrivata un anno dopo le nozze, eri con me dal medico quando… – Non mentire! – gridò avvicinandosi, Antonella istintivamente arretrò. – L’hai fatto apposta! Ti sei trovata uno scemo da sposare, e poi sorpresa! Niente figli! – Nico, ti prego… – Basta! – Afferrò un vaso e lo scaraventò contro il muro. – Io merito una famiglia vera! Con figli, non questa farsa! La indicò come se fosse qualcosa di disgustoso, un errore della natura. Le liti diventarono quotidiane. Nicola rincasava arrabbiato, taceva tutta la sera, poi esplodeva per una sciocchezza: il telecomando fuori posto, la minestra troppo salata, perfino il suo respiro troppo rumoroso. – Divorziamo, – annunciò una mattina. – Cosa? No! Nico, possiamo adottare un bambino, ho letto… – Non voglio figli di altri! Voglio il mio! E una moglie che possa darmi un figlio! – Dammi ancora una possibilità! Ti prego. Io ti amo. – Ma io non ti amo più! Lo disse calmo, guardando Antonella negli occhi. E fu più doloroso di tutti gli urli insieme. – Sto facendo le valigie, – comunicò lui il venerdì sera. Antonella, avvolta nel plaid sul divano, lo guardò gettare camicie nella valigia. Ma in silenzio non riuscì a prepararsi. – Me ne vado perché sei sterile. Nicola continuava a colpire dove faceva più male. – Mi troverò una donna normale. Antonella rimase muta… La porta si chiuse. La casa cadde nel silenzio. Solo allora pianse – per la prima volta, davvero, a voce alta, fino a restare senza voce. Le prime settimane dopo il divorzio si fusero in una macchia grigia. Antonella si alzava, beveva tè, tornava a letto. A volte dimenticava di mangiare, a volte che giorno fosse. Le amiche venivano, portavano da mangiare, pulivano casa, cercavano di parlarle: lei annuiva e acconsentiva a tutto, poi si richiudeva nel suo bozzolo e fissava il soffitto. Ma il tempo passava. Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana. Finché una mattina Antonella si svegliò pensando: basta così. Si alzò, fece la doccia, buttò tutte le medicine dal frigo e si iscrisse in palestra. Al lavoro chiese un progetto nuovo, impegnativo, di tre mesi. Nel weekend iniziò a fare escursioni, poi piccoli viaggi. Milano, Firenze, la Costiera Amalfitana. La vita non si era fermata. In libreria incontrò Davide – entrambi allungarono la mano sull’ultimo Stephen King. – Le signore prima, – sorrise lui. – E se cedessi io, ma tu mi offrissi il caffè? – Antonella si stupì di sé stessa. Lui rise, e quel sorriso le scaldò il cuore in un modo nuovo. Davanti a un caffè le raccontò di Giulia – la figlia di sette anni che cresciuto da solo da quando la moglie non c’era più. Degli inizi durissimi, delle notti insonni, delle trecce imparate su YouTube. – Sei un bravo papà, – disse Antonella. – Ci provo. Non voleva mentirgli. Al terzo appuntamento, capendo che Davide non era solo un incontro fugace, gli raccontò tutto. – Non posso avere figli. È una diagnosi ufficiale, tre tentativi di fecondazione assistita falliti, mio marito mi ha lasciato. Se è importante per te, meglio saperlo ora. Lui restò un lungo istante in silenzio. – Ho già Giulia, – disse infine. – Mi servi tu, anche se non avremo figli nostri. – Però… – Puoi farlo, – la interruppe con una frase misteriosa. – In che senso? – Essere madre. Se lo vuoi. Anche la mia mamma aveva ricevuto una diagnosi simile. Eppure eccomi qui. I miracoli esistono. Giulia la accettò subito. All’incontro iniziale fu timida e scontrosa, ma appena Antonella le chiese il libro preferito, si scatenò una mezz’ora di Harry Potter. Al secondo incontro la bimba le prese la mano. Al terzo – le chiese le “trecce come Elsa”. – Le piaci, – dichiarò Davide. – Non si è mai aperta così con nessuno. Due anni passarono in un battito. Antonella si trasferì da Davide, imparò a preparare le crêpes del sabato, memorizzò tutte le puntate di “PJ Masks” e trovò di nuovo la forza di amare. Davvero, senza paure e senza sospetti. A Capodanno, a mezzanotte, Antonella espresse un desiderio. A labbra socchiuse, sussurrò: “Vorrei un figlio”. Subito si spaventò per quel pensiero – perché risvegliare vecchie ferite? – ma il desiderio ormai era nell’aria. Dopo un mese, il ciclo non arrivò. – Impossibile, – mormorò Antonella fissando due linee rosa sul test. – Test difettoso. Secondo test. Due linee. Terzo! Quarto! Quinto! – Davide, – balbettò uscendo dal bagno, gambe di gelatina. – Credo… cioè… non lo so come… Lui capì prima che finisse la frase. La strinse forte, la fece girare su se stessa, la baciò sulla fronte, sul naso, sulle labbra. – Lo sapevo! – ripeteva. – Te l’avevo detto che ci saresti riuscita! I medici la guardarono come un caso unico. Ripescarono vecchie cartelle, ripeterono esami, prescrissero nuove visite. – È impossibile, – scuoteva il capo il dottore. – Con la sua diagnosi… In vent’anni non ho mai visto una cosa simile. – Ma sono incinta? – Sì, ottava settimana! Tutto perfetto. Antonella rise. Quattro mesi dopo, per caso incontrò un vecchio amico di Nicola al supermercato. – Hai sentito di Nico? – chiese, fissando la pancia di Antonella, ormai tonda. – Terzo matrimonio. Ma niente. Nessuno, né la seconda moglie né la terza, riesce ad avere figli con lui. – Niente? – Niente figli. I medici dicono che i problemi erano suoi. Puoi crederci? E dava sempre la colpa a te. Antonella non seppe cosa dire. Dentro di lei nessuna emozione – né rivincita, né amaro. Solo vuoto, dove una volta c’era l’amore… …Il bambino nacque una mattina d’agosto, col sole. Giulia, con Davide, fuori dalla porta, era la più agitata. – Posso tenerlo io? – chiese sbirciando in stanza. – Attenta, – disse Antonella porgendole il piccolo fagotto. – Sorreggi la testa. Giulia fissò il fratellino con occhi enormi, poi alzò lo sguardo su Antonella. – Mamma, ma resterà sempre così rosso? Mamma… Antonella scoppiò in lacrime, Davide le abbracciò entrambe, Giulia osservava stupita, ancora non capendo cosa succedesse. E Antonella comprese una cosa importante. Serve solo la persona giusta accanto, per credere nell’impossibile… E voi cosa ne pensate? Raccontateci nei commenti e sostenete l’autrice con un like!