I più cari del cuore

I miei cari

Secondo il dottore seduto al tavolo, la signora Vera Petronilla ricordava un rospo: grossa, larga, il collo che si gonfiava a ogni respiro. Questa donna, nonostante le raccomandazioni ripetute di curarsi, si ostinava a rifiutare ogni terapia.

Ma quale operazione, siete impazzito? Ho il mio orto, le patate da raccogliere, chi le pensa più, qui c’è da fare mille cose e voi parlate di operazione! E con chi lascio la Lella, dove la metto io?

Ed è qui che di solito entrava in scena la robusta, solida Lella, con due trecce, un vestitino di lana oppure di cotone, secondo la stagione, stivali recuperati da chissà dove, o scarpe consumate da altri piedi. Lella restava composta, lo sguardo basso, mentre Vera le stringeva la spalla con la sua manona.

Dove la metto, allorfanotrofio? Basta, ce lavete già proposto! Non insistere, via quei fogli! Io non firmo niente, non ci capisco niente in queste cose, e voi qui a farmi perdere tempo Andiamo, Lella, abbiamo altri impegni. Arrivederci, dottore, non abbiamo tempo da perdere! Vera rimbrottava la curiosa Lella che allungava una mano verso una statuina sul tavolo del medico, si alzava pesantemente, appoggiandosi a una mano grande e paffuta, le dita corte con lo smalto rosso acceso.

Il tavolo scricchiolava sotto il suo peso, oppure erano le ginocchia di Vera che cedevano; poi la porta si richiudeva dietro di loro e la dottoressa tirava un sospiro. Vera Petronilla incuteva timore a tutti con il suo aspetto deciso.

Camminava lungo il corridoio dellospedale con occhi fieri e padronali. Lella la seguiva, come un girino la madre, si sfregava la mano dolorante ma pareva tranquilla. Indifferenza? Abitudine? Pelle dura? Era il mistero di Lella.

Allora! Vera si fermò, aggrottò le sopracciglia, si morse il labbro inferiore, incerta, poi afferrò Lella per una mano e le sussurrò:

Tieni, porta questo alla dottoressa. Dille che la signora Vera Petronilla la ringrazia tanto, ma per adesso non si può proprio operare. Capito? Vai, forza! Come sei lenta, santa pazienza! Ma che nipotina mi ha mandato Dio, questa ragazzina sembra venire da un altro pianeta! O corre come una pazza, o si perde nei suoi pensieri, chissà a che pensa!

Vera scosse la testa, girò Lella verso il corridoio e la spinse delicatamente.

Lella, obbediente, tornò verso lo studio appena lasciato.

Bussa, testa tra le nuvole! le gridò dietro Vera. Che ragazza… A chi avrà preso? Tutto il giorno a insegnare, e non apprende mai…

Vera guardò in giro, cercando dove sedersi. Gli altri pazienti le cedettero il posto senza fare storie.

Solo dopo aver visto che Lella era entrata nello studio, Vera si sentì sfinita: si lasciò cadere sulla panchina rivestita di plastica, tirò fuori il fazzoletto e si asciugò la fronte sudata. Le labbra leggermente tremanti, il cuore che le batteva come un fabbro in petto.

Ma a ben vedere, Vera Petronilla non disgustava nessuno.

Sì, voluminosa, sì, con vestiti larghi e gambe come colonne, ma mai trasandata: profumo di buono, abiti puliti, stirati, scarpe consumate ma linde.

Problemi ai piedi, spiegava Vera a chi si soffermava troppo a guardare le sue scarpe fuori stagione. Che ci metto, se ho le ossa tutte storte? Sono nata prematura, sempre stata malata. Ma poi, ho dimostrato a tutti!

E sollevava il pugno, mostrando che era ancora tosta, il mento in avanti.

Ho ballato nellensemble, ho cantato, e cosa no! Solo gli occhi… E la tiroide, dicono… A volte le si stringeva il cuore, si commuoveva, si asciugava gli occhi, ma poi riprendeva:

Ma che mi seppellirete voi! Sempre a scavare nelle mie malattie! Andateci voi in ambulatorio! Io non posso star male, ho Lella da crescere uno, da far studiare due, da maritare tre! E voi parlate di operazione? Macché, non se ne parla proprio!

Linterlocutore di Vera, sempre un po spaventato, non sapeva mai cosa rispondere, mentre lei si allontanava vittoriosa.

Ora però non può andare via, sta aspettando Lella, che non torna dallo studio della dottoressa.

Ma quanto ci mette? Lella! Lella, vieni subito! il suo grido risuonò nel corridoio, facendo sobbalzare la fila in attesa e accorrere la donna delle pulizie.

Silenzio! Questa è unospedale! la richiamarono, ma zittirono subito dopo aver incrociato il suo sguardo fiero.

Nel frattempo, Lella si spostava da un piede allaltro davanti alla dottoressa Elena Andreetta Rebbi, la quale la guardava con compassione.

Ecco, grazie mille per tutto quello che fa. Questo è per lei, da parte di Vera Petronilla, disse Lella porgendo una scatola di cioccolatini. Ma curarsi adesso proprio non può. Dobbiamo scavare patate domani, altrimenti i vicini ce le portano via. Andremo e sistemeremo tutto.

Elena la guardava sconvolta.

Tu? Dovresti studiare, non scavare! Dimmi una cosa: ma Vera Petronilla che è per te, di preciso? Dai, prendi un cioccolatino, a me il dolce fa male, ma tu lo vuoi? La donna offrì la scatola, ma Lella scosse la testa.

No, non posso. La nonna si arrabbierebbe, spiegò la ragazza. E comunque, la nonna è solo la nonna Vera, che cè di strano?

Aspetta. Sei Lella, vero? Bel nome. Ma la nonna si comporta bene con te? Non ti picchia? insistette Elena, premurosa.

Lei? Qualche volta sì… Lella fece una smorfia, cercando tra i ricordi. Ma sempre per un motivo. Sa, la nonna è una brava persona, si preoccupa tanto e allora grida. E poi, in realtà, non mi picchia mai davvero… Dottoressa, scriva solo cosa devo fare, per il ricovero o quello che serve… Lei è nuova, vero? Prima cera il dottor Vittorio Salomone, lui sapeva prendere la nonna. Ma non si preoccupi, ha solo un carattere duro, è la vita che lha fatta così… Lella scosse la testa. Va bene, grazie dei consigli. Arrivederci!

Lella uscì lasciando la dottoressa immersa nei dubbi su come fare arrivare a una donna così. E poi, doveva farlo? In fondo, Vera Petronilla era adulta e autonoma, che si occupasse delle sue salute come vuole.

Ma quanto ci hai messo? È successo qualcosa? Quella ti ha parlato delloperazione? la aggredì subito Vera.

Se la dottoressa le avesse messo in testa che bisognava ricoverarla, Lella non le avrebbe dato tregua! Un piccolo professorone, sempre addosso con pozioni, pillole e impacchi… Quanta premura.

Non mi ha detto niente, solo se mi tratti bene. Dai, andiamo, che dobbiamo fare il bucato! Lella infilò in tasca il foglietto delle raccomandazioni, si gettò la borsa della nonna in spalla e si incamminò.

Mi tratta bene? Mi tratta bene?! Vera gonfiò il collo e le guance, indignata, e fece per inseguirla. Lella, fermati! E cosa hai risposto? Ridammi la borsa, birichina! La raggiunse sulle scale, la girò verso di sé.

Cosa hai risposto? Dimmi subito.

Nulla, lascia perdere! borbottò Lella. Sempre queste domande! Nessuno si interessa di noi, lasciamo stare! E aprì le pesanti porte del poliambulatorio. Ti tengo la porta, attenta ai gradini. Peccato che il dottor Vittorio sia andato in pensione…

Vera si lasciò scivolare giù dallo scalino, poi si avviò verso la fermata dellautobus, ancora esasperata da quella dottoressa impicciona.

Eh, tutti bravi con i consigli e nessuno che aiuta davvero! Ma ficcare il naso nella vita degli altri, quello sì!

Vera borbottava fino a casa. A sera le era passata: stavano abbracciate sul divano, cantavano O fiumiciattolo veloce, Vera piangeva e Lella sospirava. Così era stata tutta la sua vita: lei come un fiume sempre in corsa, Lella come un ruscello ancora impetuoso e giovane. Bisognerà proteggerlo, ma avrà, Vera Petronilla, la forza?

Passò una notte agitata, si alzò a bere, era pensierosa: doveva davvero curarsi. Appena Lella finisce la terza media, forse…

La mattina presto si partirono per lorto, ansiose di arrivare prima della folla domenicale.

Sbrigati, Lella! Più veloce! gridava Vera dalla cucina comune, incurante dei vicini ancora addormentati. Oggi niente colazione!

Vera sbatté la porta.

Ma dai, nonna! Mi sto solo facendo le trecce! si lamentava Lella.

Non cè più pace! Lasciate almeno dormire! Non le basta urlare a questa Vera? Prima o poi finirà, vedrai! Questa sarà la mia stanza, tuonava la vicina, Ines Romana, spuntando dalla stanza con i bigodini in testa. Andate, andate Quando serve mangiare le patate, però, venite tutte, eh! E il vostro Ivanino, dovè finito, eh? Io ricordo tutto! E occhio a spifferare!

Lella si stringeva nelle spalle, ascoltando la nonna urlare dietro la parete, ma con lei non aveva paura di nulla: Vera era una roccia.

Ines si indispettì per quellinsolenza.

Fuori dalla mia stanza! Oggi stesso vado dal nuovo amministratore, vediamo chi la spunta. Le patate le trovate meglio al mercato! Rospo!

Scalpitando, Ines si lanciò contro la porta rischiando di cadere; a quelletà basta poco per rompersi un femore e dire addio stanza!

Vediamo se poi vai a lamentarti ancora! sbraitava Vera, brandendo la mascella avanzata e gonfiando il collo. Respirava male, ma sarebbe passato quando fossero salite sul treno.

Lella! Accidenti a te! Muoviti! urlò, andò a vestirsi…

Sedute nel vagone, Vera rifletteva cupa.

E se davvero va in amministrazione? Con i nuovi capi, ci tolgono la stanza Lella, dormi?! Sveglia, che ci va di mezzo il nostro futuro! e le diede una pacca.

Lella, che si era appisolata, si destò di scatto.

Fuori dai finestrini scappavano campi immersi nella nebbia dorata. Il sole brillava nella foschia, il fiumiciattolo si intravedeva sotto il ponte, un cane abbaiava a una mucca posata sullerba. Anche Lella guardava il sole.

Stai male? Vera le tastò la fronte con le dita ruvide che profumavano di pane e patate.

Quel profumo delle mani della nonna, Lella non sapeva da dove venisse, ma lo ricordava bene, e sospirava sempre quando lo sentiva.

No, tutto a posto. Solo un po di fame… si illuminò Vera Eh, te che dormi sei sempre la prima, ma a preparare il cibo non ti trovo mai! Aspetta.

Vera si alzò, tirando fuori panini avvolti nella carta dalla borsa della spesa.

Prendi. Niente latte, mi sono dimenticata con Ines che mi faceva perdere la testa Mangia, Lella, e dormiamo un po…

Questa volta fu Vera ad abbandonarsi contro la nipote, addormentandosi subito. Lella finì rapidamente il suo panino, posò la testa sulla spalla calda della nonna, chiuse gli occhi, e lasciò ondeggiare i pensieri.

A Vera parve di sognare: un grande ufficio, tappeti rossi, tende pesanti, un lungo tavolo verde, sedie damascate Seduti attorno, decidevano il destino di Lella-bambina, nascosta dietro di lei.

Non temere, non piangere! pensava Vera mentre si faceva coraggio. La commissione avrebbe deciso se poteva crescere la figlia della vicina, abbandonata dalla madre sparita. Vera li guardava con supplica, pronta a inginocchiarsi.

Non siete parente stretta diceva il presidente.

Ma col cuore? Questa è casa sua, la sua vita! ribatteva Vera, raccontava di come Lella amasse la sua minestra, i dolcetti, il loro vivere insieme.

A badare si bada a un cane, qui è una bambina! Servono carte, permessi! tagliava corto un uomo magro. Costringete a infrangere la legge!

Vera e Lella si misero a piangere.

Ma nessuno finì nei guai: Vera riuscì a trovare i documenti per la tutela provvisoria. Era la loro piccola vittoria

Vera si svegliò stanca quando il treno arrivava a Checco.

Che raccolto di patate! esclamò felice, come se fosse tornata ai tempi della fame, quando tutti i bambini dellorfanotrofio scavavano la terra con attenzione, ogni tubero una piccola gemma.

No, non bisognava pensare al passato. Lavorare, e basta.

Lella, guarda come scavi! Così le rovini tutte. Dammi qui, pensaci tu alla foglia.

Guardate, la Vera porta anche la sua ospite a lavorare! bisbigliavano i vicini.

Ma fa bene, così impara, dovrà lavorare tutta la vita, diceva qualcuno.

Vera è proprio astuta. Che storia incredibile! scuoteva la testa un vecchietto. Ehi, Mari, vuoi venire anche tu a farmi da nipote? scherzava con una vicina.

Sciò, vecchio, non mi bastano già i pensieri! Vera con questa bambina finirà per pentirsene, oggi i giovani sono ingestibili Maria si asciugava la fronte col fazzoletto.

La giornata si faceva calda, la nebbia scendeva verso il fiume, lasciando le colline risplendenti di rugiada.

Vera rastrellava le patate con destrezza, le ripuliva e le metteva nei sacchi.

Vediamo, quanti ne abbiamo? Due per noi, uno per Ines, per farla stare zitta, due li vendiamo. Sediamoci! Lella, seduta e ferma! Poi tocca a te ripulire gli stivali, capito? Che guaio di ragazza!

Lella rincorreva invece le cavallette per lorto.

Tira, tira che ci farai cena! borbottava Vera, col mal di schiena sempre più acuto, la gola secca, la paura della strada del ritorno. Oggi un sacco, gli altri li porteranno dopo. Basta che non le venga di nuovo quel buio davanti agli occhi

Lella! Aiutami, sto morendo qui! Ma che disastro di bambina! Siediti, metti il sacco tra le gambe. Ecco, lhai rotto! Santa pazienza, ma perché sei così maldestra?! si lamentava Vera cercando posto sul treno.

Gli altri passeggeri guardavano con fastidio la donna ingombrante e con compassione la ragazza.

Ma non si fa! Una bambina con un sacco di patate! sussurrava una signora con un mazzetto di astri.

Vivere con una così? Povera piccola! le faceva eco lamica. Quelli come lei non si fanno problemi a menare le mani

Gli sguardi di solidarietà si incrociavano.

Lella, stanca e spenta, pareva del tutto indifferente ai rimproveri della nonna: sedette, mise il sacco sotto i piedi, aspettava che la nonna si mettesse accanto, e si appoggiò esausta.

Sei sfinita? Dormi, va… Ne avrai ancora da tirare fino a casa, biascicava Vera, stirando le gambe gonfie.

Ma dopo poche fermate, Vera ebbe un malore e scivolò dal sedile.

Nonna! Cosa cè? Lella si raddrizzò, agitata, cercando di svegliarla, ma Vera non apriva gli occhi…

Che parente sei? Hai qualche documento per lei? le chiedeva un giovane medico, togliendosi la mascherina.

È mia nonna. I documenti? si sfregava le tempie. Sono a casa, non so

Male! sentenziò il medico.

Vostriani! Che la torturi così? Come ti chiami? Lella, vuoi un tè e una fetta di focaccia? propose linfermiera, amichevole.

No, grazie. Devo portare le patate a Ines, la nostra vicina, se no ci denuncia. Fate liniezione a nonna e lasciateci andare, vi prego Lella si alzò, guardandosi intorno.

Non si può. Vera Petronilla deve restare qui, con il cuore non si scherza. Hai qualcuno che ti può prendere? Vostriani sbadigliò.

Quanto deve restare? chiese Lella.

Almeno una settimana. Ragazza, il cuore intervenne linfermiera. Io sono Nina. Tua nonna dorme, vieni, ti faccio mangiare.

Lella ci pensò su.

Va bene. Ma non ho euro, poi vi pago, daccordo?

Che dici! Non devi darmi niente, qui i bambini non pagano.

Nina la portò in infermeria. Lella sospirò: che pasticcio ora inizieranno a controllare i documenti

Passò la notte lì, la mattina mangiò la zuppa che Nina portò.

Tua nonna si è svegliata, ti chiama, chiede delle patate. Vai da lei disse Nina.

Sì, grazie di tutto. Poi lavo i piatti. Che stanza?

Dieci. Lella, non dar peso alla nonna: è dura solo per la malattia…

Ma doveri finita? Mi hai lasciata qui! E le patate? Chiudi la giacca! Che razza di badante sei, Lella, che hai le mani di burro! Prendi le patate subito! Vera agitava Lella che le stava accanto, e la stanza la guardava allibita.

Basta! Così su una bambina! Che diritto ha?! Sfruttamento minorile borbottavano le altre pazienti. Chiamate il primario!

Non cè, è andato in provincia per i finanziamenti! rispondeva la donna delle pulizie.

Peccato. Ma glielo racconteremo tutto! concludette una giovane signora.

Nonna, vuoi mangiare? mormorò Lella allorecchio della nonna.

Ma come mi dai il cibo, guarda che ti cade tutto! Lella, non va proprio! Aspetta che non ho ancora finito Ma chi ha fatto questa zuppa, sembra colla si lamentava Vera mentre Lella la imboccava.

Accidenti! Mi hai bagnato tutta la coperta col tè bollente! Prendi le patate, pasticciona! sbottò Vera infine.

Lella raccolse piatto e stoviglie, andò a lavarle.

Rospo, cattiva! Come può vivere una bambina così?! sussurrava Nina in corridoio. Povera, sopportare umiliazioni da una nonna tanto brutta! E i genitori dove sono?! Ma non piangere! Quando la nonna guarisce, ti aiutiamo noi!

All’improvviso, Lella raddrizzò le spalle, mise le mani sui fianchi e si voltò fissando l’infermiera.

La nonna Vera è la persona più cara che ho. L’unica che ho davvero, capito? Non permetta mai più di parlar male di lei! Non capisce nulla di noi!

E cosa avrà mai di buono? Che ti fa portare le patate, o che ti rimprovera come una regina davanti a tutti? Nina si incrociò le braccia.

La nonna ha paura di essere debole. Sa che se le succede qualcosa, mi mandano in casa famiglia: non sono davvero sua nipote. Papà non c’è, mamma mi ha lasciata a cinque anni.

Come è andata?

Ha preso la valigia ed è andata via. Diceva che per lei ero solo una spesa. Sono venuti per portarmi via ma la nonna ha fatto di tutto per tenermi con sé. Non so come abbia fatto, ha venduto tutto ciò che aveva, e sono rimasta con lei. E ora diamo a Ines i nostri prodotti perché non ci tolga la stanza. Non mi importa se la nonna è brusca, sono cresciuta tra le sue braccia, ogni sacrificio lo fa per me. È ruvida per la stanchezza, e perché pure lei ha vissuto in orfanotrofio… Non sapete quanto è buona. Quando avevo sette anni, speravo ancora che mia madre tornasse: studiavo, prendevo i voti più alti, aspettavo a Capodanno La nonna mi cucì una pelliccetta come quella della Fata, trovò stivaletti bianchi Ma mamma non venne, e la nonna pianse con me tutta la notte. Non so perché mamma sia andata via, ma se perdo anche la nonna, non ce la farò Ci vuole così tanto bene, ci protegge. Non è un rospo! È la persona migliore che cè! Non giudicate!

La voce di Lella si spezzò. Si chiuse in sé.

Scusa Nina si commosse.

Strana, la Lella: bambina ancora, ma con pensieri e azioni da adulta. Sa capire, sa perdonare per qualcosa di più alto e buono.

Dopo cinque giorni dimisero Vera Petronilla. Vostriani si offrì di accompagnarle a casa in macchina, la patate nel bagagliaio, Nina le diede dei dolci.

Ma no! Non serve davvero! balbettava Lella, guardando la nonna pallida.

Serve invece. Preparale del tè e riposatevi. Se ti serve aiuto, chiama: il numero è qui. Vera Petronilla! Nina si avvicinò. Guarisci. E grazie per Lella. Sei una donna di grande cuore.

Vera lanciò uno sguardo a Lella, poi si morse le labbra.

Raccontato tutto? Ora dirai anche alla radio! Sempre a mettermi in imbarazzo… Che hai detto per farci portare in macchina, eh? Lingua lunga la tua… e comunque…

Ma all’improvviso Vera si fermò, si avvicinò a Nina e la abbracciò.

È roba da poco, credimi! Parliamo tanto di merito lunica cosa che conta è crescere la ragazzina, arrivare fino in fondo

Poi con uno sguardo complice si infilò in auto, chiuse gli occhi: già pensava ai sacchi di patate rimasti, alle trame di Ines, a cosa dare a Lella per pranzo, se comprarle i pattini in vendita dalla signora del primo piano…

Nonna, stai male? mormorò preoccupata Lella, accarezzandole la spalla.

Vera di solito non stava mai zitta, sempre a brontolare o riflettere ad alta voce.

Ecco! Mi hai fatto perdere il filo! Che pensavo? Eh, che pensavo? sbuffò Vera, poi, più tenera: Lella… La baciò sulla fronte. Tutto bene, solo pensierosa. Ma perché piangi? Mi hai bagnato tutta la camicetta! Lella, piantarla subito! Sei una peste, chiaro? La mia pessima, adorata ragazza! Madonna, che fatica questa vita…

E intanto parlava, e Lella, vedendo la nonna ancora sé stessa, si rasserenava: finché staranno insieme, niente è davvero terribile. E nel sacchetto i dolci sanno di lamponi, i paesaggi scorrono dietro il vetro, e viene sonno…

Lella poggiata sulla spalla della nonna, chiude gli occhi. Vera Petronilla sorride: è bello essere amata, essere importanti per qualcuno. Meno male che quel giorno si è battuta per Lella, ha ottenuto la tutela, non si è arresa! Tanti problemi ancora ci aspettano, ma per Lella può ancora lottare! Nessuna salute da risparmiare! E a quella dottoressa Elena, ci andrà davvero. Bisogna…

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I più cari del cuore
Ascoltami con attenzione — continuò il coinquilino.