Guadagnarsi il perdono

Meritare il perdono

Stamattina, tirando giù il berretto sul viso e correndo a ripararmi dal vento gelido con le mani, mi sono avviato verso casa sulle gambe piegate. Ma, chissà come, non sono mai arrivato.

Ad un tratto ho capito di essermi perso… Mi sono guardato intorno spaesato, senza capire dove fossi.

*****

I miei stavano uscendo a fare la spesa. La nonna, seduta a maglia in salotto, alternava ferri e sguardi al grande televisore dove trasmettevano il concerto di Capodanno.

Io, Giacomo, imbronciato e silenzioso, guardavo dalla finestra la neve cadere e…

…e i ragazzi che giocavano a calcio nel cortile.

Molti direbbero che giocare a calcio d’inverno sia una follia, ma per noi ragazzi era la cosa più bella che ci fosse.

Dovevamo pur trovare il modo di ammazzare il tempo mentre i grandi trafficavano in cucina.

Correre sulla neve era tuttaltro che semplice, specie con quegli scarponi pesanti che avevo ai piedi, il pallone arrancava via sul bianco e i piedi sprofondavano, ma nessuno si fermava.

Solo i codardi non giocano a calcio con la neve! – la nostra filosofia.

– Goool! ha urlato Maurizio, quello del secondo piano, quando il pallone è finito oltre il pupazzo di neve che faceva da portiere tra due vecchi platani.

Colpito in pieno nellorgoglio, ho dato un pugno silenzioso al davanzale. Se ci fossi stato io in porta, non sarebbe successo!

Ma io non ero lì, ma alla finestra della mia stanza. Eravamo in pochi a scendere, e per supplire allassenza del portiere si erano inventati il pupazzo di neve tra gli alberi. Meglio di niente, pensavano. Ma io proprio non lo sopportavo quel portiere. Ma che parate potrà mai fare quello lì, con quelle braccia tutte storte fatte di rami secchi? sospiravo tra me e me.

Ogni tanto il secchiello di plastica posato sulla testa del pupazzo salvava la situazione, ma solo qualche volta. Il punteggio era già 8-3.

Non vincono, senza di me non ce la fanno – ero certo. Devo fare qualcosa!

Sono uscito dalla stanza, ho attraversato il salotto e sono corso in corridoio:

– Mamma, posso scendere un po?

– Ma sei in castigo… quale cortile!

– Mamma, ho capito, ho sbagliato, prometto che non darò più fastidio ad Antonietta.

Ero in punizione proprio per colpa sua, di Antonietta. Lei, nuova in classe da settembre, non mi aveva mai rivolto uno sguardo.

Le avevo scritto poesie, lasciato cioccolatini nello zaino, disegnato cuori sul diario. Come nei romanzi. Niente, zero.

Ogni volta che mi avvicinavo, si voltava stizzita. Una fortezza inespugnabile.

Avevo cercato anche su internet consigli su come conquistare una ragazza difficile: si andava dallattacco diretto allassedio paziente. Ma di far la guerra ad Antonietta non avevo abbastanza coraggio, e di aspettare allinfinito non ero capace. I tentativi sono stati inutili.

Dopo un po, se non riesci a ottenere quel che vuoi, la passione svanisce. Così, durante una ricreazione, esasperato, le ho tirato forte una treccia.

Lei è scoppiata a piangere e io… io avevo ancora lelastico arancione stretto in mano e sorridevo, godendomi la sua rabbia: almeno le avevo suscitato unemozione.

La prof, però, non ha gradito. Telefonata ai miei genitori, e mi hanno promesso che per tutte le vacanze di Natale mi avrebbero rieducato a colpi di lunghi discorsi su cosa è giusto e cosa no.

La realtà? Niente computer, niente amici, casa e basta.

Un lager! protestavo. Ma siamo nel ventunesimo secolo!

Ma non perdevo la speranza di essere graziato.

– Mamma, ti pregoooo… – provavo la vecchia tattica del lamentarsi a oltranza.

Lei taceva.

– Dai, magari per oggi facciamo uneccezione, è festa – ha proposto papà. Si vede che è pentito, vero?

– Sì, sì! ho annuito.

Così, dopo una breve esitazione, mamma si è intenerita:

– Ma solo per poco! Quando torniamo dal supermercato, subito a casa, capito?

– Promesso, mamma! Grazie!

Siamo usciti tutti insieme. I miei sono andati verso il supermercato, io sono corso verso il campo.

Mi sono tolto il piumino e lho gettato a terra, ho licenziato il pupazzo di neve e sono corso in porta.

I miei compagni, finalmente col portiere vero, urlavano Evvai! mentre si lanciavano allattacco.

La bufera prometteva di peggiorare, ma dovevamo assolutamente recuperare.

Proprio io ho iniziato a parare ogni tiro, e la mia squadra è riuscita a recuperare: ora eravamo avanti di un gol!

Poi, allimprovviso, sul campo è sbucato un gattino tutto arancione. Prima correva dietro al pallone, poi si è stancato e mi si è accoccolato vicino, miagolando, in cerca dattenzione.

– Cosa vuoi?! gli ho urlato, infastidito. Non vedi che sto giocando?

Lho scacciato agitando la mano e battendo i piedi sulla neve, ma lui niente, insisteva a strofinarsi contro le gambe.

E intanto Maurizio si stava avvicinando per tirare; alla fine:

– Goool! ha gridato.

Io ero rimasto lì impalato tra i due platani, arrabbiato con me stesso. E col gattino, che mi aveva distratto.

– È colpa tua! Via di qui!

Il gattino mi ha guardato triste e se ne è andato. Chissà dove.

Ormai tutta la mia attenzione era sul pallone: la partita continuava, i pallonieri si alternavano in attacco, ma bastava distrarsi un attimo e rischiavi di prender gol di nuovo.

Ad un certo punto, la palla è finita in strada dopo una carambola. Unauto lha centrata in pieno: uno schianto. Fine della partita.

Delusi, abbiamo deciso di riparlarne durante le vacanze, quando Maurizio avrà un pallone nuovo.

Mi avvicino alla mia giacca e… in una manica trovo proprio il gattino arancione.

– Ma ci sei di nuovo tu?

– Miao… tremava e mi guardava speranzoso.

– Neanche pensarci! Capito?

Lho scosso fuori dalla manica sulla neve e sono andato verso casa, lasciandolo lì, solo e infreddolito.

Mentre mi allontanavo, il vento si è fatto ancora più forte e le raffiche di neve mi pungevano la faccia. Ho chiuso stretta la giacca, messo giù il berretto sugli occhi e via, piegato contro il vento, verso casa.

Poi mi sono accorto di essere spaesato, proprio sotto casa mia. Una vergogna! Ma mi è venuta paura davvero, specialmente quando, tra il vento, sentivo il miagolio triste del gattino.

Alla fine, mi sono aggrappato a un platano (che poi era il palo della luce!) e ho gridato:

– Mamma! Papà! Aiuto!

– Che combini, Giacomo? ha detto la voce di mamma dietro di me.

Mi sono girato di scatto: la nevicata era meno spaventosa di quanto pensassi, e mi sono accorto che abbracciavo un palo della luce e non un albero!

– Ma che abbracci il palo della luce? ride papà.

– Così, tanto per…

– Dai, andiamo a casa, sei rosso come un peperone ha detto mamma accaldata, preoccupata che mi ammalassi.

Così sono rientrato. Dietro l’angolo, però, il gattino arancione mi fissava come la mia prof di Matematica quando non faccio i compiti.

Ed è lì che ho capito. L’avevo mandato via, e mi era tornata indietro la punizione.

La nonna me lo aveva sempre detto…

In casa, corricchiando, mi sono tolto giacca e sciarpa e sono corso dalla nonna, che faceva ancora la maglia.

– Nonna, ti ricordi quando mi dicevi che non si fa mai del male a un gattino piccolo?

– Certo che ricordo. Se fai loro del male, la sfortuna non tarda a presentarsi. E la fortuna ti gira le spalle.

– E se la fai grossa?

La nonna ha posato i ferri e mi ha guardato negli occhi.

– Se lhai fatto, cerca subito di rimediare. A tutti i costi.

– A tutti i costi?

– Sì, Giacomo. Devi meritarlo, il perdono. Altrimenti, preparati alle conseguenze.

– Meritarlo… ma come si fa, nonna?

– Ascolta il tuo cuore, nipotino. Lui sì che ti dice cosa fare.

La nonna ha ripreso la maglia. Io sono corso di là, ho preso il cellulare e cercato su internet: Cosa fare se hai fatto del male a un gattino.

– Prega!

– Prepara le valigie… la sfortuna arriva!

– Chiedi scusa.

– Compra dei wurstel.

– Cambia identità!

Io non avevo soldi per wurstel, né documenti da cambiare. Pregare non lo sapevo fare. Ma chiedere scusa…

Forse dovrei provare… ho pensato. Mi sono rivestito e sono uscito di soppiatto.

Sapevo che mamma si sarebbe infuriata, ma restare senza perdono mi faceva molta più paura.

Fuori mi sono guardato intorno. Niente gattino.

Ho ripercorso tutto il cortile, sono andato vicino ai cassonetti e sono tornato sotto casa.

Dove potrà essere?

Pensa, Giacomo, pensa! Facevo mente locale alle parole della nonna e ascoltavo il cuore. Tump-tump-tump, ma nessuna risposta.

Ho pensato al campo di calcio. Era là! Il gattino, tutto raggomitolato, tremava.

– Ehi, piccolo… ti ricordi di me? sono arrivato di corsa, inginocchiandomi accanto a lui. Senti, scusa se ti ho urlato prima. Avevo la testa altrove… Ma adesso ti prego, non essere arrabbiato, va bene?

– Miao… ha risposto mesto.

– Mi hai perdonato? Allora non avrò più sfortuna?

– Miao… ancora.

Mi sono rialzato, scrollando la neve. Incredibile: chiedere scusa non è così difficile.

Sorridendo, me ne stavo quasi tornando a casa, quando mi sono fermato di colpo. E lui? Lo lascio qui al freddo tutta la notte?

Ho guardato verso il mio balcone, poi verso il gattino. Cosa dirà mamma?

Avevo promesso zero sorprese. Ma allora dovrò stare tutto il resto delle vacanze senza PC o telefono? Poco importa! Almeno salvo il gattino!

Ho tolto il giaccone e ci ho avvolto il piccolo, stringendolo a me come fosse una scatola di cioccolatini, e sono corso a casa.

– Ehi, Rossi! Fermati!

Mi sono bloccato sentendo il mio cognome. Era Antonietta.

Ci mancava solo lei! Adesso mi prende in giro col gattino… e lo racconta in classe. Anzi, che lo dica! Almeno capirà che persona sono!

– Cosa vuoi? ho sbuffato mentre lei si avvicinava.

– Ti ho visto dalla finestra. Sei lunico in giro con questo freddo. Sai che fuori fa -10 gradi? Sei matto senza giacca?

– Non ho freddo.

– Sì, come no…

– Tanto passerò le vacanze chiuso in casa, che importa se mi ammalo?

– Ma chi chai lì? Un gattino?

– Sì…

– Fammelo vedere!

Mi aspettavo tutto tranne che si illuminasse così. Ma le piacciono i gatti?

– Ma che carino! È adorabile! È freddo però!

– Lo porto su, lo scaldo.

– Posso venire? I miei mi hanno lasciato scendere unoretta. Ti spiego come curarlo, che dargli e che no.

– Come lo sai?

– Ho un gattino anchio, mamma mi ha comprato un libro su tutto.

– Beh, vieni pure, – ho detto, ancora sorpreso. Forse più per il fatto che Antonietta voleva venire a casa mia, che per il gattino!

Mamma, vedendomi senza giacca e con Antonietta, ha avuto un attimo di panico.

Quando ho spiegato che la compagna non era venuta a lamentarsi, ma solo per il gattino, subito si è tranquillizzata.

– Entra pure, Antonietta, accomodati. Vi preparo subito il tè con dei cioccolatini.

– Mamma, non siamo solo io e Antonietta ho detto a bassa voce.

– Cioè, arriva altra gente? Va bene, ci sono dolci per tutti.

– No, è che… ho portato su il micino sennò moriva dal freddo. Posso tenerlo?

Mia madre si è bloccata. Ma sono riuscito a convincerla.

– Me ne occupo io, e Antonietta mi aiuta, lei sa tutto, – ho insistito.

In unaltra occasione mi avrebbe detto di no. Ma questa volta, visto che avevo fatto pace con Antonietta e non avrebbe dovuto sentire i parenti indignati di lei…

– Va bene, tienilo! Magari sarà il gattino a insegnarti un po di responsabilità! ha sorriso andando in cucina.

Poco dopo è arrivato papà, che mi ha stretto la mano.

– Bravo, Giacomo! Finalmente da uomo!

E nonna ha portato una copertina fatta da lei per il piccolo e, mentre usciva, mi ha sussurrato allorecchio:

Hai fatto la cosa giusta. Ora vedrai che ti andrà tutto bene.

Oggi ho capito che chiedere scusa davvero, e rimediare, cambia davvero le cose. E che il cuore, quando lo ascolti, non sbaglia mai.

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