Non cè dove scappare
Giulietta Stanislao, ma non mi riconoscete? Sono io, Michele Il vostro unico nipote.
Michele?!
Per qualche secondo, la zia respirò affannosamente.
Santo cielo, avevo pensato che fossi morto ormai, o che ti avessero sbattuto in galera. Non telefoni, non scrivi
*****
Ma proprio adesso dovevano cominciare?! pensavo, seduto davanti al mio portatile, mentre il martello pneumatico di là dal muro sembrava voler sfondare tutte le pareti. Cercavo in tutti i modi di non sentire quel rumore, ma era impossibile: orecchie tappate con le mani, cuffie, persino la testa sotto il cuscino
Inutile.
Ogni nuovo colpo era un acuto stridore metallico: sembrava di essere in un cantiere più che a casa.
Ma quando finirà? Quanto pensano di far soffrire la gente?
Sognavo di alzarmi, andare sul pianerottolo, prendere a calci quella porta di ferro e strappargli di mano quel maledetto martello.
Certo, era solo nella mia testa o, al massimo, in qualche paragrafo del mio prossimo romanzo. Nella vita vera il mio vicino, Vitaliano, con quel fisico da vecchio alpino, era capace di rompermi la testa lui, mica il muro.
Un omone, tipo letto matrimoniale. E che sguardo mette i brividi.
Dovevo rassegnarmi.
In fondo potevo anche sopportare, se non fosse per una cosa
Avevo appena ricevuto la chiamata del direttore di una nota casa editrice: evidentemente aveva letto il mio ultimo libro, quello sullindagine ambientata in un piccolo paese inventato e ora mi offriva una proposta. Una bella proposta, anche: mi prometteva una vera valanga di euro.
Accetto! dissi subito contento.
Bene. Ma cè una condizione: hai tre mesi per consegnare il manoscritto, rispose lui.
Nessun problema.
Solo dopo capii che avevo parlato prima di ragionare come capita sempre a me. E ora, di idee nuove, non ne avevo.
Doveva essere un giallo, uno avvincente. Per uno come me, pensavo, inventare un caso non era difficile. E invece Altroché.
Per renderlo speciale, serviva lidea giusta, la trama, i personaggi e, soprattutto, il delitto. Ma mica si inventa così, sul momento. Ci vuole tempo. Lultima volta, avevo impiegato mezzo anno. Ora ho tre mesi
Quindi: i lavori accanto non potevano trovare momento peggiore. Con quel martello, pensavo solo a catastrofi. Una volta incontrai Vitaliano sul balcone a fumare e gli chiesi quanto avrebbe lavorato ancora:
Tre mesi, penso. Perché? Do fastidio?
No, figurati. Era solo una domanda, risposi diventando bianco e mi rifugiai in camera, la porta chiusa come scudo.
Capii che a casa non ci avrei combinato nulla. Ma dove andare?
Feci due conti: la pensione costava troppo. Affittare? Costoso comunque, e se anche altrove un vicino partisse con trapano o con una festa lunghissima? Oppure una bambina col pianoforte. Troppo rischioso, mi dissi. E magari ancora più caro.
Un boato nella casa accanto mi fece quasi saltare dal letto. Dimenticando che sopra la testa avevo la mensola, mi ci battei. Grattandomi il bernoccolo, improvvisamente mi tornò in mente mia zia Giulietta.
Non avevamo un vero rapporto: né buono, né cattivo. Solo nulla. Lavevo vista lultima volta sette anni fa, al funerale di mia madre.
Eppure il suo numero di telefono ce lavevo in testa. E ora che mi ero appena dato una botta in fronte, lo ricordai benissimo. Un segno, pensai.
Pronto! fu la voce famigliare a scaldarmi. Che sollievo sentirla ancora viva.
Salve, zia Giulietta. Sono Michele.
Michele Michele ripeté più volte lei. Sei lidraulico? Ma non ti avevo già pagato tutto quel rubinetto nuovo in cucina? O hai dimenticato qualcosa?
Giulietta, cosa dite? Sono io, Michele, il vostro unico nipote.
Michi?!
La zia ansimava.
Madonna mia, pensavo che fossi morto o in prigione! Non chiami, non scrivi
No, ancora vivo. Solo che il lavoro, sapete iniziai a giustificarmi.
Lavori giorno e notte per sette anni? Manco un minuto libero? Non è che ti hanno rapito?
No, davvero. Scrivo libri. Gialli perlopiù: tirano parecchio adesso.
Scrittore?! E allora perché hai studiato fisica nucleare? Io e tua madre abbiamo speso così tanti euro Tutto inutile?
Ho capito che non faceva per me Giulietta, vi ho chiamata anche per unaltra cosa
Ah, quindi, non solo per sapere come sto. Vuoi qualcosa, vero?
Beh cioè no cioè vorrei sapere anche come state, poi. Prima però Avrei un favore.
Ti servono soldi?
No. La vostra casa fuori città.
Cosa? Vuoi che ti regali la mia casa di campagna? Ne hai di fantasia tu, caro nipote Ti sei battuto la testa?
Ehm, come fate a saperlo? chiesi massaggiando il bernoccolo. Comunque, avete frainteso. Vorrei solo starci qualche mese, per lavorare in pace.
In realtà sto pensando di venderla. Il mio agente immobiliare si occupa di tutto.
Non potrebbe aspettare tre mesi? chiesi con speranza. Solo tre mesi!
Potrei anche.
Davvero?
Però prima dimmi: che ci devi fare? Niente festini segreti con ragazzette, eh? Allora NO! Nemmeno provarci.
Ma che festini! E poi non ho mica moglie
Le raccontai la verità, facendole anche sentire il baccano del trapano oltre il muro.
Sentite? Non vi mento! Aiutatemi, zia!
Alla fine Giulietta entrò nei miei panni e mi permise di stare lì tre mesi, a condizione che mettessi a posto il giardino: mica poteva presentarsi male ai visitatori.
Va bene! risposi subito. Mandatemi il numero dellagente così recupero le chiavi.
Poi, realizzai che non so quando avrei trovato tempo per pulire ma confidavo che la pace della campagna mi avrebbe permesso di finire il manoscritto e poi dedicarmi al resto.
*****
Avevo pianificato tutto. Era fine estate, tutti i villeggianti già tornati in città.
E io, pensavo, sarei stato solo in quel gruppo di casette nel verde. Senza comodità moderne, ma con quel caldo non mi spaventava.
Sgusciando fra le erbacce, mi avvicinavo deciso alla villetta, quando sentii:
Fermo! Chi va là!?
Mi blocco.
Ti ho fatto una domanda! Perché non rispondi?! la voce, niente affatto rassicurante, si fece ancora più seria.
Sono Michele.
Che ci fai qui?
Sono ospite.
Di chi? Son sette anni che qui non cè più nessuno. Sarai mica un ladro!
È la casa di mia zia, Giulietta Stanislao. Mi ha dato il permesso. Eccolo qui.
Vieni al cancello.
Quale? chiesi un po smarrito.
Vai a sinistra.
Mi ci avvicinai e vidi, dietro la rete, un vecchietto con un grosso cane che mi fissava come se avesse già deciso il menù della cena.
Ho sempre temuto i cani grandi, quindi non pensai a niente di buono.
Lui però era socievole, il nonno: si presentò come Innocenzo.
Quando fu sicuro che ero nipote di Giulietta, mi raccontò tutta la sua storia. Pare che il suo bisogno di chiacchierare fosse direttamente proporzionale alla solitudine:
Vedi, Michele, io vivo qui ormai da sette anni. Ho lasciato lappartamento a mia figlia quando si è sposata e mi sono trasferito. Poco dopo, Fedele si è presentato spontaneamente. Da allora, insieme.
Capisco dissi sottovoce fissando il cane. Fedele non toglieva gli occhi di dosso nemmeno a me.
E poi faccio la guardia alle case quando sono vuote. Qui ci sono frigoriferi, microonde, tv Una piccola entrata ce lho, più di niente. Tu stai qui tre mesi per un libro?
Sì, tre mesi. Mi serve pace. In città non se ne parla.
Ben fatto. Qui nessuno ti disturberà. Oltre a noi, non cè anima.
*****
Salutato Innocenzo, andai a sistemarmi. Portai dentro le borse della spesa, il portatile, il microonde. Il frigo cera: bastava. Niente tv, non era quello lo scopo.
Guardai attorno e sospirai: dovevo sistemare il giardino. Tre mesi lì erano lunghi, e la dignità imponeva ordine: Innocenzo aveva il suo orto impeccabile.
Così quattro giorni passati a sradicare piantacce. Al quinto, neppure un filo derba alto un dito. Invece le montagne di foglie e rami le ammucchiai dietro: servissero mai per il compost
Tutto il tempo, Fedele mi osservava in silenzio. Un silenzio stranamente minaccioso, da far accapponare la pelle.
Per fortuna cera la recinzione, lui non poteva saltarla. Più efficace della melissa: senza avrei già perso tutti i capelli.
Ora posso lavorare! dissi aprendo il portatile col sorriso.
Avevo tempo. Silenzio vero. Niente auto, galli o vicini rumorosi. Ma la felicità durò poco.
Appena cominciai a digitare, il cane della villa accanto cominciò ad abbaiare come un ossesso.
E questo adesso? mi chiesi. Quattro giorni di tranquillità, silenzioso come uno yogi, e ora un fracasso peggio del trapano di Vitaliano.
Strano però: appena uscivo di casa, Fedele taceva e scodinzolava. Rientravo e subito ricominciava a urlare.
E che diamine
Ne parlai con Innocenzo che allargò le braccia: chissà perché, non capisco nemmeno io, disse.
Lunica soluzione fu mettere il cane alla catena. Ma dopo poco, urlava ancora di più. Così lo liberò, peggiorando tutto.
Nel frattempo io del libro non scrivevo niente. Solo il suo abbaiare. Forte quanto una sirena.
Se solo avessi avuto il coraggio, sarei andato a dargli una sberla per farlo smettere!
Ma nella realtà, non mi avvicinavo a meno di tre metri: Fedele mi ricordava troppo Vitaliano
Che faccio? Avrei solo voglia di scappare. Ma dove? Non ho dove andare E già una settimana è volata.
Ma la cosa peggiore era lo stress: non riuscivo a concentrarmi, passavo le giornate col foglio bianco. Ogni tanto le dita correvano sulla tastiera, ma si fermavano subito, senza spinta.
Invece di lavorare, vagavo senza meta, finendo solo le scorte di cibo.
Innocenzo, spiegatemi: perché il cane abbaia ogni volta che entro?
E che ne so io? Io posso solo dirti che gli piaci.
Eh a me invece
Vedrai, ti ci abitui. I cani non si possono non amare. Conosco gente che diceva il contrario e poi
Ma qualcuno li abbandona, sennò Fedele qui mica sarebbe arrivato da solo.
Quelli? Non sono persone. Non lo sono.
*****
Proprio quella sera, una ambulanza arrivò davanti alla casa di Innocenzo. Mi accorsi dalla finestra del bagno. Sentii il vecchio sussurrare:
E chi guarderà ora le case? E chi darà da mangiare a Fedele? Lui è tutto solo
Non si preoccupi, rispose un giovane in camice blu. La curiamo: poi torna qui. Ma ora non possiamo lasciarla. Infarto non è uno scherzo.
Quella notte dormii male ascoltando Fedele che ululava alla luna. Mi svegliai tardi, con lui che piangeva ancora.
Dopo qualche giorno arrivò la polizia.
Lagente entrò, rimase in casa per unora, poi chiuse la porta col sigillo.
Che è successo? chiesi quando stava per andarsene.
Lei chi è?
Sto qui provvisoriamente.
Spiegai tutto a lui come avevo fatto con Innocenzo, mostrando anche il passaporto e il numero di Giulietta. Mi diede la brutta notizia:
Il suo vicino è morto. Infarto.
Mi dispiace Era una brava persona. E la sua cane? Restare qui, solo
Se lo vuole, può tenerlo. O, altrimenti, lo lascia libero: si arrangerà di sicuro.
Facile dirlo. osservai, guardando Fedele. Era lì, a catena, affamato.
Hai fame, vero? mi sfuggì. Che domanda: non mangiava da giorni!
Presi un grosso salame, lo lanciai oltre la rete, chiusi gli occhi. Ma
mannaggia a me, sbagliai mira.
In classe nessuno mi voleva per il basket, ero un disastro.
Insistetti un paio di volte, nulla. Alla fine, infastidito, andai nel giardino accanto, le gambe molli, sperando di non svenire davanti a Fedele.
Mi fissava, languido; raccolsi il salame, lo rilanciai più vicino e quello lo inghiottì subito.
Feci altrettanto con gli avanzi e in un lampo sparirono tutti.
Poi commisi lerrore: liberai dalla catena Fedele. E appena feci qualche passo, quello si slanciò verso di me. Mi portò a terra e iniziò a leccarmi la faccia!
Aaaah! urlai.
Potevo anche urlare quanto volevo: non cera nessuno che potesse sentirmi lì.
Fu come mi disse il poliziotto: mollò la catena, ma Fedele non pensava di andarsene. Mi seguiva ovunque, scodinzolando.
Ehi, cosa pensi di fare? gli chiesi Non crederai mica che ti porti con me, vero?
Bau!
Eh no Non posso prenderti. Intanto, la casa non è mia, zia proibisce. Poi sono qui per poco. E in più, tra un po sarò pure disoccupato visto che la scadenza per il libro salterà. Grazie a te, per giunta!
Bau!
Appunto! È colpa tua che abbaiavi notte e giorno se non ho scritto una riga brontolai.
Ma tanto. Fedele non chiedeva il permesso. Adesso sei mio, e vivo qui, pareva dire.
E io mi arresi.
E da allora, smise di abbaiarmi addosso e di distrarmi: potei finalmente mettermi al lavoro. Ma… la mente era vuota. Nessuna idea. Nessun personaggio. Mi ero disabituato al silenzio. E ora che regnava, non pensavo più.
Quasi rimpiangevo la città. Forse con la rabbia avrei scritto una storia niente male, dove il vicino ex-alpino Vitaliano viene trovato morto col trapano in mano. Giallo perfetto, no?
Mi davo da fare in tuttaltro: portai nel mio cortile la cuccia di Fedele (una cuccia con sportello a grata di ferro, roba da carcere). Lì lo chiudevo per pranzi e cene. Si era portato via i miei pranzi una volta di troppo.
Perché? Lui sempre lo stesso: io apparecchio fuori, vado dentro a prendere il tè e torno e i piatti sono vuoti.
Ehi! Ma la pianti, eh?
Lui vicino, occhi da martire e lingua che si lecca ancora i baffi.
Così portai la cuccia. Una fatica pesantissima. Forse Innocenzo aveva una carriola nascosta ma tutte le baracche erano sigillate.
Però, i miei tentativi non bastarono. Fedele era sempre capace di rubare il cibo, anche con lo sportello chiuso.
Mi insospettii: da dove arrivava?
Scoprii il mistero guardando dalla finestra: un grosso gatto grigio sbucava chissà da dove, apriva il fermo colla zampa e poi, insieme, rubavano tutto. Poi Fedele correva dentro la cuccia e il gatto richiudeva la porticina.
No, questa non la racconto neanche pura follia, pensai.
Alla fine lasciai perdere: mangiavamo tutti e tre insieme, io al tavolo, il cane sotto ed il gatto ormai lo avevo soprannominato Sfrontato che si univa volentieri.
Come ringraziamento, Sfrontato sterminò tutti i topi della casa, lasciandoli bene allineati davanti al letto.
Il commento che feci quella domenica si sarà sentito fino a Siena, che distava almeno quindici chilometri.
Tiriamo le somme sussurrai, ingoiando il tè. Sono già due settimane. Non ho scritto nemmeno una riga. Idee? Zero. Trama? Nemmeno Ho solo un cane e un gatto da sfamare. E con cosa? chiesi mentre aprivo il frigo vuoto.
Bisognava andare in città per fare acquisti. Pensavo di andarci da solo, ma cane e gatto si infilarono in macchina.
Del resto, chi sa che pensavano che volessi abbandonarli.
Quindi, una gita in auto tutti assieme per tre ore, inclusi i pit-stop per i bisogni e per inseguire i passeri. Avevo previsto unora: hai voglia di pianificare, con questi due!
Volevo andarmene via. Ma non cera dove. Non cera dove scappare
*****
Dopo cena, presi una decisione: domani avrei chiamato il direttore delleditrice per cancellare il contratto. E poi mi sarei preparato per tornare a casa. Che ci stavo a fare lì ancora?
Non feci in tempo, però: stavolta non fu colpa degli animali.
Infatti, appena fu buio e finivo la terza tazza di tè, sentii vicino il rombo di un motore. E non era certo una utilitaria.
Mi insospettii. Chiamai il poliziotto per avvisarlo.
Dopo un silenzio, disse che sarebbe passato a vedere chi circolava di notte.
E allora vidi arrivare un furgone Mercedes. Ero nel bagno, Fedele e Sfrontato facevano la guardia fuori, la veranda era senza luce.
Nessuno di loro mi vide, ma io guardai bene! Due tipi stavano svuotando la casa di Innocenzo.
Frigoriferi, microonde, tv: persino una console nuovissima!
Sgusciai allesterno e mi avvicinai silenziosamente.
Allimprovviso quelli saltarono fuori e mi videro.
E questo chi è?
Polizia! mentii. Siete presi con le mani nel sacco, mani in alto e voltatevi! Resistenza inutile!
Avevo sentito queste frasi al cinema.
Ma vai disse uno, sbiancando. Laltro però
Non è nessun agente, Fausto! Ti ricordi il vicino di cui parlava il vecchio? Quello che diceva di scrivere un libro? Pensavamo fosse matto
Ah, vero! rispose laltro.
Non avevo mai imparato a difendermi: addio, pensai.
Ma mentre mi si avvicinavano, due ombre sbucarono fuori: Fedele e Sfrontato. Il gatto saltò in testa a uno, massaggiandolo con le zampacce. Il cane buttò giù laltro e abbaiava, minaccioso.
Quello sotto, strillava più della sirena.
Il complice finì a terra, urlando: massaggio di Sfrontato non era il suo cosa.
Rimasi lucido e, con una catena, gli legai le mani. Un po di aiuto era arrivato
Pochi minuti dopo arrivò la polizia, che sorrise cambiando la catena con le manette.
Bravo, Michele! mi disse stringendomi la mano. Non hai avuto paura con due ladri.
Non ero solo, risposi indicando cane e gatto. I miei amici qui.
Con amici così, si va anche nel fuoco. Tieniteli stretti
Non andrò da nessuna parte, pensai.
Chi erano quei tipi? Mi sembravano di averli già visti
Erano gli infermieri dellambulanza Volevano guadagnare qualcosa. Era mesi che provavo a beccarli. Tu ci sei riuscito in una notte.
Il poliziotto se ne andò e io corsi a casa: una idea incredibile per un libro mi aveva appena folgorato!
*****
Due mesi e mezzo dopo, portai il manoscritto alleditore che lo divorò tutto dun fiato.
Michele, questo è un capolavoro! Pagherò bene e avrai una percentuale sulle vendite.
Qualche mese dopo, vendetti casa in città e acquistai il terreno di Giulietta. Poi comprai anche quello di Innocenzo. Uniti assieme, e con i proventi del libro, costruì una vera casa con riscaldamento e bagno dentro.
E rimasi lì, fuori città. Con Fedele e Sfrontato. Perché no?
Pace, serenità e soprattutto, i miei migliori amici.
Di giorno scrivo, di sera passeggiamo a controllare tutto. Ringrazio il destino per tutto ciò che mi ha dato. E ringrazio persino Vitaliano e il suo martello pneumatico: perché, senza il suo rumore, qui non ci sarei mai arrivato.
Ho imparato che spesso la fuga non serve; a volte, bisogna solo fermarsi e ascoltare la piccola voce che ti porta dove davvero vuoi stare.







