Le mie regole

Le mie regole

No, Luca, davvero, meno male che sei passato! Teresa Poggi si sedette di fronte al figlio, le mani piccole che sorreggevano il mento, sorridendo piano. Quanto mi sei mancato. Dai, mangia, mangia, caro. Te ne metto unaltra di polpettina?

Luca scosse la testa.

Non è buono? chiese la madre, preoccupata, raddrizzandosi subito. Il suo viso, fino a un istante prima calmo e rugoso, si fece teso, le sopracciglia si sollevarono. Ma lho preparato come sempre E ho detto a tuo padre che il maiale non lo mangi Te lavevo detto! Cè un sapore strano?

Teresa era agitata, aveva aspettato tanto il ritorno di Luca, cucinando come se dovesse sfamare un battaglione di alpini, pronta ad accudire, scaldare, coccolare. Ora questa figuraccia, col figlio che non gradiva le sue polpette

Ma dai, mamma, che dici? È tutto buonissimo! Solo che non ce la faccio più, davvero.

Luca posò la forchetta nel piatto, minuscola lì tra le sue mani grandi come pale, raddrizzò il tovagliolino, minuscolo pure quello. Era curioso come da una donna così minuta come Teresa fosse venuto fuori un colosso come lui. Ma aveva preso dal padre, Maurizio, pure lui un bestione. Teresa, accanto a lui, sembrava sempre una ragazzina.

Era tutto ottimo, come sempre! disse Luca, alzandosi, e si avvicinò alla mamma, posandole le mani sulle spalle come se le mettesse un cappotto caldo. Si sentì al sicuro, rassicurata Allora? Cosera che volevi dirmi? Parla, dai, che tra poco devo andare via. Dovevamo andare a fare spese con Benedetta, Riccardo ha bisogno di vestiti.

Benedetta, come la chiamava lui con tono solenne, era sua moglie: una donna elegante, seria, e davvero bellissima.

Luca la vide per strada una volta, e talmente rimase a guardarla che finì dritto contro un lampione. Sopracciglio tagliato, sangue dappertutto. Benedetta, spaventata dal tonfo nel lampione, lo guardò attonita, bocca aperta. E lui lì, impacciato, si preoccupava più per il palo che per se stesso

Poi finirono insieme in pronto soccorso, lei giovane e ingenua che continuava a chiedere se aveva la testa che girava, lo prendeva sottobraccio. E lui? Ovviamente la testa gli girava, eccome, con una Benedetta così vicino, uno splendore unico!

Si sposarono. Ora hanno un figlio, Riccardo; Benedetta fa la logopedista, spesso riceve a casa i suoi piccoli studenti, così può anche dedicarsi alla casa. Luca lavora ogni mattina, “scarica” Riccardo a scuola non una qualsiasi, Benedetta l’ha iscritto in una prestigiosa scuola per futuri biologi. Insomma, vivono bene, con tanti pensieri ma tanta serenità.

E Benedetta, perché non è venuta? chiese Teresa mentre sparecchiava. Lo sapeva benissimo che Benedetta aveva lezione anche nel weekend, ma cercava una scusa per trattenere Luca.

Te lho detto, ha due studenti oggi. E Riccardo, signor Riccardo diceva Luca, con tono fiero sta facendo i compiti. Allora?

Prese dalle mani della madre le tazze, attento, come fossero di cristallo prezioso, le mise nel lavello e girando Teresa verso di lui, la guardò negli occhi. Ma, mi stai facendo preoccupare. È papà? Perché sta chiuso in camera? Avete fatto un mutuo truffa? Avete ipotecato casa, la salute, tutto? Vi stanno ricattando? È tornato fuori mio fratello gemello rapito in culla?

Luca rideva, contento del suo tono scherzoso. E anche il mondo intorno sembrava leggero, felice, frizzante come la primavera.

Sollevato dalla mamma, si sedette, si massaggiò la pancia, si stiracchiò tirando un colpo al mobile della cucina. Ebbè questa casa è piccolina, nulla a che vedere con il loro appartamento: tre stanze spaziose, una bella loggia e una cucina dove nessuno si pesta i piedi. Era stata regalata dai fratelli di Benedetta, emigrati chissà dove, sono rimasti solo i pacchi di patate dallorto, barbabietole, topinambur e mazzi di astri del giardino che ogni autunno arrivano assieme a qualche cassetta di vino. Venivano spediti con il furgoncino di zio Stefano, il vecchio padrone di casa, che per Benedetta aveva una devozione speciale, anche se Luca non aveva mai capito perché. Ma lo stimava e gli riparava la macchina ogni volta si bloccava. E girava per casa sua in shorts hawaiani, felice della vita.

Senti, in realtà, Luca, volevo chiederti una cosa Teresa prese fiato, sistemando avanti un piattino di biscotti tipici, Ti ricordi della signora Maria Leoni?

Luca inarcò le sopracciglia, un po teso.

Certo, mamma! Come potrei scordarla? finalmente annuì, attratto dal profumo di biscotti appena sfornati, miele e glassa. Si servì il più grande, decorato, con la sagoma del Duomo di Milano e il carillon.

Ecco, vedi La signora Maria ha un ricovero nella vostra clinica, per curarsi agli occhi, dovrà fare unoperazione Non so tutti i dettagli, ma non è semplice

Luca ascoltava. Sì, certo che ricordava la signora Maria, storica vicina di casa, aiutava sempre Teresa e si occupava di Luca da piccolo mentre i genitori lavoravano. Maria Leoni portava sempre degli occhiali enormi, tondi tondi, che facevano sembrare i suoi occhi sgranati come quelli di una civetta, le ciglia sbattevano dietro le lenti.

Quindi?

Niente, pensavo potrebbe stare da voi durante le cure? Prendere una stanza è troppo costoso. E avanti e indietro è pesante ormai so che avere unestranea in casa è impegnativo, ma è solo per un po. E ti ricordo tutto ciò che ha fatto per noi, ha cresciuto anche te

Luca smise di mangiare, si abbandonò allo schienale, sospirando tra il fastidio e lorgoglio.

Beh Beh fece lui. Non era nei progetti, avere la vicina in casa, ci sarebbe stato da mettere via gli shorts hawaiani e Benedetta non poteva più girare in camicione dopo cena Eppure, senza troppo pensarci, disse: Ma certo che sì! È il minimo che possa fare per lei dopo tutto quello che ha fatto per me! Sorrise con orgoglio, sentendosi nobile, giusto, adulto. Benedetta ne sarebbe stata fiera. E anche la mamma. La signora Maria merita di essere trattata come una regina, alla sua età! dichiarò, ancora più soddisfatto.

E fuori dalla finestra il sole si fece più brillante, scintillando negli occhi felici di Teresa, disegnando sulle pareti chiazze dorate come farfalle. E le campane della chiesa accanto iniziarono a suonare festose, come addolcite dal momento.

Davvero, Luca? Oh, che gioia! Questo sì che è un gesto! Sono fiera di te, Luca, sei cresciuto proprio come speravo, con un cuore sensibile e buono.

Gli accarezzò i capelli come quando era piccolo.

Se Benedetta fosse stata presente, avrebbe sicuramente sorriso di quel legame speciale tra madre e figlio, come sempre.

Ma non cera, e allora Luca poteva sentirsi ancora il bambino buono, elogiato dalla donna più importante della sua vita.

Mani molli sul tavolo, Luca si rilassò completamente.

Però Forse dovremmo prima chiedere a Benedetta sussurrò Teresa con voce insicura. Luca le mormorò di non preoccuparsi, che Benedetta non avrebbe avuto nulla da obiettare, poi si aggrappò al braccio della madre, quasi si addormentava dalla beatitudine di sentirsi così buono Allora vado a chiamare Maria, vi mettete daccordo

Teresa scivolò fuori dalla cucina; il padre nellaltra stanza stropicciava rumorosamente il giornale, mentre Luca, rimuginando, tirò fuori il cellulare e chiamò la moglie.

Benedetta ascoltava mentre si sistemava i capelli davanti allo specchio.

E per quanto tempo? chiese infine.

Dovrebbero essere un paio di settimane. Benedetta, è giusto aiutare Ha unoperazione, non può fare avanti e indietro.

Ma sta in ospedale, non può dormire lì? provò a dire Benedetta, ma Luca la interruppe.

Sì, certo, ma dopo lop, deve tornare spesso per i controlli Amore mio, tu sei perfetta come padrona di casa, e poi, la signora Maria è discreta, educata. Vi troverete benissimo, ne sono sicuro.

Sai che cè sospirò Benedetta, Non mi entusiasma. Me la ricordo al nostro matrimonio. Mi guardava dallalto in basso. Non mi ha mai sopportato, tua zia Maria.

Ma no, Benedetta! Ti adora! E poi saprà aiutare anche Riccardo, ormai è grande

Ha sedici anni, Luca. Che aiuto può dargli Maria Leoni? Benedetta ironizzò, tirando indietro le labbra per truccarsi, ma ci rinunciò, avvertendo la tensione.

In tutto! È una persona matura, con tanta esperienza di vita. Dai, non sarai contraria?

Benedetta era tutto fuorché daccordo, ma non ebbe il coraggio di dirlo.

Va bene. Quando arriva? chiese con voce fredda.

Domenica.

Questa? Cioè domani? Benedetta guardò con panico il disordine di casa. Un disordine normale, da famiglia vera, ma che non si poteva mostrare agli estranei!

Solo lei e la sua famiglia lavevano mai visto. I piccoli studenti li riceveva nel salone, ben illuminato e spazioso. Il resto era terra di nessuno. Quando arrivavano ospiti, era guerra: si puliva da cima a fondo, si stirava, si sistemava ogni cosa. Benedetta era timida riguardo il proprio vivere, sempre preoccupata degli abiti lasciati la mattina di corsa, o degli asciugamani storti in bagno. Nascondeva ogni difetto.

E ora questa zia Maria avrebbe girato tutta casa! E avrebbe pensato che Benedetta era una sciattona!

“Una casa in ordine mostra una mente in ordine!” diceva sempre la mamma di Benedetta. “Il primo giudizio arriva da ciò che vedono entrando in casa. E tu, Benedetta, sei una pasticciona! Non lo vedi che fatica mettere a posto una camicia e una gonna? Sei una donna!”

Benedetta si strinse le tempie, come se sua madre fosse ancora lì a rimproverarla, e lei fosse la ragazzina colpevole, a capo chino.

La prossima domenica, chiarì Luca.

Allora ho tempo sospirò.

Così Benedetta avrebbe potuto combattere contro il caos domestico, pulire, lucidare, stendere, lavare, stirare, passare tutto al microscopio

Riccardo rimase indifferente alla notizia della vecchia signora che aveva accudito il padre da piccolo. Che deve succedere?

Tranquilla, mamma. Vivi come sempre, e basta! sentenziò Riccardo, futuro biologo, guardando la madre che già correva per casa come un tornado con laspirapolvere. Questa è la nostra ecosistema, noi ci viviamo. Lei è un organismo estraneo: si adatta, bene; no, pazienza. Che impari ad ambientarsi, io dico.

Noi non viviamo, Riccardo, noi diventiamo selva! E la prossima settimana non avrò tempo Dai, aiutami! Prendi l’altro aspirapolvere! Non voglio fare brutta figura davanti alla tua quasi parentela! Chissà che penserà di me! E lo dirà anche a nonna Teresa!

Nonna Teresa già sa tutto di te e non si preoccupa! ricambiò Riccardo ed uscì.

Benedetta era tutta agitata, ma mezzora dopo arrivò il primo studente, Andrea: cicciottello, con la erre moscia come una brioche appena sfornata. Si impegnava con la lingua, arrossiva, sorrideva orgoglioso quando Benedetta lo incoraggiava, ma lei guardava tutto il tempo la stanza, a caccia di qualcosa da sistemare, di un dettaglio non troppo splendente

“Le finestre! come un lampo nella testa. Non le ho ancora pulite!”

“Le finestre devono essere così pulite che sembri non ci sia vetro!” sentenziava ancora, nella testa, sua madre. “Finestre pulite fanno la vera padrona di casa, Benedetta! E tu lasci sempre gli aloni!”

Luca tornò, portando Benedetta fuori dalla guerra. Durante il tragitto fino al negozio, non fece che parlare bene di zia Maria, di quanto lo aveva cresciuto, mentre Benedetta annuiva silenziosamente.

Papà, labbiamo capito che arriva la tua mammina adottiva. Voltiamo pagina, almeno per oggi! sbottò Riccardo.

Lei lo ringraziò in silenzio

La settimana passò in un soffio. Sabato Luca andò a prendere Maria Leoni, mentre Benedetta, annullando tutte le lezioni, si dedicò ai preparativi.

Riccardo mandato dal barbiere, il cane Gino lavato e strigliato fino al guaito, e le finestre che brillavano come il cielo di maggio.

Benedetta, arriveremo per le tre, non prima avvertì Luca. Non agitatevi, fate con calma. Maria si sente quasi in colpa, pensa di sconvolgere la nostra routine.

Sì, ho capito. Per le tre, per pranzo.

Benedetta pensò a una bella gallina al forno, patate, insalata ospitalità allitaliana.

Alle sette del mattino Benedetta spedì Riccardo a spasso con Gino e si fece una doccia bollente. Canticchiava Vola colomba, si godette la pace, ma ecco il portone sbattere di colpo. La voce di Luca, sottile, una femminile sconosciuta, Gino che abbaia felice, Riccardo che sospira rassegnato.

Lo specchio appannato le comunicò in che stato avrebbe accolto lospite

Eccoci qua fece Luca, soffermandosi sulla moglie, spazzolino da denti e vestaglia, mentre lui trascinava un trolley rosso fuoco, dietro a lui, tutta rosea di emozione, la signora Maria in persona. Lodava tutto, la casa, il mobilio, tutto meraviglioso. Ma Benedetta ricordava solo che si trovava in vestaglia, in disordine, il pollo ancora crudo e Gino con le zampe sudicie Addio padrona di casa perfetta. Maria già accigliata alle goccioline lasciate dal cane, la guardava scappare in camera, dove Benedetta volava a rifarsi decente.

Ecco qui la tua stanza, aprì Luca Fai come se fossi a casa. Ora preparo uno spuntino. Mi cambio un attimo.

Maria ringraziò, chiuse la porta.

Ma come siete arrivati così presto?! sibilò Benedetta da dietro il paravento. Non ero pronta! Mi hai mortificata!

Luca, seduto sul letto, guardava nello specchio le curve della moglie, incantato.

Cosa? la distrasse.

Chiedo perché sei arrivato così presto. Benedetta ora si infila il vestito, si sistema i capelli. Zippami, dai.

Ah Maria aveva lappuntamento oggi, avevo scordato. Siamo venuti prima, si giustificò Luca, avvicinandosi.

E tutti quei bagagli?

Eh voi donne, sempre troppo pratiche! Venditrici ambulanti, ecco cosa siete, ridacchiò Luca.

Sedettero a colazione. Benedetta fece le uova, Riccardo, vedendo la mamma in crisi, preparò i panini.

Maria entrò per ultima, osservando bene. Il suo posto vicino al ragazzo.

Buon appetito a tutti, qui è molto accogliente. Benedetta, ti ricordavi il servizio da tè con i papaveri che vi portai per le nozze No? O forse lho dato a qualcun altro

Benedetta strinse le spalle: il servizio si era distrutto il giorno dopo il matrimonio. Luca lo aveva fatto cadere dalle scale. Fine.

Luca masticava, assente. Servizi coi fiori non ne ricordava.

Allora non eri tu. Benedetta si affrettò a versare caffè a tutti.

Sai, qui tira un pochino, Benedetta, si lamentò capricciosamente Maria Posso sedermi al tuo posto?

Riccardo sbalordito fissò la madre. Benedetta, imbarazzata.

Luca impettito, orgoglioso.

Benedetta, lascia la sedia. Non vogliamo che Maria prenda freddo, poi si ammala! e spostò persino la moglie, piazzando lospite al centro.

Luca lho cresciuto io, raccontò Maria, cambiando pannolini e tutto. Faceva fatica a mangiare, ma poi ha imparato. Era davvero un bambino testardo.

Benedetta tossì, Riccardo ghignò.

E tu, giovanotto, vai subito a studiare. Luca faceva sempre i compiti la mattina. Maria sparecchiò il piatto di Riccardo, gettando uno sguardo severo alla padrona di casa che stava per dire qualcosa, ma si bloccò.

Riccardo, finito il tè in piedi, se ne andò offeso in camera.

Maria ringraziò e scivolò in stanza, riordinò un po, chiamò Luca per spostare il televisore.

Qui avete pochi libri, commentò uscendo, Riccardo dovrebbe leggere i classici, per esempio Manzoni. Ho portato una selezione con me. Stasera facciamo una bella chiacchierata sui suoi interessi, Luca.

Eh sì, bisogna proprio allargare le sue vedute! aggiunse Luca, strizzando locchio a Riccardo e infilandogli la borsa dello sport.

Comunque, lui lo sapeva: la signora Maria portava Manzoni dovunque, lo appoggiava al tavolino al bar, lo teneva in mano in teatro, dormiva con Manzoni sul comodino. Ma forse non aveva mai letto una pagina. Però con Manzoni si sentiva rispettabile. E anche in ospedale, se ci fosse rimasta, lo avrebbe portato; così il personale avrebbe capito di avere davanti una donna colta.

Salutato Riccardo, pure Luca uscì.

Quando devi uscire? chiese Benedetta a Maria.

Io? Ah sì, verso luna. Devo prepararmi. Benedetta, ma Riccardo ha già la fidanzatina? Luca aveva le prime corteggiatrici già in terza media, così carino! La sua era una certa Rita, una ragazza malleabile, faceva tutto quello che voleva lui. Non era male, vero? E poi, il cane meglio metterlo fuori! E questa scarpiera, sarebbe meglio spostarla Sennò inciampo. Ecco qua! Maria si incastrò col piede, la scarpiera cadde, giù scarpe e ciabatte. Certi tacchi non fanno nemmeno bene Va bè, vado! Grazie di tutto, Benedetta.

Maria le passò la mano sulla spalla e svanì nellascensore.

Benedetta rimase, chiuse piano la porta.

Mamma, ma comanda proprio tutto? Gino lha già spaventato, non può stare sul divano. Ma noi glielo lasciamo! protestò Riccardo, accarezzando il cane, triste.

È fatta così. Da sempre. Ma non durerà a lungo, Ricca. Porta pazienza

Benedetta si vergognava a sentirsi unestranea in casa sua. Ma come si può essere duri con una donna che ha accudito tuo marito da piccolo?

Quella sera Maria organizzò una produzione di involtini di verza, tutti mobilitati, Luca non sapeva più cosa fare per lospite.

E non finì lì. Lunedì mattina Maria impostò la sveglia, svegliò tutti, e imposero la ginnastica.

Che ti hanno detto sulloperazione? chiese infine Benedetta senza fiato. Maria era esperta dallenamento, dirigeva la sessione con un timer, intervalli precisi. Ma sudavano solo in pochi.

Riccardo, poco convinto dallo stile di vita sano, sparì presto verso scuola. Solo Luca seguiva ogni mossa con entusiasmo.

Dai, Benedetta! Ci siamo quasi! la spronava Luca.

Ma, quando la fanno allora? incalzò Benedetta.

Domani. Domani mi ricoverano. Poi, si vedrà Luca, mi vieni a trovare, vero? chiese Maria con tristezza.

Ma sei solo due giorni! È una sciocchezza di operazione! meravigliato, ma poi acconsentì.

Lunedì fu una giornata carica. Benedetta perse più di una lezione: bambini malati, chi in campagna, chi non voleva più venire da lei.

Il telefono squillava, corvi gracchiavano fuori dalla finestra, Maria ascoltava Claudio Villa nella sua stanza: Bella, bella, bella e innamorata, e poi Volare, oh oh. Maria cantava, battendo le mani. Benedetta la spiava dalla porta, sospirava.

Si preoccupa soltanto, spiegò Luca. Quando è agitata, ascolta Villa per calmarsi.

Verso sera Maria chiamò Riccardo per leggere I Promessi Sposi, ma lui si rifiutò. Maria lo fulminò con gli occhi, ascoltò tutto quello che Riccardo pensava e pure sul suo soggiorno lì, trasalì quando lui sbatté la porta, poi chiamò Benedetta che, parlando al telefono, si preparava ad uscire per raggiungere un alunno.

No! improvvisamente Maria afferrò il telefono, urlando nella cornetta: No, e ancora no! Se volete un buon lavoro sul vostro bambino, lo portate qui ora! Altrimenti, non lamentatevi se da grande non vuole venirvi a trovare! Avete mezzora, poi fuori dalla lista! Con chi parlate? Sono la segretaria di Benedetta Rossi. Arrivederci.

Ridiede il telefono a Benedetta, che la guardava furiosa.

Sa che cè, Maria Leoni?! Basta! Non entri nella mia vita o nel mio lavoro! E gli involtini li fa a casa sua! Non mi interessa quanti pannolini ha cambiato a mio marito! Qui comando io! Gino potrà stare dove dico io e le conserve le compro anche oggi! Questa è la mia casa, la mia vita, i miei studenti, e decido io cosa va bene. Spero che loperazione vada bene e che torni presto a casa sua. Tantissimo lo spero!

Riccardo applaudì, Gino guaì grattando le gambe della padrona, e Maria, girandosi finalmente dalla finestra, sorrise.

Benedetta restò sbalordita. Si aspettava una sfuriata, invece

Così va bene, Benedetta. Non farti mai mettere i piedi in testa. Impara a dire no se non si tratta di vita o di morte. Mi piaci molto, solo avevo paura fossi troppo remissiva, sempre pronta a compiacere. Non va bene così. Lasciali giudicare, tu vivi come vuoi. No, è no! Se non vuoi che resti, dillo subito. Tutto si semplifica, e dentro senti pace. Su, Benedetta, sii coraggiosa! Scusa se ho esagerato. Ho sempre provocato, Luca lo sa Non guardarmi così! È la paura delloperazione. Gino, che bravo cane! si chinò ad accarezzarlo. E no, volete un po di marmellata? Ho portato quella di mele. Riccardo, tu la vuoi?

Riccardo alzò gli occhi al cielo. Da sempre convinto che le donne fossero misteriose, ma a quel punto

Il campanello suonò. Arrivò il piccolo Andrea per la lezione, pure lui ne ricevette un po di marmellata. La mamma lo prese da parte e con voce incerta chiese a Benedetta di non cancellarli dalla lista.

Devo parlare col suo segretario? sussurrò impaurita.

No, stia tranquilla! Suo figlio è bravissimo.

Benedetta strizzò locchio alla segretaria.

Quella sera, mentre Luca e Riccardo erano in salotto con la playstation, Maria sedette comoda in poltrona e raccontò di quando Luca, piccolo, le strappava la carta da parati, di quando si era tuffato sul ghiaccio e lei lo aveva salvato, scivolando come una foca per tirarlo fuori e poi riempirlo di tè caldo e miele

Quella ragazza lì, Rita, proprio non mi piacque, aggiunse senza carattere, troppo dolce E il servizio di porcellana? Distrutto, portafortuna. Ed eccovi, felici. Luca mi vuol bene, mi perdona tutto E anche tu perdona me, Benedetta. Sei davvero una buona padrona di casa.

La marmellata si scioglieva nei piattini, il cielo dietro i vetri si tingeva di arancio e rosso intenso.

È ora sussurrò Maria. Devo essere là alle otto

Luca caricò Maria sullauto, guidò tra le strade svuotate. Benedetta seduta accanto, sentiva le mani di Maria tremare.

Ti chiamo stasera, le disse, sistemandole il cappottino, non discutere! Tornerai da noi.

Maria annuì. Che bello stare coi giovani! Soprattutto Riccardo, così diverso dal padre, così sicuro. Ma, come dice lui, è la sua natura: intoccabile, ma sempre pronta a capire e sperimentareAppena arrivati in ospedale, Luca rimase un po con Maria nella sala dattesa. Benedetta aspettava in macchina, a suo modo nervosa ma combattiva. Maria prese la mano di Luca con una fermezza insospettata per le sue dita nodose.

Mai dimenticare chi sei, ragazzo mio disse piano. Le regole devi sceglierle tu, ricordalo. Grazie.

Luca la guardò negli occhi, che sembravano quasi vedere ancora meglio in quellistante.

Poi lei fu chiamata, si voltò unultima volta e gli sorrise così come aveva fatto il giorno in cui aveva conosciuto Benedetta: senza giudizio, solo con tenerezza e un filo di orgoglio.

A casa, nei giorni dopo loperazione, ogni angolo sembrava aspettarla: sulla poltrona rimaneva il suo scialle, sulla credenza i suoi libri, qualche pezzetto di Manzoni segnava le pagine che avrebbe letto con Riccardo, che nel frattempo si scoprì curioso di quei vecchi romanzi, solo per poterli raccontare a Maria, appena fosse tornata.

Benedetta si scoprì a mancare delle piccole imposizioni di Maria: un cucchiaino lasciato storto, la marmellata nel tè, persino le critiche sulle finestre. Ma si accorse, anche, che la sua casa era viva, mai perfetta ma piena. Che non doveva più temere il disordine come uno specchio dellanima.

Quando Maria tornò, diversi giorni dopo, con un cerotto nuovo e la vista ancora appannata ma il sorriso intatto, fu Riccardo ad aprire la porta. Le fece strada, guardandola come chi vuole mostrare qualcosa che gli appartiene davvero. E Benedetta, mentre aiutava Maria a togliersi il cappotto, si scoprì serena, sapendo che sì, poteva concedere spazio agli altri, ma la casa, la vita, le scelte erano pure sue. Basta saperlo dire, anche solo una volta, con il cuore.

Quella sera cenarono tutti insieme, e per la prima volta fu Benedetta a portare in tavola la marmellata, ridendo con Maria del pasticcio degli involtini e tra scherzi, racconti, e le luci calde della cucina, Benedetta capì che nelle sue regole cera posto perfino per un po di disordine e tanta, tanta umanità.

Fuori, sotto la finestra, le campane scesero a salutare il tramonto, e il vento portò dentro il profumo di primavera. Maria guardò Benedetta e sussurrò: Brava, ragazza. Così si fa.

E questa volta, tra tutte le regole, Benedetta decise lei quale tenere e quale lasciare volare via.

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Le mie regole
Il turno silenzioso L’autobus si fermò con uno strattone e la gente iniziò a scendere, urtando i corrimano con le borse. Svetlana fu l’ultima ad alzarsi. Il ginocchio fece un po’ male scendendo i gradini sulla neve grigia e schiacciata. L’aria umida di febbraio la investì in faccia, profumando di fumo dalla centrale termica e di qualcosa di resinoso che arrivava dalla fascia scura del bosco. Davanti a lei si stagliava il lungo edificio del centro termale, file di finestre tutte uguali. Sulla facciata una vecchia insegna sbiadita con il nome del centro e, sotto, lo stemma della città. Tutt’intorno, il paesaggio tipico di certe strutture: abeti bassi lungo il vialetto, aiuole di cemento spoglie, qualche figura solitaria con la valigia. — Impegnativa, foglio di ricovero, documento — disse, secca, la donna allo sportello della reception, senza alzare gli occhi. Svetlana infilò la cartellina di plastica nella fessura. Dentro lo sportello odorava di carta e di un profumo economico. Alle sue spalle qualcuno sospirò forte, trascinando una valigia con le rotelle. — Per quanto tempo la degenza? — chiese la receptionist, sfogliando rapida i documenti. — Due settimane. — Bene. Terzo edificio, secondo piano, stanza duecentosei. Il medico la vedrà domani, studio sette. I pasti sono a orario, i buoni pasto sono nella cartellina. Avanti il prossimo. La cartellina tornò con dentro una tessera di plastica e una pila di buoni mensa. Svetlana si fece da parte per non ostacolare il flusso. In testa ronzava: «Due settimane. Due settimane senza cucinare, senza correggere compiti, senza accendere il portatile di notte». Trascinò con fatica la valigia fino al terzo edificio. Una ruota si incastrava e la valigia continuava a voler finire nel cumulo di neve. Nell’atrio si sentiva odore di cavolo bollito e di disinfettante. Sulla parete una bacheca di annunci scoloriti: orari delle terapie, locandina di un concerto di fisarmonica, avviso di un corso di camminata nordica. L’ascensore funzionava, ma chiudeva le porte con un tale stridio che Svetlana si ritrasse istintivamente. Decise che era meglio salire a piedi. Il corridoio al secondo piano era un lungo tunnel, le luci al neon ronzavano. Sulle porte targhe coi numeri, qua e là dei disegni di bambini: sole, una casetta, un abete. La duecentosei era a metà corridoio. Svetlana bussò e spinse la porta. Dentro due letti di metallo con coperte grigie, in mezzo un comodino, sotto la finestra un tavolo con una cerata a quadretti. Su un letto un pigiama piegato, su una sedia una borsa. Dal bagno arrivava il rumore dell’acqua. — Entrate pure, arrivo subito — rispose una voce femminile. Svetlana mise la valigia vicino al letto libero. La finestra dava sul bosco, qualche goccia lenta colava sul vetro. Il termosifone sotto il davanzale sibilava piano. Dal bagno uscì una donna non alta, sulla cinquantina, con l’asciugamano avvolto in testa. Il viso rotondo, occhi vivaci e scuri. — Coinquilina? — chiese sorridendo. — Io sono Tania. — Svetlana. Si strinsero la mano un po’ impacciate, come gente che si conosce in treno. Tania, senza pudori, iniziò a sistemare nella scaffalatura del mobile i suoi farmaci. — Quanto ti fermi? — chiese poi. — Due settimane. — Ottimo! Io tre. È il terzo anno che vengo qui — lo disse con un po’ d’orgoglio — e ci si abitua, guarda. All’inizio pensi: centro termale, solo anziani, che malinconia… Poi invece il ritmo, l’aria, le terapie… E nessuno che ti stressa. Svetlana annuì senza sapere cosa rispondere. Prese dalla valigia la tuta, dei calzettoni, l’accappatoio. Tutto le sembrava estraneo, come se appartenesse a un’altra vita, dove lei aveva davvero tempo per un pisolino o una passeggiata. — Che terapie segui? — la incalzò Tania. — Ortopedia e sistema nervoso. Schiena, ginocchio… — fece un mezzo gesto vago. — Ce ne sono tanti così. Io cuore. E anche i nervi, ovvio! — sospirò Tania. — Marito, figli, scuola… Tutto sulle spalle. Svetlana annuì di nuovo. Del marito non aveva voglia di parlare. Ormai da due anni erano separati, rimasti gli alimenti sul conto e qualche telefonata al figlio. — Andiamo insieme a cena? — propose Tania. — Di solito c’è folla, meglio farsi compagnia. — Volentieri. A cena si formò la fila. La sala era bassa, lampadari pendenti, file di tavoli da quattro. In giro donne in camice bianco con i vassoi. Odore di pesce in umido e di composta. Si sedettero a un tavolo libero. Subito si unirono altri due: un uomo alto, brizzolato, in felpa sportiva, e una signora robusta con il rossetto acceso. — Possiamo? — chiese l’uomo. — In due si chiacchiera poco. Io sono Valerio. Lei è Nina. — Svetlana — rispose lei. — Tania. — Ecco, già una compagnia! — esultò Nina. — Io vengo ogni anno. Prima era la tessera del sindacato, ora pago io: a casa non si riposa mai. Nipoti, orto, vicini… — Di dove sei? — chiese Valerio a Svetlana. — Da Padova. — Ah, la città! — rise lui. — Io da Perugia. Qui ormai abbiamo una piccola delegazione! — fece un cenno vago dietro sé — Se vuoi, domani conosci gli altri. La sera giochiamo a briscola in salone. Svetlana sorrise con cortesia. La briscola non la interessava molto, però l’idea di poter semplicemente stare in salone, a non fare niente, le parve curiosamente piacevole. Il cibo era semplice, di pensione: orzo con pesce, insalata di rape rosse, composta di frutta secca. Svetlana si accorse che mangiava piano, senza inghiottire di fretta come a casa, fra una telefonata della direttrice e un messaggino della prof della classe di suo figlio. Dopo cena Tania le propose una passeggiata fino al bosco. — Tanto vale respirare un po’ d’aria buona, già che siamo qui. Uscirono sul sentiero. Il bosco iniziava subito dopo la luce dei lampioni, dentro l’ombra degli abeti la neve era soffice. Lungo il viale i faretti disegnavano cerchi gialli sulla neve. In lontananza risate soffocate, qualche porta che sbatteva. — Tu lavori? — domandò Tania. — Sì. Ragioniera in una società commerciale. — Eh, responsabilità! — scosse la testa Tania. — Io scuola. Italiano e storia. Venticinque anni. Forse è arrivato il momento di… — Si fermò, fece un gesto, sorrideva amaro. — Insomma, il centro mi salva la vita ogni volta. Svetlana pensò che anche lei non vedeva un salvagente da tempo. Negli ultimi anni aveva solo cercato di restare a galla: bilanci, scadenze, riunioni di genitori, liste di cose da fare. Il centro termale sembrava una pausa, ma una pausa strana, come se avesse marinato una lezione. La notte faticò a dormire. La coinquilina russava piano, dal muro si sentiva qualcuno russare forte, da qualche parte una porta sbatteva. Svetlana fissava il soffitto e sentiva quel solito pizzicore di ansia: doveva chiamare il figlio, controllare la posta, scrivere alla direttrice. Il telefono sul comodino, lo schermo spento. Lo prese, guardò l’ora, aprì WhatsApp: poi lo richiuse. Si costrinse a lasciarlo a faccia in giù. La mattina tutto iniziò con una nuova fila: quella dal medico. Nel corridoio del primo edificio, gente in accappatoio e tuta, cartelline in mano. In TV una trasmissione di giardinaggio a volume basso, odore di caffè della macchinetta e di farmacie nell’aria. — Si fa per numero o per fila? — chiese una donna col cappello di lana, seduta accanto a Svetlana. — Numero — rispose lei, mostrando il biglietto. — Allora tu dopo di me. Che qui se possono ti passano avanti… La donna subito ricominciò a raccontare della pressione alla vicina. Svetlana ascoltava a metà, fissando la porta chiusa dello studio medico. Le sembrava strano essere lì, tra gente che parlava di analisi e medicine. Aveva ancora nella testa le conversazioni sul lavoro di ieri, ma già sembravano più lontane. Il medico era un uomo asciutto, con gli occhiali. Rapidamente sfogliò la sua cartella, le fece domande di routine. — Disturbi? — Schiena, ginocchio. Mi affatico presto. Dormo male. Annunciò una serie di cure: ginnastica, piscina, massaggi lombari, fisioterapie. E: «Orari regolari. È la cosa più importante. Dorma prima delle undici, faccia passeggiate, stia meno su Whatsapp». Svetlana sorrise. — Questa è dura. — Qui sarà più facile che a casa, — replicò secco il medico. — Ne approfitti. Gli appuntamenti scandirono le sue giornate come un’agenda non sua. Mattina, ginnastica in sala con le vetrate e la coach in tuta che mostrava esercizi con bastoni e palloni. Poi piscina, piccola, piastrelle azzurre, cloro negli occhi. Dopo pranzo, massaggio: un’infermiera piccola ma forte le scioglieva la schiena, e la sorpresa era accorgersi che ci si poteva stendere senza far niente. Le file alle terapie diventavano posti da chiacchiere. La gente si conosceva come in treno, raccontandosi storie. Tania subito entrò nella compagnia dei «veterani»: Nina, un’altra signora con orecchini vistosi, il solito Valerio. Valerio manteneva una certa distanza ma era sempre presente. In palestra dietro Svetlana, in piscina nella corsia accanto, a pranzo facile trovarlo al loro tavolo. — Nuoti bene — le disse una volta uscendo insieme dall’acqua. — Non affoghi mai. — Da piccola facevo corsi. Poi… mai tempo. — «Mai tempo» non è una diagnosi, — disse piano lui. — Dopo l’infarto ho capito che quel «mai tempo» è solo una scusa. Il tempo si trova. Svetlana non sapeva cosa dire. Gli guardò il petto, dove si intravedeva sotto la felpa la lunga cicatrice. — Hai avuto paura? — chiese. — Eccome, — rispose sincero. — Poi uno si abitua all’idea che non è eterno. E comincia a scegliere a cosa dedica le sue giornate. Quelle parole la lasciarono pensosa. Si ricordò di come, l’anno prima, era rimasta a letto con la febbre ma non aveva mai spento il computer: rispondeva alle mail, batteva conti. Nessuno le aveva nemmeno detto di riposare. Nemmeno lei. La sera, in salone, si riunivano. C’era chi guardava la TV, chi giocava a carte. Un vecchio distributore d’acqua, teiera, scatola di biscotti portati da casa. Una volta Tania la trascinò fuori dalla camera: — Vieni, ti presento agli altri. Non puoi passare due settimane isolata! Si sedettero vicino alla TV. Valerio stava mescolando un mazzo. — Si gioca a scopa? — propose lui. — Non sono capace — confessò Svetlana. — Imparerai! — insistette Nina. Le carte scivolavano sul tavolo, risate qua e là, battute. Svetlana all’inizio si confondeva, poi si lasciò andare. Era piacevole sapere che da una mossa non dipendeva nulla. Se sbagliavi, al massimo avevi ancora le carte in mano. Le conversazioni erano semplici: il tempo, la minestra buona della mensa, la mitica infermiera della sala 9. Ma a volte si infilava qualcosa di diverso. — Quando i figli erano piccoli, sognavo crescessero in fretta così avevo tempo per me… — rifletteva Nina scuotendo le carte — Ora sono grandi ma mi cercano di più. Per il nipote, per i soldi. Mi viene da dire: lasciatemi stare, sono stanca, ma… — E perché no? — chiese piano Svetlana. Nina la guardò stupita. — Ma come si fa? Sono figli. Io sono la mamma. Svetlana ricordò il figlio prima della partenza: «E chi mi cucina la cena?» E come lei, stanca morta dalla giornata, stava comunque ai fornelli, invece di ordinare una pizza. — Si può essere mamme e essere stanche, — disse. — E dirlo. — Chi ce l’ha insegnato? — intervenne Tania. — A noi hanno insegnato a sopportare. Rimasero in silenzio. Dal tavolo vicino una risata, in TV una cantante in abito luccicante tirava una nota. I giorni scorrevano. Sveglia, ginnastica, mensa, terapie, passeggiata al bosco, carte in salone. In quella routine comparivano piccole attese: Svetlana cominciava ad aspettare la ginnastica, quando i muscoli si risvegliavano; la piscina, dove scivolare nell’acqua e restare soli con il proprio respiro; il massaggio che ti lasciava addosso un tepore pesante. E aspettava anche le chiacchiere con Valerio. Non era invadente, non faceva domande. A volte bevevano tè guardando il bosco, ognuno nei suoi pensieri. Altre volte raccontava cose banali: come nella sua città avessero chiuso la fabbrica, come da ragazzo adorasse la moto, come adesso avesse paura di guidare troppo lontano. — Cosa temi di più? — le chiese un giorno. Una domanda semplice, che la spiazzò. Istintivamente pensò «l’altezza», «i serpenti», ma sapeva che non era vero. — Temo che resti tutto così — disse, sorpresa delle sue stesse parole — Lavoro, casa, conti, riunioni, compiti, liste… Fino alla pensione. Poi… Si fermò. — Poi non avrai più le forze per cambiare — completò lui. — So cosa intendi. Rimasero in silenzio. — Cosa vorresti cambiare? — domandò lui. — Non lo so — ammise —. Nemmeno mi ricordo cosa vorrei io. Ho sempre qualcun altro che vuole qualcosa da me. Lui annuì, comprensivo. — Qui la cosa bella è che il giorno è tutto uguale, e alla fine capisci cosa è tuo e cosa è richiesto dagli altri. Era vero. Lì non decideva quasi niente: l’orario era fisso, il cibo arrivava da sé, il letto lo rifacevano le donne delle pulizie. Lei si concesse di rimanere a letto a guardare fuori, senza sensi di colpa. I fiocchi di neve scendevano lenti, i passi dei pochi uscivano avvolti nei cappotti. Il mondo andava avanti anche senza di lei. Il settimo giorno le telefonò il figlio. — Mamma, dov’è il caricabatterie del tablet? — fu il saluto. — Nel cassetto, a destra — rispose lei —. E tu tutto bene? — Sì. Domani passo da papà. Quando torni? — Tra una settimana. — È tanto — ci fu un po’ di rimprovero nella voce. — Ho le cure. Ho bisogno. Svuotata di ogni scusa, la frase suonò netta. Lei stessa si stupì della calma. — Va bene — sospirò lui —. Tu non annoiarti. Rimase ancora un po’ con il telefono in mano. In petto sentiva un senso strano: ansia ma anche sollievo. Si era concessa di essere non solo madre ma anche una persona che aveva diritto a curarsi. La sera, in salone, organizzarono un «benvenuto» per i nuovi arrivati: bollitore, teiera, piatto di biscotti, musica da una cassa portatile. L’addetta alle attività cercava di lanciare giochi, ma tutti preferivano parlare. Svetlana stava in un angolo, ascoltando storie di orti, di divorzi, di nipoti. Si sentiva parte di una comunità provvisoria: tutti accomunati dall’essere usciti, per un attimo, dalla loro vita vera. A un certo punto Valerio le si sedette vicino. — Domani per me finisce il turno, — disse piano. Svetlana si scosse, anche se sapeva che ognuno aveva la propria data di partenza. — Già? — Dieci giorni. Volati. Ma devo tornare, la mia cagnolina mi aspetta, la vicina la sta accudendo. — Capisco. Si fecero silenziosi. — Non sparire — le disse basso lui. — Voglio dire… non regalare tutto al lavoro. Un po’ lascialo a te stessa. — Ci provo, — rispose lei. Lui annuì, le lanciò uno sguardo che sembrava volersi ricordare qualcosa, poi fissò la TV dove passava un vecchio film. Il giorno dopo, la vide scendere con la valigia per la partenza. Addosso la solita felpa, una giacca sopra. — Stammi bene, — disse lui — In bocca al lupo. — Anche tu. — Si strinsero la mano. La sua era calda, asciutta. Per un attimo Svetlana pensò di chiedergli il numero, ma non lo fece. E neanche lui. Aveva senso così: che tutto restasse lì, dentro quella parentesi. Quando vide l’autobus allontanarsi, Svetlana lo seguì con lo sguardo dal salone fino al cancello. Poi sparì dietro la curva; rimasero solo le tracce delle ruote. La settimana seguente fu diversa. Le serate in salone proseguirono, ma Svetlana portava più spesso una sua lettura. Si metteva vicino alla finestra col romanzo che rimandava da mesi: leggevo la stessa pagina, i pensieri che correvano altrove, ma senza rabbia. Aveva tempo. Un giorno Tania tornò agitata dalla visita cardiologica. — Immagina, mi dice di non agitarmi. Come se fosse un interruttore: click ed è fatto. — Si può provare almeno un po’, — suggerì Svetlana — Magari a scuola non caricarti tutto addosso… O a casa. — E chi altro lo fa? — rispose Tania per riflesso — I figli… Si fermò e sorrise forzatamente. — Vedi, parlo come mio marito. Diceva sempre “chi, se non io?” Poi è finito con l’ictus. E la vita è andata avanti anche senza di lui. — Magari va avanti anche senza di te — osservò dolcemente Svetlana. Tania la guardò a lungo. — In queste due settimane sei diventata più saggia, — disse — O semplicemente hai riposato. Svetlana fece spallucce. — Sono solo stanca di portare tutto sulle spalle. Voglio provare un altro modo. Detto ad alta voce suonava più vero. L’ultimo giorno camminò per i corridoi familiari come in un museo di una piccola, breve vita. Entrò in palestra, c’era già un altro gruppo che si allenava. Guardò la piscina attraverso il vetro. Passò dal massaggiatore per ringraziarlo. — Torni pure — disse lui — La schiena risponde bene. — Vedremo, — rispose lei. In stanza fece la valigia: accappatoio, tuta, costume. Sul comodino rimasero solo il caricabatterie e il libro. Tania era seduta sul letto, girava tra le dita la sua impegnativa. — Non vorrei partire, — confessò — qui sembra tutto più facile. — Qui è facile perché è finto, — disse Svetlana — Se vivessimo qui un anno, troveremmo anche qui i motivi per arrabbiarci. — Forse sì — Tania sorrideva — Se torni, chiamami. — Le lasciò un foglietto col numero. — Sono una frequentatrice abituale. Svetlana lo salvò in rubrica. — Ci sentiamo, — promise. L’autobus partiva dopo pranzo. Alla mensa servivano per commiato i classici pancakes con la panna. Svetlana era al solito tavolo, mangiava piano, sorseggiando il tè. Nina raccontava dei nipoti, Tania di analisi. Fuori la neve si scioglieva, l’acqua scendeva dai tetti. Al capolinea per il centro termale si radunarono una decina di persone: qualcuno scattava foto, uno fumava nervoso. Svetlana, con la valigia, guardava il cielo basso. Dentro era calma. Non euforia, non tristezza. Un’accettazione quieta. Sul bus prese posto accanto al finestrino. Il centro scivolava via: edifici, sentieri, bosco. Forse sarebbe tornata, pensò. Ma anche se no, quelle due settimane le sarebbero rimaste come un piccolo frammento di vita in cui si era concessa di non essere solo una ragioniera, una madre. Il viaggio verso Padova durò qualche ora. La città la accolse con nevischio e quella solita frenesia. Sotto casa le auto in doppia fila, qualcuno litigava al cellulare, dal primo piano usciva musica forte. Svetlana salì, aprì la porta. L’appartamento profumava di polvere e di dolce: il figlio aveva scaldato delle brioche. Nell’ingresso scarpe, giacca appesa alla buona. — Mamma, sei tornata! — urlò dalla camera il ragazzo. Si avventò nel corridoio con le cuffiette e il telefono in mano. L’abbracciò a metà, da adolescente. — Come andava lì? — chiese. — Bene, — rispose lei, e poi aggiunse: — Anzi, ho riposato. — Mi hai portato il magnete? — domandò lui. — È in borsa — sorrise. Andò in cucina, mise l’acqua a bollire. Due piatti nel lavello, qualche briciola sul tavolo. Un tempo avrebbe iniziato subito a pulire, brontolando. Ora pensò solo che avrebbe fatto dopo. Il telefono vibrò. La direttrice: «Domani rientri? Abbiamo tante cose da sistemare…» Svetlana guardò il messaggio e appoggiò il telefono a faccia in giù. Poi lo prese, riaprì la chat e scrisse: «Buongiorno. Domani ritorno come previsto. Ci sarà da ridiscutere la distribuzione delle mansioni. Non potrò più restare la sera o portarmi il lavoro a casa». Rilesse il testo. Una volta avrebbe cancellato la metà. Invece inviò. Il figlio riapparve sulla soglia. — Mamma, domani torni tardi? Dovrei andare dall’amico… — Domani torno in orario — disse lei — e ceniamo insieme. Però qualche faccenda di casa la fai tu. Non sono di ferro. Lui fece una smorfia. — In che senso? — Nel senso letterale. Hai l’età per lavare i piatti e cucinarti da solo, a volte. Non sarò sempre a fare tutto io. Lui sbuffò, ma non protestò. Sparì in camera sbattendo la porta. Svetlana sospirò, ma senza il solito senso di colpa. Sentiva solo di aver finalmente segnato il confine. Il bollitore si spense. Mise il tè nella tazza, si sedette. Dietro la finestra, i lampioni opachi; in cortile passava un cane. Pensò a Valerio, con quella sua frase su come spendere i propri giorni. Sorseggiò il tè. Niente miracoli: la schiena doleva ancora, il ginocchio pure, e il lavoro c’era sempre. Ma qualcosa era scattato. Sentiva il suo corpo, la sua stanchezza, il suo diritto al riposo con una chiarezza nuova. Aprì il cassetto e tirò fuori la prescrizione. La mise sul tavolo accanto all’agenda. Il giorno dopo, durante la pausa pranzo, avrebbe chiesto le ferie per l’estate. Non per andare dai parenti a «dare una mano», ma solo per sé. Il figlio riapparve. — Mamma, domani mangiamo i ravioli? — chiese. — Volentieri, — rispose lei. — Ma li cucini tu. Ti insegno. Lui fece una smorfia, ma brillava di interesse. Svetlana sorrise. La vita non era cambiata di colpo, ma c’era adesso uno spazio solo suo. Quello spazio cominciava da cose minime: dire no a un lavoro extra, chiedere aiuto, passeggiare dopo l’ufficio per puro piacere. Finì il tè, spense la luce in cucina, andò in camera. Domani sarebbe stato un giorno normale, ma in quella normalità avrebbe trovato finalmente un posto per sé. E pensarlo la scaldava con un calore silenzioso e dolce.