La vera donna italiana

Vera, dove sei?! Porta i cetrioli! Quanto ci metti ancora?!

La voce del marito risuona come il grido di una campana rotta che echeggia attraverso le mura di una vecchia casa in provincia di Reggio Emilia. Ma Vera è in bagno, dentro uno specchio che pare inghiottirla; sta colorando con cura locchio sinistro, spazzolando le ciglia con un mascara appena acquistato, caro quanto una notte dalbergo al lago di Como. Per un istante la donna si dimentica persino dei cetrioli che stanno marinando nella vasca da bagno, pensati per linverno come promemoria di una terra generosa.

Il suo occhio truccato ombretto perlescente, eyeliner alla moda suggerito dallamica Graziella brilla tanto da sembrare due volte più grande dellaltro. Un occhio perfetto per una festa alla Scala, non per una giornata in casa. Ma Vera non si ferma: nel suo sogno la logica sfuma e i desideri diventano colori.

La settimana prima, tutto aveva preso una strana piega. Suo marito Renato, che ora armeggia tra vasi e coperchi in cucina, in una danza rituale di conserve le aveva improvvisamente consegnato la sua carta, piena di euro risparmiati durante tutto lanno, decretando solennemente:

Voglio che tu diventi una vera donna!

Vera era rimasta così sconvolta che il rossetto le era quasi caduto di mano. La prima reazione sarebbe stata una scenata degna delle migliori tragedie napoletane: dopo tutto, come aveva fatto Renato a mettere da parte quei soldi senza che lei se ne accorgesse? E se avesse nascosto altro? E invece, per la prima volta, rimase zitta, si sedette su uno sgabello da cucina, lasciando che il minestrone traboccasse sul fuoco. La domanda le sfuggì come un sussurro:

Cosa intendi per vera donna?

Fu allora che il pensiero le si rovesciò sul cuore, come quando si rompe un piatto di quella bellissima porcellana regalatale dalla suocera, Giovanna, una settimana prima. La suocera aveva pianto con lei e poi aveva sorriso: “Verina cara, io per te farei qualunque cosa. Fatevi una vita bella!”

Di quella suocera Vera ricordava soprattutto il passo rapido e il modo in cui riusciva a dissolversi via da casa come nebbia, dicendo che a casa aveva le galline e le pentole che laspettavano. Eppure, ogni volta che portava i figli a passare il weekend dalla nonna, sentiva riconoscenza. Entrare in quella casa era come passare sotto un arco protettivo.

Vera ne aveva passate tante, troppe per una ragazza che aveva avuto un figlio, Andrea, appena diciottenne, figlio di un uomo del paese Lorenzo Bianchi di cui tutti sapevano e malparlavano, come se i pettegolezzi fossero una seconda lingua. Quando Vera rimase incinta, venne scacciata dalla zia materna e lasciata con la sola compagnia della madre malata.

La notte che segnò la sua vita era tornata dal mercato di Parma tardi, nessun autobus per il suo paesino. Fu allora che la vecchia Fiat di Lorenzo laveva intercettata. La storia si consumò fra la terra dei campi e lasfalto buio. Vera si lavò e pianse per tutta la notte, cercando di non far rumore per non svegliare la madre che aveva un cuore debole. “Basta unemozione, signora, e il cuore si spezza”, aveva detto il medico.

La madre morì lasciando Vera sola, tremante sul confine tra infanzia e maturità. La famiglia la rinnegò e la costrinse a vendere la casa. Il denaro era poco e a Parma con quei pochi euro poteva permettersi appena una stanza, ma la speranza venne da un suggerimento del maresciallo dei carabinieri del paese: “Vai a conoscere Teresa, una vedova onesta, che cerca compagnia nella sua casa grande”.

E così iniziò la seconda vita di Vera, tra le stanze silenziose di una casa bassa e gialla, con Teresa, che subito le disse: “Se sei ordinata, qui puoi restare. Se lavori, ti aiuto anche con il bimbo”. Il paese era piccolo, ma Vera trovò lavoro da commessa nel negozio della cugina di Teresa, proprio dove, tra uno scaffale e laltro, conobbe Renato.

Renato le raccontò il suo dolore: la moglie era sparita una notte, lasciando due figli piccoli e una madre anziana da assistere. Camminava attorno al negozio di Vera come un uomo perso, fino a che lei stessa non gli fece la domanda diretta: “Quanti anni ha il maggiore?” “Tre.” “E il più piccolo?” “Uno.” “Conosciamoci, poi si vedrà.”

Si sposarono senza clamori, sulla spiaggia di una Liguria sognata e improvvisamente vera. Vera, per la prima volta, si sentì felice, con i bambini che ridevano come uccellini nei pini. Ma la felicità aveva un prezzo: malattie, battaglie legali con la madre dei figli di Renato che ogni tanto tornava come una nuvola scura, e poi ancora ospedali e documenti, finché finalmente Vera diventò madre di quei bambini anche sui registri anagrafici.

La gente del paese la considerava quieta, sempre con un sorriso appena accennato, ma sapevano che, se qualcuno avesse toccato la sua famiglia, sarebbe diventata una leonessa. Vera era diversa, persa in un sogno lucido dove ogni oggetto prendeva un senso simbolico: il mestolo, il piatto rotto, il profumo della pasta nella sera, il suono di una fisarmonica lontana.

Quando Renato le consegnò la carta, Vera trascorse la notte a fissare il riflesso nello specchio, cercando di capire cosa mancasse per essere una vera donna. Alla fine chiese consiglio a Graziella, la sua amica stramba. Misero mano a una pila di riviste femminili con consigli su come vestirsi alla moda, truccarsi, mangiare leggero, sorridere secondo regole che cambiavano ogni settimana come il vento sulle colline toscane.

Andarono insieme in città occhi sgranati davanti a una vetrina di Via Montenapoleone. Vera comprò un po di trucco, una camicia da notte setosa, delle scarpe irresistibili che tolse dalla scatola solo di nascosto, per paura di rovinarle.

Ma Renato non sembrava notarne la trasformazione. Proprio mentre Vera si stava finendo di truccare, lui spalancò la porta del bagno. Un attimo, e lei si infilò il pennello nellocchio! Pianse, urlò, balzò su una gamba sola. “È tutta colpa tua!” sbottò tra i singhiozzi e il mascara sciolto.

Renato la abbracciò con quella delicatezza zuccherosa che sanno solo gli uomini italiani pentiti. “Ma dai Il fatto è che tu, da quando stiamo insieme, non ti concedi mai niente! Tutto per i bambini, per me, anche per mia madre Non hai mai pensato a te. Così volevo che con quei soldi tu facessi una pazzia, che comprassi qualcosa solo per te!”

A quel punto Vera scoppiò a ridere, tanto che i bambini, spaventati, corsero urlando credendo che stesse piangendo. Dovevano essere rassicurati uno ad uno, tra carezze e baci rubati.

La sera, quando tutto si acquietò come in una fiaba disegnata a pastello, Vera uscì a respirare dal terrazzo, il volto pulito, la luna che si rifletteva nei cetrioli ormai sotto sale. Renato le si avvicinò, si sedette con lei sui gradini e sussurrò, “Sai, i cetriolini saranno eccezionali questinverno.”

“Mi serviranno molto presto”, rispose Vera con un sorriso, poggiando la mano sulla pancia che ora nascondeva un nuovo sogno.

Renato la strinse più forte, e il loro piccolo universo si richiuse per un attimo su sé stesso, tra il battito del cuore e il respiro della notte, lì dove lanima aveva ancora spazio per brillare, proprio un po di traverso, dove solo i veri sognatori sanno guardare.

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