La Donna di Pietra
Giulia Ferretti fu portata al pronto soccorso in ambulanza; lavevano raccolta in mezzo alla strada, caduta sulla fredda pavimentazione di Milano in una giornata grigia di pioggia. Era talmente stanca che non riuscì più a rialzarsi. I soccorritori sollevarono il suo corpo pesante e la accompagnarono all’accettazione.
Era una donna imponente, con un tailleur pantalone ben tagliato, stivaletti dal tacco sottile, un trucco moderato che evidenziava gli occhi sporgenti e le labbra piene, pesanti orecchini pendenti e una borsa firmata di pelle sulle ginocchia. Giulia rifiutò di distendersi in barella, preferendo il sedile della carrozzina. Appena ritornò in sé, rimproverò lautista per il persistente odore di sigaretta, scoldò linfermiere per la lentezza e impedì al giovane tirocinante di toccarla, ordinandogli con tono secco di starle lontano.
«Non vedevo lora!» borbottò il ragazzo, offeso.
«Osate ancora rispondermi, ragazzino? Provi a fare il maleducato e vediamo chi la vince!» replicò la signora Ferretti, aggrappandosi ai braccioli per sistemarsi meglio sulla sedia a rotelle. Poi, come una civetta burbera, strinse la borsa a sé, sollevò le spalle e scrutò la sala dattesa con lo sguardo della supervisora sorpresa e severa, aggrottando le sopracciglia sottili che si incontravano in mezzo al volto scolpito grossolanamente come una statua di granito. La pelle era arrossata da sottili capillari, coperta da uno strato troppo abbondante di fondotinta, ora sciolto dal sudore, che segnava ancor più le rughe. «Andiamo oltre, io qui non ci resto: tira vento!» ordinò indicando il corridoio affollato di gente in attesa.
Limpiegata dellaccettazione la guardò di traverso, prese i documenti dallinfermiere e dichiarò che da quel momento la responsabilità era solo degli operatori sanitari.
«Crisi ipertensiva, perdita di coscienza in strada Non ha battuto la testa Ora pressione…» riferiva trafelato il giovane in divisa blu.
«Va bene, Romano. Dai, vai via che qui lo spazio serve!» Lo accarezzò la caposala, probabilmente madre sua, vista la somiglianza.
Certo aiutare i parenti a trovare il posto giusto, bisogna sempre farlo, pensò automaticamente Giulia.
Il mal di testa era feroce, le braccia si afflosciavano sulle gambe facendole perdere la presa sulla borsa, rischiando di farla scivolare a terra. Non avrebbe avuto la forza di raccoglierla. Non ne aveva più per nulla. Persino parlare era faticoso. Sentiva la bocca secca, la lingua gonfia e incollata al palato. Aveva sete.
«Per favore, un po dacqua,» chiese forte e chiaro, senza però rivolgersi a nessuno in particolare.
Nessuno la sentì. Tutto intorno parenti che trascinavano barelle, consolavano o scuotevano malati intontiti. Medici che schivavano carrelli, regolavano gli stetoscopi e leggevano al volo cartelle cliniche. Le infermiere, prese dai mille compiti, sembravano ignorare completamente la presenza di Giulia Ferretti.
«Dovè la Baratti? Chi è Baratti?» Si levò la voce di una delle medichette, come le chiamava mentalmente Giulia.
«Sono io,» rispose Giulia, alzando la voce. «Sono qui!»
«Ecco, prenda questa provetta, lì cè il bagno, poi si passa al prelievo del sangue. Si tolga questo cappello, che non siamo al Polo Nord!»
Giulia si era scordata di indossare ancora il pesante berretto di pelliccia, in stile commedia allitaliana. Ecco perché sudava a fiotti. Lentamente se lo tolse, cercando un posto sicuro per riporlo nella già strapiena borsa di cuoio italiana. Giulia Ferretti, direttrice di una grande azienda che produceva infissi, non aveva certo programmato di restare lì molto. Appena si fosse ripresa, avrebbe preteso di essere dimessa: aveva di meglio da fare.
Linfermiera le posò la provetta sulle ginocchia.
Giulia Ferretti Baratti. Una donna grande, enorme. Fin da bambina era stata massiccia: neonato grosso, ragazzina robusta, giovane dallo sguardo fiero. Che fisico ha sua figlia, dicevano sempre i dottori a sua madre; Che numero di scarpe!, sbuffavano i commessi quando Giulia, ancora adolescente, cresceva troppo in fretta per le scarpe da bambina.
Accanto a Giulia, sua madre sembrava una statuina, ma la stazza le era venuta dai geni del padre, uomo vigoroso, morto troppo presto. Giulia si era sempre vergognata di se stessa, come Gulliver tra i lillipuziani allasilo, schivata dai coetanei che la consideravano strana. Le cose cambiarono, per caso, solo nello sport: la madre, dopo una breve storia con un allenatore, la iscrisse al lancio del disco. Tra dischi e pesi, Giulia trovò il suo posto, e anche qualche infortunio che le sarebbe rimasto per la vita. Nonostante le delusioni sentimentali e le batoste, si ricompose, crebbe, perse la madre e si formò come una donna che attirava sguardi stupiti.
Giulia iniziò la carriera nella gestione di case popolari, poi con la liberalizzazione tutto mutò: nacquero mille aziende, mille opportunità. Giulia, col suo fisico imponente, veniva spesso scambiata per un uomo sui cantieri, ma dopo aver capito chi era, la rispettavano. Era severa, a volte brusca, ma una della squadra.
Col tempo la chiamavano la Donna di Pietra, perché difficile da scalfire. Poi fondò la sua azienda, Finestre sul Mondo, divenne esperta nel settore, si fece apprezzare per la sua competenza.
Giulia non era mai sdolcinata coi suoi dipendenti, non prendeva il tè con loro, non faceva lalbero di Natale in azienda, ma nessuno si sarebbe mai sentito solo con lei al comando: organizzava visite mediche, premi, trovava ristoranti per le feste, ma non si sarebbe mai travestita da Befana, considerandolo ridicolo rispetto alle sue proporzioni.
Sapeva tutto di tutti: chi era in attesa di un bambino, chi litigava in famiglia, chi aveva bisogno di un medico. Faceva in modo di aiutare sempre chi aveva bisogno, specialmente chi nella vita era rimasto indietro, come era successo a lei.
Non aveva amiche, meglio così: le critiche alle spalle, i soprannomi sgradevoli non le interessavano. Era la Donna di Pietra: calcolatrice, schietta, ma sempre pronta a offrire seconde possibilità a chi non ce la faceva sotto la sua guida.
Tiranna? No; locomotiva che correva verso il futuro luminoso. E guai a chi si metteva sui binari. Faceva tutto per suo figlio, Andrea. Molti non reggevano il suo ritmo, ma in tempi duri si creava inevitabilmente un nucleo di leati.
Su quei fedeli contava, ora che la malattia la costringeva in ospedale: che il cielo volesse, avrebbero gestito bene le commesse!
«Cosè questo? No, non posso farlo!» sbottò lasciando cadere la provetta. «Ho la pressione alle stelle, devo sdraiarmi!»
«Non urlare, bella!», intervenne un uomo dallaria trasandata, seduto poco distante con una benda in testa. Raccolse la provetta e la ruotò tra le dita, scherzando: «Vuoi che faccia io la pipì per te? Ma in cambio, dammi il cappello. Mi piaci, signora grande!»
«Aiutati da solo!», ribatté secca Giulia, spostandosi con un calcio verso la parete per evitare il contatto. Il parapetto della carrozzina lasciò un segno nel muro.
«Signora! Ma ci rovina il muro nuovo!», sbottò una con il cartellino al petto. «Chi è sua responsabile?»
«Nessuno. Sono per i fatti miei. Come si chiama questo posto? Voglio chiamare un taxi.»
«Dove va in taxi, ora? Stia seduta che la chiama il dottore!»
Ma lei già digitava un numero.
«Alessandro? Dammelo, il mio ragazzo», disse autoritaria al telefono. «Ho bisogno di Andrea, sono in ospedale e domani ho importanti appuntamenti!»
Perché gridare? Giulia sapeva imporsi anche solo con poche parole chiare. Non servono urla: chi la conosceva capiva subito che la situazione era seria.
La nuora, Sara, andò a chiamare Andrea, ma lui, uscendo dalla doccia, rimandò di dieci minuti.
Andrea, da bambino, aveva sempre aspettato la mamma, ogni sera. Era lei che lavorava, poi la chiamavano business e cambiarono casa grazie al suo lavoro negli infissi. Giulia regalava finestre nuove alle scuole, aiutava amici e parenti, era sempre al centro delle reti delle soluzioni. Però Andrea era sempre altrove, in unaltra rete.
Non lo aveva mai accarezzato, mai detto chiaramente ti voglio bene. Correggeva i compiti, spingeva allimpegno, spiegava perché si doveva studiare per diventare qualcuno. Ma che lo amasse, come una mucca ama il suo vitello questo, mai detto.
Non mi ama. È suo dovere aiutarmi, non sono certo io che ho chiesto di nascere, pensava Andrea a diciannove anni. Se aveva superato esami e trovato strade facili era grazie a lei, ma lo considerava scontato. E per una semplice crisi in ospedale, non sarebbe certo corso da lei.
Giulia ascoltò il tono svogliato con cui Sara prometteva che Andrea avrebbe richiamato. Ora, alla domanda di chi sei parente? poteva rispondere con certezza: di nessuno. Da sola. Il figlio avrebbe chiamato quando ne avrebbe avuto voglia, la nuora rispondeva distratta. Sì, meglio così.
Provò a rialzarsi, si appoggiò al muro. Perse lequilibrio, cadde pesantemente, facendo rotolare la borsa costosa e il berretto, mentre la provetta tinniva sulle piastrelle. Luomo trasandato corse a sollevarla e, mentre la aiutava, sfilò il portafoglio e lanello dambra.
Quell’uomo, con quella faccia, le ricordava qualcuno… ma la memoria le sfuggiva.
Non sentiva più nulla. Il respiro era affannoso, la testa ciondolava. Le ronzavano nelle orecchie le parole: «Tenere la destra, tenere la destra»
Di solito andava in ufficio in auto, sempre accompagnata dal suo autista di fiducia, Romano Gavirini, puntuale alle sette e mezza, portiera gentile, musica classica e viaggio verso il successo. Mai una parola fuori posto: Romano era la pesciolino perfetta nella rete di Giulia, beneficiava di premi, vacanze, persino medicinali trovati grazie ai suoi contatti. Se bisognava andare in Piemonte o in Sicilia per una crisi urgente, Giulia sapeva che poteva contarci.
Quella mattina però Romano restò bloccato: un camion lo aveva tamponato. «Chiami un taxi?», propose, ma Giulia si incamminò a piedi verso la metropolitana, fiera, temendo solo un po il malessere che già la avvisava. I passanti si scostavano, lei con la sua monumentalità li precedeva tutti, sembrava una statua che avanza.
In metropolitana era umido, affollatissimo, la massa premeva tra le scale mobili mentre la voce ripeteva «tenete la destra». Tutti si affrettavano, ognuno col proprio inizio di giornata.
Ora, al tramonto di quella giornata vissuta fuori controllo, Giulia fu ricoverata in una camera, distesa a fatica sul letto, avvolta da lenzuola rigide. Nella penombra odorava di medicine, profumo femminile, ma anche di biscotti secchi e grano saraceno, i biscotti vanigliati che le piacevano tanto ma che non mangiava mai.
La stanza era al terzo piano; dallalto non si vedevano le luci della trafficata via di Milano, brillanti come una fila di luci natalizie.
Giulia ricordava quando aveva comprato una vera fila di luci in Giocattoli Tosi per Andrea. Lo aveva trovato solo, allasilo, in attesa. Le altre mamme ridevano con i figli, lo abbracciavano; lei, invece, aspettava taciturna, osservando il figlio mettersi il giaccone da solo.
«Coshai nella scatola?» chiese Andrea mentre camminavano.
«Una bellissima fila di luci. Le metteremo sullalbero, brillerà!» E per un attimo la roccia parlò con entusiasmo. Andrea lo ricordava ancora. Poi, a casa, la fila di luci non si accese. La mamma, silenziosa, rimise tutto nella scatola. «Andiamo a cena, ho il bucato da stirare.»
Dopo due giorni la fila di luci fu riparata dagli operai del lavoro di lei, ma ormai Andrea era malato e la magia era sfumata.
In quel momento, nella stanza dospedale, qualcuno stese nella notte una fila di luci sopra la città, collegata ai cuori delle persone, come se fossero lampadine. Ma quella di Giulia sembrava fulminata, da riparare.
La porta si aprì, entrò una piccola infermiera in divisa rosa. «Non apra gli occhi, le tolgo il mascara, sennò le brucia. Ecco così, brava.»
La mano delicata passava un batuffolo bagnato sulle guance di Giulia. Lei, stremata e debole, sentì calma nel gesto gentile.
Comera bello quel gesto! Il cotone fresco scivolava sulla pelle, mentre la voce dolce della donna la rassicurava.
Giulia pensò di nuovo alla madre. Da anni riposava in un piccolo cimitero. Giulia ci era andata a settembre, aveva piantato i non-ti-scordar-di-me sulla tomba, affidati alle mani di due operai ai quali diede una mancia generosa. «Può essere che le colombe li mangino tutti!», le dissero. Lei restò in silenzio e se ne andò senza aspettare alcun risultato. Forse, la primavera successiva, quei fiori sarebbero sbocciati. O forse no.
Quando era malata da piccola, la madre le rinfrescava il viso con un asciugamano pulito, odoroso di sole.
«Non si disturbi. Devo solo riposare, posso lavarmi da sola», tentò di dire, imbarazzata.
«Lasci fare, si deve solo rimettere. Ecco, ora sì i capelli li sciolga, laiuto.»
Linfermiera le sistemò i capelli, sciogliendo le forcine.
«Pago io, ho il portafoglio…» cercò di dire Giulia rovistandolo, senza trovarlo. Un singulto improvviso le sfuggì.
Era la seconda volta che la derubavano. La prima fu tanti anni prima, sulla scala mobile della metro: qualcuno le tagliò la borsa, rubandole il portafoglio con qualche euro, una foto di Andrea, una moneta da un centesimo regalata da un collega e la lista della spesa. Sedette su una panchina e pianse. Una montagna, così, a piangere come una bambina. Non le dispiacevano i soldi, ma la borsa nuova, la prima importante della sua vita. Da portare alle riunioni con orgoglio. Ora la ferita era rimasta: sulla borsa e sul cuore.
Pensò che forse era stato il barbone del pronto soccorso a rubare anche stavolta.
«Non importa. Ora riposi. Torno con lo sfigmomanometro,» disse linfermiera, ripassando da lì poco dopo. Giulia si sentì sprofondare in un sonno tiepido e dolce come caramello che si scioglie.
Intanto, Andrea, uscito dal bagno, si scordò nuovamente della madre. Sara telefonò ancora, ma Giulia non rispose.
«Cè qualcosa che non va, dovremmo chiedere in ufficio» iniziò, ma Andrea la interruppe: «Mia madre è organizzata per tutto: avrà già una terapia intensiva privata prenotata. Non ti preoccupare.»
Continuò a guardare la partita in tv, addentando noccioline, mentre Sara tentava di nuovo chiamare la suocera. Non si trovavano mai in sintonia. Giulia dimostrava il suo affetto solo nei fatti: finestre nuove, elettrodomestici, palestra per la nuora, solo cose utili, senza mai imporsi persino nei regali.
Sara allinizio rifiutava per orgoglio, poi capiva che rinunciare era impossibile; avrebbe restituito il favore nella vita, prima o poi.
Così amava Giulia: con i gesti pratici, non sapeva fare altrimenti. Lo stesso per Andrea: giochi, viaggi, sport, ma quasi sempre fatti avere tramite altri. Se serviva riparare la scuola o lasilo, si muoveva Giulia, forte delle sue conoscenze.
Quando Andrea comunicò il matrimonio, Giulia restò un attimo smarrita. Il pranzo fu come volevano gli sposi ma in un locale elegante, labito di Sara scelto da lei: bello, pratico, comodo. Sara tentò in tutti i modi di avvicinarla, ma la suocera restava lontana e chiusa nella propria forza. Troppo presa dal lavoro per perdersi in carezze e parole.
Sara riuscì a parlare con una infermiera, che le spiegò di passare in orario visite e portare qualche abito comodo. «Non si preoccupi, si ristabilirà. Riposi e intanto si coccoli un po.»
Al mattino dopo, sveglia nei rumori della corsia, Giulia si raccolse seduta sul letto, tentando di legarsi i capelli senza forze.
«Lei è la Baratti?», chiese uninfermiera per il prelievo. Con destrezza le fece il sangue e Giulia non sentì nulla. Poi il telefono non smise più di suonare: lavoro, ordini, preventivi… Sino a che, sfinita, ordinò di rivolgersi al vice.
Crollata, sentì il corpo afflosciarsi, come pasta che non lievita. Fu consegnata una camicia da notte dellospedale, si guardò allo specchio e sorrise amaro: macchie di trucco sotto gli occhi, capelli spettinati. Tre unghie rotte mentre cadeva, ora che si impigliavano nei vestiti.
La caposala passò, rassicurandola che la nuora sarebbe arrivata. «Lei si chiama Sara, vero? Ha promesso che passa oggi.»
«Sara non è mia figlia, è solo mia nuora dubito che verrà.» Ma la donna le sorrise. «Giulia, non ti ricordi di me? Sono Caterina Pegaso, stavamo in ospedale insieme, dopo il bambino»
Un colpo bruciante: sì, ricorda. Caterina lunica a conoscere il dolore della giovane Giulia che aveva perso il figlio nato da un amore ingannevole e poi abbandonato. Caterina la consolava di notte sussurrando che era la più bella, che si sarebbero trovate altre persone buone nella vita.
«Catia non ti avevo riconosciuta, scusa. Lavori qui? Brava, lo sognavi!»
«E tu? Hai un figlio, sono contenta per te! Io ho due femminucce, ora anche nipoti… E il compagno?»
Giulia scrollò le spalle: nessun marito, mai avuto. Aveva cresciuto Andrea da sola, sognando che la avrebbe difesa, ma ora capiva che doveva abbracciare la propria vulnerabilità.
Poi passò il giro dei medici, Caterina tornò a casa, Giulia rimase nel silenzio della corsia.
A colazione si ambientò tra le altre donne, tutte discrete e della sua età. Una, Zina, mangiava biscotti vanigliati in continuazione, mordicchiando nervosamente.
«I biscotti senza tè le fanno male! Vuole una tazza di tè caldo?»
Zina protestò: «Mi calmano i nervi. Mio marito è sopra, colpito da ictus non posso smettere.»
Giulia insistette e si recò al distributore, notando ogni dettaglio da manager anche lì, dalle mattonelle ai vetri che avrebbero bisogno della sua ditta Tornò col tè caldo per Zina.
«Ecco, beva. Non so come lo preferisce, ma ora serve qualcosa di caldo.»
«Lei è davvero una brava persona,» commentò Zina, chinando il capo.
Mentre parlavano, entrò Sara, con tante borse. Un po goffa e impacciata, salutò allegra. «Scusi, è che vi chiamavo ma non osavo gridare! Sono da Giulia Ferretti.» Depositate le cose, sorrise.
Giulia, imbarazzata, tentò di sminuire. «Non dovevi, sto bene così»
«Ma figurarsi! Ecco la pigiama, il golfino, qui igiene, qui cibo delle sue marche preferite. Non ho preso la biancheria ma porto domani tutto il resto!»
Giulia la sovrastava come una montagna; la sua frangia tremava, quasi volesse piangere.
«Ma dai, su, va a vestirsi, io passo dal dottore!» ordinò Sara uscita di corsa.
In qualche modo la vita di Giulia stava riprendendo forma. Si era sempre protetta dietro la corazza, anche da Sara, ma ora qualcuno cera venuto davvero.
Andrea chiamò, ma lei non rispose. Non sapeva ancora cosa dire.
Sara tornò, meditando se confessare o meno che voleva lasciare Andrea. Forse non era il momento di ferire anche Giulia.
Quella notte Giulia pianse di nascosto, senza saperne il motivo.
Il secondo giorno, le furono restituiti portafoglio e anello: «Il tizio che lha derubata è morto. Arresto cardiaco. Si chiamava Nicola Burrati.»
Ora ricordava: Nicola, il miglior atleta della squadra, quello che le giurava di amarla mentre mentiva. Era morto; lei era viva.
E non era affatto di pietra: era viva, ma da troppo tempo aveva dimenticato cosa vuol dire respirare.
Ma ora tutto sarebbe cambiato. Aveva Caterina, Zina, la giovane e ingenua Sara, il suo lavoro, la primavera alle porte e i non-ti-scordar-di-me da seminar di nuovo, e soprattutto quel nipotino ancora in arrivo, visto solo nella foto dellecografia.
«Sara, non aspettarti nulla da lui. Ma ama tuo figlio, diglielo sempre. Io non lho fatto e ora ne soffro. Una donna deve qualcuno da amare, o rischia di diventare davvero di pietra.»
Sara annuì. No, Giulia Ferretti non era di pietra: era solo una donna grande, orgogliosa, forte ma incredibilmente fragile, venuta al mondo per amare. Ed è proprio quando si smette di temere la propria debolezza che si ricomincia davvero a vivere.







