Il matrimonio di Nadia

Il matrimonio di Nadia

Nadia lo notò subito, appena girò la testa verso la folla che usciva dalla littorina. Gente di paese con borse e cestini pieni, donne con figli appresso, ragazzi che contavano monete nella mano, tutti si dirigevano verso le scale, ma lui no. Si era messo in disparte, aveva acceso una sigaretta, gettando fuori una nuvola di fumo con lentezza, guardandosi attorno, la mano sulla nuca come fanno i cittadini che si immergono per la prima volta nella tranquillità della campagna.

Il cuore di Nadia si strinse: che senso di accoglienza! E quel cappellino da vecchio, sbiadito, uguale a quello che aveva una volta Pietro

«Che fai lì? Dai, Nadia, i clienti aspettano!», la scosse sulla spalla la collega, Graziella. «Forza!»

Nadia si riscosse, tornando al presente: la fila si era fermata davanti al bancone, i ragazzi si spingevano, osservavano le caramelle nelle ceste di plastica, contavano i centesimi.

«Sì, certo. Cosa desidera? E lei? Sì, subito»

Afferrando con destrezza il mestolo, Nadia sgranava le caramelle nei sacchetti, ma con la coda dellocchio teneva sempre docchio quelluomo. Finita la sigaretta, si era stiracchiato, recuperato la valigia e si era avviato verso il paese. Un uomo solido, le gambe un po arcuate, ma non importava, le mani sì che erano forti! Quelle ti avrebbero stretta, avresti sentito sciogliersi le difese, quel calore che ti sfibra tutto lanimo.

Nadia arrossì dei suoi pensieri, così poco decorosi.

«Allora, chi sarebbe quello?», Graziella spuntò fuori dalla finestra del bancone. Sempre senza vergogna, Graziella era maestra nel flirtare con gli uomini, specie quelli che venivano da fuori. A volte li trovavi ad aspettarla fuori dal negozio, ma finito il turno lei chiudeva con decisione a doppia mandata e non dava vita ad alcuna illusione.

«Signora, permetta che laccompagni!» si avvicinava qualcuno con una scatola di pasticcini appena acquistata. «Un omaggio per lei!»

Ma Graziella lo tagliava corto: «Non mangio dolci. Non serve accompagnarmi. Permesso», e il corteggiatore rimaneva lì, sbigottito, mentre lei si allontanava pensando alla casa, alla famiglia: tre figli, mille impegni.

«Ehi signore con il cappellino, sì, lei!» chiamò Graziella verso luomo.

«Ma smettila, Graziella! Dai, basta», sintimorì Nadia.

«Che dovrei smettere? Se ti piace, Nadia, dovresti provarci!». Lei parlava sempre degli uomini come se fossero esemplari, parola che la divertiva mortalmente.

«Quello lì troppo magro, quello tirchio Quellaltro lasciamo perdere!», bisbigliava mentre stava sulla soglia mangiando semi di girasole.

«Ma ti pare che mi piaccia qualcuno?!», protestò Nadia, rifugiandosi dietro il separé.

«Lo vedo, Nadia! Sei diventata tutta rossa per lui. Dai, prendi la fortuna finché arriva! Guarda me: piena di marmocchi e tu, invece, hai solo Caterina grande ormai, tua madre per fortuna in salute. Non sei di peso a nessuno. Signore, si avvicini! Qui si sta freschi, e la nostra cotognata è spettacolare. Fatta in casa!»

Luomo si strinse nelle spalle, tirò bene la cinta sotto la pancetta che a Nadia sembrava rassicurante, raccolse la sua valigia e si avvicinò al negozio.

«Allora, che aspetti? Nadia, lì nel mio borsone cè il rossetto, prendilo! E via quella vecchia bandana, vergogna. Te lo dico sempre: la felicità può arrivare in ogni momento, ma tu sei sempre tutta sgualcita. Dai, massaggia qui sotto gli occhi! Così. Brava.»

La porta si spalancò, entrò lui il passeggero.

«Buongiorno e benvenuto nel nostro paesino! Io sono Graziella», porse decisa la mano. «Lei è Nadia Federica.»

Graziella fece cenno verso Nadia, che arrossiva con le labbra rosso carminio e salutò timidamente.

«Buonasera! Stanislao Vittorio. Di passaggio, diciamo, per lavoro», disse lui con un sorriso che andò tutto a Nadia. «Quanti dolci qui! Che bontà»

Sfogliò con lo sguardo il bancone, prese due scatole di marshmallow e la cotognata di cui Graziella andava tanto fiera.

«Ottima scelta, bravo! Nadia, passagli anche quellorsetto di cioccolato!»

Nadia prese dalla mensola il grosso orsetto incartato nella stagnola, pronto a fargli compagnia.

«Questo è un regalo personale. Da parte mia, ma anche di Nadia», ammiccò Graziella. «Sa, Nadia è perfetta: cucina da favola, tiene la casa meglio di chiunque altro!», vantava, mentre Stanislao la guardava interessato e Nadia avrebbe voluto sprofondare. «Io a casa sua entro come fosse un museo: pulizia ovunque e unatmosfera accogliente. E il giardino poi! Un laghetto, i pesci Le piace pescare? Quale uomo non adora pescare?», e Graziella ridacchiava complice, ma Stanislao si rabbuiò.

«Io pesco poco, preferisco comprare il pesce», tagliò corto, per poi addolcire il tono: «Mi piacerebbe una casa fuori città, nella natura. Dove abitate?»

«Qui dietro! Dieci minuti dalla stazione. La casa color sabbia con la banderuola a forma di gallo e le malve davanti al cancello. La conoscono tutti: la casa di Nadia! E che torte sforna Nadia!», Graziella raccontava a ruota libera mentre Nadia avrebbe voluto sparire.

«Bene, la voglio vedere, promesso!», rispose lui, infilando la sporta al braccio e salutando. «Devo andare in municipio, affari importanti»

Strizzò locchio e svanì.

«Hai visto, Nadia?!», tagliò corto Graziella, pestando il pugno sul bancone. «Cogli lattimo, il toro per le corna! Ti piace? Prenditelo!»

«Che sciocchezze Lho solo confuso!», scuoteva la testa Nadia, seguendo con lo sguardo Stanislao che mentre si allontanava sistemava la cinta.

«Dovevi dargli anche un po dacqua! Dai Nadia, prendi una bottiglia di San Pellegrino e portagliela Gliela darai di tua mano, sarà riconoscente e tornerà! Vai, corri!»

Le mise la bottiglia in mano e la spinse fuori.

Nadia si mise prima a camminare svelta, poi corse dietro a Stanislao.

«Mi scusi, aspetti! Ecco lacqua Con questo caldo»

Lui si voltò. Sembrava infastidito, ma poi le sorrise.

«Oh, ma non doveva disturbarsi Quanto le devo?»

Stava già cercando le monete in tasca.

«Niente, è un benvenuto Dove alloggia?», trovò il coraggio.

Dal negozio, Graziella osservava tutto dallalto come un caposquadra.

«Alloggio alla pensione Il Garofano. Mi hanno mandato lì per lavoro. Grazie ancora!», salutò e Nadia rimase lì a guardarlo finché un ragazzo di passaggio non la urtò per sbaglio, riportandola alla realtà.

Sul ritorno camminava come in sogno: la testa confusa, le gambe molli, il cuore che batteva impazzito.

«Chi lavrebbe mai detto», mormorò guardando Graziella.

«Cosa?», sintristì lamica.

«Che basta guardare una persona e capisci che è la tua E non importa chi sia o cosa faccia. Vorrei solo stare con lui.»

«Troppo paffutello per i miei gusti, ma se ci tieni, stringilo forte!», rise Graziella, colpendola bonariamente al fianco. «Aspettalo, verrà certamente. E tu, mettiti qualcosa di carino, indossa il mio vestito di seta verde. Ti aiuterò! Chiedi anche alla mamma di non intromettersi troppo, che i forestieri non sopportano le vecchie che raccontano tutto».

«Perché, non sarà curioso di sapere di me?», ingenuamente chiese Nadia.

«Gli uomini di città vogliono il mistero! Se scoprono tutto subito, addio magia. E nascondi il vecchio album fotografico, che la zia Olga sennò lo mostrerà Ricordati il segreto, Nadia!»

Una nuova ondata di gente entrava nel negozio, e Graziella tornò subito a tessere i suoi slogan: «Acquistate dolci per la felicità! Nadia E magari anche un marito direttore!»

Nadia si indignò: «Non dire sciocchezze!»

Entrò un uomo calvo, sudato: era Michele Ermanno, suo vicino, a cui Nadia doveva molta gratitudine, anche se si era sempre mostrato timido.

«E Nadia si sposa col Signor Direttore presto!», sussurrò Graziella a Michele, il quale si rabbuiò improvvisamente.

«Nadia, è vero?», chiedeva con voce quasi minacciosa.

«A te cosa importa?», ribatté fredda Nadia, tornando a rimettere a posto i dolci. «Hai altro da fare?»

«Vai, Michele Torna a casa», si intromise Graziella, chiudendo lo sportellino. «Cè da fare, vai!», disse al pensionato fermo davanti al bancone.

Nadia, sbalordita, guardò lamica:

«Ma che centra Michele?»

«Meglio lavorare! Guarda quante api ci sono qui dentro!»

Il pensiero di Nadia, però, ormai correva avanti: tornò a casa di fretta, ansiosa. E se fosse già passato? La casa era ancora in disordine, mamma da preparare

«Ciao mammina!», esclamò Nadia salendo i gradini della sua solida casa rustica, con le finestre fiorite di gerani rossi, la biancheria stesa che ondeggiava tra le brezze. Pensò subito di toglierla, baciò la mamma sulla testa e corse dentro.

La madre, Olga Niccolina, la osservava con un cipiglio tirato: «Hai idea di vendere? Io non lo permetto! Qui tuo padre ha spezzato la schiena a costruire, qui voglio morire anchio! Non cedo nulla a nessuno, chiaro?»

«Ma figurati, mamma! Vendere cosa? E perché poi?», le prese le mani, cercò di calmarla. «Che idea ti sei fatta! Dai, togliamo il bucato e poi cena. Ho portato i tuoi ciambellini morbidi preferiti, li mangiamo insieme.»

Sperava che si sarebbe sciolta, invece la madre sfuggì anche ai suoi baci.

«È già venuto, guardava tutto, spione! Quegli occhi non mi piacciono, Nadia. Guardava la casa, il terreno, il pozzo»

«Ma mamma, nessuno vuole vendere! Gente invidiosa inventa le storie…»

«Non mi importa delle tue novità. È la casa di Caterina!», tagliò corto la madre.

Nadia era sopraffatta: anche la figlia Caterina, tornando con tre gelati, rimase scioccata trovandole così accalorate.

«Date un bacio a questa casa, non traditela mai!», esclamò la nonna, e Caterina alzò le spalle.

A sera, qualcuno chiamò dal cancello: Stanislao con un mazzo di fiori di campo. Nadia uscì in fretta, incespicando tra la andatura e la voglia di non farsi vedere troppo in disordine, strinse la scialle e si avvicinò.

«Scusate lora, ma volevo solo ringraziarvi…», disse lui tornando gentile. Chiese di fare una passeggiata, Nadia accettò, a patto di comprare il pane. Si vestì in fretta col vestito migliore, si strinse nella scialle e uscì, bella come da tanto non si sentiva.

Parlando tra loro, Stanislao raccontava della vita a Milano, dei teatri, delle opportunità. «Sua figlia dovrebbe venire in città! E anche lei, Nadia Lei è giovane!», disse con un sorriso che la sciolse.

A un tratto, però, sbucò Michele, locchio duro.

«Segui noi? Non ti vergogni?», sbottò Nadia.

«Solo ricordarvi il pane», rispose secco Michele andando via.

Nadia si imbarazzò: «È solo il nostro vicino lasciamo perdere». Era già ora di tornare.

Ogni sera così: passeggiate, chiacchiere, Nadia si sentiva rinascere. Stanislao la corteggiava, parlava di futuro, spingeva per andare in città, descriveva una vita che lei sognava e temeva insieme.

Ma la madre la sera la aspettava al buio davanti alla finestra.

«Nadia, che succede?», indagava.

«Oh, mamma! Non posso essere felice, non sono ancora vecchia! Voglio amare, essere amata. Non voglio restare sola. Sempre solo lavoro e fatica Un uomo lo voglio anchio!»

«Agganciata ai pantaloni, eh?», ghignava amara la madre.

«E allora? Le donne sono fatte per essere amate! Voglio vivere! Se decido di sposarmi, lo farò, se voglio un figlio, avrò un figlio!»

Un rumore nellorto, un sospiro, unimprecazione: Michele se ne andava tra i meli.

«E anche tu, Michele, smettila di spiare!», gridò Nadia, divertita e stanca.

Dopo due settimane di corteggiamento, Stanislao dichiarò:

«Devo ripartire, Nadia. Domani parliamo con tua madre e tua figlia. Così sistemiamo tutto.»

Nadia fu sorpresa, non si aspettava una proposta tanto rapida.

«Va bene. Ti aspettiamo!», rispose, fuggendo via come una ragazzina.

Il giorno successivo la casa era in fibrillazione: ricette, piatti eleganti, Galina aveva prestato a Nadia il suo vestito di seta. Caterina doveva stringerlo sul petto.

«Non mi travesto per nessuno», borbottava la nonna, ma una bottiglietta di grappa la metteva ugualmente sul tavolo: «Bisogna vedere come regge quando beve! Ricordalo, Caterina!»

A tavola, però, il gelo. Nadia si agitava, Stanislao tentava di rompere il ghiaccio, ma tutto si scioglieva in silenzi.

«Offri da bere, Stanislao, alla memoria di Pietro!», ordinò la nonna, e tutti brindavano meno Caterina.

Dopo aver mangiato, Olga Niccolina si rivolse a Stanislao: «Allora, perché vuole sorprenderci?»

Stanislao, impacciato, tirò fuori dei documenti: «Ho già parlato con le autorità: propongo uno scambio! Io prendo la vostra casa e il terreno, voi trasferitevi a Milano, nella mia stanza Avrete una casa grande! Nadia, Caterina potrà iscriversi alla Statale! Perderete solo la casa di qui, ma avrete la prospettiva della città!»

La nonna prese i fogli, li osservò con gli occhiali: «Ma questa è una stanza in un condominio qualunque, una topaia! E lei pensava di raggirarci?!»

Nadia sbiancò, cercò conforto negli occhi degli altri e corse fuori, seguita da Caterina.

Stanislao cercò di sistemare, ma Michele lo bloccò con un pugno dal profumo di menta e ortica:

«Fuori di qui! Vai via, con i tuoi fogli!»

Stanislao scappò, inciampando nei piedi della nonna. Quando le sue tracce si persero, Olga Niccolina disse a Michele:

«Michele, ricordati: non basta nascondersi dietro ai cespugli. Devi dichiararti, dire quanto tieni a lei! Vieni e mangia, ragazzo. Sei dei nostri.»

Alla fine, Michele rimase con loro. Nadia pianse nella sua stanza, Caterina la consolava.

Sei mesi dopo, Michele trovò finalmente il coraggio e chiese Nadia in moglie.

Olga Niccolina benedisse lunione e il matrimonio fu celebrato, semplice ma gioioso. «Almeno si terranno docchio a vicenda», confidò la mamma di Nadia a Graziella. E lei annuì: «Sì, Nadia ha avuto proprio un bel matrimonio, tutto italiano…»Ma la vera festa avvenne dopo, nel cortile di pietra, tra le tovaglie a quadri, i grappoli duva rubati e la banda che suonava vecchie canzoni damore. Nadia rideva, le gote arrossate di soddisfazione e felicità, mentre Caterina la abbracciava forte e la nonna si commuoveva di nascosto, asciugandosi gli occhi con il bordo del grembiule.

Il sole tramontava dietro al pozzo, tingendo la casa di quella luce dorata che aveva sempre custodito i suoi sogni. Michele le prese la mano senza dire niente, come faceva da sempre, e in quellattimo Nadia capì che la felicità era sempre stata lì, tra i sentieri della vigna, il profumo di pane caldo e le carezze senza parole.

Ballarono stretti, inciampando sulle risate e facendo roteare Caterina che urlava di gioia. Le vecchie del paese cantavano, i bambini lanciavano petali e nessuno pensava più alla città: Milano era lontana, come un sogno mai sognato davvero.

E in fondo, Nadia, guardando il volto affettuoso di Michele e la fierezza umile della sua famiglia, comprese che non serve inseguire promesse luccicanti o città lontane per sentirsi vivi. A volte, basta un cuore che ti aspetta, una casa che tiene insieme generazioni e la certezza che quello che si è, lì, nel piccolo paese, è infinitamente abbastanza.

E così fu che la casa rimase la casa di Nadia, e ogni volta che la festa si ripeteva, tra fioriere e risate, tutti sapevano che lì, dietro le tendine ricamate, il vero segreto era la semplice, testarda, felicità.

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Il matrimonio di Nadia
E cos’è davvero l’amore? – Non piangere, calmati, hai trovato proprio per chi versare lacrime, quel tuo Boris non le merita – consolava la nonna Assunta la sua nipote Vera. – Te l’avevo detto anche prima del matrimonio, Boris non è l’uomo giusto, non sposarlo… e tu? Amore… amore, ci amiamo. E adesso, dov’è questo amore? – Oh nonna, pensavo mi consolassi, invece dici sempre le stesse cose – rispondeva Vera asciugandosi le lacrime. – E cosa dovrei dire? Lodare quel Boris, che non serve a nulla, e ora piangi per lui. – Nonna, ma l’amore? Io mi fidavo di lui, e invece si è portato a casa la mia vicina Valeria, che ha sette anni più di lui, e lei si è pure presa gioco di me… Abbiamo vissuto insieme solo sei mesi, e già… Vera era tornata prima dal lavoro, era entrata in casa e aveva sentito delle risate, era andata in camera e aveva visto una scena che le aveva tolto il fiato. Boris la guardava spaventato, mentre Valeria sorrideva e diceva: – Che guardi? Sto insegnando a tuo marito tutti i segreti dell’amore – e scoppiava a ridere in modo sgradevole. Vera era corsa fuori di casa, senza meta, e si era ritrovata dalla nonna. – Ma che amore… che amore è, se porta un’altra donna in casa vostra? Lascialo, divorzia finché non ci sono figli. Vivi da me per ora – diceva Assunta. Anche se cercava di parlare con fermezza, la nonna aveva il cuore a pezzi. La sua amata nipote era stata ferita da quel Boris, figlio di una famiglia di alcolisti e litigiosi. Era sicura che sarebbe finita così, ma Vera non aveva voluto ascoltarla. Certo, a volte i figli di certe famiglie crescono bene, diventano bravi e indipendenti, tutto può succedere. Ma non Boris. Da piccolo era già un monello, da grande spesso si ubriacava e cercava risse, che finivano sempre male per lui. Assunta non voleva che la nipote lo sposasse. Ma Boris era furbo, aveva capito che Vera era tranquilla, buona, premurosa e lavoratrice. – Vera, giuro su Dio, smetto di bere appena ci sposiamo – prometteva quando le aveva chiesto di sposarlo. E lei, ingenua, ci credeva. In fondo non aveva mai avuto un vero ragazzo, non aveva mai frequentato nessuno seriamente. Solo a scuola con Vittorio, ma era solo amicizia. Si era innamorata di Boris, davvero carino, si era innamorata come se non esistessero altri ragazzi. Era più grande di quattro anni, aveva già fatto il militare. Tutti sconsigliavano a Vera di sposarsi, l’amica Lisa le aveva detto chiaramente: – Non sopporto il tuo Boris, se lo sposi non venire a trovarci. Anche mio marito non lo sopporta e ha detto che te ne pentirai. – Lisa, ma cosa dite tutti, se, se… Io sarò felice comunque… – aveva risposto Vera, andandosene, mentre l’amica la guardava con compassione. Assunta aveva fatto del suo meglio per consolare la nipote. Le aveva preparato una tisana alla menta, cercava di distrarla, ma vedeva che era inutile. Sapeva che quando va tutto male, nessuna parola serve. Bisogna solo aspettare che passi. Verso sera, nel cortile di Assunta era arrivato Boris, ovviamente ubriaco, urlando a tutto il vicinato, quando lei era uscita con il bastone. – Vera deve uscire di casa, altrimenti la tiro fuori io… – Prova, – aveva minacciato Assunta brandendo il bastone, – ti sistemo io, non credere che sia troppo vecchia. Assunta aveva avuto coraggio perché dietro Boris, fuori dal cancello, si erano radunati i vicini, e Lisa con suo marito Michele erano già entrati nel cortile. Boris urlava oscenità, minacciava di bruciare la casa di Assunta con Vera dentro, ma Michele era arrivato alle spalle, lo aveva afferrato per il colletto e scosso così forte che Boris si era spaventato e aveva taciuto. – Ora basta, abbiamo sentito tutti che minacciavi di bruciare la casa, andiamo dal maresciallo, fuori di qui – lo aveva spinto in strada, Boris era caduto e se n’era andato in silenzio. Pian piano i vicini erano tornati a casa, Vera era uscita in cortile, Lisa l’aveva abbracciata. Michele era tornato a casa. Assunta si era seduta sulla panchina sotto la finestra, accanto a lei si erano sedute Vera e Lisa. – Ecco cos’è l’amore, ecco la felicità – sussurrava Vera. – Cosa devo fare, nonna? Dimmi tu che sai tutto dell’amore. Tu hai vissuto cinquant’anni con nonno Giovanni, sempre in armonia. – Ma smettila con questa storia dell’amore. Nemmeno io so cos’è davvero l’amore. Vera e Lisa si erano guardate, come a dire: se non lo sa la nonna… – Nonna, raccontaci come hai sposato il nonno Giovanni – chiese Vera, e Assunta accettò, pur di distrarre la nipote. – Ve lo dico subito, non ho avuto né un grande amore, né un marito bello, né belle parole, né corteggiamenti romantici, nemmeno una suocera. Ma mi sono sposata. Assunta si era fermata a pensare, ricordando la giovinezza… Con Giovanni, il futuro marito, aveva frequentato la stessa classe, ma lui era di un altro paese. La scuola era qui in paese, lui veniva a piedi per tre chilometri, come tanti altri ragazzi e ragazze dei paesini vicini. Dopo la settima classe, Giovanni non era più tornato a scuola, era sparito. In realtà Assunta non se n’era nemmeno accorta. Non faceva caso ai ragazzi. Aveva finito la scuola ed era rimasta in paese. La famiglia era numerosa, oltre a lei c’erano tre fratelli più piccoli. La madre le affidava tutto, doveva badare ai fratelli, preparare da mangiare, controllare i compiti, lavare, cucire, pulire. Il padre era malato, aveva preso freddo cadendo nel fiume con il cavallo e la slitta, si era salvato a stento. Da allora era sempre malato, tossiva, lavorava come guardiano dei granai. La madre lavorava in stalla, tornava solo per pranzo e poi di nuovo via. – Figlia, prepara qualcosa da mangiare e controlla che i piccoli non facciano tardi a scuola – le raccomandava la madre, e Assunta faceva tutto, era responsabile, la madre si fidava di lei. Così si occupava dei fratelli, controllava i compiti, lavava, cuciva, cucinava, puliva. La madre tornava stanca. Il padre stava sempre peggio. Non aveva tempo per andare al circolo, ma ogni tanto ci riusciva. La madre le diceva: – Vai al circolo, non puoi solo lavorare, sei giovane, la giovinezza passa in fretta. Assunta ogni tanto andava e un giorno aveva rivisto tra i ragazzi del paese il suo ex compagno Giovanni, tornato dopo tre anni. Era cresciuto, e dopo un po’ aveva iniziato a girarle intorno. – Posso accompagnarti a casa? – chiedeva. Ad Assunta non importava, se era di buon umore accettava. – Accompagnami, se vuoi – e stavano a parlare davanti a casa. Se invece non era in vena, entrava in casa senza dire nulla. Giovanni la seguiva ovunque, insistente, quasi testardo. A lei non piaceva particolarmente, era solo un ragazzo come tanti. Così sono stati amici per quasi tre anni. – Assunta, parto per il militare tra una settimana, mi scriverai? – chiedeva lui. – Se mi scrivi, ti rispondo – aveva promesso lei. In realtà non rispondeva a tutte le lettere, lui scriveva troppo spesso. Ma in quel periodo non frequentava nessuno, nessuno le piaceva. Verso l’inverno Giovanni era tornato dal militare, era diventato più robusto, serio. Avevano ricominciato a vedersi. In primavera, quando la neve si era sciolta, Giovanni aveva proposto: – Ma quanto dobbiamo ancora vederci così? Sposami. Non voglio più fare avanti e indietro dal paese. – Va bene, accetto – aveva risposto Assunta. Giovanni non le aveva mai detto di amarla, nemmeno lei provava un grande amore, forse era solo il momento giusto per sposarsi. Giovanni era un ragazzo semplice, non certo un principe azzurro. – Mamma, papà, mi sposo. Giovanni mi ha chiesto di sposarlo. Il padre taceva, era già molto debole. La madre aveva fatto una scenata, era arrivata anche la nonna urlando: – Perché vuoi sposare uno che non ha niente? È povero in canna – Assunta taceva, pensava che anche loro non erano ricchi. Una famiglia come tante. Il matrimonio era stato nel paese di Giovanni, allegro, con canti, balli e stornelli. Era una bella giornata, tutto fioriva, c’erano tanti invitati. Avevano ricevuto in regalo tre galline e un gallo, anche due sacchi di grano e uno di farina. Avevano deciso di vivere nel paese di Assunta, ma solo dopo aver costruito una casa, intanto stavano da lui, con il suocero. La madre di Giovanni era morta presto. Il suocero e i parenti avevano costruito una piccola casa in un’estate. Si erano trasferiti subito. Poi avevano fatto il pollaio, preso una mucca e un maialino. Assunta lavorava in stalla, Giovanni guidava il trattore. Lavoravano tanto, ma erano giovani e riuscivano a fare tutto. Dopo un anno era nato un figlio. Non avevano avuto altri figli. – Avrei voluto una figlia – diceva lei, ma non era stato possibile. Quando il figlio era cresciuto, era andato in città, aveva studiato da agronomo, si era sposato con una ragazza del posto, tranquilla e gentile. Poi era nata Vera, la nipote amata di Assunta. Così Assunta e Giovanni erano arrivati alla pensione. – Stavamo bene insieme, – raccontava Assunta, – Giovanni era affidabile e tranquillo. Non mi ha mai alzato la voce. Non ci nascondevamo nulla. Eravamo felici di quello che avevamo. Avevamo le api, la passione di Giovanni, io lo aiutavo. Passava ore con le api. A volte mi pungevano in faccia. E lui rideva e scherzava: – Mettiamo un po’ d’acqua fredda, così la guancia ti si sgonfia, ma sei sempre bella. Giovanni amava Assunta in silenzio, non le diceva mai parole d’amore, ma raccoglieva lamponi o fragole e la nutriva, e lei rideva. Giovanni amava leggere. Forse aveva letto tutta la biblioteca del paese, anche se aveva poco tempo, tra il lavoro e la casa, ma trovava sempre un momento, a volte leggeva ad alta voce alla moglie. – Ecco ragazze, – concludeva la nonna Assunta, – abbiamo vissuto insieme cinquantuno anni. Non ci siamo mai detti “ti amo”, non ci pensavamo nemmeno. Stavamo solo insieme, ci volevamo bene e ci prendevamo cura l’uno dell’altra. Ma quando Giovanni non c’è più stato, la mia favola è finita. Ora vivo sola in questa casa. Vera ha divorziato da Boris, lui non l’ha più minacciata e la evitava. Poco dopo ha trovato la felicità e ha sposato un bravo ragazzo. Soprattutto, la nonna Assunta ha approvato la sua scelta.