Ha messo da parte i risparmi per i tempi difficili, ma il giorno buio è già arrivato…

Lui metteva via soldi per i giorni bui, ma quei giorni ormai erano già qui…

Giulietta, dove sono finiti quei millecinquecento euro dalla busta? la mia voce tagliò laria come una lama, secca e ruvida.

Giulietta sobbalzò, lasciando cadere i ferri da maglia sul tavolo.

Mario, ma dovevamo comprare il regalo di compleanno per Andrea. Lo sai, il trenino di legno che tanto desiderava. Te lavevo detto.

Me lavevi detto, sì… Ma chi pensi che paghi per queste cose? E la luce, e il gas? Siamo forse la Banca dItalia io?

Vidi le sue labbra stringersi, e nei suoi occhi lampeggiare prima la delusione, poi una stanchezza vecchia e stanca come le pietre dei vicoli a Napoli. Quella stanchezza che si fa largo sempre più spesso.

Abbiamo sempre deciso insieme come spendere. Andrea è il nostro nipotino.

Una volta gli stipendi erano altri! urlai quasi, sentendo i brividi salire lungo la schiena. Ora con queste pensioni da fame… Come faccio a comprare anche le mie medicine?

Mi voltai di scatto, andai in camera e infilai la mano sotto il materasso. Sentii il fruscio freddo della busta. Cinquemila euro. I miei. Il mio fondo di emergenza. Per quel giorno nero in cui il cuore farà i capricci e serviranno quelle gocce costose che la mutua non passa. In quel momento mi odiai. Ma non riuscivo a lasciarli andare, quei soldi.

Mi sedetti sul letto, il cuore tamburellava contro le costole come se volesse scappare. Ecco, ci siamo. Forse è un infarto. O solo ansia? E se la prossima volta fosse per davvero? Chi mi salverà? E con quali soldi, se quelli se ne vanno tra trenini e prestami fino alla mia paga di Francesca?

Sono passati appena tre mesi da quando sono andato in pensione. Ma sembrano anni. Trentasei anni a lavorare nelledilizia, da manovale fino a diventare capocantiere. Ho costruito case, scuole, ospedali. Mi conoscevano tutti là a Bari, operai e geometri. La mia parola era legge in cantiere. Poi arrivò quel direttore giovane: Signor Mario, ora tocca godersi il meritato riposo.

Meritato riposo. Come suona bene. Ma la realtà? Mi sveglio presto, non so dove mettere le mani. Giulietta esce alle sette, lavora ancora in ambulatorio come infermiera. Non è ancora in pensione. Io resto solo. Sorseggio un caffè amareggiato, fisso laria attraverso la finestra. Una volta a quellora ero già nel polverone, a controllare lavori, a dare ordini.

Ora non servo più. E questa consapevolezza è la cosa più tremenda. Scoprirsi di colpo inutile. Cancellato. E insieme al senso di inutilità, si è fatto spazio un terrore vischioso, che mi si appiccica addosso: la vecchiaia e la malattia.

Ogni segnale lo interpreto come una fine in arrivo. Dolore al petto? Infarto. Giramenti di testa? Pressione. Dimentico dove ho messo le chiavi? Demenza. Di notte ascolto ogni battito, ogni scricchiolio dentro di me, pronto allapocalisse. E internet ci mette del suo: cerco dolore al petto e trovo il bollettino della morte. Infarto, angina, aneurisma. Leggo i prezzi delle medicine e mi vengono i sudori freddi. Come si può vivere frustrati alla vecchiaia, quando metà della pensione se ne va in pillole per la pressione?

Giulietta dice che sono depresso post-pensione, che dovrei andare da uno psicologo. Uno psicologo! Raccontare tutto a uno sconosciuto e pure pagarlo. Ma per favore Devo farcela da solo.

Ma ce la faccio davvero? Fatico a riconoscermi. Ero uno calmo, perfino bonario. Ora esplodo per ogni dettaglio. Giulietta si dimentica la luce del corridoio? Grido. Gocciola il rubinetto? Mi innervosisco. Mia figlia Francesca chiama? Si capisce che chiede soldi.

E il peggio è che lo so anchio come sono diventato. Vedo Giulietta che si scansa da me. Vedo Francesca che chiama meno spesso. E Andrea, che ha paura del nonno. Ma non so fare diversamente. La paura di restare senza niente, senza forze, mi mangia vivo.

Così ho iniziato a nascondere soldi. Prima poche centinaia, poi sempre di più. Ora sotto il materasso ci sono quindicimila euro. Il mio scudo. Se dovesse servire per le medicine, almeno non dovrò chiedere lelemosina a mia figlia, che già fa fatica ad arrivare alla fine del mese.

Giulietta non sa nulla. Crede che viviamo solo con le due pensioni che entrano in banca. Ogni mese io ritiro due-trecento euro, dicendo che servono per piccole spese, ma li infilo sotto il materasso. Centesimo dopo centesimo, per sicurezza. Sarà la paura dei pensionati. Fa elegante dirlo, nella pratica è solo un incubo trasparente su domani.

La voce di Giulietta arrivò dalla cucina:

Mario, vieni a prendere il tè? Si raffredda.

Sì… arrivo, borbottai mentre aggiustavo il materasso.

A tavola silenzio. Lei lavorava a maglia, io sfogliavo la Gazzetta fingendo di leggere. Un nodo di rabbia e tristezza. Volevo scusarmi, dire che non volevo urlare. Ma la lingua era pesante. Dissi soltanto:

La luce del bagno, di nuovo accesa.

Giulietta non alzò nemmeno la testa:

Scusami.

Ecco, così ci parliamo ora. Frasi corte, pungenti come spine di fico. Prima chiacchieravamo per ore. Lei raccontava dellambulatorio e dei pazienti. Io dei cantieri, dei miei sogni. Avevamo progetti per la pensione: lorto da curare, andare qualche volta in Puglia al mare, passare più tempo coi piccoli. Ora un muro sordo tra noi, che io stesso costruisco, mattone su mattone. Ogni parola, ogni sospetto, un mattone in più.

Il giorno dopo chiamò Francesca:

Ciao papà, come va?

Bene… Che serve?

Dai, papà, volevo solo parlare.

Silenzio. Sapevo già dove voleva arrivare. Fa sempre così, la pausa prima della richiesta.

Papà, ho un problema. Lauto è in panne. Servono seimila euro per il meccanico. Tu potresti…

Potrei niente, la interruppi. Non ho soldi, sto messo peggio di te.

Papà, ti giuro che te li restituisco appena arriva lo stipendio.

Prometti sempre, ma la scorsa volta erano millecinquecento, fino a paga. Dove sono?

Mamma li ha restituiti!

Mia moglie non mi ha dato nulla.

Sapevo che era vero. Lavevo visto con i miei occhi. Ma era questione di principio. Deve essere tutto sotto controllo. I miei soldi. Il mio ultimo pezzo di sicurezza.

Forse ti sei solo scordato? Mamma, diglielo!

Giulietta prese la cornetta:

Mario, veramente, Francesca li ha restituiti. Te lho detto, tu dimentichi…

Non dimentico niente! ruggii. Mi prendete per scemo! Non ci sono soldi. Vivete con quello che avete.

Lancai il cellulare sul divano. Le mani tremavano, il cuore suonava la carica nelle tempie. Giulietta mi guardava con uno sguardo nuovo. Non era solo stanchezza. Forse delusione. O paura.

Mario, che ti succede? mormorò. Sei diverso. Non sei più tu. Ai figli abbiamo sempre aiutato.

Prima si poteva! Ora? Pensione da fame, prezzi che volano, medicine che servono. Con cosa aiuto?

Siamo insieme. Due pensioni. Non stiamo male.

Non stiamo male? E se domani servisse unoperazione? Dove li troviamo i soldi?

Dai, non esagerare. Il dottore ha detto che stai bene.

Ricordai la visita in ambulatorio. Ero andato senza dirlo a Giulietta. Non volevo le sue domande. Il medico disse che era tutto nella norma. Un po di vitamine, camminare di più, non agitarsi.

Non agitarsi! Facile parlare. Come non agitarsi quando la pensione ti soffoca e la paura si mangia la testa? Ogni mattina penso che non servo più a nessuno. Che la mia storia è finita e inizia il lento declino.

Poi sono entrato in farmacia. A caso, per vedere i prezzi. Pillole per la pressione: quaranta euro. Un antidolorifico: diciannove. Se si dovesse star male davvero, ci rovinerebbe la malattia. Chi ci aiuterebbe? Francesca annaspa coi mutui. Giulietta guadagna poco. Siamo soli.

Quella fu la svolta. Ho cominciato a fare i conti su tutto. Stop al prosciutto di Parma, solo mortadella. Formaggio solo in offerta. Infastidito dal televisore acceso per la corrente. Doccia a giorni alterni, per risparmiare lacqua. Giulietta allinizio non ci badava, poi se ne accorse. Che succede?. Che avrei dovuto rispondere? Ho paura che finiamo in rovina?. Che non dormo per lansia di diventare un peso?. Invece rispondevo solo: Bisogna risparmiare. Non spiegavo. E lei aveva smesso di insistere. Due estranei, sotto lo stesso tetto.

I soldi aumentavano, sotto il materasso: ventimila, venticinquemila euro. Li contavo ogni sera, quando Giulietta era in bagno. Accarezzavo le banconote come un feticcio. Era un falso controllo. Se avevo quei soldi, non ero ancora spacciato; potevo difendermi.

Ma ogni volta che guardavo allo specchio, il sollievo si sbriciolava. Chi era quello lì? Un vecchio piegato, sospettoso, con gli occhi piccoli e cattivi. Uno che non riconoscevo. Dovera il Mario che rispettavano in cantiere? Il pilastro della sua famiglia?

Passarono i mesi. I litigi diventavano più frequenti. Francesca ora telefonava solo a Giulietta. Andrea veniva sempre più di rado. Mi mancava il piccolo, lui sì che mi guardava senza tristezza. Ma anchio con lui non riuscivo più a essere lo stesso. Ricordo quando una volta mi chiese cinque euro per un gelato.

Nonno, mi dai i soldi per il cono?

Chiedi a tua madre.

Lei non ce li ha. Tu ce lhai, dai.

Misi mano al portafogli. Presi i cinque euro. Andrea allungò la mano, io però chiusi il pugno.

Che ci devi fare col gelato? Fa freddo, poi ti ammali.

Nonno, ti prego!

No, non ti serve.

Si incupì e se ne andò. E io seduto, con la banconota tra le dita, mi detestavo. Cinque euro. Avevo negato cinque euro a mio nipote. Cosa stava diventando di me?

Quella sera Giulietta non urlò. Si sedette semplicemente di fronte a me e disse, piano ma ferma:

Mario, mi vergogno. Andrea voleva solo una piccolezza. Cosa ti succede?

Non bisogna viziare i bambini.

Ma cinque euro per un gelato? Sei sempre stato generoso, adesso non ti riconosco.

Non posso accontentare tutti sempre e comunque. Francesca ha la sua paga. Si arrangi.

Non parlo di Francesca, parlo di te! Sei diventato… avaro. Cattivo. A contare ogni moneta. Così non ci riesco più, capito? Non posso più vivere così!

Andò in bagno. La sentii piangere. Volevo andare da lei, abbracciarla, dire che sarebbe andato tutto meglio. Ma le gambe restavano inchiodate. Rimasi lì, stringendo quella dannata banconota da cinque euro.

Quella notte non dormii. Pensai a dove era iniziato tutto. Forse il giorno che fui mandato in pensione? O quando notai che la mente e il corpo non seguivano più come prima? O semplicemente perché sto invecchiando?

Paura della vecchiaia. Paura feroce di perdere il controllo. Di diventare impotente. E quei soldi nascosti, la mia illusione di sicurezza.

Ma questa sicurezza mi costava troppo: stavo perdendo la famiglia, le persone che mi amavano. Per cosa? Per delle banconote che nemmeno osavo spendere?

Il mattino dopo Giulietta uscì, senza salutare. Io restai solo. Presi la busta, la contai: trentamila euro. Rifeci il letto, rimisi la busta. E sentii che qualcosa iniziava a cambiare.

Poi, una notte, venne quel momento che temevo. Mi svegliai con un dolore alla gola e al petto. Non respiravo. Mi aggrappai al lenzuolo, urlando:

Giulietta… sto male…

Lei scattò dal letto, accese la luce. Era pallida, impaurita.

Mario! Dimmi che succede!

Il cuore… chiama lambulanza…

Corse al telefono. E mentre aspettavo i soccorsi, pensavo ai soldi sotto il materasso. Basteranno per curarmi? Devo metterne via di più? Ho risparmiato abbastanza?

Arrivarono in fretta. Mi fecero lelettrocardiogramma, vari controlli. Il medico disse:

Niente di grave. È un attacco di panico. Il cuore regge. Consiglio lo specialista.

Non sto per morire allora?

No, signor Mario. Ma se non si calma rischia di ammalarsi davvero. Cerchi aiuto. Ora ci sono anche servizi psicologici pubblici per gli anziani.

Quando se ne andarono, Giulietta si sedette accanto a me. Era silenziosa. Poi, piano:

Mario, basta. Ti stai rovinando per paura dei soldi.

Non sono i soldi… confessai. È la paura.

Di cosa?

Di diventare un peso. Di ammalarmi. Di lasciarvi senza niente…

Lei mi prese la mano:

Sei proprio un testone, Mario. Siamo una famiglia. Te lo ricordi? Io non ti ho lasciato quando sei caduto dal ponteggio. Tu sei rimasto con me quando stetti male. Supereremo tutto. Ma non così. Non nascondendoci uno dallaltra.

Rabbrividii:

Sapevi dei soldi?

Certo. Lo vedevo che armeggiavi sempre là sotto. E mi accorgevo quando mancavano soldi dal conto.

Perché hai aspettato a parlarne?

Volevo che fossi tu a decidere. Che capissi che non è questa la via. Amore mio, siamo stati insieme quarantanni. Davvero credi che ti abbandonerei ora?

Mi sentirono le lacrime scivolare giù. Da quanto non piangevo più? Mi abbracciò, mi accarezzò come fossi un bambino. Piangevo come svuotato, di vergogna e sollievo e stanchezza.

Eppure, la mattina dopo, quando lei uscì, la tentazione mi prese ancora. Andai a contare i soldi. E capii che non bastava una confessione. Il terrore era ancora lì.

Le settimane seguenti cercai di migliorare. Giurai a me stesso di non fare più il duro. Regalai ad Andrea cinquanta euro quando venne a trovarci. Si gettò al collo, felice. Mi si sciolse qualcosa dentro.

Poi però Francesca richiamò per soldi. Trecento euro per la scuola, libri, divisa. Mi innervosii subito:

Sempre qui coi conti in mano! La macchina, la scuola, ogni mese ce nè una!

Papà, è per tuo nipote!

Giulietta prese il telefono:

Francesca, domani te li giro io. Non pensarci.

Da dove li tiri fuori i trecento euro? gridai io.

Dalla mia pensione, saranno fatti miei.

Per la prima volta in tanti anni parlammo di miei soldi e tuoi soldi. Era come spezzare qualcosa.

Quella sera feci per andare in camera. Giulietta era seduta sul letto, la valigia aperta.

Te ne vai?

Da Francesca, qualche giorno. Devo respirare, Mario. Non ce la faccio più, con questa tensione, col tuo conteggio ossessivo. Hai rovinato tutto quello che avevamo.

Mi sedetti accanto, in silenzio. Lei aveva ragione in ogni parola.

Non sono cattivo, Giulietta… temo solo… temo questa vecchiaia, temere di stancarmi, diventare inutile… di non riuscire a mantenervi.

Lei mi fissò:

E pensi che i soldi ti salveranno? Dalla paura non si scappa così. Tu stai costruendo le tue prigioni.

Ma come si fa a vivere così, col terrore di perdere tutto? Ogni mattina penso che questa sarà la fine.

Devi uscire da solo da questa gabbia? No. Siamo insieme. Lo capisci? Devi parlarmi. Devi lasciarmi entrare. Da quarantanni lo facciamo.

La guardai. Vide le sue rughe, i capelli ormai bianchi che non tingeva più. Anche lei aveva paura. Ma continuava a farmi spazio accanto, a non mollare.

Ma di che cosa dobbiamo parlare? Delle nostre esequie? Dei soldi che mancano al funerale?

Lei sospirò:

Ecco, sempre i soldi. Sempre la morte. Noi siamo vivi ancora, Mario. E dobbiamo viverci questi anni, non chiudiamoci via. Per affetto, per dignità.

Non sono capace…

Imparerai. Impareremo insieme. Ma lasciami entrare, Mario. Non puoi continuare così.

Avevo una banconota stropicciata in tasca. Presa dal materasso, per abitudine. Cosa dirle? Che anche ora, davanti alle sue lacrime, non so lasciar perdere quel rito di portare con me i soldi, sempre, per sentirli addosso?

Giulietta… esitai. Ma era difficile.

Eppure, per la prima volta, vidi il vero danno. Col terrore del domani stavo perdendo tutto: mia moglie, mia figlia, mio nipote, la mia stessa vita.

La sensazione arrivò lenta, come acqua gelida che sale nella vasca. E con essa una stanchezza profonda.

Giulietta, ripetei. Ho bisogno di aiuto. Da solo non posso farcela. Non più.

Mi guardò con dolcezza. Cera una speranza nuova nei suoi occhi.

Mario, questo è già un primo passo. Tu hai ancora un cuore.

Ma… come faccio a non pensare alle malattie, ai soldi? Sono ossessionato dallidea di buttare via ogni centesimo…

Non è vero che siamo poveri. Abbiamo una casa, due pensioni, una figlia, un nipote che ci vuole bene. Io sono qui. Supereremo le fatiche, ci arrangeremo. Ma insieme.

Insieme. Questo voleva dire amore, davvero? Io stentavo a crederci, intrappolato nel mio buio. Se lei se ne fosse andata, sarebbe stato il vero fine.

Ho così paura, Giulietta… Paura di tutto. Anche ora, anche se so che faccio male, non riesco a fermarmi…

Allora andiamo insieme al consultorio o da quel medico. Parla con qualcuno. Anche solo per sfogarti. Ora ci sono servizi gratuiti anche per pensionati.

Ma costano…

Mario, basta! Conta più la salute della famiglia o i tuoi trentamila euro nascosti?

Sussultai. Lei sapeva la cifra. Non si era mai pentita di controllare. Attendeva solo che io la smettessi col teatro.

Come si fa a tenere unita una famiglia da pensionati, mormorai. Avevo visto un titolo simile su internet, non avevo avuto coragemma nemmeno di leggerlo. Convinto che fosse robaccia. Ma forse il debole ero proprio io.

Non sei debole, sei solo inciampato. Limportante è rialzarsi.

Tirai fuori la banconota stropicciata dalla tasca. La deposi tra noi, sul letto.

Lho portata con me solo per abitudine. Mi fa sentire meglio, non so perché.

Non disse nulla, solo guardò i soldi, poi me. Pochi secondi di silenzio.

Tienila pure, se ti senti più tranquillo. Ma promettimi che provi… che vieni dal medico, o almeno, che mi parli quando hai paura. Non tenere tutto dentro.

Guardai lei, la mia compagna. Quella che aveva attraversato quarantanni con me, che mi aveva atteso di notte, che mha amato e rimproverato ogni volta serviva. Ed era ancora lì, a lottare per noi.

Prometto… ci proverò. Non so se ce la faccio… ma ci provo.

Sorrise seria, rimise la valigia a posto.

Non vado da nessuna parte. Ci proveremo insieme, come sempre.

Quella notte restammo vicini nel letto. La sua mano sulla mia, il caldo che arrivava da lei come un fuoco lento. Nel taschino della vestaglia sentivo ancora la banconota stropicciata. Sotto il materasso ne restavano ventinovemila. Sapevo che domani ci sarebbe stata la tentazione di ricontarli. La paura non se ne va in un lampo. Ci saranno altri litigi, sospetti, debolezze.

Ma in quel momento, nella luce fioca, sentii qualcosa di nuovo. Non sollievo, non gioia. Un soffio piccolissimo, come una candela che resiste nella notte. Forse era speranza.

Di non essere solo. Che non tutto era perduto. Che forse si può cambiare. Un poco, almeno. Un poco.

Strinsi la mano di Giulietta.

Grazie, sussurrai. Per esserci sempre.

Ma dove devo andare, vecchio mio scemo, rispose piano.

E per la prima volta da mesi, mi addormentai non con il panico del domani. Ma con il pensiero che, forse, costruiremo insieme un altro mattone. Uno alla volta. Anche se domani farà ancora paura.

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Ha messo da parte i risparmi per i tempi difficili, ma il giorno buio è già arrivato…
La suocera pretendeva che lavorassi anche da malata, ma per la prima volta le ho detto un deciso no e ho difeso i miei confini