La Rivolta delle Mamme

La ribellione della mamma

Mamma, me lo spieghi, perché? Andrea era in piedi nel mezzo della cucina di sua madre, e fissava il tavolo come se avesse appena scoperto sopra qualcosa di impensabile. Perché lhai messo su internet? Tutti ti vedranno!

Ludovica Ferrati non ebbe fretta a rispondere. Mise su lacqua nel bollitore, tirò fuori dal mobiletto due tazze, una azzurra e una bianca con il bordo dorato, e solo dopo si girò verso suo figlio.

Tutti chi, Andreino?

Ma come chi? I miei colleghi. I partner. Le persone con cui lavoro.

E allora?

Lui sbatté le palpebre, visibilmente spiazzato da quella calma.

Cosa vuoi dire, e allora? Mamma, lavoro in banca. Non sono uno qualunque, ho una certa reputazione. E tu, intanto, che ti metti a cucire coniglietti e posti video dove spieghi pure qui attacchiamo la zampetta, ragazze.

Coniglietti… ripeté Ludovica a bassa voce. Sì, coniglietti.

Il bollitore cominciò a borbottare, scaldandosi. Fuori, una pioggerella di aprile ingrigiva i vetri, che si erano appannati nella parte bassa lasciando libero solo un lato in alto, da cui si vedevano passare rari ombrelli colorati e lasfalto lucido. Tutto come sempre.

Ma capisci cosa voglio dire? Andrea camminava avanti e indietro per la cucina, come sua abitudine nei momenti di nervosismo, fin da bambino. Questa settimana ho pure una delegazione dalla filiale di Milano, ho una riunione importante. E se qualcuno di loro entra su Cronache, vede la tua pagina e…

E cosa vede? chiese Ludovica, versando lacqua calda nelle tazze. Una signora anziana che cuce pupazzi?

La mamma di un dirigente di Credito Centrale.

Lo fissò a lungo, di quel suo sguardo intenso che aveva fin da quando era piccolo e combinava per qualche marachella.

Andreino… disse infine. Prenditi il tè. E siediti.

***

Ludovica Ferrati aveva sessantadue anni. Non circa sessanta né già oltre i sessanta, proprio sessantadue, e lo diceva senza nessun imbarazzo, a differenza di certe sue amiche che si fermavano furbamente da anni ai cinquantotto. Per ventiquattro anni aveva lavorato alla Biblioteca Comunale Italo Calvino, prima come semplice bibliotecaria e poi responsabile delle sale lettura. Era andata in pensione qualche anno e mezzo prima. Non che le mancasse la salute, ma improvvisamente aveva sentito di essere stanca. Stanca e bisognosa di qualcosa che fosse solo suo, qualcosa di silenzioso e vero.

Lappartamento era in via dei Laghi, al terzo piano di una palazzina anni Sessanta: due stanze, una cucina piccola con la finestra che dava sul cortile e un balconcino che ogni primavera tornava a riempire di cassette di fiori e piantine. Il marito era morto… anzi, Ludovica ora diceva ci ha lasciato nove anni fa, e da allora viveva sola. Andrea le aveva proposto più volte di trasferirsi da lui, nel suo grande appartamento in zona Navigli, ma lei aveva rifiutato: troppo freddo, troppo vetro, troppo metallo, nessun odore. E Ludovica in una casa senza profumo non sapeva vivere.

Da lei il profumo era di legno antico della credenza, un po di vaniglia dalla candela preferita sul davanzale, e qualche altra fragranza indefinita che lei stessa chiamava semplicemente casa. La prima volta che era andata da Andrea e sua moglie, Martina, nel loro appartamento nuovo, aveva pensato: Sa di negozio, non di casa. Non era brutto, ma nemmeno accogliente.

I pupazzi aveva cominciato a cucirli per caso.

Era stato lautunno precedente, quando le giornate si accorciavano e le sere sembravano diventare più lunghe del corridoio di una casa sconosciuta. Un giorno aveva sistemato la soffitta e trovato una scatola di ritagli di stoffa: cotone a pois, velluto verde scuro, lino ruvido e corposo. Senza neanche pensarci aveva preso forbici e ago.

Il primo coniglietto era venuto un po storto. Un orecchio più lungo, una cucitura girata male. Ma dalla sedia guardava Ludovica con occhi fatti di bottoni, dignitoso, e lei aveva riso: la sua prima vera risata da mesi, non una di cortesia al telefono, ma una scossa improvvisa nel silenzio della casa.

Il secondo era venuto meglio. Il terzo già aveva un cartamodello creato da lei.

Poi, mentre chiacchierava con lintraprendente vicina di casa, Tamara, che nonostante i suoi sessantacinque anni era più digitale di molte ventenni, si sentì dire:

Ludovica, ma che fai, li nascondi? Falli vedere. Mettili su Cronache.

Ma io a mala pena mi sono iscritta…

Ci penso io. Ci vorranno cinque minuti.

Ce ne vollero quasi due sere e qualche chiamata alla figlia di Tamara, ma la pagina arrivò. E il primo video pure: Ludovica un po rigida davanti al telefono, mentre cuciva la zampa di un coniglio, spiegava il punto nascosto, la voce un po tremante, ma le mani sicure.

In tre giorni aveva ricevuto centododici follower. Poi altri duecento. Dopo un po aveva perso il conto.

***

Andrea beveva tè in silenzio. Era una cosa che faceva da bambino: si chiudeva in un silenzio che era come spostarsi di stanza, finché non trovava le parole giuste. Ludovica lo conosceva e non lo incalzava.

Mamma disse finalmente non dico che sia brutto. Solo è imbarazzante.

Per chi?

Per me. Alzò lo sguardo. Capisci? Per me è imbarazzante. Non ti chiedo di smettere. Solo, magari, di non mettere tutto in pubblico. Fai pure a casa, regalali ai nipoti…

Non hai figli, Andreino.

Vabbè, ai figli degli altri, ai vicini. A chi vuoi, ma perché deve saperlo tutto internet?

Ludovica guardò le sue mani. Aveva un piccolo segnetto sul dito indice destro, quasi invisibile: il punto della puntura dellago. Lei però lo vedeva.

Sai disse piano ho passato trentanni a chiedere agli altri: Come posso aiutarla/o?. In biblioteca, a casa, a te, papà E ora faccio finalmente qualcosa solo per me. La prima volta nella vita. E scopro che è imbarazzante.

Non volevo dire quello

Lo so. Ma io intendevo questo, Andrea.

Si alzò, raccolse le tazze. Segno che la conversazione era finita. Nessuna lite, nessuna porta sbattuta. Solo un punto pieno.

Lui se ne andò quindici minuti dopo. In ingresso, infilando il cappotto, borbottò che avrebbe chiamato in settimana. Lei annuì, chiuse la porta. Rimase un attimo ad ascoltare i suoi passi sulle scale.

Poi tornò in camera, dove cera un orsetto da finire vicino allo stomaco di segatura, e riprese lago in mano.

***

La pagina su Cronache si chiamava Filo su filo. Laveva voluto chiamare così lei, scartando le proposte da nonna di Tamara.

Non voglio essere una nonnina aveva detto decisa voglio essere una maestra.

Cerano già trentuno video. Girava semplice: telefono su cavalletto, lampada laterale. Solo stoffa, ago, filo e la sua voce che spiegava cosa e perché. A volte raccontava aneddoti: come aveva trovato la scatola di stoffe, come il primo coniglietto fosse ancora sul suo frigorifero. Le persone lo adoravano. Nei commenti si leggeva: Sembra di essere con la mamma, Che dono sapere spiegare le cose così.

Una signora da Bologna le aveva scritto: Guardo i suoi video ogni sera, e mi sento meno sola. Ludovica aveva letto quella frase una mattina, davanti al caffè, e aveva tenuto a lungo il telefono in mano.

Fu allora che, a metà marzo, comparve Vittorio Sereni.

Le scrisse nei messaggi privati, cosa insolita: uomini sulla pagina ce nerano pochi e quasi mai veramente interessati. Ma Vittorio era serio: fotografo, curava una sua pagina sulle arti manuali, voleva proporle una collaborazione.

Ludovica lessi tre volte il messaggio, poi telefonò a Tamara.

Tamara, mi ha scritto un uomo. Dice che è fotografo.

E allora?

Che faccio?

Ludovica e la voce di Tamara aveva la pazienza della maestra di scuola rispondi, non sei mica una ragazzina!

Rispose. Breve, cortese: Buongiorno, mi racconta meglio?. Lui spiegò. Aveva una pagina chiamata Mani Viventi, foto di artigiani al lavoro: ceramisti, ricamatrici, intagliatori. Le foto erano bellissime. Ludovica passò una mezzora a sfogliarle, guardando le dita ingrossate, piene di storia, rughe, qualche callo. In quelle mani cera una vita che quasi stringeva la gola.

Vorrei fotografarla mentre lavora, scrisse lui, non per un progetto preciso, solo perché nei suoi video vedo qualcosa di importante.

Qualcosa di importante.

Ci pensò a lungo. Poi scrisse: Va bene.

***

Si accordarono per un sabato alle undici. Vittorio arrivò puntuale, aspetto che Ludovica apprezzò. Aveva letà sua, forse poco più: sessantacinque, capelli grigi, camicia a quadri sotto la giacca, una borsa grande a tracolla. Aveva la faccia di quelli a cui ti verrebbe da raccontare tutto: niente di speciale, ma attento, con rughe profonde agli occhi.

Signora Ludovica? chiese sulla porta.

Signor Vittorio? Prego, entri pure.

Lo fece accomodare in cucina, mise su il bollitore e offrì qualche biscotto. Lui posò la borsa, tirò fuori la macchina fotografica, seria, con un obiettivo massiccio, e si guardò intorno.

Si sta bene, qui, disse schiettamente.

Un appartamento come tanti.

Non direi. Scosse il capo. Sente che profumo cè?

Lei rise.

Dicono di legno e vaniglia.

Proprio così. Nella maggior parte delle case oggi non sa di nulla. Qui sa di vita. Lo disse senza retorica.

Lei gli mostrò lo spazio di lavoro: tavolo vicino alla finestra, lampada a stelo flessibile, scatole di stoffa, qualche pupazzo finito sul davanzale. Il coniglio col primo orecchio stentato, in prima fila.

È il primo? chiese lui.

Il primo. Ho provato a rifarlo tre volte. Non riesco a buttarlo.

Fa bene. Sollevò la macchina. Posso solo guardare un po? Non scatto, solo la osservo. Lei lavori come sempre.

Cosa che, in effetti, si rivelò intelligente. Ludovica prese lorso che cuciva da tre giorni e iniziò. Allinizio era tesa, poi le mani scivolarono nella routine, lago si muoveva alla luce della lampada, e fuori si sentiva il cinguettio dei passeri. Aprile.

Vittorio scattava silenzioso, chiedendo ogni tanto: Così, tieni la mano un secondo, oppure Guardi il pupazzo, non me. Obbediva facile, senza ansia. Curioso, dopo anni con Andrea sentiva spesso il bisogno di giustificarsi; con quel semi-sconosciuto, invece, in unora e mezza si sentì leggerissima.

Da quanto fa il fotografo? chiese, senza alzare gli occhi dal punto.

Dalletà di trentanni. Prima lavoravo in uno stabilimento, tecnico. Poi mi sono licenziato. Mia moglie diceva che ero impazzito. Sorrise amaro. Forse aveva ragione. Ma non me ne pento.

E ora, sua moglie cosa dice?

È mancata cinque anni fa.

Mi dispiace.

Non importa. Aveva abbassato un po la voce. Ha fatto in tempo a vedere le mie foto migliori. È questo che conta.

Ludovica evitò altre domande. Solo un cenno, poi di nuovo allorso. Alcune cose non hanno bisogno di parole.

A tè finito, lui le mostrò le foto sulla macchina. Lei non si riconosceva: non perché fosse uscita male, ma perché vedeva unaltra donna. Attenta, viva, con un sorriso lieve agli angoli delle labbra. In primo piano le mani: filo, ago, stoffa. E la luce rendeva le sue dita qualcosa di importante.

Questa indicò Vittorio uno scatto vorrei metterla sulla mia pagina. Se per lei va bene.

Nella foto, lei guardava il coniglietto stentato. Solo guardava. E cera qualcosa, lì, che nemmeno sapeva nominare.

Va bene, disse.

***

Andrea la chiamò mercoledì, come promesso. Due chiacchiere rapide: come va, tutto bene, hai bisogno di qualcosa? Lei rispondeva uguale: tutto a posto, grazie, non serve nulla. Nessun cenno a Cronache. Nemmeno da parte sua.

Ma quella sera stessa Tamara piombò con una torta e una notizia:

Ludovica, lo sai che Vittorio ha messo la tua foto? Tre mila mi piace, capisci?

Ludovica iniziò a preparare il caffè, non il tè: la serata aveva proprio voglia di caffè buono, dalla moka.

Tamara, sono tanti, tre mila?

Eh, per la sua pagina sì! Ma il fatto è che metà di quella gente è venuta da te! Quanti follower avevi?

Ieri ottocento e qualcosa.

E adesso?

Ludovica prese il telefono.

Milletrecentoquarantadue.

Tamara fece una specie di urletto.

Hai visto, altro che coniglietti!

Bevvero il caffè, Tamara parlò della figlia che aveva cambiato lavoro, e Ludovica ascoltava pensando a quella fotografia. Al qualcosa di importante di cui parlava Vittorio. Cosa ci trovava, in una donna che cuce pupazzi a una certa età?

Anche se, in fondo, la risposta la sapeva.

Era importante il fatto che fosse sincero. Non per guadagnarci, non per forza. Solo perché lì dentro aveva trovato qualcosa di proprio. Quello che tanti cercano per tutta la vita e non trovano. E a lei era toccato a sessantadue anni, ed era suo.

Ecco dove stava limportanza.

***

A maggio si rividero. Vittorio scrisse: cè una mostra dartigianato al Centro Culturale in via del Fiume, vogliamo andarci insieme? Ludovica rispose di sì dimpulso. Poi restò a riflettere un po sul suo stesso messaggio: Ma guarda te, Ludovica. Però non cambiò idea.

La mostra era affollata: coppie anziane, mamme coi bambini, donne della sua età. Ceramiche, cesti intrecciati, ricami. Vittorio si aggirava scattando con delicatezza, lei accanto osservava le mani degli altri artigiani.

Vede? sussurrò lui davanti a un banco di merletti. Guardi come tiene il filo. È questo che si deve fotografare: non la faccia, non la cosa finita. Ma il momento tra lidea e il gesto.

Il momento tra lidea e il gesto… ripeté Ludovica. È poetico.

Non lho inventato io: un vecchio fotografo, anni fa. Allora non avevo capito. Poi sì.

E chi era, quel fotografo?

Fece una pausa, un pelo più lunga del necessario.

È una storia lunga, la racconterò un giorno.

Non insistette. Ma la tenne a mente.

Dopo la mostra fecero tappa in una piccola osteria, con i tavoli di legno e il menù scritto a mano. Presero tè caldo, parlarono della mostra e poi di altro: lui dello stabilimento rumoroso e denso di odore grasso, lei della biblioteca piena di silenzi e carta, dei lettori di cui ricordava i nomi.

Ventiquattro anni, osservò Vittorio. Una vita.

Era la mia vita.

E adesso?

Guardò fuori. La sera era lunga, luminosa, i lampioni erano già accesi anche se non era ancora buio.

Adesso è ancora vita. Ma diversa. Non peggiore, solo diversa.

Annui come se le avesse saputo leggibile un pensiero.

Non le fa paura? Ricominciare a questa età?

Allinizio sì. Ora no. Se ti spaventi, non fai mai niente.

Proprio così.

Stettero in silenzio dopo, ma un silenzio buono: quello che si può avere solo con chi sa ascoltare anche senza parlare.

***

A giugno, Andrea si presentò la domenica mattina, senza un avviso. Lei era ancora in vestaglia, col caffè sul balcone, e rimase sorpresa dal campanello.

Andrea? È successo qualcosa?

No, tutto bene. Entrò, si tolse le scarpe sistemandole ordinatissimo vicino alle sue ciabatte proprio come faceva da ragazzino e si sedette in cucina. Prese direttamente la sua tazzina di caffè dal davanzale, senza chiederne unaltra. Era nervoso, si vedeva.

Mamma, ho visto quella foto. Quella che il fotografo ha pubblicato.

Lei tacque, aspettando.

Ci sono tanti commenti disse. Li ho letti.

E?

Dicono cose belle. Su di te.

Incredibile, eh?

Mamma, non scherzare.

Dico solo quello che vedo.

Seguì una pausa.

Chi è questo fotografo? Vittorio Sereni? Siete già usciti insieme?

Come lo sai?

Me lo ha detto Tamara. Le ho chiesto come stavi.

Potevi chiederlo a me.

Potevo, sì. Si alzò, guardò giù nel cortile. Mamma, tu ti sei vista in quella foto?

Sì.

Sei Si investì con la parola giusta.

Cosa?

Felice, disse finalmente, a fatica, come se felice fosse una parola difficile da dire.

Lei lo guardò negli occhi: quarantanni, camicia ordinata, capelli a posto, mani in tasca. Un uomo serio, riuscito, stanco, che la domenica mattina arriva dalla madre e le dice che in foto sembra felice.

Allora sarà vero, rispose.

Lui annuì. Si rimise a sedere.

Mi racconti come fai i coniglietti? Vorrei capire davvero.

Lei rimase sorpresa.

Sei curioso davvero?

Davvero. O ci provo almeno.

Rise. E andò a prendere lorsacchiotto da finire.

***

Lestate fu bella, con tanto caldo, temporali serali che lei adorava: andava sul balcone a guardare il cielo che scuriva, le prime gocce sui vasi, lodore inconfondibile della pioggia sulla terra.

Filo su filo cresceva: a luglio superò i quattromila follower. Ludovica non contava più i mi piace, ma i commenti li leggeva: tanti raccontavano la propria storia.

Cera una pensionata di Modena che, spaesata, aveva trovato voglia di riprovare a cucire; una donna di Pisa che si occupava della madre malata e guardava i video la sera per respirare unoretta solo per me; una ragazza giovane, che ringraziandola aveva capito quanto fosse stata sola anche la propria nonna.

Questultimo messaggio, Ludovica laveva riletto tre volte almeno.

Un giorno Vittorio le disse:

Sa qual è il suo segreto? Lei non recita. La gente lo sente subito. Dopo tutte queste immagini tirate, lucide… Lei porta la lampada da tavolo e un coniglio storto, e pare che sia la cosa più vera di tutte.

Non è un segreto. Sono solo io.

Così sia.

Si vedevano ormai regolarmente: una volta a settimana, qualche volta due. Mostre, cinema, passeggiate lungo i canali. Un giorno la portò nella casa di campagna di un amico: cerano artisti, uno scultore, varie donne della sua età con la passione per i lavori manuali. Stettero tutto il giorno, stanchi a sera ma di quella stanchezza felice delle cose vere.

La storia del padre fotografo, Vittorio gliela raccontò solo a fine luglio, dopo un concerto serale allArena estiva. Facevano la passeggiata sulla darsena mentre laria sapeva di fiume.

Si ricorda il fotografo anziano di cui parlavo?

Sì.

Era mio padre. Una pausa. Ha fotografato per tutta la vita, per sé. Sono rimasti tanti album. Quando se nè andato, ho capito sfogliandoli che non avevo mai davvero capito cosa facesse. Avevo cinquantatré anni la prima volta che ho preso in mano la sua macchina.

Cinquantatré? ripeté Ludovica. Anche lei tardi.

Era tardi. Fino a quel giorno.

Guardava lacqua, le luci che scivolavano sulla corrente.

E si è mai pentito? Di aver scoperto tardi la sua vera strada?

Non ci pensò molto.

No. Sa perché? Perché tutta la vita prima serviva. Lo stabilimento, la famiglia, tutto: se non lavessi vissuta, non avrei mai saputo vedere davvero la gente. Vale anche per lei. Ventiquattro anni in biblioteca erano necessari.

Ludovica non rispose. Camminava accanto a lui, pensando che forse aveva ragione.

***

Ad agosto arrivò la sorpresa.

La redazione di Onda Cittadina, un canale locale, la chiamò: volevano fare un piccolo servizio su chi si era reinventato dopo la pensione. La prima reazione di Ludovica fu di dire no.

Televisione? chiese a Tamara. Non esageriamo?

Ma perché? Hai più di quattro mila follower e ti invitano in TV. Di cosa ti vergogni?

Non lo so Forse di niente.

Appunto. Accetta.

Telefonò a Vittorio, solo per raccontare la cosa. Lui ascoltò:

E tu, come ti senti?

Un po spaventata.

È normale. Ma vuoi farlo?

Sì, lo ammetto. Voglio.

Allora accetta.

Se Andrea si arrabbia di nuovo?

Silenzio allaltro capo.

Andrea ormai è grande. Si arrangerà.

Lei rise.

Le riprese si fecero a casa sua. Arrivò una giornalista giovane che la intervistò su hobby, vita dopo i 60 anni, trovare sé stessi in pensione. Ludovica fu sincera: i primi mesi erano stati duri, una specie di vuoto. Raccontò della scatola di stoffa, del primo coniglio sghembo, della scoperta più importante della sua vita arrivata per caso, a 61 anni.

Non si pente di averlo scoperto tardi?

Non per un secondo.

Il servizio uscì a fine agosto. Lei e Tamara lo guardarono in cucina. La sua voce, in TV, suonava diversa: più bassa, più sicura di sé.

Brava, disse Tamara.

Sì. Non mi vergogno, aggiunse Ludovica, intendendo qualcosa di diverso: non provava più vergogna ad essere se stessa. Era nuovo.

***

Andrea la chiamò il giorno dopo. Il tono era strano, né arrabbiato né affettuoso. Forse spaesato.

Mamma, ti ho vista in TV.

Sì, mi hanno detto che sarebbe andato in onda venerdì.

Potevi avvisare.

Non ci ho pensato.

Pausa.

Mamma Poi silenzio. Va bene, senti. Lì, nellintervista, dici che i primi mesi in pensione ti pesavano molto.

Sì.

Non me lavevi mai detto.

Non me lhai mai chiesto, Andrea.

Pausa ancora più lunga.

Già, disse lui. Non lho chiesto.

Vieni domenica? Faccio la torta di mele.

Arrivo.

Allora a mezzogiorno, non più tardi.

***

Settembre portò il fresco e le foglie marroni sullasfalto. Ludovica si dedicò a una nuova serie di pupazzi: orsetti imbottiti con scorze di grano saraceno. Più pesanti, più caldi, con un profumo di cereali. Ne vendette alcuni dalla pagina, un po per caso: non glimportava granché dei soldi, però era bello che qualcuno volesse proprio i suoi orsi.

Vittorio la aiutava con le impostazioni della pagina, lui ne capiva. Alcune sere restavano a lungo insieme: tè, chiacchiere, talvolta silenzi. Ognuno con le proprie cose: lui al computer con le foto, lei con lago in mano. Il ticchettio dellorologio antico appeso in cucina, mai fastidioso.

Un giorno Vittorio chiese:

Secondo lei, cosè quello che stiamo facendo?

Lei sollevò lo sguardo.

In che senso?

Voglio dire: ci vediamo, stiamo bene. Sta bene con me?

Sì, molto.

Anchio. Fece una piccola pausa. Mi chiedevo solo se serve un nome.

E a che pro?

Non so. Forse no. Sorrise.

Vittorio, io ho sessantadue anni. Lei sessantacinque, o sbaglio?

Sessantasei, a ottobre.

Appunto. A noi non serve dare nomi. Basta sapere che stiamo bene, o no?

Stiamo bene.

E allora va bene così, disse Ludovica. E tornò al suo orso.

Ma le guance le si erano fatte rosse. Sperava che la lampada non lo facesse notare troppo.

***

A ottobre superò i seimila follower. Ludovica non faceva caso ai numeri, ma era una soddisfazione. Una studentessa del palazzo vicino si offrì di aiutarla: portò un treppiede piccolo, la aiutò con la luce. Questo la commosse.

Mi piace seguirla, disse la studentessa. Lei è vera.

Che significa vera? chiese Ludovica, stupita.

Vuol dire che non finge di essere giovane, né che tutto sia semplice. Dice comè.

Era la seconda volta che qualcuno le diceva qualcosa del genere. Prima Vittorio, ora la ragazza.

Forse era davvero importante.

Andrea veniva ogni due settimane. Dopo quella puntata era cambiato qualcosa. Non tanto ai gesti, ma smise di darle consigli, divenne più silenzioso, anche tenero. Un giorno chiese come si attaccano i bottoni fatti bene.

Che ti serve?

Mi si è scucito il cappotto. Martina è a Roma.

Dammi il cappotto, te lo cucio io.

No, voglio provare io.

Lei gli spiegò. Lui cucì, storto, ma da solo.

A novembre portarono Martina a conoscere Vittorio. Lincontro iniziò rigido, ma in poco lei e Vittorio parlavano di foto, mentre Andrea ascoltava in silenzio. Quando se ne andarono, Ludovica lavava i piatti e pensò: non sarà la famiglia del Mulino Bianco, ma è proprio una bella cosa. E se lo ricordava spesso, quanto fosse già tanto.

***

Linverno arrivò a novembre inoltrato, senza avvertire: ieri pioggia, oggi tutto bianco. Ludovica andò sul balcone a guardare il ghiaccio sciolto sulle bacche di sorbo vicino al portone, tutte coperte di neve come disegnate.

A dicembre cucì dodici pupazzi per una raccolta benefica: un orfanotrofio della zona cercava regali per Natale. Dodici conigliotti, ognuno con una stoffa diversa: grigi, bianchi, uno rosso. Li impacchettò, legò la scatola e li portò a mano, nonostante il freddo e il ghiaccio.

Al ritorno, si infilò in un caffè sotto casa, prese un espresso e si sedette davanti alla vetrata a guardare la neve. Fuori la gente aveva da fare, la sua vita. Vita dopo i sessanta, vita prima, vita che scorre quando prendi il caffè al bar da sola.

E pensò a come si era ritrovata in pensione: non subito, non facilmente. Laveva trovato con il coniglio storto, la scatola di stoffa, la voce nel silenzio che spiegava punti nascosti, e attraverso uno sconosciuto con una macchina fotografica.

Aveva smesso di aver paura a mostrarsi per come era.

Il telefono trillò. Un messaggio da Vittorio: Signora Ludovica, buonasera. Ho delle belle novità. Mi chiami quando può.

Lei sorrise e compose il numero.

***

La notizia: la galleria darte contemporanea in centro invitava Vittorio a una mostra tematica. Tema: Il lavoro vivo. Lui voleva che la sua serie di ritratti a Ludovica facesse parte dellesposizione.

È daccordo?

I miei ritratti?

Sì. Lho fotografata almeno duecento volte in questi mesi. È una serie ormai. Si chiamerebbe Filo su filo, se non le dispiace.

Come la mia pagina?

Esatto.

Lei taceva.

Ma verranno persone a vedere me? Le mie mani, le mie rughe?

Verranno a vedere la vita. È un lavoro vero, onesto.

Non ho niente da vergognarmi ripeté piano. Sa, me lo sono già detta. Linverno scorso, con il primo video.

E cosa ha fatto?

Lho pubblicato.

Ecco tutto.

La mostra aprì a febbraio. I giorni più grigi dellinverno, quando la neve ti è già stufata e la primavera è solo unidea.

Ludovica andò allinaugurazione con Andrea e Martina. Anche Tamara era venuta. Vittorio, un po emozionato, li accolse con il sorriso e un abito elegante.

La serie Filo su filo era nel salone grande: diciotto foto. Lei si fermò sulla soglia.

Era strano vedersi così, stampata gigante sulla parete. Ma quella era proprio lei. Le mani che cuciono. Gli occhi concentrati. Un sorriso che non sapeva di avere. Il coniglio storto nellultima foto, le sue mani che lo stringono: così pieno e silenzioso che le venne un nodo in gola.

Martina le prese la mano.

Signora Ludovica, è bellissima in queste foto.

Sono vecchia.

È bellissima, replicò Martina. Son due cose diverse.

Andrea era dietro, fissava lultima foto. Poi si voltò.

Mamma ricordi quando da piccolo ti chiesi di cucirmi un orsetto?

Me lo ricordo, avevi sei o sette anni.

Sette. Non sapevi cucire e dicesti: Lo compriamo.

Ti arrabbiasti.

Sì poi me ne sono dimenticato.

Io no, confessò lei, stupita di dirlo ad alta voce. Forse è anche per quello che ho iniziato a cucire.

Lui si voltò ancora verso le foto, poi su di lei.

Me lo fai, adesso, un orso? chiese piano.

Lo guardò: serio, ma adesso quasi bambino.

Certo. In velluto grigio, con la segatura di pino dentro.

Perché di pino?

Profuma meglio.

Lui annuì, come fosse una specifica importante.

Vittorio si avvicinò con un bicchiere dacqua, colse tutto senza bisogno di parole.

Volete vedere le altre sale? Cè ancora tanto.

Dopo, disse Ludovica. Restiamo ancora un po qui.

***

Uscirono tardi dalla mostra. Tamara andò in taxi, Andrea e Martina la portarono a casa in auto. In auto era silenzio. Martina assopita davanti, Andrea guidava concentrato.

Mamma, disse, arrivando sotto casa questo Vittorio è una brava persona?

Ludovica guardava le finestre buie, il terzo piano, la seconda finestra. Lì aveva lasciato una lucina accesa.

Sì, disse.

Meno male.

Pausa.

Papà sarebbe felice per te, aggiunse. Secondo me.

Credo anchio, rispose.

Scese dalla macchina. Per un attimo guardò le proprie orme nette sulla neve. Dopo poco sarebbero sparite.

Il solito ascensore rotto, salì a piedi. Silenzio, odore di vernice vecchia e aghi di pino della ghirlanda dellanno scorso.

Sulla porta, prese il telefono. Grazie per oggi. È stato bello.

Risposta quasi immediata: Anche per me. Buonanotte, signora Ludovica.

Entrò. Odore di legno e vaniglia. Il primo coniglio storto sul frigo, lorsetto grigio non finito sul tavolo.

Appese il cappotto, accese la luce in cucina. Mise su il bollitore.

Fuori nevicava.

***

A marzo, quando le giornate presero ad allungarsi e sul balcone spuntavano i primi germogli, Andrea arrivò la domenica con un libro in mano. Grande, pesante, pieno di foto di sarte e ricamatrici di vari paesi.

Lho visto in libreria, disse, posandolo sul tavolo. Pensavo ti facesse piacere.

Ludovica lo sfogliò a caso. Una signora giapponese, capelli dargento, tiene il tessuto con due mani. Foto in bianco e nero.

Bellissima, disse Ludovica.

Già. Ascolta mamma Martina dice che sarebbe ora di fare un sito per te. Non solo Cronache, ma un sito vero: video, foto, vendita diretta dei pupazzi. Lei lo fa di mestiere, può aiutare.

Ludovica guardò suo figlio.

Martina vuole aiutarmi?

Sì, anzi, ci tiene. Sorrise. Ti va?

Ne avete parlato tra voi?

Sì, ogni tanto capita. È normale parlare di te.

Rimase un attimo in silenzio.

È bello, disse alla fine. Ringrazia Martina. Sono contenta.

Andrea annuì. Sorseggiò il tè, poi guardò il terrazzo, dove il ghiaccio ormai si stava ritirando.

Mamma? Lorso è pronto?

Ludovica rise.

Quasi. Devo ancora attaccare un orecchio e il naso.

Quanto ci metti ancora?

Dipende dalla fretta

Io non ho fretta, disse lui. E questa frase, più che una domanda su un orsetto, sembrava una dichiarazione.

Fuori aprile stava per arrivare. Silenzioso e vero, come arrivano tutte le cose buone.

Lorecchio lo attacco stasera, disse lei. Il naso domani. Mercoledì lo passi a prendere?

Va bene, rispose Andrea.

E stettero un po in silenzio. Così, tranquilli, nel tepore, tra odore di legno e vaniglia, col ticchettio dellorologio vecchio sulla parete.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

thirteen − 4 =

La Rivolta delle Mamme
Fuggire fino ai confini del mondo