La Figliastra

Figliastra

Quando io e Marina ci siamo conosciuti e innamorati, Chiara aveva appena sei anni. Cresciuta senza il padre, era così affamata di affetto che tra noi non ci sono mai stati problemi di adattamento. Vivevamo in perfetta armonia, fino a quando non è arrivata ladolescenza!

Tu non sei mio padre! ha gridato un giorno Chiara.

Come sarebbe a dire che non sono tuo padre? E chi, scusa, per tutti questi anni ha ascoltato i tuoi lamenti sui compagni di classe e ha preso le tue difese durante le riunioni scolastiche? Chi si è nascosto per darti lultima scatola di Baci Perugina quando eri triste? Chi ha condiviso con te il segreto di quella bambola rubata alla dispettosa Martina del palazzo accanto? E chi, sotto il buio della notte, si è intrufolato nel cortile con la bambola sotto la giacca per lasciarla tra i cespugli, come se fosse sempre stata lì? E poi, se ben ricordo, anni fa ci siamo accordati di essere sinceri, e se tu mi hai chiamato papà fin da piccola, perché ora improvvisamente non lo sono più?

Le parole di quella che ho sempre considerato mia figlia mi hanno trafitto il cuore, ma non potevo permettermi di mostrare dolore. Primo, per orgoglio maschile, e poi perché offendersi con Chiara non avrebbe risolto nulla, anzi. Peggiorerebbe solo tutto.

Obiezione accolta, ho risposto, facendo il saluto militare per dare enfasi. Allora discutiamo delle nostre nuove relazioni? Diritti e doveri di un non padre e una non figlia, diciamo.

Anche se dentro stavo male, sentivo che era la cosa giusta. Dovevo concederle libertà di scelta, ma entro i limiti che lei stessa fissava. Eppure, anche qui Chiara è riuscita a sorprendermi, brontolando soltanto: Non voglio! e sbattendo la porta in faccia. Non laveva mai fatto, neanche da piccola. Era sempre stata chiara sulle sue esigenze, e poi le decidevamo insieme. Se, facciamo un esempio, lanciarsi dal tetto del garage per vedere se si vola non era fattibile, glielo spiegavo con calma, mostrando anche qualche foto sui danni, trovata su internet. E quando in prima elementare decise di sposare Luca Moretti e andare a vivere da lui, accettai subito. Dissi che, appena la legge glielo avesse permesso, avrei personalmente portato i suoi vestiti da Luca. Ovviamente, dopo un mese aveva già cambiato idea.

Insomma, abbiamo sempre affrontato ogni questione in modo logico. Ora, invece, soltanto non voglio e non sei mio padre. Una volta Chiara sapeva anche motivare il perché non voleva una cosa.

Non mi piace la pappa!
Perché?
Cè poca Nutella ed è troppo liquida.

Ecco, risposta ragionevole! Niente da dire, quindi si prepara una cosa diversa o, alla fine, si cede e le si dà la merendina che tanto desidera, convinti dalla pubblicità che ci sia abbastanza latte anche lì.

Mi sono fermato davanti alla porta, guardando le venature del legno, aspettando una risposta che non arrivava. Alla fine ho scosso la testa. Vedremo cosa succederà.

Marina, invece, prendeva tutto con filosofia. Sosteneva che anche lei, da giovane, aveva fatto impazzire suo padre e che questetà sarebbe passata. Diceva persino che, quando gli ormoni smetteranno di fare la samba nella testa dei ragazzi, tutto torna alla normalità. Solo che il tempo di ritorno dal paese di non voglio e non sei mio padre è diverso per tutti. A dire il vero, iniziavo a sentire davvero la mancanza di Chiara. Non avevo più compagnia per vedere la domenica sera lo sport in TV o ridere dei capelli di Paola, lamica di Marina, che li cambiava più spesso del meteo.

Dopo un po, Chiara ha iniziato ogni tanto a uscire dal suo guscio, ma in generale era diventata ancora più aggressiva e avvicinarsi significava rischiare. Solo lei conosceva il calendario e le ragioni di queste “aperture”. Quando però si comportava come una volta, tornavo a sentirmi felice come un bambino.

Ragazze, che ne dite se nel weekend andiamo fuori città? ho proposto un giorno. Il meteo promette bene, portiamo le canne da pesca e la tenda.
Dai, Chiara, che ne dici? si è entusiasmata anche Marina.
Non vengo da nessuna parte! Andatevene da soli, voi con le vostre canne, pescatori del cavolo! poi si è sentito lo sbattere della porta e sono rimasto di stucco. Un minuto prima sprizzava gioia; improvvisamente la furia.

Forse si è stancata anche della pesca, ho commentato sconsolato.

Poi, una sera, Chiara non è tornata a casa dopo scuola e il telefono era spento. Abbiamo chiamato tutte le sue amiche e, non riuscendo a stare fermo, sono partito a cercarla. Prima ho raggiunto Matteo, che era stato suo amico fino a poco prima.

Non so dove sia, ha borbottato Matteo.
Nemmeno uno straccio di idea?
Dopo che mi ha detto che sono noioso, parliamo poco o nulla.
E sai, mi ha chiamato non papà, ma io mi interesso ancora a cosa fa, per vecchia amicizia, se capisci che intendo.
Stavo andando via per le scale quando mi richiamò:
Aspetta, forse è con Nico.
Chi è Nico?
Delaltra classe. Però non è proprio un bravo ragazzo, magari quello che vedrai non ti piacerà.
Tanto meglio! Andiamo, mostrami dove si trova questo Nico.
Io lì non ci metto piede.
A volte, le persone hanno bisogno daiuto, anche quando non lo capiscono. Ho sempre pensato che tu fossi uno tosto, che non si piega davanti a due parole.
Va bene, ha sospirato e mi ha seguito.

Arriviamo davanti a una serie di box auto. Si sentiva la musica anche da fuori.
Se hai paura, resta pure in macchina, ho detto a Matteo.
Non ho paura di nulla.

Davanti a un box cerano dei ragazzi e una ragazza. Di Chiara, però, nessuna traccia.

Sto cercando Chiara, è qui con voi? ho urlato per superare il volume assordante della musica.
E questo, fa parte della squadra di salvataggio? ha scherzato uno di loro.
Dalla porta spalancata è apparsa Chiara.

Che ci fai qui? ha quasi urlato.

Sono venuto per te.
Torno a casa da sola!
Eh, magari, ma è tardi e non ho voglia di venirti a prendere poi dalla polizia. Su, il taxi è pronto, principessa.

Chiara ha sbuffato, ma è salita in macchina, lanciando una frecciata a Matteo:
Traditore!
Da quel momento, ha iniziato a sparire sempre più spesso. Io con la pazienza di un mulo, la recuperavo ogni sera da quei garage, tra le battute dei suoi amici che mi prendevano in giro chiamandomi il suo autista personale. Finché una sera ha rifiutato.

Che vuoi da me? gridava. Lasciami stare, ormai sono grande! Esco quando voglio, rientro quando mi pare!
Allora presentalo in Parlamento, le ho detto. Vedi, nella Costituzione della Repubblica Italiana i minorenni hanno diritti e doveri ben scritti!
Vai a quel paese! Chiara si è girata fingendo la fine della conversazione.
Sai che non vado da nessuna parte senza di te, neppure dove mi hai mandato.
Avrei preferito che non avessi mai conosciuto mia madre, sarebbe stato meglio senza di te! ha detto, ma sedendosi comunque in macchina.
Colpo basso, lungo la strada verso casa avevo gli occhi umidi. Avevo persino pensato che forse era arrivato il momento di lasciarla in pace davvero. Chi sono io, dopotutto? Solo il marito di sua madre. Ma non riuscivo ad arrendermi: non potevo lasciarla sola tra le trappole della vita. E se cadesse e non ci fosse nessuno ad aiutarla? Che urlasse, mi offendesse, dicesse quello che voleva, io non avrei mollato.

Poco dopo, Chiara e la banda hanno cambiato zona. Il garage non cera più e io non avevo più idee su dove andarla a cercare. Matteo, dopo aver insistito un po’, mi ha dato altri indirizzi possibili, ma niente da fare.

Lei tornava a casa quando le pareva, talvolta anche nel cuore della notte. Io e Marina non dormivamo fino a che non sentivamo il rumore della porta dingresso. Fingevamo che fosse tutto normale, senza voler sprofondare nella disperazione.

Una notte insonne, il telefono ha squillato. Con le mani che tremavano ho risposto.

Signor Riccardi, la voce era quella di Matteo, mi ha chiamato Chiara. È in un appartamento da qualche parte in via Garibaldi e non riesce ad andarsene.

Ha detto che numero?
Lha solo descritto, ma credo di saperlo trovare.
Vieni con me.

Ho guardato Marina: le tremavano le labbra. Aveva sentito tutto.
Non preoccuparti, risolvo io! Resta qui, per favore, casomai tornassimo tardi. Preparami delle crespelle, lappetito massale a notte fonda! Mi raccomando, non lasciarmi morire di fame! Ora vado. Confido nella tua saggezza, lho baciata sul naso, sentendo il gusto salato delle sue lacrime.

Sono passato a prendere Matteo e abbiamo sfrecciato nel cuore della notte per Torino, spesso oltrepassando i limiti. Nei quartieri residenziali poca gente, ma in centro, anche di notte, cera movimento e i taxi ostacolavano il traffico. Ho bestemmiato quando per poco non investivo due che bevevano Moretti in mezzo alla strada; non solo, mi hanno preso a calci la macchina e tirato una bottiglia, per fortuna senza centrare il bersaglio.

Arrivati vicino al palazzo, ho detto a Matteo:
Resta qui, così la macchina non sparisce, sai mai con questa luna piena e la fauna urbana di oggi.
Matteo voleva obiettare, ma sono stato fermo. Non mi servivano altre preoccupazioni.

Prima di entrare ho guardato tutte le finestre. Da alcune arrivava musica, in altre si intravedevano ombre di gente che fumava sul balcone. Nulla di losco, ma mentalmente ho segnato le porte.

Quando sono riuscito a entrare, dopo aver approfittato delluscita di un signore, ho girato per i primi due piani invano. O non rispondeva nessuno, o mi mandavano a quel paese. Al terzo, invece, ho trovato una nonnina insonne e chiacchierona quanto un assetato nel deserto.

Di appartamenti strani qui ce ne sono almeno tre! sentenzia la vecchietta, dopo aver ascoltato la storia. E in tutti vivono dei drogati!
Addirittura?
Li ho visti io stessa, tra siringhe e canne!

Anche se esagerava, meglio fidare: linformazione non prometteva nulla di buono.

Grazie mille! le rispondo, prendendomi i numeri degli appartamenti sospetti.

Nel primo ci viveva solo un tipo che faceva colazione con grappa a quellora, una giovane sfatta dalla vita e un cane di razza incredibilmente intelligente. Il secondo era vuoto, nessun rumore, dopo diversi tentativi al campanello ho mollato.

Salendo ancora, ho sentito il cuore battere forte dalla tensione. Proprio sulla soglia, si è aperta la porta: esce una ragazza. Per un attimo ho pensato a Chiara, tanto erano simili, ma gli occhi erano vuoti, come quelli di una bambola: mi ha fatto venire i brividi. Sono praticamente saltato dentro, temendo di trovare la mia piccola nello stesso stato.

Chiara! ho gridato appena entrato, cercando a tentoni in quelle stanze piene di gente, inciampando su piedi e bottiglie vuote. Tra la confusione ho sentito la sua voce:
Papà! Papà! urlava. Venne dalla porta chiusa del bagno. Ho girato la maniglia, tirando forte.

Papà! ha singhiozzato Chiara e mi è saltata addosso, tremante, nascosta lì dentro da sola, in preda alla paura.

Mentre uscivamo, la polizia stava già salendo le scale: la signora aveva chiamato il commissariato e la pattuglia era arrivata subito.
È davvero sua figlia? La tenevano qui contro la sua volontà?
Sì. Anche se sono solo il patrigno, specifico.
Lui è il mio papà! ha detto Chiara, forte e chiaro.

A casa, mangiavamo crespelle con panna acida, forse un po troppo salate sicuramente la ricetta di Marina prevedeva anche qualche lacrima ma buonissime. Io facevo la mia predica a una figlia finalmente non più ribelle, spiegandole che persino se mi volesse cacciare dalla sua vita con la scopa, non andrei mai via. Le ho detto che amo entrambe, e che senza di loro la mia vita non avrebbe senso. Ho parlato anche della difficoltà della vita, che essere felici è come stare in equilibrio come un giocoliere, e che ci vuole coraggio a rialzarsi dopo le cadute. Chiara e Marina, intanto, mi guardavano sorridendo, col mento appoggiato su una mano, e in quel momento erano la cosa più preziosa che io potessi desiderare. Le mie ragazze. Le mie.

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