L’ingresso trionfale di Margherita Petronilla

Il debutto di Margherita Petroni

Maria! Questa non è una zuppa mista! Sembra piuttosto una caponata impazzita! Cara, sei unavvocatessa eccellente, perché non ti concentri sul tuo lavoro? Lascia la cucina a chi, diciamo, non è così brillante di mente!

Margherita, ma io non sono neanche una donna vera! quasi sul punto di piangere dalla frustrazione, rispose Mariangela.

Perché mai nemmeno i piatti più semplici le riuscivano? A provare qualcosa di elaborato non ci pensava neppure, non avrebbe mai osato. Da sempre era stabilito in casa loro: Veronica la regina della casa, Mariangela la sapiente e Stefania lo spirito libero, quella che poteva convincere tutti a fare come voleva. Per questo, solitamente, quando la famiglia si ritrovava, era Veronica a cucinare, mentre Maria e Stefania si occupavano del resto: pulizia, spese, organizzazione dei giochi per i bambini. Questultima incombenza era sempre sulle spalle di Stefania. Solo lei riusciva a canalizzare la cosiddetta banda Petroni, in modo che la casa di Veronica, luogo eletto dei raduni familiari, e il suo giardino, dopo ogni riunione, restassero in condizioni accettabili senza bisogno di ristrutturazioni o di nuove stanze. I bambini dai Petroni erano viziati, ma leducazione era severa almeno, così si pensava. Però, i risultati non erano dei più evidenti.

Tutti e sette i nipoti di Margherita Petroni, che lei amava alla follia, assomigliavano a Stefania, la zia minore, anche se ormai era madre di due di quei piccoli che sfrecciavano nel prato simulando gli indiani o qualche popolo esotico. Lei, seduta sui gradini, selezionava le prugne che Margherita avrebbe trasformato in una nuova dose di composta, e meditava di buttarsi nella mischia. Solo gli sguardi severi di Veronica la trattenevano, mentre questultima, tagliando furiosamente i pomodori per linsalata, borbottava chiaro e tondo:

Non sembri nemmeno una donna! Stefania, quando metterai la testa a posto? Maria invece ha già la sua serietà. Io, tutto sommato, pure. E tu? Saltelli come una lepre senza fine! Corri sul tuo motorino e racconti a tutti quanto è bella la vita! Ma i figli crescono! Come ti vedranno? Ora piccoli, poi si vergogneranno?

Veronica, non esagerare! Mariangela, guardando dubbiosa la pentola con la zuppa alla quale aveva dedicato lintera mattinata, rimise risoluta il coperchio. Anche lei ha motivo di essere fiera. Chi può, a parte lei, smontare e rimontare un motorino? Tu? Io no! Non so nemmeno cucinare questa zuppa densa Nessun motivo di essere orgogliosa di me?

Ma certo che ne abbiamo motivo! Tu magari non cucini, ma in tribunale sai fare tutto!

Ecco!

Ognuno il suo mestiere, insomma.

Parole sante! Margherita Petroni, che aveva perso la parte iniziale della conversazione, uscì sulla veranda e le donne si zittirono, i bambini si fermarono, incantati dallo spettacolo della nonna che si presentava in tutto il suo splendore.

Ma dai! i gemelli di Stefania fischiarono allunisono, tanto che Margherita sobbalzò.

Effetto raggiunto!

Girò lentamente su sé stessa, permettendo alla famiglia di ammirare il nuovo vestito e le décolleté dal tacco sottile, tirate fuori solo per occasioni importanti. E oggi lo era.

Allora, ragazze, che ne dite? Posso presentarmi così, in questa versione da signora in età da Balzac, a un appuntamento con un uomo che non vedo da quarantanni?

Margherita, sei magnifica! Lo conquisterai!

Non esagerate! replicò la Petroni con portamento regale, camminando avanti e indietro. Cosa me ne faccio dopo di un uomo tramortito? Voglio capire perché mi cerca dopo tutti questi anni. Che vuole?

Nonna, magari ti cerca come donna! la primogenita di Veronica, la quindicenne Anastasia, si accomodò accanto a Stefania sgranocchiando mezza prugna. Eh?

La risata generale fu talmente fragorosa che i gatti sdraiati sul parapetto della veranda scapparono e il minuscolo Yorkshire adottato da Veronica, sbarrò gli occhi in preda al panico.

Anastasia, mi farai morire dal ridere! Veronica si asciugò le lacrime andando in casa a prendere uno straccio, mentre Mariangela accarezzava il piccolo cane impaurito.

Margherita, cosè successo tra voi? chiese Mariangela, zittendo la folla di bambini che, intuendo il passaggio a discorsi adulti, sgattaiolarono via dal giardino.

Oh Maria mia! Fu una storia!

Una storia damore, lo disse con tale enfasi e nostalgia, che Anastasia, già pronta a scappare dietro ai più piccoli, si sedette di nuovo, sospirando rumorosamente, mentre Stefania si piegava in due dal ridere.

Anastasia, su certe cose hai tempo!

E quando arriva il momento? Quanti anni avevi, Margherita?

Sedici! Margherita incontrò lo sguardo sorpreso di Veronica. Sì, ero giovane, ingenua e pure un po sciocca! Ma la tua Anastasia è sveglia, non le succederà nulla di male. Però deve sapere come vanno certe cose e che gli uomini, talvolta, sono insidiosi!

Dai Margherita, racconta! incalzò Stefania, smaltito il riso. Tanto ormai resterà qui ad ascoltare, tanto vale trarne beneficio.

Anastasia si sistemò comoda, guardando la nonna con occhi verdi come quelli di Margherita, cosa nota a tutti i Petroni nonostante il legame non fosse di sangue: lo stesso era per Veronica, Maria e Stefania, divenute figlie di cuore per quella che, molte stagioni addietro, aveva preso il posto di una madre.

Margherita Petroni era infatti apparsa nella loro vita poco dopo la scomparsa della loro mamma. Il padre, sopraffatto dal dolore, non sapeva più come andare avanti: il mondo era crollato con la perdita brusca e assurda della moglie. Veronica, che aveva solo otto anni, aveva cominciato a prendersi cura delle sorelle: ad ogni domanda il padre rispondeva Chiedi alla mamma lei avrebbe saputo cosa fare, il che terrorizzava la bambina. Così, Veronica aveva smesso di chiedere, diventando autonoma per forza.

Fare con Maria, che a cinque anni era più giudiziosa, era un conto; Stefania, due anni appena, era ingestibile, sempre nei guai. La nonna, arrivata in aiuto, dopo poco si arrese:

Mi dispiace, genero, ma non ce la faccio. Letà, gli acciacchi… Questi bambini sono troppo vivaci per me. Torno al mio paese, semmai posso portare con me Veronica. Con le piccole ci pensi tu.

Veronica ascoltava piena di paura. Anche Stefania, che armeggiava una vite da mettere nella presa elettrica, si gettò in lacrime tra le sue braccia, consapevole che stava per perdere tutto: casa, famiglia, infanzia.

Non piangere! Io non vado con lei! Mi nascondo! Tanto non mi trova!

Stoicamente, la nonna non la cercò nemmeno. Il padre, bofonchiando, abbandonò la decisione e dopo poco la nonna se ne tornò via sicura di aver fatto la sua parte.

Qualche mese dopo, entrò in scena Margherita. Stefania era malata e Veronica, disperata, andò a bussare allo studio del padre chiuso lì dentro a lavorare.

Papà, è urgente! Stefania muore! gridò la bambina, e non si sa se per effetto di quelle parole, o perché sentì la disperazione nella sua voce, il padre reagì, chiamò la dottoressa.

Sul campanello si palesò Margherita Petroni, pediatra sostituta, già arrabbiata per le inefficienze del quartiere. Ma informandosi dalle pettegole del portone, capì subito la situazione. In due mosse chiare, chiamò lambulanza, andò in ospedale insieme al padre e sistemò le cose, rimproverando luomo con una forza tale che lui, balbettando le scuse, si lasciò finalmente scuotere dalla realtà.

Dopo, Veronica sentì per la prima volta da mesi che non doveva più essere grande. Ispirò di sollievo e, quando poco dopo scoprì che sarebbero arrivate delle figure femminili in casa, si sentì sollevata.

Le sorelle accettarono Margherita in modi diversi. Veronica era sollevata, ammirava quella donna energica che in poco tempo aveva rimesso in sesto la loro vita. Dopo che Margherita, schierate davanti a sé le tre sorelle, aveva detto: Io non voglio prendere il posto di vostra madre. La vostra mamma resta sempre lei, chiamatemi semplicemente Margherita, il rapporto si stabilizzò.

Maria, invece, che aveva il legame più profondo con la mamma, si oppose; non ascoltava ragioni. Si isolava, a tratti piangeva in solitudine. Veronica, tentando mediazioni, un giorno perse la pazienza:

Maria! Sei egoista! Mamma non cè più! Anchio la vorrei! Ma io non voglio fare da madre a voi due. Non posso!

Margherita le trovò così: tutte e tre che piangevano, una isolata nellangolo, unaltra inghiottita da singhiozzi, Strombatte, tirandole a sé, le coccolò, abbracciandole a lungo.

Non piangete, mie piccole. La mamma non cè più davvero, ma io ci sono! Sarò vostra amica, vi proteggerò. Va bene così?

Per la prima volta piansero insieme, sfogando dolore e, piano piano, accogliendo quella figura dal cuore enorme.

Col tempo, Margherita divenne davvero madre in tutto, anche senza il titolo. Non ebbe figli suoi, dopo unoperazione che le aveva tolto la speranza, ma per le sorelle Petroni fu madre di fatto.

Il padre delle ragazze se ne andò dal mondo solo un anno dopo. Margherita seppe la notizia e volò a scuola per prendere le ragazze. Non spiegò niente fino a casa, poi le mise davanti a sé:

Ragazze… Papà non cè più. Ma voi non siete sole! Ci sono io e non vi lascerò mai!

Da allora mantenne la parola. Con le pratiche dadozione già avviate, la burocrazia non fu insormontabile. Si licenziò dalla struttura pubblica e trovò posto in due cliniche private: finalmente i soldi bastavano. E i suoi passerotti, come li chiamava, crescevano con carattere, energia, idee spesso fuori dagli schemi. Margherita sosteneva ogni progetto.

Vuoi fare lattrice? Vediamo! e due giorni dopo Maria era in teatro per un provino. Dopo due anni, cambiò idea. Margherita, tra sé, tirò un sospiro di sollievo.

Stefania, se proprio vuoi rischiare la pelle, almeno fallo in sicurezza!

Così comprò casco e ogni tipo di protezione, vendendo persino la vecchia casa di famiglia per regalare alla figlia ribelle un motorino decente e, più avanti, una piccola officina. Ai dubbi delle amiche rispondeva: Che male cè? Un lavoro onesto! I figli felici valgono più di qualche standard.

Veronica era la più matura. Margherita la stringeva forte nei momenti difficili, le sussurrava: Respira, piccola! Ci sono io.

La vita scorreva placida fino a tre giorni fa. Una telefonata dal passato: una voce dimenticata che pronunciò il suo nome e la tazza di tè si ruppe a terra. Chiese subito il supporto morale di Veronica, che corse da lei, seguita da Stefania in moto.

Margherita, tutto ok?

Credo di essere impazzita!

Oh be, lo sospettavamo!

Risate, dispetti e una richiesta: Posso andare a un appuntamento? Il caos che ne seguì diventò leggenda familiare: i nipoti, costumi, trucco, pettinature bizzarre e quel mix di affetto e pazzia solo di famiglia.

Quando finalmente arrivò luomo, il giardino si riempì di risate: la bellezza di Margherita era stata abbondantemente potenziata con pennarelli indelebili dai piccoli artisti di casa; la pettinatura ardita improvvisata pareva unopera darte contemporanea. Ma lui, colpito, rise di gusto e rispose come uno di famiglia. Tutti, ridendo e scherzando, capirono che la vera forza della loro storia era lo stare insieme.

E mentre Margherita, con il cuore che le batteva forte, sedeva finalmente accanto alluomo della sua gioventù, Veronica le porse la tazza di caffè e, stringendole una spalla, le sussurrò:

Non avere paura di nulla! Siamo qui, sempre! Vai avanti! Coraggio, mamma!

Unaltra pagina della nostra famiglia era appena stata scritta. E davanti, ancora tanto, tantissimo da vivere.

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L’ingresso trionfale di Margherita Petronilla
Non avrei mai pensato che cinque minuti di attesa potessero cambiarmi la vita. E invece è andata proprio così. Tutto è iniziato tre anni fa. La vidi per la prima volta alla fermata: un’anziana signora con il bastone, che arrancava più in fretta che poteva, agitando il braccio come se da quello dipendesse il mondo. Mi fermai. Certo che mi fermai. — Grazie, ragazzo mio — disse ansimando, aggrappandosi al corrimano. — Queste ossa non sono più quelle di una volta. — Si sieda con calma — risposi. Da quel giorno diventò una passeggera abituale. Ogni martedì e venerdì saliva sul mio autobus — per andare in ospedale o visitare la sorella. Il problema era sempre lo stesso: arrivava proprio quando stavo per partire. La seconda volta che la vidi arrivare nello specchietto, il collega accanto a me disse: — Partiamo, siamo in ritardo. Ma io guardai ancora. Arrivava col suo cappotto verde e la borsa appesa al braccio. — Aspettiamo — dissi. — Ti metteranno una nota… — Pazienza. Salì, mi sorrise con quegli occhi chiari e sussurrò: — Sei un angelo. Così diventò un’abitudine. Ogni martedì e venerdì mi fermavo e, se non era già lì, la aspettavo. Trenta secondi. Un minuto. Due. Quanto serviva. Nessuno si lamentava. Ormai tutti l’avevano presa in simpatia. Qualcuno addirittura si sporgeva dal finestrino: — Sta arrivando! Col tempo iniziò a portarmi dei biscotti fatti in casa. — Li ha preparati mia nipote — diceva, anche se non ci credevo del tutto. Un venerdì di luglio non si presentò. Né il martedì dopo. Passò una settimana, poi un’altra. Io mi fermavo ancora e guardavo l’angolo, ma niente. — Sarà malata — disse una signora che viaggiava spesso. — È anziana… Tre settimane dopo la vidi di nuovo. Camminava più lentamente, stavolta con un girello. Scesi e le andai incontro. — Come sta? Le si riempirono gli occhi di lacrime. — Sono stata in ospedale. Ma ho detto a mia figlia che dovevo prendere ancora una volta il tuo autobus. L’aiutai a salire. Tutto l’autobus si mise ad applaudire. Martedì scorso è stato il mio ultimo giorno su quella linea. Dopo trent’anni di servizio sono andato in pensione. Alla solita fermata, però, non era sola: c’erano decine di persone — passeggeri di vecchia data, vicini, persino il fruttivendolo all’angolo. Reggevano un cartello: “Grazie. Ci hai insegnato che la gentilezza non arriva mai in ritardo.” Sono sceso, senza capire. Lei si è fatta avanti, appoggiata alla nipote, e mi ha abbracciato. — Mi hai aspettata così tante volte — ha detto — che oggi aspettiamo noi te. C’è stato un discorso, una targa. Hanno detto che da oggi la fermata porterà il mio nome — “la fermata di chi sa aspettare”. Avevo la voce tremante. — Io… io l’ho solo aspettata. Non ho fatto niente di speciale. Qualcuno dietro ha gridato: — Altroché! In questa città tutti corrono, nessuno aspetta! E sono ripartiti gli applausi. Quella sera, tornando a casa e raccontando tutto a mia moglie, lei mi ha detto: — È per questo che ti amo. In un mondo che va sempre di corsa, tu hai sempre saputo quando fermarti. Ho messo la targa accanto alle foto dei nostri figli. Ma ciò che conservo nel cuore è altro: il suo sorriso, ogni volta che saliva, e quel suo “grazie, ragazzo mio”. Dicono che abbia fatto qualcosa di speciale. Io ho solo aspettato. A volte penso che sia questa la cosa più straordinaria che possiamo fare: saper aspettare chi abbiamo davanti, anche quando il mondo ci dice di andare avanti.