Ti rendi conto che arrivano tra due ore e ancora il fornello non funziona? Giulia stava davanti ai fuochi, il mestolo stretto in mano così tanto che le nocche erano bianche.
Funziona, basta girare la manopola fino in fondo, rispose Stefano dal salotto, il tono distaccato di chi vuole finire una discussione senza davvero iniziarla.
La sto girando da dieci minuti, Stefano. Dieci minuti.
Giulia, non ora.
E quando? Quando Marta arriverà e dirà che in casa sentiamo odore di gas?
Silenzio. Poi un cigolio dal divano, passi lenti e Stefano apparve sulla soglia della cucina. Portava ancora il vecchio maglione con le maniche slabbrate e i pantaloni della tuta. Guardava la moglie come si guarda il cielo nuvoloso, consapevoli che non si può cambiare ma nemmeno ignorare.
Marta non dirà nulla, disse, senza alcuna certezza.
Marta trova sempre qualcosa da dire. Giulia si voltò ai fornelli, provò ancora a girare la manopola e finalmente la fiamma azzurra si accese. Hai visto? Te l’avevo detto.
E va bene così.
Va bene. Rimase un attimo in silenzio, fissando il fuoco. Stefano, oggi potresti almeno una volta… magari se lei comincia con l’insalata o con le stoviglie…
Giulia.
Chiedo solo.
Non comincerà.
Giulia non rispose. Prese la pentola, la posò sul fornello e solo dal leggero rumore in più con cui la sistemò si capiva che per lei la conversazione era finita. Ma non perché fosse d’accordo: perché sapeva che insistere era inutile.
Aveva quarantatré anni e stava con Stefano da ventuno. In tutto quel tempo aveva imparato a memoria tutte le sue pause, i silenzi, i modi di evitare una risposta. Marta non comincerà significava: Lo spero tanto, ma se comincia probabilmente starò zitto, e tu lo sai.
Vivevano in un appartamento di due stanze a Via dei Cantieri, in una zona, detta da tutti Montealto, anche se di monte lì non cera quasi niente. Un tempo lì cerano i capannoni del Montealto Cementi, fabbrica chiusa da decenni, ma il nome era rimasto. I palazzi erano degli anni Ottanta, scale strette e ascensori che gemevano come se avessero freddo. Il cortile pulito: Giulia badava personalmente che fuori dal portone non ci fosse immondizia, qualche volta spazzava lei la neve quando il portiere non faceva in tempo.
La casa lavevano ricevuta dal padre di Stefano, Vittorio Romano. Glielaveva ceduta tre anni fa, quando andò a vivere con loro: ormai da solo non ce la faceva più. Fino ad allora, dopo la morte della moglie, aveva vissuto in quellappartamento senza compagnia. Uomo basso, secco, mani da muratore, polvere nel fondo delle rughe. Muratore per tutta la vita: da manovale, poi caposquadra, poi impresario, infine una piccola impresa tutta sua. Costruiva villette, garage, qualche portico. Aveva guadagnato, abbastanza per uno della sua generazione partito da niente.
Vittorio aveva due figli: Stefano e Marta. Marta, otto anni più grande, aveva trovato uno splendido matrimonio con Luca, che commerciava materiali edili. Aveva fatto fortuna: vivevano dallaltra parte della città, in un quartiere nuovo con vista sullArno, macchina di lusso, vacanze ogni estate allestero. Lo facevano sempre capire, mai direttamente, ma in modo da lasciare il segno.
Giulia lo sentiva ogni volta.
Ripassava mentalmente i piatti da servire: insalata russa, aringa al forno, pollo arrosto con patate, torta salata di cavolo, e il dolce. Tutto cucinato con le sue mani, alzandosi alle sei e mezza quando Stefano dormiva ancora. Le mani rosse per lacqua calda, una unghia sbeccata aprendosi la scatola dei piselli. La manicure? Tre settimane che mancava, non cera mai tempo. Non perché mancassero i soldi: insegnava pianoforte alla scuola media musicale, smontava solo alle sette, doveva poi spesa, cena, sistemare come sta Vittorio, dargli le medicine, cambiare le lenzuola.
Ora era steso nella minuscola stanza che avevano lasciato per lui; loro dormivano sul divano-letto in soggiorno. Mai detto nulla a voce alta: una persona anziana che ha bisogno va aiutata, punto.
Vittorio, da sei mesi, faticava di più: i polmoni, la tosse, il respiro sempre corto. Giulia lo accompagnava dai medici mai Stefano, che lavorava a turni in fabbrica; mai Marta, che qualche volta mandava euro per le medicine, raramente, una telefonata al mese e per lei era sufficiente. Così toccava a Giulia: permessi dal lavoro, orari cambiati, Vittorio seduto dietro la sua vecchia Fiat Panda, viaggio in silenzio, ogni tanto uno sguardo fuori, un commento: Questanno poca neve o Qua cera il mercato.
Giulia rispondeva, non per dovere. Le piaceva ascoltarlo.
Adesso taglia la carota per linsalata e intanto pensa che deve anche stirare la tovaglia: vecchia, di lino, ricamata ai bordi. Laveva fatta sua madre quandera giovane, ai tempi della DC e della lira. Tovaglia unica cosa portata dalla casa dei genitori, in un paesino a quattro ore da Firenze. La madre era viva, la chiamava la domenica, chiedeva come stavano. Giulia rispondeva Tutto bene, mai una parola in più.
Giulia, la voce arrivò dalla cameretta, flebile, roca.
Si asciugò le mani e corse.
Vittorio era disteso, coperto dal plaid scozzese. A settantadue anni, ormai sembrava che qualcosa lo tirasse piano verso il materasso. Volto grigio, occhi concentrati, pieni di vita: lo sguardo di chi ha visto tanto e raccontato poco.
Dimmi, Vittorio.
Mi porti un po dacqua? Ho la gola secca.
Subito. Calda?
Sì, per favore. Si fermò. Stasera vengono?
Sì. Marta e Luca. Per Capodanno.
Lui annuì, silenzioso. Giulia gli portò lacqua, lo aiutò a sedersi, sistemò un cuscino dietro la schiena.
Mangi qualcosa? Ho fatto brodo di pollo e tagliolini.
Più tardi. Ora non mi va.
Va bene. Lascio in cucina.
Giulia, le disse mentre lei stava già uscendo.
Sì?
La fissò un attimo in più. Lei non capì subito.
Niente, disse infine. Vai pure, che hai da fare.
Giulia tornò in cucina.
Il telefono squillò nellingresso. Stefano rispose. Giulia ascoltò come cambiava voce, quella nota più tesa, un po colpevole che riservava ai colloqui con la sorella.
Sì, Marta. Sì, è tutto pronto. Giulia ha cucinato tutto il giorno. Sì, vi aspettiamo. Certo.
Giulia stendeva la pasta per la torta e pensava che quella frase, è tutto pronto, sembrava detta da chi era stato lui davanti ai fornelli.
Non commentò.
Fuori era già buio. Il trentuno dicembre a Montealto era come ogni periferia: luci dagli appartamenti, pochi passanti con le buste della spesa, bambini tirati di corsa dai genitori. La neve della mattina si era fatta poltiglia scura sullasfalto.
Dal balcone Giulia vide entrare nel cortile un SUV scuro e lucido. Lo riconobbe subito.
Stefano, sono arrivati.
Stefano uscì dalla stanza, cambiato: indossava una camicia con il colletto, i capelli in ordine. Giulia lo guardò sentendosi, come sempre, più stanca che arrabbiata.
Vai ad aprire la porta, io lavo le mani, disse.
Si lavò, tolse il grembiule, si sistemò in fretta i capelli nello specchietto dellanticamera. Neri, già qualche filo bianco alle tempie. Non li tingeva, non per principio: mancava il tempo.
Un colpo di porta dal portone. Lascensore che cigola. E la voce di Marta, già da dietro la porta:
Mamma mia, cè sempre questa puzza. Luca, la senti?
Stefano aprì.
Marta, donna alta di cinquantuno anni, ben vestita e imponente, entrò con il solito modo di prendersi subito il centro della scena, senza essere scortese davvero, ma lasciando chiaro chi era la primadonna. Da sempre: figlia grande, riuscita, la solida della famiglia, e nemmeno se ne accorgeva che intorno gli altri si sentivano più piccoli.
Dietro Luca, due anni meno di Marta, fisico compatto, sorriso calmo da chi tiene tutto sotto controllo. Due borse pesanti tra le mani.
Stefano! Marta abbracciò il fratello, una pacca sulle spalle. Insomma, come state qui. Noi tutto ok. Pochissimo traffico.
Bene che siete arrivati, disse Stefano.
Marta entrò, vide Giulia.
Giulia. Mimò un bacio che le labbra non sfiorarono davvero nulla. Ti sei data da fare, eh? Si sente che hai cucinato?
Ho cucinato io, rispose Giulia piatta.
Abbiamo portato qualcosa, disse Marta indicando i sacchetti. Salmone vero, non quello in scatola. E formaggio buono, non quello industriale. Luca, metti in frigo.
Luca poggiò le borse in cucina senza chiedere. Giulia lo seguì, ma Marta la trattenne per un braccio.
Aspetta, volevo chiederti. Papà come sta?
Stabile. Oggi meglio.
Avevamo pensato, magari, di portarlo in una clinica privata. Luca sè informato. Dottori seri.
È già seguito. Andiamo al policlinico provinciale.
Al provinciale, disse Marta con voce che accartocciava la parola. Capisco.
Fece un giro delle stanze. Giulia la osservava dalla soglia.
Ancora con quella vecchia credenza? disse Marta, indicando il mobile in noce chiaro col servizio buono dietro al vetro.
Sì, ancora quella, disse Giulia.
Volevamo darvi la cassettiera, ricordi? Quella italiana. La cambiamo.
Sì, ricordiamo, disse Stefano uscendo. Grazie, Marta.
Dovevate prenderla subito. Marta scrollò una polvere immaginaria dalla pelliccia, la appese. Visone scuro, chiaro che era costosa. Tavola pronta?
Si spostarono in cucina.
Tavola apparecchiata: tovaglia di lino della mamma, piatti bianchi col bordo blu presi per lanniversario di matrimonio bicchieri, insalate nei piattini, tutto ordinatissimo.
Marta diede unocchiata al tavolo, poi alla sedia, poi ai piatti.
Carino, disse. Una parola che bastava a rendere tutto il suo giudizio.
Luca si sedette, mani sul tavolo. Stefano si sedette di fronte. Giulia andò al forno: il pollo era quasi pronto.
Giulia, lavori ancora in quella scuola? chiese Marta, versandosi lacqua.
Sì, sempre lì. Insegno.
Insegni? Pianoforte ancora?
Sì, sono insegnante. Classe di pianoforte.
Eh già, al giorno doggi gli insegnanti… Marta fece una pausa. Beh, meglio che niente.
Meglio di niente, certamente, rispose Giulia uguale.
Intendo: pagano poco. È una scuola pubblica, vero?
Sì, pubblica.
Noi avevamo visto per il nipote di Luca una privata: tuttaltra qualità. Diploma conservatorio, professori di altro livello.
Anche io ho il conservatorio, disse Giulia.
Pausa.
Ovvio, tagliò Marta. Non volevo dire altro.
Proprio quello intendeva.
Giulia tirò fuori dal forno il pollo dorato, odoroso di aglio e rosmarino. Sistemò larrosto a tavola, tolse la pellicola dalle insalate.
Oh, insalata russa, disse Marta. Classico.
Ti è sempre piaciuta, ricordò Stefano.
Da bambina. Marta prese il cucchiaio, frugò linsalata. Giulia, piselli freschi o in scatola?
In scatola.
Eh, noi adesso preferiamo solo quelli surgelati. Cambia tutto, credimi.
Qui basta e avanza quello che cè, mormorò Giulia.
Luca versò il vino, quello buono portato da loro. Anche a Giulia, per cortesia, ma meno degli altri.
Al nuovo anno, brindò Luca.
Tutti brindarono.
Marta assaggiò linsalata russa.
Non male, decretò. Solo troppo maionese. A casa nostra Elena usa yogurt greco. Unaltra cosa.
Chi è Elena? chiese Giulia.
La nostra collaboratrice. È pugliese, cucina benissimo. La paghiamo bene, certo che si impegna.
Giulia annuì. Più per abitudine che per interesse.
Dalla camera piccola si sentì tossire. La tosse di Vittorio. Marta si zittì un istante, poi ricominciò una storia con Luca.
Giulia si alzò.
Vado a vedere.
Trovò Vittorio seduto sul letto, la mano aggrappata alla testiera, il volto tirato.
Vuoi dellacqua?
Sì, grazie.
Gliela portò. Bevve a piccoli sorsi, la tosse pian piano si calmò.
Sono là loro? chiese lui.
Sì. Mangiando.
Lui la fissò. Quasi per dirle qualcosa. Ma la bocca si aprì, si richiuse.
Vuoi venire a tavola? Ti aiuto.
Più tardi. Che finiscano prima loro.
Va bene.
Giulia, la fermò di nuovo, questa volta più deciso. Tu sei una brava persona.
Lei sorrise. Non perché se lo aspettasse. Ma perché laveva detto semplicemente, come una verità.
Vieni a mangiare, Vittorio. Si fredda il pollo.
Tornò a tavola.
Come sta? domandò Stefano.
Meglio. Si è calmata la tosse.
Dovrebbe andare da uno bravo, commentò Marta. Non quei medici della mutua.
È seguito da uno specialista.
Che tipo di specialista?
Un oncologo.
Il silenzio cambiò qualità.
Oncologo? ripeté Marta, lentamente.
Sì, oncologo, rispose Giulia.
Avevi detto problemi ai polmoni.
Ho detto che ha problemi ai polmoni.
Marta guardò Stefano. Lui fissava il piatto.
Lo sapevi? chiese a Stefano.
Fanno le analisi, pronunciò lui senza alzare gli occhi.
Analisi. Cosa vuol dire, analisi?
Che i medici stanno facendo il loro lavoro. Non parliamone adesso. È festa.
Marta si appoggiò allo schienale, scrutò Giulia come se questa avesse appena svelato qualcosa di inaspettato e fosse indecisa su come rispondere.
Va bene, concluse infine. Festa sia.
Cambiarono argomento. Luca raccontava del SUV nuovo. Marta discorreva della casa appena ristrutturata fuori città. Giulia serviva da mangiare, liberava i piatti, portava il pane. Tutto con discrezione, come sempre quando loro venivano: fluida, mai dimpiccio tra una parola e laltra.
Stefano ascoltava, qualche frase corta ogni tanto. Soddisfatto per il clima tranquillo, senza tensioni, Marta di buon umore, Luca sorridente. Giulia pensava quanto fosse ignaro di quanto costasse quella tranquillità.
Giulia, tu avevi la suocera? chiese allimprovviso Marta.
Sì, è morta tanti anni fa.
Vi trovavate bene?
Sì, normale.
Mia madre parlava bene di te, disse Marta con quella nota come implicasse altro. Diceva che sei esecutiva.
Esecutiva. Un istante di esitazione lo trasformava in una mezza frecciata.
Cerco di impegnarmi, rispose Giulia.
Si vede, disse Marta, fissando la coppetta di aringa e barbabietola. Con la barbabietola?
Sì.
Non la mangio. Lo sai, vero?
Lo so.
Allora perché lhai messa?
Fa parte della ricetta vera. Senza barbabietola non ha senso.
Per me poco cambia. Non la mangerò. Marta spinse via la coppetta.
Va bene.
Non potevi farlo diversamente per me?
Giulia la guardò. Fissa, calma.
Non sapevo che ti dava fastidio. Lultima volta lhai mangiata.
Solo per non sembrare scortese.
Capisco.
Non offenderti. Solo tienilo a mente, per la prossima volta.
Lo terrò a mente, disse Giulia, e si occupò del pollo.
Stefano fissava il vino.
Il pesce è buono, notò Luca, inatteso. In gelatina?
Sì, fatto a mano.
Brava, disse. E Giulia fu quasi certa che per una volta lo pensava davvero.
Alle dieci Marta ordinò:
Portami altra insalata russa, Giulia. Anche Luca la vuole.
Niente per favore, nessun potresti. Solo portami.
Giulia portò il piatto.
Abbondante, ordinò Marta. E anche un cucchiaio pulito.
Giulia portò anche quello.
Il pane è quasi finito, notò Luca.
Giulia si alzò a prendere il pane.
Stefano non si alzò mai.
Alle dieci e mezzo, di nuovo la tosse dalla camera. Questa volta più secca, lunga. Giulia si alzò.
Ancora da lui? chiese Marta. Siamo a tavola.
Sta male.
Allora manda Stefano. È suo padre.
Stefano si mosse, indeciso.
Ci vado io, tagliò Giulia, decisa ma gentile.
Andò da Vittorio. Lo trovò seduto, pallido. Gli diede ancora acqua, una mano sulla spalla, attese che la tosse finisse.
Vorrei uscire, disse lui. Andare a tavola.
Subito. Le dò una mano.
Ci sono Marta e Luca?
Sì.
Ho capito. Si fermò. Dammi una mano, per favore.
Era leggero, consumato. Trovò un gilet caldo, bastone, e andarono.
Entrarono in cucina insieme.
Marta si alzò.
Papà. Si avvicinò, un abbraccio cauto. Come ti senti?
Normale, disse lui. Sedetevi, prego.
Lui si sistemò sulla sedia già pronta. Giulia gli servì da mangiare, versò il tè caldo.
Papà, dobbiamo parlare, cominciò Marta. Abbiamo trovato una clinica privata…
Ne parliamo dopo, Marta. Mangiamo.
Prese il pane. Le mani tremavano ma teneva saldo.
Papà, sei pallido, osservò Marta.
Sto male, Marta. E chi sta male ha la faccia pallida.
Per questo dicevo della clinica…
Ho sentito.
Breve pausa.
I marshmallow rosa, notò Luca indicando un piattino in fondo al tavolo.
Li ho presi, disse Giulia.
Rosa. Da piccolo li trovavo solo a Capodanno da mia nonna.
Nostalgia, sospirò Marta. Non credevo fossi sentimentale.
Ogni tanto.
Il clima si sciolse un poco. Vittorio mangiava piano, ma mangiava. Giulia lo guardava soddisfatta.
Marta prese linsalata, spinse via la coppetta con laringa, urtandola senza volere col gomito: la ciotola sbandò, rovesciata su tutta la tovaglia di lino ricamata.
Silenzio.
Ecco, commentò Marta. Senza scuse. Succede.
Niente di grave, provò Stefano.
Aspetta, disse Giulia.
Il tono era fermo. Fissava Marta.
Hai rovesciato il piatto che ho preparato.
È stato un caso, rispose Marta.
Un caso, va bene. Giulia rimase immobile. La tovaglia era di mia madre. Lino ricamato a mano. Mi prendo cura.
Giulia, che vuoi farci? Te lho detto, è stato un incidente.
Lho capito. Ti chiedo solo di scusarti.
Pausa.
Marta la guardò incredula.
Come?
Scusati, per favore.
Per cosa? Ho già spiegato che non volevo.
Hai rovinato una cosa a cui tengo. Te lo chiedo.
Giulia, intervenne Stefano.
Silenzio, Stefano.
Lui tacque.
Marta si irrigidì. Guardava Giulia come se le avessero tagliato la strada senza preavviso.
Sei seria?
Serissima.
Vuoi che mi scusi?
Lo chiedo. Non pretendo. Solo lo chiedo.
Per linsalata rovesciata.
Per aver sporcato con insalata una cosa cara. Sì.
Marta guardò Luca, che studiava silenzioso il bicchiere; guardò Stefano, perso altrove; guardò infine il padre.
Vittorio la fissava. Sereno. Solo aspettava.
Sai cosa, disse Marta, lentamente. Non sono abituata che mi si parli così…
Marta, sussurrò Vittorio.
Tutti si voltarono verso di lui.
Era seduto dritto, anche se stanco, la voce bassa ma netta tanto che nessuno fiatava.
Chiedile scusa, disse. Lo sta chiedendo con calma.
Una pausa.
Scusami, disse infine Marta, secco come infilare una moneta e non aspettarne resto.
Grazie, replicò Giulia. Prese un panno umido e cominciò a pulire.
Parlarono a vuoto qualche minuto.
Poi Luca versò altro vino, Marta prese il marshmallow rosa. La conversazione ripartì, ma ormai il clima era un altro. Qualcosa era cambiato; come se una pietra, una volta smossa, cambiasse tutto il giardino.
Giulia tolse la tovaglia, ne mise una semplice. Quella di lino non era salvabile, il rosso della barbabietola troppo intenso. La piegò, la mise da parte. La laverà con calma.
A proposito, fece Marta, avete pensato che farne dellappartamento? Questo qui.
Cosa intendi? chiese Stefano.
Quando… insomma, era di papà. Lha lasciato a voi, sì, però voleva che fosse tutto chiaro. Ricordi, eh? Le carte, il notaio. Meglio che tutto sia scritto.
Marta, la interruppe Luca.
No, parlo chiaro. Siamo in famiglia. Papà, sai che bisogna sistemare ora che si può. Notaio, atti. Ci sono pure quelle partecipazioni della ditta, e il conto bancario. Non sono dettagli.
Marta, ripeté Vittorio, un po più forte.
Lei si fermò.
Sento tutto, disse lui. E capisco cosa chiedi. Ecco perché volevo dirvi una cosa stasera.
Marta incrociò lo sguardo di Luca.
Proprio adesso?
Oggi è Capodanno. Siete tutti qui. E non voglio aspettare un momento giusto che non esiste. Cè solo questo.
Tacque un attimo. Le vecchie pendole in corridoio ticchettavano costante. Era un acquisto fortunato di Giulia, da restaurare.
Sono malato. Lo sapete. Giulia mi accompagna a ogni visita. Dallinizio.
Marta aprì bocca.
No, ascolta me. Parlo io, ora.
Lei la richiuse.
Sono più di un anno che sto male. Ho capito molto. Non sulla malattia. Sulle persone. Guardò Giulia. Lei mi ha portato ovunque. Con qualsiasi clima. Chiedeva permessi. Aspettava. Poi a casa: mi aiutava, mi cucinava, mi accudiva. Di notte, anche. Lavava, sistemava.
Papà, noi abbiamo sempre aiutato con i soldi, interruppe Marta.
Lo so. Grazie. Ma i soldi non portano la medicina a casa: una persona la porta. Questa persona. Guardò ancora Giulia. Non ha mai chiesto niente. Non una volta. Non ha mai detto e io cosa ci guadagno?. Ha fatto, e basta.
Nel silenzio si sentivano i primi botti lontani nel cortile.
Papà, a cosa vuoi arrivare? chiese Stefano, voce strana.
Vittorio cercò nel taschino del gilet. Lentamente estrasse una busta bianca. La posò in mezzo al tavolo.
Lì dentro ci sono le carte. Lho sistemato tre mesi fa dal notaio. Partecipazioni. Conto. Quello che possiedo. Ho lasciato tutto a Giulia.
Il silenzio era palpabile.
Cosa? sussurrò Marta, e la voce era sconvolta.
Hai sentito.
Papà, ti rendi conto?
Benissimo.
Siamo i tuoi figli. Io sono tua figlia. Stefano è tuo figlio.
So chi siete.
E lasci tutto a lei? A tua nuora? Una entrata in famiglia?
A chi cè stato. Lo disse piano, senza rabbia. Vi voglio bene. Lo sapete. Ma amore e giustizia, ogni tanto, non sono la stessa cosa.
Giustizia! Marta si alzò. Questo tu lo chiami giustizia?
Marta, siediti, sussurrò Luca.
No! fissava il padre Abbiamo sempre aiutato. Sempre mandato soldi. Sempre cercato cliniche.
Cercavi, sì. Ma non sei mai venuta a portarmi tu. Mai una notte qui quando stavo male. Mai una volta hai chiamato Giulia per sapere come stava, o se serviva aiuto. Mai.
Marta era in piedi, pallida.
Non è giusto, disse a voce bassa, da bambina.
Può essere. Ma ho fatto quello che sentivo giusto.
Luca si alzò, in silenzio, prese la giacca.
Luca, mormorò Stefano.
Ce ne andiamo, rispose Luca, senza guardare nessuno. Marta, prendi la tua roba.
Io non vengo! si infiammò lei.
Marta. Il tono era secco. Vieni.
Marta fissò il padre, poi Giulia, di nuovo il padre.
Te ne pentirai, disse. Non una minaccia, solo la sua verità.
Forse. Ma ora sono troppo vecchio e malato per fare ciò che ritengo sbagliato per paura del rimorso.
Marta indossò la pelliccia. Luca già in corridoio. Stefano seduto, di sasso.
Stefano, chiamò Marta.
Io… disse lui.
Stefano, vieni tu?
Stefano guardò la sorella, poi la moglie. Aveva il volto di chi deve scegliere tra due torti.
Io resto qui, Marta.
Marta se ne andò. Chiuse piano. Non sbattere la porta era peggio.
Lorologio segnava le undici e cinquantasette.
Stefano fissava la busta sul tavolo.
Giulia… iniziò.
Non ora.
Volevo solo…
Stefano, adesso no.
Si alzò, prese il flute di spumante, andò da Vittorio. Lui la fissava con quella calma di chi sente di aver fatto il suo dovere.
Cinque secondi, sussurrò lui.
Dalla TV giunsero le prime note dei rintocchi: uno, due, tre…
Giulia alzò il bicchiere.
Lui fece lo stesso. Mano tremante ma salda.
Buon anno, Giulia.
Buon anno, Vittorio.
Brindarono. Piano. Vetro contro vetro.
Fuori i fuochi esplosero, colorati, nervosi. Felici per altri.
Stefano sedeva muto.
Poi si alzò. Raccolse da terra un coccio del piatto rotto quello che Marta urtò alzandosi e che nessuno aveva visto subito. Lo fissò. Poi guardò Giulia.
Giulia, disse Mi perdoni?
Lei si voltò verso di lui, lo fissò a lungo, calma.
Raccogli i cocci, Stefano, disse. E mangia qualcosa. Cè ancora insalata.
Lui annuì. Andò piano a prendere la scopa.
Vittorio guardava fuori. Nel cielo nero di Montealto, tra vecchi palazzi e la neve sciolta, impazzavano luci: rosse, verdi, oro. Si spegnevano e tornavano, ogni volta una sembra lultima, e invece ne compare unaltra.
Giulia posò il bicchiere.
Si sedette accanto al suocero.
E rimasero lì, insieme, in silenzio, finché la festa negli altri appartamenti continuava, e per loro, finalmente, tutto pareva quieto.







