– Nonno! Nonno! Lapo è salito sullalbero e ora non riesce a scendere! Sandrino è rimasto lì, io sono corsa da te. Vai a prenderlo!
– Ma su che albero è salito?
– Non lo so!
– È incredibile, vi insegno ogni giorno, e ancora non sapete distinguere un pino da un tiglio!
– Nonno! Quali pini? Nel nostro frutteto non ci sono! E Lapo non ci sarebbe mai salito! Sono pieni di aghi!
– Eh già! Ci voleva almeno un po’ di buon senso! Carlo sorrise sotto i baffi. E dimmi, che fa tuo fratello lassù? Prova almeno a scendere?
– Piange!
– E allora non è un vero uomo!
– Nonno, dai! Sta tenendo Sandro sul ramo. Quello quasi cadeva! Si è spaventato e ora piange. Lapo gli fa compagnia, così non si vergogna!
– Va bene Andiamo a salvare questi tuoi fratelli! Prima li porto giù, poi gli faccio vedere io!
– Con la bacchetta?
– Anche! Funziona sempre. Se non sai arrampicarti, non ci provare! Sali con la testa, non con gli stinchi, così nessun vecchio deve venirti a recuperare con la scala.
– Nonno
– Eh?
– Però non punirlo, Lapo. Se vuoi punisci me.
– E perché mai?
– Boh la bambina abbassa gli occhi. Mi dispiace per loro sono maschi. E poi sono bambini! Cosa vuoi aspettarti?
– Sei proprio la mia nipotina! Carlo la solleva tra le braccia.
Alto, solido come un vecchio leccio, nonostante ripeta sempre che “la strada è più dietro che davanti”, Carlo è ancora forte. Come potrebbe andarsene, con tutta questa confusione? Lordine, nella famiglia e nel mondo, sembra sempre sfuggirgli di mano. Il figlio, lo aveva cresciuto da solo e tirato su “per bene”, ma ora dovè? Da anni scomparso, andato su al Nord a lavorare e, lunica notizia arrivata, è stato Lapo. Un giorno una donna sconosciuta ha portato il bambino da Carlo, gli ha consegnato una lettera rapida e confusa firmata dal figlio, una cartella di documenti, ed è sparita senza dire altro.
In quella lettera il figlio spiegava che Lapo, probabilmente, era suo figlio. Non poteva lasciarlo solo: la madre era sparita, senza lasciare tracce. E come fa uno che sta in giro per settimane a lavorare in montagna a crescere un bambino di tre anni? Così aveva deciso di mandarlo dove potessero prendersene cura.
Carlo lesse la lettera infuriato, dando più di un pugno sul vecchio tavolo massiccio.
Quel tavolo laveva fatto suo padre, un grande falegname. Carlo aveva imparato il mestiere dal babbo, e anche lui sapeva costruire mobili nuovi o restaurare vecchi tesori. Adorava fare tavoli, immaginando le famiglie che si sarebbero riunite attorno. Ricordava bene quando il padre gli diceva:
– Un buon tavolo, figliolo, è il cuore della casa e metà della felicità familiare. Deve servire per riunire tutti, non per restare vuoto. Ci si siede, ci si guarda negli occhi, e la vita sembra meno pesante. E se invece uno ha un peso sul cuore, non può nasconderlo a lungo: prima o poi dovrà alzare lo sguardo e parlar chiaro. Se in famiglia cè affetto, tutto si sistema. Anche il perdono trova il suo posto. Ma, se non cè non è famiglia. Solo gente sotto lo stesso tetto, niente di più.
Rileggendo la lettera del figlio, Carlo ricordava proprio queste parole. “Senza casa” Ecco cosera diventato il suo Davide. Eppure era così intelligente! Gli esercizi li risolveva in un attimo, studiava bene. La madre ne era orgogliosa. Sognava un futuro importante per lui, vicino a casa, ma Davide aveva scelto la sua strada.
– Mamma, costruirò strade. Ferroviarie! Sarò il primo dove poi passeranno i treni. E quando sfrecceranno tra i boschi e i campi, saprò che cè anche il mio contributo. Ti sembra poco?
– Bello, figliolo. Ma sarai lontano da noi, lontano da casa
– Mamma, non posso passare tutta la vita sotto la tua gonna, no? Non è giusto.
– Hai ragione Ma il cuore piange lo stesso. Perché così lontano?
Davide abbracciava la mamma, e sognava il giorno in cui il suo sogno si sarebbe avverato. Ce laveva fatta.
Finito l’università, aveva ricevuto la sua destinazione ed era partito. Carlo e la moglie, ancora giovani, decisero di provare ad avere un secondo figlio. Il primo era arrivato presto: si erano appena diplomati quando si sposarono. Non vedevano lora, erano inseparabili fin dai banchi di scuola. Carlo era andato in servizio militare già con la fede al dito.
Poi nacque Davide, lorgoglio della famiglia.
Ma la moglie iniziò ad avere problemi di salute. Lei desiderava tanto una bambina, ma non ci riusciva. Era triste, piangeva di nascosto. Carlo la accompagnava dai dottori, la consolava, ma non poteva darle ciò che più desiderava. Aveva anche proposto di adottare, ma la moglie era contraria.
– Ne voglio una mia, Carlo. Il cuore potrebbe non accettare una figlia non mia!
Con il tempo, la moglie divenne più serena e, quando Davide partì, timida, riaprì il discorso:
– Carlo, pensi che potremmo accogliere adesso una bambina senza famiglia?
– Tu non volevi
– Quello era tanto tempo fa! Ormai la casa è vuota Vado al lavoro e le gambe non mi reggono. Resto solo per vederti. Pensi che ce la diano una bambina?
– Perché no? Siamo brava gente.
Fu così che Giulia entrò nella loro vita, un anno dopo questa conversazione, senza che dovessero andare allorfanotrofio. La sua mamma, amica della moglie di Carlo, era rimasta vedova dopo un incidente e, poco dopo, morì. Non c’era nessun parente; Giulia, sei anni appena, rimase sola al mondo.
Carlo e la moglie non ci pensarono due volte. Fecero subito le carte e la adottarono. Davide, tornato dalle ferie, tirò la treccia della nuova sorellina:
– Ciao sorellina! Se qualcuno ti fa arrabbiare, chiamami subito, ok?
Lei annuì silenziosa.
– Mamma, va tutto bene con lei? la sera, chiese Davide in privato. È strana, non parla mai.
– Sente la mancanza della madre, piccolo mio. Sta vicina a me, si appoggia con la guancia alla mia spalla e sta in silenzio e a me si spezza il cuore, credimi.
Lamore dei Carlo bastò per scaldare il cuore di Giulia. Lei non chiamava “mamma” la moglie di Carlo, ma le voleva bene, era evidente. Lucia, la moglie di Carlo, rifiorì, trovando in sé nuove energie. Carlo si godeva, in silenzio, quella fortunata serenità, temendo che qualcosa potesse romperla.
Giulia crebbe, si sposò, e Carlo con Lucia divennero nonni. Prima arrivò la nipotina, poi il nipotino e Lucia era così presa da aiutarla, che in casa non si fermava mai.
Tutto filava liscio, fino allarrivo di Lapo.
Da allora, qualcosa si ruppe. Lucia non riuscì ad accettare il bambino.
– Non somiglia per niente a Davide. Né di faccia, né di carattere. I figli di Giulia sono proprio suoi: si vede subito, da come si muovono, da come si comportano. Ma Lapo, non è nostro!
La prima volta che Carlo sentì questa frase, rimase senza parole. Sua moglie?! Ma come? Nemmeno pensarlo!
– Non forzarmi, Carlo. Se non sento niente verso quel bambino, non posso obbligarmi Non si può costringere il cuore, ci hai mai pensato? Per quanto mi sforzi non ci riesco! Non sento che sia mio!
– Ma Giulia lhai accolta rispose solo Carlo, poi stette zitto per una settimana.
Fu la loro prima vera rottura. Soffrivano entrambi, ma non potevano farci nulla. Lucia sentiva di avere ragione: laffetto non si comanda. Faceva del suo meglio: seguiva il bimbo, lo accompagnava allasilo, cucinava quello che gli piaceva, lo coccolava se si faceva male. Ma gli altri i nipoti di Giulia se li stringeva al petto e sentiva il cuore battere forte. Lapo no. Lucia non si capiva. Il bambino era abbandonato, fragile, eppure non riusciva a volergli bene come avrebbe dovuto.
Carlo si rese conto che, in fondo, conosceva poco la donna con cui aveva vissuto una vita. Aveva sempre creduto che Lucia fosse una donna dal cuore grande, ma ora Dubitava che Lapo fosse figlio di Davide? Pazienza! Ma è pur sempre un bambino impaurito, perso, senza nessuno.
La scintilla finale arrivò prima che se lo aspettassero. Un giorno i bambini litigarono, e Lapo difese Sandro contro il cugino. Lucia arrivò subito al pianto della nipotina.
– Tu! gridò, alzando il canovaccio.
Lapo, stupito, la guardò. Perché?
Lucia lo afferrò per il braccio:
– Vai in castigo! Pensa a come ti sei comportato! Non si fanno piangere le bambine!
– Non è vero!
– Non voglio sentire scuse! Sofia piange e tu insisti? In castigo! Ho detto!
Carlo, tornando dal lavoro, trovò una scena insolita: Sofia e Lapo seduti insieme in castigo, lui con la faccia tra le ginocchia, lei che raccontava storie per consolarlo. Lucia sbatteva i piatti in cucina, Sandro vagava sconsolato per casa: “Basta! Anche io voglio stare con voi!”
– No! rispondeva Sofia, decisa Siamo arrabbiati con te!
Per la prima volta, il tavolo familiare non servì a placare le tensioni.
– Cosè successo? chiese Carlo, posando il cucchiaio.
– Nulla, Carlo. Mangia. I bambini li ho già puniti, ora basta. Lucia pose il piatto davanti a Lapo, che però non toccò nulla.
Carlo scosse la testa.
– Non sono cieco! Bambini, lasciateci soli! Voglio parlare con la nonna.
– E poi il cibo si raffredda! protestò Lucia.
– Lo riscalderai.
La voce del marito non ammetteva repliche. Lucia si sedette al posto vicino a quello di Sofia, guardando i bambini che lasciavano la sala.
Carlo chiuse bene la porta e si rivolse a lei:
– Ma ti rendi conto?
– Di cosa, Carlo?
– Mai avrei pensato, in vecchiaia, di dover insegnarti la vita E invece tocca a me. Ascoltami che sono tuo marito! Lapo non ha nessuna colpa!
– Ma tu non eri in casa! Come puoi dirlo? Sofia piangeva!
– Non intendo quello! Taci ora! Hai già fatto abbastanza. Quando hanno portato quel bambino qui, aveva occhi pieni di malinconia. Mamma sparita, padre altrove, nessuno gli ha voluto bene. La solitudine fa paura sempre, ma per un bambino Ma ora nei suoi occhi vedo qualcosa che non capisco.
– Cosa vedi?
– Un piccolo lupo che si sveglia. Sta nascendo rabbia in lui.
– Ecco, lo dicevo! Ma tu niente!
– Lucia, sei tu che non vuoi sentire. Quel lupo, lo stai svegliando tu!
– Come sarebbe?
– Così! Non si devono dividere i figli in nostri e non nostri! Non si fa! Lapo non labbiamo scelto, Giulia sì. Ma Lapo è qui adesso. Capito? E non andrà via! Io non voglio! Anche se non è nato qui, ma in questa casa nessuno lo farà sentire diverso! Intesi?
Lucia ascoltava Carlo, appoggiata allo schienale della sedia intagliata, le mani incrociate, i capelli lisci raccolti, il vestito semplice. Carlo la trovava ancora bellissima, ma ora capiva che tutto avrebbe dipeso dalla sua risposta. Ci sarebbero stati ancora pranzi con tutta la famiglia? Riderebbero ancora insieme i bambini per lultimo tortino sul vassoio? Avrebbe potuto ancora abbracciare sua moglie, senza paura che il suo cuore diventasse a lui estraneo?
Lei si sporse per parlare, ma la porta si spalancò e Sofia irrompe tra le lacrime:
– Lapo se nè andato!
Carlo e Lucia si scambiarono uno sguardo; lei capì prima.
– Lapo!
Carlo corse allingresso, la porta era aperta e Lapo non si vedeva più.
– Sofia! Dove è andato? Perché lha fatto?
Sofia, tra i singhiozzi, abbracciò il collo del nonno:
– Ha detto che se ne va perché non vuole che litighiate per colpa sua! Ha detto che va a cercare la sua mamma
Lucia impallidì e, così comera, in ciabatte, si mise a correre per la strada. Non pensava a dove andare, solo una cosa le martellava: se nè andato! Per colpa sua! Per averlo rifiutato, per avergli fatto male
Va a cercare la mamma!
Il bambino era piccolo, credeva ancora nellamore del mondo E lei? Non merita perdono! Aveva giudicato così severamente la madre di Lapo ma lei stessa? Non lo aveva lasciato lì ma un po lo aveva comunque respinto. Perché non gli aveva dato davvero una possibilità? Non era Lapo che la spaventava ma se stessa!
Solo ora capiva quanto Lapo somigliava a Davide, anche lui taciturno e introverso. Forse aveva avuto paura di accogliere il bambino perché sentiva troppo forte la mancanza del figlio. La rabbia di averlo perso si intrecciava al rimorso di non averlo amato abbastanza, di non avergli dato tutto ciò che addolcisce un cuore Non era riuscita a spiegargli che la famiglia conta più di ogni altra cosa.
E ora si accorgeva che non aveva imparato nemmeno lei questa lezione
Lucia vagava per le strade, chiamando Lapo, senza sapere che Carlo aveva già chiamato la figlia e tutti gli amici: in mezzora tutto il quartiere si era messo a cercare quel bambino, domandandosi come poteva essere sparito un ragazzino in una famiglia così.
Lapo fu trovato solo verso sera. Camminava sul ciglio della strada, con le guance rigate dalle lacrime rabbiose che non volevano finire. Piangeva ancora per la nonna, e per il dolore di sapere che lunico che laveva accolto senza riserve il nonno era rimasto altrove, lontano. Però avrebbe voluto tornare! Stringere il dito calloso del nonno, tastare il callo sulla nocca e chiedere:
– Ma tu mi vuoi bene?
E non perché ne dubitasse davvero, ma per il bisogno di sentirsi dire ancora quella brontolata:
– Ma che domande fai, monello? E chi dovrei voler bene, se non a te?
– E Sofia?
– Anche a Sofia. E a Sandro. E a te. Siete tutti i miei bambini.
– Nonno, ma sono nipoti!
– Nipoti, figli, che differenza fa? Tuo padre è figlio mio, tu sei figlio suo, allora sei anche mio. Hai capito, capoccione?
Un amico di Carlo, trovato il ragazzino, lo riportò a casa. Qui il destino giocò gli mise davanti unaltra carta, posandola sul vecchio tavolo della cucina, quasi divertita dallepilogo.
Lucia fu la prima a vedere Lapo sulla porta di casa. Con il viso segnato dal pianto, i capelli spettinati, seduta sugli scalini. Appena la porticina si aprì e Lapo fece il primo passo nel cortile, quasi si spaventò per il suo urlo:
– Madonna santa, sei vivo!
Ma poi Lapo non capì più niente. La stessa nonna che poco prima lo aveva rimproverato, ora lo teneva stretto quasi soffocandolo. Le sue mani, improvvisamente diverse, lo accarezzavano piano sulla testa e sulle spalle.
– Sei intero? Non ti sei fatto male? Lapo! Non stare zitto dimmi, tesoro mio! Stai bene?
E qualcosa si mosse dentro, come una piuma che gli solleticava lanima. Lapo aveva già imparato, dal nonno, che certe cose si sentono solo con lanima.
E le mani gli si sollevarono da sole, abbracciando la nonna, la voce gli uscì strana, roca, disobbediente:
– Sì sto bene
E negli occhi felici di Sofia, che saltellava lì accanto battendo le mani, Lapo lesse che sì, lo aspettavano davvero.
Poi fu il momento del grande tavolo, i tortini della nonna, le sue mani che, di tanto in tanto, lo accarezzavano piano, e il nonno, con lo sguardo burbero, che minacciò col dito:
– Che non capiti più, capito? Questa è casa tua! Non andare dove non devi!
E poi tanto altro arriverà
Un padre che tornerà per restare, una matrigna che diventerà davvero una madre, e lamerà così tanto da far ingelosire persino la nonna. E una sorellina, che Lapo, ormai cresciuto, accoglierà alluscita della clinica, trattenendo il fiato per la felicità
Per ora
– Lapo!
– Eh?
– Scendi!
– Non riesco! Sandro cade!
– Lo prendo io!
– Ce la fai?
– E come no! Dai, su! Ora tu scendi, forza! Quando arriva la nonna ci fa vedere lei!
– Nonno e il nonno?
– Che cè ancora?
– Ma tu hai paura della nonna?
– Altroché!
– Ma non è mica cattiva!
– Chi lo dice? Vediamo se per una settimana ti cucina solo pasta in bianco, poi me lo dici!
– Beh, è buona anche quella! Nonno!
– Cosa?
– Perché la gente non vola?
– Ma chi te lha detto che non voliamo?
– Ma nemmeno ci riusciamo!
– Sciocchezze! Abbiamo le ali, solo che non sono come quelle degli uccelli.
– E come sono?
– Speciali. Quando arriva lamore, allora spuntano. Chi lha conosciuto, le trova.
– E tu lhai trovato?
– E come no! Anche ora lo trovo. E lo troverai anche tu.
– Io forse lho già trovato.
– E allora perché domandi?






