Lamica della mamma
Mamma, sussurrai proprio dentro il suo orecchio, così piano da non svegliare la signora Zina dietro la sottile parete. Mamma!
Lei era sdraiata accanto, di spalle. Da piccolo cercavo spesso rifugio nel suo letto, scaldandomi i piedi ghiacciati, respirando il suo respiro profondo, abbracciandole il braccio, e strofinando la guancia nella sua mano calda. Sussurravamo di tutto: di Pirro il gatto della vicina che era caduto nel pozzo e il vicino lo aveva salvato, di comera andata a scuola. Poi lei iniziava a raccontarmi di quando ero piccolo…
Che cè, Mattia? rispose assonnata la mamma. Sentivo ogni sua vertebra, magra e leggera come una ragazzina, i gomiti appuntiti che mi urtavano mentre si girava, il suo fiato addosso quando si voltava e mi stringeva.
Falla andare via! Mamma, portala via dalla nostra casa! Perché sta qui con noi? indicai col mento la parete sottile. Il letto della signora Zina stava proprio dallaltra parte, e noi sentivamo il suo russare pesante. Mamma! Perché non mi rispondi?!
Mi tirai su dal letto, arrabbiato e frustrato. Sentivo che la mamma non capiva la mia rabbia.
Lo sai, piccolo mio, la signora Zina ha perso la casa in un incendio. Non ha un altro posto. È per questo che è venuta da noi.
È cattiva, mamma! Ti prende i soldi! Mi dimenticai di sussurrare, parlandole con la mia voce chiara e sottile. La mamma subito mi tapparono la bocca con la mano. Dietro la parete cessò il russare, e il materasso metallico della signora Zina cigolò. Qualcosa borbottò nel sonno, poi tutto riprese come prima.
Non dire bugie, Mattia. Calunni una persona, non va bene! Lhai vista tu con i tuoi occhi? La signora Zina ti aiuta perfino con i compiti…
Lho vista, mamma, è vero! Ho spiato dalla fessura mentre rovistava nellingresso, poi ha preso il tuo portafoglio dalla borsa. Stavo per gridare, ma… ho avuto paura. Mamma, ho paura di lei, la voglio via! Questa è la nostra casa, la tua e la mia! È la mia stanza, perché ora ci sta lei?!
Seduto, battendo i piedi, guardavo fuori dalla finestra.
Sei ancora piccolo, Mattia, non capisci perché dobbiamo vivere insieme. E non mi è sparito nessun euro. Ora torna a letto, su!
Ogni volta che parlavo della signora Zina la mamma mi mandava via. E non era nemmeno una vera zia! Solo unamica di mamma che si comportava come una generale.
Tornai nella mia stanza piangendo, mi seppellii sotto la coperta. Dietro la parete di nuovo silenzio…
…Zinaida Rossi comparve alla porta del nostro appartamento in un pomeriggio dautunno inoltrato. Era tutta rossa, sudata, con riccioli tinti appiccicati alla fronte e tirava un baule massiccio. Io la guardai dal basso allinsù, avevo otto anni. Dietro la sua schiena sbatté la porta del vicino, e sentii lo zio Pasquale sussurrare Strega! Come aveva sbagliato porta e aveva suonato a lungo dai vicini, urlando che le avevano rubato casa, minacciando di chiamare i carabinieri. Solo rileggendo la lettera di mamma si accorse dellerrore, insultò Pasquale e si diresse da noi…
La signora Zina mi guardò di sfuggita, si fece strada, sorrise a mamma. Senza essere invitata, in un attimo era nella mia cameretta, piangendo circondata dai miei soldatini rovesciati.
È andato tutto in fumo, Olivetta, tutto! Perfino la cantina, dove cerano conserve, patate… Che dispiacere! Non so dove andare, sono andata di qua e di là, dai vicini cè già troppa gente E allora mi sei venuta in mente tu! Per fortuna la tua lettera lavevo stretta al cuore, la tenevo come un amuleto, tu non mi sei mai stata estranea! Così, biglietto e via, sono arrivata. Che sventura, Olivetta, che disastro! Come farò a vivere ora?! Perfino la foto di mio marito, quella con la barca, è bruciata! È rimasta solo questa… Prese una foto da una valigia, con un uomo davanti a una nave. La posso mettere qui? indicò il mio comodino. Così lui mi veglierà mentre aspetto la fine…
Zinaida aveva sessantanni, e lattesa della fine sembrava lunghissima. E forse dovevamo attendere insieme…
La mamma la accudiva, poi la chiamò a pranzo.
Sì, ho una fame da lupo! Ragazzo! mi chiamava solo così, o giovanotto, mai col mio nome Ragazzo! Accompagna la zia Zina in cucina, su non guardare!
Mi afferrò il braccio e mi spinse avanti. Mi divincolai e scappai.
Oh signora mia! la signora Zina si sedette al tavolo imbandito, scuotendo il capo. Il tuo ragazzo è proprio selvatico. Il sangue cattivo vince sempre Te lavevo detto io.
Si chiama Mattia, sussurrò la mamma.
Già Mattia. Come il santo! Zinaida rise, dimenticando il suo lutto.
A pancia piena già dava ordini, seduta sulla mia sedia.
Olivetta, fammi stendere un po, che sento dolori nelle ossa. Sta per piovere, che tempo maledetto! Negli ultimi giorni a Poggio Pioppo pioggia senza tregua, acqua fino alle ginocchia…
Mamma assentiva, raccogliendo i miei giocattoli dalla stanza che ormai non era più mia.
Acqua alle ginocchia, e casa bruciata? Strano Nel sogno tutto sembrava così logico, eppure senza senso.
Mattiazzo può anche stare con te, no? Qui metto il mio tavolino e la tazza di porcellana. Avete le tazze sottili di porcellana?
No… Beviamo da quelle comuni Mattia è piccolo, poteva romperle…
Oh Olivetta, come si fa! In città e senza porcellana! Ti ho mandata qua perché ti sistemassi, ma sei sempre pelle e ossa, e non hai messo da parte niente. Ma ora che ci sono io, si cambia registro, vero piccoletto? mi fece locchiolino. E ti ricordo così piccino!
Fece un gesto con le dita minuscolo, quanto una lenticchia. Io non sapevo se essere contento o meno di questo antico legame. Guardai la mamma mentre rovistava sotto il letto alla ricerca del mio baule di macchinine.
Allora, si raddrizzò la mamma ora lavo il pavimento e poi puoi sistemarti, signora Zina. Camera tranquilla, dà sul cortile, calda, senza spifferi parlava come stessimo affittando la stanza, cercando di convincerla a restare.
Brava, lavalo bene bene, con candeggina. Mi piace lodore di pulito… Zinaida si accomodò e si mise a piangere di nuovo: la sua casa a fuoco, i soldi bruciati, nulla le era rimasto.
La mamma la accarezzò sulla schiena ossuta, la biancheria tirata stretta, e mi mandò a prendere dellacqua in cucina
Quel giorno lo ricordo, fu come perdere il mio regno, il mio segreto; ora la vittima rumorosa della mamma beveva nelle sue nuove tazze, e il mio orsetto, che prima combatteva valorosamente sul letto, era accasciato triste sul divano.
E cominciò.
Zinaida era ovunque. In bagno, in cucina, nella mia camera. In un attimo aveva colonizzato tutto, ripiantando fiori, eliminando quelli vecchi, spostando mobili, rovistando nelle nostre pentole in cerca di carne tenera.
Che guardi?! sussurrava sospetta voltandosi indietro. Quando arriverai alla mia età, capirai cosa vuol dire essere senza denti! E la carne bollita è così morbida… Vai a fare i compiti! poi urlava Che controllo tutto, sia chiaro!
Non lavorava, diceva di essere in pensione. Come la ricevesse, dissolta nel sogno in Lire, la mamma non lo sapeva, o faceva finta.
Ma la pensione non bastava mai.
Olivetta, che fortuna che lavori! Altrimenti dove saresti andata incinta a quel tempo? la signora Zina faceva locchiolino. Mamma annuiva, serviva la seconda scodella di minestra. Allora, cara, mi presti qualche euro? Il cappotto, gli stivali, sè bruciato tutto…
La mamma prestava, assicurando che non pretendeva la restituzione. Si sentiva in debito con la signora Zina.
Brava. Il debito è bello se pagato! commentava Zinaida.
Appena presi i soldi correva subito fuori, tornava col pacco in mano.
Olivetta! Vieni a vedere! urlava dalla soglia. Mamma lasciava lo straccio, si sistemava la gonna annodata in vita, si puliva le mani sul grembiule.
Guarda qua! Il tuo giornalista ti aveva regalato lo stesso, ricordi? Col collo di pelliccia, e che caldo! Così si vive nella capitale! Bisogna vestirsi bene. Ho visto anche un mantò, un po spelacchiato, ma meno caro. Olivetta, dovresti trovare un secondo lavoro.
Ma quando potrei? la mamma allargava le braccia. Sto già tutto il giorno allufficio, poi ricomincio a casa coi compiti di Mattia…
E allora? Quando eri incinta, hai pensato a come vivere dopo? Bisogna tirare avanti! Prendi disegni dagli studenti, lavora di notte, prenditi qualche Lira in più. Presto viene il freddo, io ho solo questa vestaglia… Sappi che nessuno ti vorrà più. Malridotta sei e malridotta resti! aggiungeva, bisbigliando. Io però sentivo tutto e volevo correre dalla mamma per difenderla, ma lei si frapponeva sempre, come a volerla proteggere da me.
Così la mamma iniziò a portare a casa commissioni, passava le notti china sui fogli. Sentivo il fruscio delle matite, voltavo la faccia perché la luce mi dava fastidio, forse non la luce, ma la sua schiena stanca e magra.
Mamma, basta, riposa! Devi andare a lavorare domani! sbottavo. Ci bastano i soldi! Se a quella non bastano, che vada a lavorare lei! Mamma!
Mattia! sussurrava, la mia mamma fragile, la più dolce. Quando ero nel bisogno, la signora Zina mi aiutò. Ora tocca a noi.
Noi non le dobbiamo proprio nulla! Nulla!
Mi voltavo contro la parete, ascoltavo i suoi singhiozzi sordi, i suoi sospiri quando si accorgeva che le lacrime cadevano sui fogli. Ma sempre in silenzio. Solo la sua sagoma sulla parete si contraeva, la testa piegata, le spalle sollevate come a proteggersi da un colpo invisibile…
Lunica volta in cui trovai il coraggio di accusare la signora Zina di rubare, era ubriaca per la festa del patrono. Allora gridò, agitò le braccia: la mamma era una perduta, sedotta dal giornalista di turno, io Mattia non sarei mai dovuto nascere, lei invece aveva accolto la poveretta, aiutata a partorire, poi laveva spedita a Roma. Non disse che aveva preso soldi dal padre per non fargli pubblicità sui giornali. I soldi restavano sotto il suo materasso, mentre noi vivevamo delle Lire di Olivetta, infermiera. Neanche i cetrioli venduti al mercato lasciava vendere piccoli: cresciuti sono più pesanti diceva.
Il padre, alla notizia della gravidanza, picchiò la mamma che si salvò a stento. Poi la nonna la trovò in una cunetta e le diede un indirizzo, dei soldi e gli orecchini da dare a Zinaida, in segno damicizia. Lei lospitò solo dopo aver visto gli orecchini e, scoperto chi era il padre, corse a minacciarlo: si accordarono per 10.000 Lire al mese. Poi, un giorno, Zinaida colpì la mamma, che partorì prematuramente: nacqui io, piccolo e quasi senza voce. Spaventata, Zina trasportò la mamma a Roma, da un conoscente, e persino le diede un po di soldi. Poi la mamma studiò, prese il diploma, trovò lavoro, e finalmente il direttore chiese per lei una casa popolare.
Ma Zinaida a me raccontò solo di averci protette, e che io ero di troppo.
Ascoltavo, le mani strette a pugno, non osavo colpire quella donna bizzarra. Poi arrivava la mamma, Zinaida si chetava, sorrideva e andava in cucina:
Olivetta, sussurrava, accarezzando la spalla magra della mamma. Poi irrompeva:
Questo bastardo fruga nella cassa! Ladro in erba! Olivetta, finché sei in tempo, portalo in collegio, che non finisca peggio. Il ragazzo ha dodici anni, può entrare in collegio militare. Ho già chiesto: lo prendono con la domanda giusta. Ha appena minacciato di prendermi a coltellate!
Scoppiava a gridare, tanto che lo zio Pasquale veniva a bussare. Ma lei sbatteva la porta in faccia a tutti.
Rimasi lì, paonazzo, con il respiro affannoso, fissando la mamma, la mia unica, bellissima, fragile mamma. Da tempo non cercavo più conforto nel suo letto, non mi cantava più la ninna nanna: eravamo isole distanti ormai.
Negai con forza, non avevo mai preso né soldi né coltelli!
La mamma mi fece un cenno.
Vi sbagliate, signora Zina. Siete solo stanca, vi è sembrato tutto, poi chiuse la porta.
…Quellanno mi iscrissi a ogni laboratorio della Casa dei Ragazzi, tranne disegno e danza! Per non tornare troppo presto a casa. Ci rimanevo fino a sera; la mamma veniva a prendermi dopo il lavoro, e insieme tornavamo lentamente.
Un giorno la mamma si ammalò. La ricordo alla porta della scuola, la tosse che la scuoteva, le guance accese. Uscii di corsa infilandomi il berretto di lana.
Mamma, hai la febbre! sussurrai, toccandole la mano calda. Torniamo a casa, faccio io il tè con la marmellata che ti piace tanto!
Non cè più, Mattia. Zinaida lha già finita da tempo, fece spallucce.
Mi ricordai di aver visto la signora Zina in cucina a mangiare direttamente il dolce dal barattolo…
Vado dallo zio Pasquale! Lui di sicuro ne tiene una scorta! insistei.
Ma la mamma sorrise:
Passeggiamo un po, Mattia, respiriamo aria fresca.
Anche tu non vuoi andare da lei? chiesi.
Non rispose.
Avevamo appena lasciato il cortile che il mio maestro di modellismo, Costantino Petrucci, ci raggiunse.
Mattia! Ottimo che siete ancora qui! Porta a casa il modellino, mi consegnò laeroplanino colorato di rosso. Oh, scusate, non mi sono presentato…
Costantino si confuse vedendo la mamma. Lei sorrise appena.
Mattia mi parla spesso di lei, è un vero maestro, disse piano.
Anche voi fate disegni tecnici? Mi piacerebbe avervi con noi anche solo per una settimana! I ragazzi non sanno leggere i progetti, e servirebbe tanto… Ho centinaia di idee ma loro non ci riescono…
Costantino era venuto solo da poco alla Casa dei Ragazzi, prima lavorava nellaeronautica.
Non so… non ho tempo… disse la mamma, ma sarebbe bello.
Appunto! Come si chiama? Olivetta Valeri. Allora, venite con Mattia sabato! E perché tossite così? Non va! Mattia, prendi tua madre per mano, vi accompagno in macchina!
Ci diresse verso la sua utilitaria.
No… non serve, non andiamo di fretta… la mamma esitò.
Serve eccome! batté la portiera Costantino. Vuoi ammalarti ancora più grave?
In casa nostra… stanno ritinteggiando! dissi io dimpulso. La mamma mi fece uno sguardo di gratitudine.
Capisco! sbottò la signora Nina, mamma di Costantino. Restate da noi! Vi faccio posto, ci riscaliamo assieme.
Cercò di convincerci, poi alzò un poco la voce e… la mamma subito abbassò la testa.
Mi scusi, la rassicurò mamma Nina, accarezzandole la schiena. Almeno lasciatemi preparare qualcosa da portar via…
Viaggiavamo in macchina. Io guardando fuori, la mamma assopita sul sedile posteriore.
Non vi trovate bene a casa? chiese il maestro. Io annuii. È la parentela?
No. Unamica della mamma. Vive con noi da anni, dice che mamma le deve qualcosa per me, ma in realtà ruba e non aiuta mai. Mamma lavora anche di notte, ma deve comunque dare tutto a Zinaida.
E perché non la mandate via?
Non ha dove andare, la casa è andata in fumo. Venne anni fa con una valigia e ha preso possesso di tutto.
Con la valigia? Sicuro che dal fuoco abbia salvato anche i gioielli! rise il maestro.
E io finalmente lo pensai: come aveva fatto ad uscire dal fuoco con la valigia, non solo la camicia da notte?
Trovammo la signora Zina ad aspettarci nellombra dingresso. Appena la mamma entrò le arrivò un ceffone.
Ancora fuori? Mi porti disgrazie in casa! Finalmente sto bene, e tu mi distruggi tutto! Levati dai piedi, lurida!
Poi trasalì quando Costantino accese la luce.
Chi siete voi? domandò indietreggiando.
E voi? Documenti! ordinò Costantino. Subito! È un controllo.
Spaurita, si precipitò a prendere il passaporto.
Signora Olivetta, si rivolse alla mamma non siete sicure di restare qui?
La mamma annuì stringendosi la guancia.
Allora andate a riposare! Vi serve dormire!
Devo finire un lavoro per domani… sospirò lei.
Lasciate perdere! La salute prima di tutto! Allora! E i documenti?! urlò lui verso Zinaida.
Lei li porse tremando.
Costantino li lesse accuratamente, poi, abbassandosi allorecchio della donna, ringhiò:
Da quanto tempo vivete qui senza residenza?
Io sono ospite a volte resto, a volte vado Per favore, agente, posso pagare? Quanti euro vuole? Olivetta! Vedi? Mi avevi detto che sarebbe finita male! È stato quel tuo cucciolo a scatenare tutto! Portami i soldi!
Silenzio! tuonò Costantino. Fermi tutti! Nessuno lascia la casa. Torno domani, si decide. Se scappate vi vengo a prendere io. Capito?
Zinaida annuì, subito si dileguò.
Accompagnai Costantino. Allingresso mi sussurrò di essere pronto domani mattina.
Andremo a vedere la sua famosa casa bruciata, spiegò.
Annuii felice…
Di notte vegliai la mamma, che sognava parole spezzate. Più volte mi alzai, la rimboccai. La sua notturna bianca si era inzuppata di sudore; la convincevo a cambiarsi, lei non capiva più nulla.
Da oltre la parete sentivo Zinaida borbottare: Ah, ti lamenti? Gemiti come allora, quando ti diedi il cazzotto! Anche allora ti dibattevi col pancione Ora però sei vuota, Olivetta! E il fatto che hai chiamato la polizia, non te la perdono!
Trascorsi la notte accanto a mamma mia, fragile e tenera. Zinaida un tempo laveva colpita! Ma come aveva osato? La odiavo!
Piangevo silenzioso. Avevo solo dodici anni, e che potevo fare?.
La mattina sentii il clacson della macchina. Mi vestii in fretta. La mamma era curva sui disegni.
Dove vai? chiese piano.
Al laboratorio, mentii. Torno tardi. Non far entrare Zinaida nella camera! So che ti ha colpita: non farla tornare!
Lei mi guardò spaventata. Io scossi il capo severo…
Costantino guidava per la campagna, in silenzio. Dopo unora leggemmo il cartello Poggio Pioppo, chiese informazioni alle vecchine sedute ai margini della strada, poi si fermò davanti a una staccionata, oltre la quale si intravedeva una casetta di tronchi, con forno e cucina estiva.
Ecco, Mattia, guarda la casa bruciata! Brava, Zinaida, bella pogorata!..
Lei si allontanò dalla porta, fissando il maestro con paura, la giacca davanti a sé come scudo.
Fate la valigia! Subito! comandò Costantino.
Perché? stridette Zinaida.
Vi hanno assegnato una nuova casa. Come cittadina degna di Roma, avete diritto a un bilocale. Veloce, e pregate che non venga fuori che eravate qui senza residenza! sussurrò.
Zinaida annuì, poi domandò:
Ma dove, la casa nuova? Lontano?
Da qui non si vede! Su!
Visto! squittì trionfante Zinaida nella porta aperta. La verità trionfa! Finalmente una casa tutta mia! Guarda se non sono fortunata! Pronta, si parta!
Dal nostro balcone io e mamma vedevamo Zinaida che caricava maldestramente pacchi sulla macchina, Costantino pronto alla guida. Ora avevo di nuovo la mia camera, la mia vita, la mia mamma che nessuno avrebbe più toccato…
Ma dove andiamo? domandava Zinaida dalla macchina mentre uscivamo di città. Pensavo mi dessero un appartamento in centro… Dove mi portate?..
Quartiere nuovo, riservato ai cittadini onorevoli. Ma non disturbi, signora. Stia tranquilla.
Zinaida si aggrappava alla borsa e al fagotto di roba. Dal sacco spuntava il bordo del suo famoso cappotto. Il mantò, tutto logoro, lo aveva lasciato a mamma, come fosse una regina…
Riconobbe subito la sua borgata, ululò, tentò di saltare giù, ma temeva di finire schiacciata sulla strada con tutte le sue borse.
Ah così, eh?! Ingrati! Volete farvi la vita con quella poveretta che arrotonda con i disegni! Da arrestare! E lei è vuota, ve lhanno raschiata via! Mattia, nessuna donna per te, mai!
Costantino, furioso, fermò la macchina, scaraventò i bagagli sulla neve e nel fango di marzo, poi trascinò Zinaida fuori.
E che non vi si veda più da queste parti! disse cupamente. Capito?
Lei annuì, tremando…
E va bene ripeteva Zinaida trafficando coi suoi panni. Non si è mai stati felici, non si ricomincia. Tanto Olivetta è sterile, nientaltro!
Sei mesi dopo Costantino sposò la mia mamma e venne a vivere con noi.
Adesso cera una mensola di modellini di aerei, la mamma veniva ogni tanto a insegnare i progetti al laboratorio.
Spesso andavamo da sua madre, ora mia nonna. Mamma e lei chiacchieravano in cucina.
Non pensare al passato, diceva Costantino a sua moglie mia madre è dottore, se serve ci aiuterà. E poi, che importa? Noi abbiamo Mattia!
Io sentivo tutto, e aspettavo.
E così, lautunno dopo, arrivò mia sorella, Ilaria.
La mia delicata, bella mamma stava sui gradini dellospedale e sorrideva di felicità. Io e papà la accogliemmo con fiori e cioccolatini che lui ordinò di regalare alle infermiere. Io portai con timidezza i garofani a una donna che rideva col camice, diedi i cioccolatini.
Grazie Olivetta, grazie! bisbigliò papà baciandola e stringendola forte. Anchio li abbracciai.
Li amo così tanto la mamma, papà Costantino, e anche la piagnucolosa Ilaria che mi sembra quasi di morire dalla felicità…







