A 55 anni ho iniziato a fare la tassista per non chiedere soldi ai miei figli. Loro ridevano, dicendo “Mamma accompagna gli ubriachi”. Ma una notte ho dato un passaggio a una ragazza, e ciò che ho sentito dal suo telefono ha cambiato per sempre la mia idea sulla mia famiglia…

Mi chiamo Lucia. Ho cinquantacinque anni, la schiena che spesso mi fa impazzire dal dolore, due figli ormai grandi e una vecchia Fiat Punto comprata a rate apposta per lavorare come tassista.

Di formazione sono ragioniera, tutta la vita passata in amministrazione in una piccola azienda del modenese. Poi, un bel giorno, riorganizzazione, il reparto chiude e mi invitano cordialmente a prendermi una pausa. Una pausa dalla busta paga, dal sentirsi utile, dalla routine.

La pensione dinvalidità è di novecento euro al mese. Tra bollette, medicine, spesa ecco, quel che basta. O vivo, o mi curo. I figli di tutto questo non sanno nulla: sono convinti che la mamma se la cavi bene.

Mio figlio, Matteo, trentadue anni, lavora nellinformatica, ha un bilocale in periferia comprato col mutuo, sempre sommerso di rilasci e sprint. Mia figlia, Giovanna, ventisette, lavora in un salone di bellezza, divide un monolocale con unamica, ha sempre qualche finanziamento aperto tra unghie in gel e il nuovo iPhone.

Dopo il licenziamento, ho passato una settimana come stordita. Poi mi è capitato tra le mani un annuncio: Cercasi autisti per collaborazione con parco taxi. Orario flessibile. Guadagni a partire da. Mi sono detta: perché no? Guida ce lho nel sangue, patente da più di trentanni, lalcol non fa parte della mia vita.

Così mi sono indebitata un pochino, ho preso la Punto usata e mi sono iscritta allapp per lavorare la notte.

Mamma, ma sei seria? Vuoi portare in giro la gente? Giovanna, vedendo la lucina del taxi sul tetto, ha alzato gli occhi al cielo. Sei una donna! Ma chi te lo fa fare? Ti troverai gente ubriaca tutte le notti!

Non credi che sia unumiliazione, mamma? ha aggiunto Matteo, unespressione contrariata. Vuoi dei soldi? Ogni tanto potrei darti qualcosa Non tanto, ma

Non ho bisogno di qualcosa, sono riuscita a dire con voce ferma. Voglio guadagnarmeli da sola.

Si sono scambiati quello sguardo tipico tra fratelli: Che ci vuoi fare, è nostra madre.

Di giorno sono una ex ragioniera con la schiena a pezzi. Di notte divento quasi invisibile: unanonima tassista che ascolta le storie degli altri.

Guido con prudenza, niente musica, poche parole. La gente confida i propri segreti senza che io chieda nulla: urlano al telefono, sussurrano sto arrivando, piangono nel buio.

Una sera dautunno, quasi mezzanotte, ricevo una chiamata dal centro commerciale. Ragazza, destinazione: quartiere dormitorio, venti minuti di tangenziale.

Arriva e salta in macchina una spilungona, magrissima, con un piumino enorme e cappuccio calato. Il viso non si vede, solo il naso arrossato dal freddo.

Buona ser provo a salutare.

Possiamo andare veloci, per favore? mi interrompe subito. La voce rotta, come chi ha appena pianto.

Dopo un minuto, il suo cellulare squilla. Sullo schermo Mamma. La ragazza fa una smorfia e risponde.

Pronto.

Allora, sei arrivata? voce roca e stanca dal vivavoce.

Sì, sto tornando mamma, io

Ma stai ancora piangendo? la interrompe la madre, stizzita. Te lavevo detto: dovevi mettere su famiglia quando eri giovane. Invece pensavi solo alla carriera e ora, col pancione, chi ti vuole?

Mamma, aspetto un bambino, e il padre ha detto che non se la sente adesso mormora lei, quasi piangendo. Posso venire da te?

Da me? la donna scoppia in una risata secca. Dovevi pensarci prima di farti mettere incinta in quel buco in affitto. Io ho i miei programmi. Voglio ancora godermi la vita, non fare la nonna col tuo marmocchio

Ho stretto il volante, sentivo le nocche bianche. Avrei voluto dire qualcosa, ma sono rimasta in silenzio.

Mamma, non ho altra scelta posso dormire alla fermata del bus, allora

Fai quello che vuoi, taglia corto la madre. Te lho spiegato: gli uomini vanno e vengono, la madre è una sola. Tu hai scelto lui. Quindi arrangiati. Chiama quando smetti di fare scene.

La chiamata si interrompe. In auto solo il fruscio dellaria calda.

Non ce lho fatta a tacere.

Ragazza sussurro. Scusami se mi permetto, sono una sconosciuta, ma non dormirai alla fermata.

Si scuote, mi guarda con gli occhi gonfiati dal pianto, rimmel sbavato. In quegli occhi ho visto Giovanna. O meglio, la Giovanna di diciassette anni, mollata dal suo primo amore, quando ho passato la notte con lei in cucina a dirle che la vita continua.

Hai qualcuno da chiamare, oltre a lei? chiedo dolcemente.

No, sospira. Sono qui per luniversità, divido una stanza ma le coinquiline mi cacciano. Lui ha detto che non se la sente. Mamma lhai sentita.

Arriviamo proprio davanti al palazzone: luci gialle sui pianerottoli, asfalto nero.

Parcheggio. Non stoppo la corsa sullapp.

Senti, facciamo così dico a voce bassa, sorpresa dalle mie stesse parole. Tu sali, prendi le tue cose e scendi. Ti aspetto.

Perché? lo sguardo impaurito.

Perché a casa mia cè una stanza libera. Mio figlio vive per conto suo, pure mia figlia. Un letto, un armadio e un bollitore si trovano. Non ti chiederò un euro. Ma in cambio una sola condizione.

Quale?

Domani colazione insieme, come si deve. E da domani inizi a pensare a te stessa, non a chi si è pulito i piedi su di te.

Mi guarda, poi si copre la faccia e piange ma stavolta, più di sollievo che di disperazione.

La mattina dopo friggevo frittelle su due padelle. In cucina odore di caffè e pastella calda.

Si chiamava Marina, aveva ventidue anni. Stava seduta col pigiama di spugna prestato da me: i suoi vestiti ancora nel sacchetto vicino alla porta. Stringeva le braccia alle maniche come se avesse paura di sciupare qualcosa.

Ma non ha paura che io la imbroglio, rubo qualcosa, le porto guai? chiede a bassa voce.

Sai quanti alcolici veri ascolto ogni notte nella mia macchina? sorrido. I falsi, di solito, non piangono così.

Laiutai a trovare la ginecologa del consultorio, le spiegammo i diritti per il sostegno alla maternità e ci mettemmo a cercare piccoli lavori. Era intelligente, iscritta al terzo anno di economia, pronta a passare agli studi serali dopo la maternità.

Una settimana dopo, finalmente, ne ho parlato ai miei figli della coinquilina.

Facciamo una videochiamata. Matteo davanti ai monitor, Giovanna di profilo con sopracciglia perfette.

Ma mamma sei matta? sbotta Giovanna. Prendi a casa una sconosciuta incinta? Ma sei fuori?

Non è sicuro, mamma, aggiunge Matteo, aggrottando la fronte. Hai almeno fatto un contratto?

No, rispondo. Ma mi sono presa qualcosa di meglio: una ragazza che a ventidue anni non viene buttata per strada solo perché ha deciso di far nascere una bambina.

Si guardano, sorpresi.

Ah, quindi noi siamo cattivi figli? scatta Giovanna. Perché tu non ci chiedi mai nulla e poi invece fai la mammina con qualcun altro?

Giò mi hai mai chiesto come sto davvero? chiedo calma. Non come bancomat o autista, ma proprio io, Lucia?

Quella conversazione li ha feriti. Hanno smesso di chiamarmi per due settimane.

Poi, del tutto inaspettato, una mattina arrivano: miei figli sulla porta, con borse e fiori, con lo sguardo di chi ha deciso di fare qualcosa insieme.

Marina era in cucina a controllare il bollitore. Si è agitata:
Se serve, esco io

No, la fermo. Presentati: Marina. Vive qui fino a che non ritrova la sua strada.

Giovanna osserva il pancione. Matteo guarda gli occhi di Marina.

Ciao, borbotta lui. Mamma, parliamo?

Ci sediamo in cucina.

Abbiamo riflettuto, inizia Matteo, giocherellando col bordo della borsa. Sì, siamo stati un po dei egoisti. Ma tu non ci hai mai detto quanto era dura per te. Sembravi sempre a posto.

E poi ti abbiamo sentita parlare con lei, aggiunge Giovanna, indicando Marina. Ho preso il tuo telefono dalla camera e ho sentito tutto in vivavoce. Le dicevi parole che a noi non hai mai detto. Che eravamo bravi solo a sopravvivere. Che non erano soli. Io non ricordo di averlo mai sentito da te.

Non avevo capito che avevano origliato.

Senti sospira Giovanna. Noi qui abbiamo pensato che per te è ora di smettere di essere solo quella che serve. Se il taxi ti piace tienilo pure, ma almeno lascia a noi le bollette. E festeggiamo il tuo compleanno, come si deve. E, magari, ogni tanto ascoltiamo te, non solo le nostre lamentele.

Matteo annuisce:
E domani vengo a montarti i pneumatici nuovi. E metto il dashcam. Sei una supermamma, ma a Modena cè troppa gente al volante fuori di testa.

Li guardavo e capivo: non era la svolta miracolo verso i figli perfetti, né una favola. Ma qualcosa si era incrinato.

Tre mesi dopo, Marina ha partorito una bimba. Allospedale, a ritirare mamma e neonata, cè scritto il mio nome. Tremavo alle porte col lenzuolino, accanto mi aiutavano i miei figli.

Giovanna sistemava lovetto, Matteo trascinava le borse.

Su, attenta alla testa, ordinava Giovanna.

Ho letto su internet, so come si fa, brontolava Matteo.

Al tramonto eravamo tutti in cucina: io, i miei figli, Marina e una neonata nella carrozzina. Un casino di voci e di risate ma tutto sembrava al posto giusto.

Non cè un happy ending da film. Lavoro ancora coi turni notturni in taxi perché mi piace sentirmi utile, non solo come nonna. La schiena duole, i figli tornano a lamentarsi o arrabbiarsi. Marina si domanda spesso se la sua bimba crescerà senza padre.

Ma la vera cosa cambiata è questa: ora, quando nella notte lei sussurra al telefono mamma, sono stanca, dallaltra parte cè sempre qualcuno. A volte io. A volte Giovanna. A volte persino Matteo che ormai sa cambiare pannolini meglio di me.

Ho imparato che, a volte, perché i nostri figli ci vedano davvero, bisogna prima tendere una mano a un figlio di qualcun altro. Solo guardando da fuori, si rendono conto del calore che hanno sempre dato per scontato. E che avrebbero potuto averlo, se solo ci avessero chiesto: Mamma, tu come stai?

Morale: troppo spesso trasformiamo i genitori in sfondo in taxi, in cucina, in assistenza e non vediamo le loro paure, sogni, stanchezze. A volte confidare le proprie fragilità a un estraneo è più facile che coi figli. Ma quando il genitore, finalmente, non fa solo silenzio e si rimette in gioco, offre ai figli la possibilità di crescere vedendo in lui una persona vera, non solo una funzione.

Voi che ne pensate: ho fatto bene ad aprire la porta a una ragazza incinta bisognosa invece di fingere che tutto andasse bene con i miei figli, o sono stata troppo ingenua e avventata?

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A 55 anni ho iniziato a fare la tassista per non chiedere soldi ai miei figli. Loro ridevano, dicendo “Mamma accompagna gli ubriachi”. Ma una notte ho dato un passaggio a una ragazza, e ciò che ho sentito dal suo telefono ha cambiato per sempre la mia idea sulla mia famiglia…
La suocera era solita curiosare negli armadi altrui, finché non vi trovò una lettera indirizzata proprio a lei