— «Ma come si può ridursi così? Figlia mia, non ti vergogni? Hai mani e gambe sane, perché non lavori?» — dicevano alla mendicante con bambino

Ma come si fa a ridursi così? Tesoro, non ti vergogni? Hai le mani e le gambe sane, perché non lavori? dicevano alla mendicante col bambino

Teresa Maria Scognamiglio camminava piano tra i lunghi corridoi del supermercato gigante Esselunga, studiando gli scaffali pieni di confezioni colorate. Veniva qui praticamente ogni giorno, come se fosse il suo ufficio. Non le occorrevano chissà che scorte di cibo per una grande famiglia non ne aveva una. E così, ogni sera, la signora fuggiva dalla morsa della solitudine rifugiandosi nella sala illuminata del supermercato.

In primavera o in estate era più facile: bastavano due chiacchiere sulla panchina con le signore del palazzo. Ma dinverno non cera storia, e Teresa aveva preso labitudine di fare queste spedizioni al supermercato appena inaugurato.

Qui cera sempre gente, il profumo di caffè le faceva venire lacquolina, la musica di sottofondo era così rilassante. E quei prodotti dalle confezioni scintillanti, che sembravano giocattoli, la distraevano e le strappavano un sorriso.

La signora rigirava tra le mani un vasetto di yogurt alla fragola, strizzava gli occhi provando a decifrare ingredienti e marca e, con un sospiro, lo rimetteva al suo posto: quella roba costava troppo, ma guardare non costava niente.

Perduta fra le abbondanze degli scaffali, ripensava al passato.

Le tornavano in mente le infinite code di una volta, le commesse indispettite che facevano a gara per i prodotti introvabili. Quei sacchetti di carta grigia spessa in cui avvolgevano tutto. Sorrise, pensando a quando cresceva sua figlia. Per far felice la piccola, Teresa era disposta a qualsiasi coda. Il pensiero della bambina le fece battere il cuore più forte. Si fermò davanti al banco surgelati, agli sgombri e ai branzini congelati, appoggiandosi un po affaticata.

Le riaffiorò in memoria il viso raggiante di Ilaria, la sua riccioluta dal caschetto rosso rame, occhi enormi color quarzo e le guance punteggiate di lentiggini e sorrisi.

«Era davvero bella», si disse, con un nodo in gola.

Sotto lo sguardo sospettoso del commesso si trascinò al banco del pane.

Ilaria era lunica gioia della sua vita. Era cresciuta sveglia e brillante. Ma, compreso che il lavoro non le avrebbe portato la felicità, aveva deciso di provare la maternità surrogata. Come le aveva detto Teresa, quella scelta aveva portato solo guai.

A ventanni chi sta ad ascoltare la mamma? Se almeno il padre fosse stato vivo Ma come avevano potuto intrappolarla così, quegli individui senza scrupoli?

Ilaria se la rideva, accarezzandosi la pancia. E Teresa scuoteva la testa, afflitta. «Come si fa a dar via un figlio dopo averlo portato dentro per nove mesi?»

Ma la ragazza le rispondeva: «Ormai lo vedo più come una mazzetta di soldi che un bambino».

Poi il parto difficile, e nessuno ci mise davvero lanima. Ilaria se ne andò tre giorni dopo aver dato alla luce la piccola.

La bambina venne portata via subito. Ovviamente a Teresa non diedero neanche un euro: gli accordi erano solo con la figlia.

Teresa Maria seppellì la figlia e rimase sola. Nessun parente: il vuoto assoluto che la risucchiava giorno dopo giorno. In qualche modo era più facile così.

Ora era al banco dei panini, giusto per comprare qualcosa e non dare limpressione di aggirarsi senza motivo. Tastò nel cappotto le monete rimaste e si diresse alla cassa. Per quella sera il giro era fatto, si poteva tornare a casa. Aveva già contato i centesimi e li porse alla cassiera, il resto ben nascosto nel pugno.

Aveva notato la giovane mendicante già dal secondo giorno di apertura, quasi un mese prima. Allora stava esplorando ogni angolo del supermercato. Ma cosa la colpì davvero? Forse letà della ragazza, o la posa tragicamente ferma. O magari il modo in cui stringeva quel bambino.

«Come si fa a toccare il fondo così?», pensava Teresa, avvicinandosi a quella sagoma magra. Lasciò le monetine nel barattolo e le si rivolse: «Tesoro, non ti vergogni? Sei giovane, sana, perché non lavori? Potresti lavorare!»

Vide alcuni clienti sfrecciare oltre, ostacolati dalla sua sagoma fragile.

Grazie per la monetina, signora, ma vada pure. Devo racimolare ancora un po, sennò sono guai.

La signora scosse il capo con tristezza e si allontanò, non aveva voglia di fare la predica. Aiutare sì, ma in punta di piedi. Tanto a nessuno importava: né alla Polizia né agli assistenti sociali. La gente era così abituata ai mendicanti che erano diventati invisibili.

Per tutto il tragitto verso casa, non riusciva a togliersi dalla testa quella visione: la mendicante col bambino, quegli occhi grigi e quel tono di voce le sembravano stranamente familiari, ma dove li aveva già sentiti? Teresa si sforzò di ricordare.

A casa chiuse la porta, si tolse le scarpe basse e calde, accese la luce e portò il pane in cucina. Quindici minuti dopo sorseggiava il tè zuccherato dalla tazza preferita, mangiando una fetta di pane nero con uno strato sottile di salame milanese.

«Chissà quanto avrà fame, poveraccia. Con questo freddo Che vita!»

Guardò fuori dalla finestra, cercando la figura della ragazza, e rimase impietrita: due uomini dallaria poco raccomandabile la stavano trascinando di peso dentro una macchina.

Era agitata. Corse verso il telefono, pronta a chiamare i Carabinieri, poi si bloccò: e se peggiorava solo la situazione?

Andò di nuovo alla finestra: la piazzetta davanti al supermercato era vuota. Decise di aspettare lindomani. Tanto la targa da quella distanza non lavrebbe mai vista.

Passò una notte tribolata, con la mente fissa sulla ragazza e sul bambino. Prima dellalba sognò qualcosa di strano: la sua Ilaria davanti allEsselunga, con una bambina cianotica in braccio, che stringeva forte per scaldarla.

Non ho freddo, mamma, rispondeva la figlia.

Teresa prese la bambina e scostò langolino della coperta calda, scoprendo il volto di una bambola con un ciondolo al collo.

Con un ciondolo familiare, si ripeté al risveglio, di soprassalto.

Guardò lorologio a muro, incredula per quanto aveva dormito.

Ma come, sono già le nove?

Corse alla finestra.

La ragazza col bambino era là, davanti allingresso del supermercato.

Grazie al cielo, sospirò Teresa facendosi il segno della croce.

Era la vigilia di Capodanno e fuori gelava. La ragazza era in strada da più di unora, rischiava di congelarsi.

Teresa tagliò il pane, preparò al volo qualche panino con salame, riempì un thermos di tè dolce e si vestì in tutta fretta.

Appena la giovane la vide arrivare, si agitò, coprendo un livido sulla tempia con un foulard.

Non ti agitare, cara, disse Teresa porgendole il pranzo. Non voglio che resti a stomaco vuoto.

La ragazza la ringraziò con lo sguardo e afferrò i panini, sedendosi in disparte su una panchina per divorarli avidamente, buttando giù tutto senza quasi masticare. Controllava in ansia che il bimbo, in braccio a un altro, piangesse; finito lultimo boccone, ingollò il tè e tornò in fretta da Teresa.

Grazie. Così teniamo duro fino alle sette. Poi ci vengono a prendere, disse mesta.

Il resto del giorno, Teresa continuò a sbirciare il termometro fuori dalla finestra: la temperatura scendeva.

Alle cinque, riempì un barattolo di minestrone e si diresse allEsselunga per la spesa.

Tornando, lasciò il barattolo accanto alla ragazza e qualche moneta nel taschino. Le strizzò locchio con aria complice e si rifugiò al caldo del supermercato.

Quella volta non perse tempo: le servivano il salame e i cetrioli per linsalata russa di Capodanno. Niente cenone da nababbi, ma almeno non avrebbe digiunato. Uscita, la ragazza non cera più. Niente nemmeno il barattolo. «Starà mangiando al caldo», pensò Teresa, rincuorata.

Ora si sarebbe messa a tagliare il cibo, preparare il carpione e cominciare a sistemare la tavola. Magari una delle sue vicine avrebbe bussato a trovarla.

Verso le dieci, Teresa gettò ancora unocchiata fuori: voleva essere sicura che la ragazza avesse trovato riparo.

Scorse le luci allegre davanti allingresso, e vide la sagoma della mendicante seduta su una panchina, in lacrime sotto il lampione.

Teresa non ci pensò su due volte. Tra pochi minuti partivano i fuochi dartificio e qui cera una ragazza che stava gelando. Si mise un vecchio scialle sulle spalle, infilò le pantofole e, senza pensarci, si precipitò giù per le scale. Si fermò davanti alla mendicante, senza fiato, il cuore in gola, e si buttò accanto a lei.

Non ho più nessun posto dove andare, disse la ragazza, sconsolata.

Lespressione della giovane si accese di speranza agganciando lo sguardo della nonna.

Si prenda cura di lui, per favore, balbettò, infilando il fagotto nelle mani di Teresa e si allontanò lungo la strada.

La testa di Teresa girava: era chiaro cosa volesse fare. Un gesto da disperata. Si alzò barcollando, rincorse la ragazza, la girò verso di sé.

Ma sei matta? Vieni con me! le urlò con voce ferma, indicando il palazzone lì vicino e trascinandola dentro.

Giunte al calduccio, Teresa aprì le coperte del bimbo davanti al termosifone.

Come ti chiami? chiese, poi tacque, notando un ciondolo a forma di orsetto sulla bambina.

La giovane colse il suo sguardo e spiegò:

Non si preoccupi, è lunica cosa che mi è rimasta di mia madre.

Teresa si sedette su una sedia, sconvolta. Quel ciondolo era inconfondibile, laveva fatto fare lei per Ilaria al suo sedicesimo compleanno. Aveva portato dallorafo una vecchia spilla con pendente, lui laveva trasformato in un ciondolo. Il resto laveva speso per la catena e una cena al ristorante con gli amici della figlia.

La ragazza si tolse la giacca e chiese con lo sguardo:

Posso fare una doccia?

Ricevuto lok, sparì. Teresa si trangugiò subito una dose di biancospino.

«Quella mendicante è mia nipote. Impossibile», pensò.

Poi mise a letto il bimbo e fece sedere lospite alla tavola.

Alessia! disse, quasi per caso.

Ma come fa a saperlo?

Teresa fece spallucce:

Lho sentito dire, forse. Dai, mangia.

Sentiva la fronte diventare fredda. Non cera più dubbio: aveva appena accolto sua nipote. Era così che volevano chiamarla i committenti della piccola allora in grembo a Ilaria.

La ragazza mangiò con evidente gratitudine.

Teresa la osservava, cercando nei suoi tratti qualcosa della figlia.

Raccontami, Alessia, cosa ti è successo? chiese.

La giovane sembrava aspettare la domanda, raccontò tutto in fretta, con la voce rotta dalla stanchezza.

Fino a cinque anni era vissuta col papà e la mamma, aveva perfino un pony! Chiuse gli occhi per un attimo, sognante.

Poi papà e mamma avevano cominciato a litigare, si erano separati. Un giorno la mamma laccompagnò in orfanotrofio e firmò la rinuncia. Perché, non lo sapeva tuttora. Da favola era finita sulla strada. Dodici anni di istituto. Poi lavevano mandata via.

Le concessero una casa popolare come orfana, ma in realtà era un ex caseggiato destinato allabbattimento. Lì conobbe Vanni, lidraulico del palazzo.

Quando venne a sapere della gravidanza, Vanni scomparve. Sfrattarono Alessia, la sua nuova casa era già occupata.

Non aveva idea di come farsi valere e col bimbo in braccio era impossibile.

Così cominciò a vivere tra stazioni e vagoni della metro. Lì la notò Gennaro Cascella, il boss dei clochard. Le propose un tetto in cambio dellelemosina.

Visse così in uno scantinato, con altri senza casa. Cerano storpi e malati, e pure i mendicanti da teatro: gente che si truccava ferite, falsi pancioni e gobbe finte per commuovere. Ottimi attori. Lei, invece, non era portata.

Le giornate si susseguivano tutte uguali. La mattina li portavano nei punti buoni. La sera raccoglievano i soldi. Di recente avevano iniziato a farle pressione: troppi pochi spicci, e il bambino era solo un fastidio.

Stamattina non erano nemmeno venuti a prenderla: abbandonata. Guardò il piatto, a pezzi.

Grazie, davvero. Non so come avrei fatto stanotte.

Posò la forchetta e sbadigliò:

Domani ce ne andiamo, non si preoccupi, mi faccia solo dormire un po.

Alessia si abbandonò sulla sedia e in un attimo crollò.

Teresa la svegliò per portarla a letto, sistemando il piccolo nella poltrona.

Nel silenzio della notte, ascoltando il discorso del Presidente alla TV, Teresa non ebbe più dubbi: non avrebbe lasciato andare via la nipote e il suo bambino domani, né mai. Avrebbero vissuto con lei, era giusto così. Al momento opportuno avrebbe raccontato la verità, aiutato la ragazza a rimettersi in piedi e crescere il piccolo. Ora dovevano solo ritrovare un po di pace.

Allo scoccare della mezzanotte Teresa alzò il bicchiere di Amaretto. Si appoggiò al davanzale, lasciando che le luci della strada e i fiocchi di neve le riempissero il cuore.

«Grazie, Signore, per questo miracolo inatteso. Addio solitudine: ora ho ancora una famiglia.»Mentre per strada infuriavano botti e coriandoli di luce, Teresa sentì il piccolo nella stanza accanto agitarsi, poi piangere piano. Si avvicinò cauta al lettino improvvisato: gli occhi della creatura erano due perle sgranate nella penombra, la bocca tonda a cercare conforto.

Senza pensarci lo prese tra le braccia, stringendolo delicatamente contro il petto. Sentì il calore del suo respiro, il battito minuscolo e regolare. Un tremito di commozione la attraversò: la mano con cui accarezzava la guancia del bambino era la stessa che un tempo aveva consolato Ilaria.

Alle sue spalle, Alessia emerse dal sonno con gli occhi pieni di sorpresa e smarrimento. Guardò Teresa, poi il figlio, poi di nuovo la donna, e qualcosa nei suoi lineamenti si sciolse.

Teresa le sorrise, gli occhi umidi ma luminosi.

Resterete qui disse decisa. Non siete più soli. Adesso siete a casa.

Alessia annuì silenziosa, avvicinandosi al calore del tepore domestico, attratta da quel rifugio che per tanto tempo aveva soltanto sognato. In quellabbraccio improvvisato, sotto il fragore distante dei fuochi dartificio, madre, figlia e nipoteognuna con le proprie feritesi riscoprirono famiglia.

Fuori la neve scendeva fitta, coprendo ogni cosa di un bianco gentile, mentre dentro, finalmente, tre cuori si lasciavano avvolgere da un futuro nuovo, fatto di speranza e promesse semplici. Sul davanzale brillava una sola stella, tremolante, come se avesse vegliato tutta la notte solo per loro.

E per la prima volta, dopo tanti anni, Teresa sorrise sentendo battere di nuovo la sua casa.

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