Irresistibile

Irresistibile

Ludovica era ferma sul grande portico in pietra della casa di campagna e guardava dallalto verso il ragazzo che, spavaldo, si pavoneggiava davanti a lei. Eppure, a guardarlo bene, sembrava che non avesse niente di particolare: non era alto, le gambe leggermente storte, il viso squadrato, i denti un po storti. Eppure, era il più gettonato del paese. Tutte le ragazze sospiravano per lui, aspettando solo linvito a ballare.

Ludovica sogghignò tra sé. Stefano ballava da cani, pessimo davvero. Pestava i piedi come un orso, dondolava la testa come unoca zoppa. Nei balli più scatenati, sallargava talmente con le spalle che sembrava volessero muoversi pure le sue orecchie. Che cosa tutte ci trovassero, davvero non lo capiva. E lui, poi, si dava delle arie! Proprio come un re se non peggio!

Anche in quel momento, Stefano, masticando uno stelo derba, la fissava stringendo gli occhi sotto il sole, aspettandosi che lei corresse giù per le scale per abbracciarlo, e poi, con passo da comandante, la portasse al circolo delloratorio.

Nemmeno per sogno!

Ludo, allora? Vieni o no? chiese lui con quella voce roca, sputando a terra e impacciato nello stringersi sulle gambe, di colpo stupito per la sua esitazione. Poi, vedendo la nonna di Ludovica affacciata alla finestra, aggiunse con voce imbarazzata:

Dai, con me! Ti sto invitando

Santa Madonna! Ma che diamine, mangia lerba come una mucca! gridò dalla cucina nonna Anna, facendo sbattere i secchi e borbottando. Ludo, torna dentro! Tra poco piove, vi infradicite come pane! E con quello fece un cenno a Stefano non ci vai! Vai a casa, Stefano caro, Ludovica mi deve aiutare con i cetrioli! la nonna agitava una mano, scacciando il pretendente poco gradito.

Ludovica, col naso allinsù, rientrò e sbatté la porta. Poi si mise a scrutare dalla finestra come Stefano sallontanava lungo la strada, arrancando goffamente come se quelle sue camminate fossero chissà quale spettacolo.

Guarda te che boria! Eppure, di superbia ce nha da vendere! borbottava nonna Anna camminandole dietro. Come il padre suo: tutti e due si credono chissà chi, e invece fece il gesto delle dita a cucchiaio, minimizzando. Uomini da niente, vero, Ludo?

La ragazza scrollò le spalle e andò in camera sua. Distesa sul letto, la testa appoggiata alla mano, si mise a osservare i nodi e le venature del legno sulla parete: una danza di colori, miele, ambra, arancio e cioccolato, un goccio di resina che luccicava al sole. Bella, la natura. E pure Stefano era bello, in un certo senso, pensava. Solo che la sua bellezza non la interessava. Se solo non fosse così pieno di sé! Proprio come dice la nonna

Stefano, intanto, si fece largo tra i ragazzi raccolti sulla veranda, cercando un po di refrigerio dal caldo. Loro e il rosso del tramonto si stendevano sulle assi del pavimento. Scarpe polverose di ragazzi, piedi nudi e agili di ragazze si avvicendavano; le ombre allungate davano a tutti unaria più snella.

Stefano salutò con un cenno i suoi amici, si mise di lato fumando una sigaretta. Con chi avrebbe ballato? Bastava uno schiocco di dita e tutte sarebbero corse! TUTTE! Ma a lui serviva Ludovica. Se non fosse stato per quella vecchia, avrebbe già convinto Ludo! Ecco, la prossima volta le porterà qualcosa, alla nonna: un manico per la zappa, o magari un mazzo di fiori. Così la intenerirà

E dovè la tua preziosissima? Non ti ha detto di sì? chiese Enrico saltando giù dalla ringhiera. Ma guarda quante belle ragazze! Abbiamo fatto un affare a venire qua, vero, Ste?

Eh, sì Stefano si passò la mano fra i capelli lucidi, si leccò le labbra, ondeggiò sulle note della musica, si avvicinò al gruppo di ragazze ridendo con loro, perfettamente nei suoi panni di re in ogni luogo. Regale pure senza Ludovica!

I ragazzi tornavano in paese quasi ogni estate, si conoscevano tutti. Ludovica passava lì tutte le vacanze: la madre, allergica ai campi estivi, voleva la figlia sotto stretto controllo. Stefano invece fermava due mesi, aiutando i genitori nellorto sfatto e nella vecchia casa che sembrava ogni anno più cadente. Portavano in città conserve e sottaceti, e Stefano sentiva le braccia allungarsi a furia di valige e barattoli. Si lamentava, ma almeno ne ricavava abbronzatura e muscoli: le ragazze della piscina impazzivano per il suo fisico. Quando si buttava dal trampolino, gonfiava il petto e i bicipiti per farsi ammirare da tutti, persino da Ludovica. Le avrebbe mandato una foto.

Ma portare il manico per la zappa e conquistare Ludovica non funzionò: la ragazza ebbe un problema in casa e partì in fretta, senza salutare quasi nessuno. Nonna Anna cacciò via Stefano, dichiarando che ne aveva abbastanza di lui.

Presto partirono tutti: chi verso le residenze universitarie, chi tornava agli appartamenti in città, chi pensava già agli esami.

Stefano aveva amato Ludovica da sempre. Da bambini condividevano la stessa sabbiera, uno solo il secchiello sempre spariva quello di Stefano, mentre Ludovica riponeva tutto con cura nel suo. Lui la seguiva sbuffando, lanciando sassi col sandalo, raccontando barzellette del padre. Ludovica sorrideva, ma sempre con quellaria lontana, come se fosse lui un po pazzo e lei lo sopportasse Andavano insieme al fiume col materassino gonfiabile, saltavano su e via nella corrente. Un giorno lei cadde male, il materassino la sommerse: Stefano la salvò e poi si vantava di essere un eroe.

Sono cresciuti insieme, imparando a distinguere tra belli e meno belli, godendosi i tramonti sui campi, facendosi massacrare dalle zanzare, assaporando con le mani le more selvatiche e le fragoline di bosco. Ogni tanto lui andava da Ludovica, bevevano latte e fragole, lui si sedeva da padrone, raccontava che sarebbe diventato ambasciatore e avrebbe girato il mondo.

Ludovica lo ascoltava poco, preferiva le fragole; nonna Anna invece si infastidiva per il suo modo di mettersi sempre al centro.

Non aveva mai dichiarato a Ludovica che le piaceva, sperava in un attimo perfetto, o che lei facesse il primo passo. Ma lei non correva. E alla fine, era persino partita

Dopo quattro anni, ricontrarsi. Nonna Anna accoglieva la nipote chiassosamente, lamentandosi di non aver preparato nulla, anche se la tavola era già imbandita come per una festa. Il cancello si richiuse, tacchettii agili sulle scale, i volti si accalcavano alla finestra.

Stefano spiava dal confine. Ludovica, in costume, portava le annaffiatoi per aiutare la nonna, poi si riposava su una panca, mangiava un cetriolo fresco, un libro sulle ginocchia. Nonna Anna era uscita, forse per prendere il latte o il pane.

Stefano, dopo aver svuotato il rovo di more e guardato sé stesso nello specchio della macchina, si avvicinò alla recinzione. Cera una tavola smossa lì da sempre: bastava sollevarla ed entrare. Stefano sfoggiò il suo sorriso migliore, provò a tirare la tavola Inchiodata. Un chiodo nuovo di zecca dalla sua parte.

Brava, nonna! sbottò. Non avevi niente di meglio da fare!

Allora fece il giro, varcò il cancello con il cestino di more in mano.

Ciao sussurrò, sedendosi accanto a Ludovica, godendo del profumo del suo corpo, del sottile brivido quando sfiorava per sbaglio la sua gamba nuda, osservando la vena che pulsava sul collo. Che bello che sei tornata. Io oggi sono stato nel bosco, guarda quante more. Dai, mangiane!

Le porse una manciata di more, cercò con la mano di avvicinare le sue labbra.

Ludovica si scansò, si alzò di scatto.

Ste! Ma sei matto? Quelle del bosco sono più buone! E comunque non le voglio dalla tua mano! rispondeva ridendo, chiudendo il libro.

Eppure, una volta le mangiavi mormorò lui, guardandola dal basso. Da lì si godeva meglio le curve del corpo. Avevamo undici anni. Tu mangiavi dalle mie mani e io dalle tue. Ti ricordi, Ludo

Lei rise ancora più forte e salì sul portico.

Stefano, vai a casa, dai! Ho da studiare per un esame.

Ludovica! la seguì, l’afferrò per le spalle nel corridoio, la spinse verso il vecchio cappotto appeso da secoli, provò a baciarla. Ma lei si divincolò, lo colpì con una scopa, lo cacciò fuori. Le more si sparsero sui gradini, Stefano, arrabbiato, calpestò le tracce nere, lanciò il cestino di vimini, colpì il cancello che si staccò da una cerniera.

Passarono anni. Tante estati nonna Anna passò sola nella sua vecchia casa, attendendo le rare visite della nipote. Lultima volta Ludovica venne coi genitori per il funerale. Chiusero la casa, coprirono le finestre.

Ludo, che facciamo con il terreno? chiese la madre, confusa, piangendo sulla spalla della figlia.

Lo teniamo. Tornerò io. Non si vende rispose Ludovica, accarezzando la mamma, poi pianse anche lei.

Dal giardino vicino li osservava un cagnone randagio. Stefano e i suoi genitori non tornavano più, troppo impegnati. Si diceva Stefano sia allestero, in apprendistato; i genitori lavorano

Passarono molti anni. Davanti alla vecchia casa di Stefano arrivò un enorme SUV nero. Si abbassarono due finestrini. La prima testa era quella di Stefano: pettinatura alla moda, gel brillante che attirava perfino gli insetti e unaria compiaciuta. Sparì subito allinterno.

La seconda era di una donna semplice, i capelli raccolti in una coda, senza trucco, lentiggini e un nasino a bottone. Sorrise.

Oh, Stefano! Ma qui è magnifico! Che aria cè! la donna respirò a fondo e rise. Bravo che ci hai portati qui! Mattia, Chiara, sveglia! Siamo arrivati!

Si sentivano vocine e rumori di cinture slacciate dal sedile posteriore. Una ragazza si mise a urlare dal finestrino, scacciando una possibile ape.

Ma dai, non capite niente! la donna quasi cantava saltando fuori dallauto. Portava un abito lungo di cotone chiaro, perfetta per il giorno estivo: mancava solo un capello di paglia e un mazzolino di fiori. Ma guardate che bella, la natura! Guardate, che morbida la peluria di questa ape

Clara, basta. Senti che dici? Ape carina Ragazzi, stanotte restiamo qui Stefano arricciò il naso. Un rametto era finito sulla suola della sua scarpa. Sì, queste sono le mie origini. Qui sono diventato uomo aggiunse compiaciuto.

A bere e fumare? Questo lo sapevi già fare ridacchiò Clara. Dai, non offenderti, sei stato bravo. Chiara, Mattia, aiutiamo a scaricare la spesa e sistemiamo la colazione. Magari la faremo sul prato, sarebbe bello Che ne dici, Ste? Vieni a darci una mano?

Lui scosse la testa.

No, voglio farmi un giro. Son secoli che non torno. Prendi le chiavi, Clara: qui casa, qui cantina, qui la legnaia. Mattia, dai una mano alla mamma.

Noo! Torniamo a casa, papà! Qui che ci facciamo? si lamentò Mattia, nove anni. Ma il padre già era andato, prese il guinzaglio del loro insolito animaletto e si incamminò, mostrando tutta la sua nostalgia.

Clara sospirò e si mise ad aprire la casa. C’era stata una sola volta, prima di avere figli. Stefano laveva portata a passare qui tre notti di puro relax, tra bagni nel fiume e grigliate in giardino. Poi mai più. Ora i genitori di Stefano erano morti, e bisognava decidere che fare del fondo. Stefano aveva pensato di venderlo, eppure avevano deciso di passarci una giornata intera, almeno per salutarlo. Anche se, a dire il vero, tutta lorganizzazione ricadde su Clara. Stefano era troppo preso dai ricordi

Chiara, Mattia! Guardate le more! Venite! richiamò Clara, indicando il rovo, poi rimase incagliata con le chiavi nella porta. Ma comè dura questa serratura! pestò la porta Stefano! Non si apre!

Lui tornò indietro, spazientito.

Clara, ti avevo detto: questa è di casa. Scippò le chiavi dalle mani della moglie. Parlo sempre chiaro, almeno tutti capiscono, tranne te.

Va bene, scusa sono stanca, fa caldo

Dai, organizza tu tutto, io mi faccio un giro continuò lui sistemando il colletto della sua camicia di lino, già spiegazzata ma costosa, e mostrando lorologio dal valore di decine di migliaia di euro.

Eh! Ma guarda chi si rivede il nostro piccolo Acchiappamosche! gridò la signora Elide, vicina di casa, dietro la staccionata scrostata. Elegantissimo, sembri uno sposo! Ben tornato, Ste! Te lo dicevo che la terra chiama sempre! gli ricordò ridendo il soprannome, perché da piccolo andava in giro con la racchetta elettrica contro le mosche.

Stefano accennò un sorriso forzato, sperando che la moglie non sentisse il nomignolo.

Buongiorno, signora Elide Ah, questa terra ormai va venduta. Troppi fastidi! E lei come se la passa?

Bel catenone che porti! osservò la vicina. Stefano ne andava fiero: aveva tutto grosso, catena, macchina, moglie, lavoro. E quel crocifisso? Non eri mica praticante! aggiunse la donna senza aspettare risposta. E che animale ti porti in giro?!

Stefano si incamminò, seccato, allontanandosi senza replicare.

Ludovica? Che piacere! Sono Clara. Siamo appena arrivati, dobbiamo organizzarci. Passeremo la notte e via. Abita sempre qui? Ma dai! Sì, Stefano è con me, ora è a spasso. Ma che bel cagnolino! Uno spaniel? Se vuoi dopo passa da noi Clara chiacchierava con una vicina, appena conosciuta.

Ludovica, un po imbolsita dagli anni, in un vestitino leggero, annuì e disse:

Ma perché non venite voi da noi? Siete stanchi, i bambini devono mangiare. Da voi lerba è alta, attenzione alle zecche. Ho già preparato il pranzo, poi vi aiuto a sistemare in casa.

Clara inizialmente si schermì, poi accettò. Da mattina si sentiva strana, il cuore le faceva un po male; pensava pure di rimandare, ma Stefano era stato irremovibile

Ecco qui gli antipasti, ho preparato insalate di tutto. Tutto in frigo, non preoccuparti! Stefano ha un frigo in macchina che sembra un camion! borbottava Clara portando contenitori. Posso sedermi un attimo? Ho un capogiro

Ludovica sistemò una sedia allombra, le porse una bibita fresca.

Tutto bene? Siete proprio pallida Mio marito è medico, se serve lo chiamo. Jacopo! Vieni? Lui è alla griglia, specialità del giorno disse Ludovica guardando le lentiggini acceso di Clara. Dai, sedetevi. Ragazzi, io sono Ludovica Andreoli, andate pure dietro: là ci sono le altalene!

Jacopo si avvicinò, contò il polso a Clara.

Un po ballerino?

Mi capita, sì ammise Clara. Ludovica prese subito iniziativa.

Avete le medicine? Se serve, da noi si trova un po di tutto. Facciamo da punto di primo soccorso spiegò Jacopo.

Sì, le ho in borsa. La dovrei aver lasciata fuori

Ludo, vai tu a prenderla? chiese Jacopo. Clara annuì.

E tuo marito? chiese Ludovica, avviandosi.

È a spasso con Sherlock, il nostro animale. Sherlock deve fare esercizio

Che nome curioso avete dato al vostro animale! sorrise Jacopo. Vabbè, fatevi comodi. Porto fuori una poltrona. Oddio, la griglia!

Il ricco profumo di carne speziata si diffondeva già in giardino.

Clara si rilassò sulla sedia, occhi chiusi. Che bello starsene così, destate, a sentire le voci dei bambini, la brezza tra i rami dei meli, le grida dei cani che giocano, il tintinnio del vecchio campanello appeso al portico Magia daltri tempi

Ludovica? La voce rauca e finta virile di Stefano la fece voltare verso il cancello. Stefano si compiaceva di quel tono, un misto tra marinaio e cantante rock.

Ludovica aveva in mano la borsa, notò subito Sherlock: avanti Stefano arrancava un piccolo maialino domestico, grigio a striscie nere, con il musetto sempre in movimento.

Santa Maria! Ludovica scoppiò a ridere. Questo sarebbe il famoso Sherlock?! Stefano, ma che personaggio sei!

Sherlock trotterellava allegro col suo guinzaglio facendo confusione tra i piedi di Ludovica. Stefano si chinò per liberarla, con aria da galante.

Ludo, mi sei mancata sospirò, accarezzando la gamba di lei. E tu?

Ludovica alzò gli occhi al cielo, poi chiamò Jacopo:

Jacopo! Questo qui è Stefano, quello che ti raccontavo! gridò, voltandosi di scatto. Dai, vieni! aggiunse a Stefano, che rimase a sorridere soddisfatto.

Si misero a tavola nella nuova pergola, proprio dove cera un tempo la sabbiera. Ora, una piattaforma in cemento, colonne di ferro e glicine tutto intorno. Dal lampadario centrale, paralumi di rame riflettevano la luce del sole sul viso commosso degli ospiti.

Mattia e Chiara tacevano, intenti a mangiare. Jacopo serviva spiedini di carne, Ludovica pose insalate, Clara tagliò pane e versò due caraffe di fresca gassosa fatta in casa.

Che ne farete del terreno? chiese Jacopo. Lo abbattete tutto per rifarlo nuovo?

Ma figurati! ridacchiò Stefano, pulendosi le dita e ammiccando a Ludovica, chiedendo altra insalata. Vale la pena? Qui rubano tutto anni fa hanno portato via il tosaerba, il trapano, sono entrati in casa. Sicuro che non sono stati i tuoi operai, Jacopo? Visto il casale che avete tirato su provocò ridendo, già brillo dal whisky che aveva portato.

Stefano! protestò Clara, arrossendo. Lascia stare

Ho costruito la casa io, con le mie mani. Gli uomini miei sono fidatissimi rispose Jacopo, prendendo la mano di Ludovica.

Nel prato Sherlock giocava già con il cane di Ludovica, felice come fosse un cucciolo vero.

Vabbè Jacopo, vendimelo piuttosto il terreno. Voi allargatevi, quanti Euro vuoi? Jacopo sentì una gomitata di Ludovica sotto il tavolo, ma mantenne il sangue freddo.

A te? Stefano strinse gli occhi. Duecentomila euro. Così.

Guarda Ludovica dall’altra parte del tavolo, sorridendo compiaciuto. Hai visto? Il tuo Jacopo certi soldi non li ha mai visti! Con la sua camicia scolorita e i pantaloni corti, non vale nulla in confronto a me Poveretta, si sarà pentita di non avermi aspettato

Imbracciò la chitarra lasciando suonare le note di una vecchia canzone damore, guardando Ludovica. Chiuso negli occhi, godeva del suo successo, mentre lei faticava a trattenere le risa.

Ragazzi, tagliamo corto interruppe Jacopo, spezzando la tensione. Metto a bollire il caffè nella moka. Ragazzi, andate a giocare un po, poi tè col limone e biscotti fatti in casa!

Jacopo allungò una caramella a ciascuno dei bambini, che corsero via soddisfatti.

Noi intanto puliamo. Ludovica, ti aiuto io disse Clara alzandosi.

Certo. Stefano, puoi portare tutto in cucina? Canti bene, ma ora muovi le mani! ridacchiò Ludovica.

No, meglio lasci stare, fermò Clara sottovoce la padrona di casa. Dopo due bicchieri, rompe pure i piatti

La cucina luminosa, i mobili in legno intarsiato e le pareti verde oliva davano un senso di pace.

Mettiamo tutto in lavastoviglie, poi ti preparo il caffè Clara, posso chiamarti così? improvvisamente si fece quasi timida Ludovica.

Certo. Siamo stati pure troppo invadenti Scusa, tu avrai mille cose da fare, noi qui a intralciare disse Clara, e sospirò.

Ludovica arrossì, istintivamente portandosi le mani al ventre in un gesto di protezione.

È la sesta volta che ci proviamo Se non va, non so se reggerò si lasciò scappare tra le lacrime. Non ne aveva mai parlato, tranne che con Jacopo e il medico. Eppure, Clara con quelle lentiggini e quel sorriso sapeva creare tenerezza.

Ludovica, coraggio! Vedrai, andrà bene! la abbracciò Clara. Hai una famiglia meravigliosa, un marito forte. Entrambe risero, pensando che Ludovica aveva un bel fisico, degno dun fronte di difesa. Sei controllata, si fa tutto il possibile. E andrà tutto per il meglio!

Jacopo portò la moka e un vassoio di dolci fatti e portati da Clara. Stefano, tentò goffamente di fare il gradasso, ma scivolò dalla sedia tra le risa dei bambini e le occhiate di Ludovica che non tratteneva più il sorriso. Sherlock gli mise il muso in faccia.

Vai via, brutto! Ti cucino! brontolò Stefano, maialino beccato nel mezzo del muso.

Sentite un bel caffè per riprendere energia? disse Jacopo, aiutando Stefano a rialzarsi. Ecco la vostra tazza.

Jacopo amava evitare imbarazzi, aiutava sempre anche chi sbagliava, come se volesse dividere gli errori degli altri per renderli meno dolorosi. Ludovica, a volte, lo prendeva in giro, ma era stata fortunata ad averlo sposato.

Stefano, intanto, sbocconcellando la torta di more, lanciava occhiate fameliche a Ludovica. Pretendeva che fosse lei a lanciarsi tra le sue braccia, come tutti facevano. Cera chi lo accettava nel suo circolo privato di preferite, altre erano scartate. Gli veniva quasi piacere provocare le delusioni delle donne. Se solo Clara non sapesse delle sue avventure! Ma lei è ingenua, beata lei

Dopo un momento, Stefano propose a tutti di andare al fiume.

Davvero? Si può nuotare? Papà, la barca la dovevamo portare! esclamarono i bambini.

Ci penseremo. Andiamo? Stefano già si specchiava nel riflesso della caffettiera.

Magari dopo cena, ora cè da riposare, Clara non si sente bene tagliò corto Ludovica. Tanto Stefano traballava appena in piedi; e il fiume era pericoloso.

Va bene, io vado solo. Clara, vieni? Bisogna sistemare la stanza

Ma Ludovica agganciò la mano della nuova amica:

Fai da solo, Clara ha bisogno di riposare.

Sì, deve stendersi, non si scherza col cuore aggiunse Jacopo. Stefano, se vuoi ti aiuto

Aiutarmi? Fare il letto? rise Stefano. Ma lasciate perdere Andiamo Sherlock, vieni con me!

Il maialino lo seguì trotterellando.

Perfetti luno per laltro, davvero! borbottò Jacopo, poi si scusò con Clara per lo scherzo.

La casa si riempì di voci. Ludovica accompagnò Clara in camera, Jacopo rimise a posto la tavola, i bambini portarono i piatti in cucina.

Stefano si sdraiò sul vecchio divano della sua stanza e si addormentò di botto, sognando che Ludovica lo raggiungeva in ginocchio, accarezzandolo e sussurrando parole dolci. Ma si svegliò di soprassalto: era Sherlock, non Ludovica, sul divano, che grugniva bucando laria. Stefano lo scacciò via, ancora un po ubriaco, e poi scese verso il fiume

Clara riposava con le mani dietro la testa, la brezza portava lodore del fuoco e dellacqua. Il fiume era poco lontano, quando le foglie cadevano tutto era più chiaro, come argento vivo. Pensava: Oggi Stefano è ancora più strano

Incrociò il sonno, svegliandosi allimprovviso al tocco di Ludovica sulla spalla, con il viso pallido.

Clara, svegliati! Scusa, ma Jacopo dice che Stefano è sparito al fiume e non torna più. Non si trova

Clara si catapultò giù dal letto, si infilò i sandali e corse in giardino.

Dovè il fiume? urlò angosciata.

Da quella parte. Ma sai, lui sa nuotare bene! Ludovica cercava di non perderla. Trovarono Jacopo già sulla riva, che fissava lacqua.

Non lo trovo! Dieci minuti dopo mi son mosso e Stefano era già scomparso Potrebbe esser andato poco più in là, ma lì cè il pantano si chiedeva Jacopo.

Guarda, lasciugamano! urlò Clara, cadendo inginocchiata sulla sabbia, spaventata dal ricordo di una bambina quasi annegata sotto i suoi occhi, tanti anni fa. Dove sei? Stefano! urlava, allontanando la mano di Ludovica dalla sua spalla.

Bisogna cercarlo sottacqua, decise Jacopo. Lacqua qui è fangosa, la corrente stronca, ma provo. Ludo, non ti agitare, ci sono io! Chiama Piero della guardia fluviale.

Si gettò in acqua in costume, iniziando a nuotare con vigore.

Clara! Serve il telefono! Chiara, Mattia, correte a prendere il cellulare, è nella pergola! Presto! Ludovica fu rapida, i bambini partirono come saette.

Ludovica sedette sulla sabbia stringendosi apatia. Si sentiva male. Ogni volta che Stefano era vicino, si sentiva agitata, come una minaccia.

Dolori al basso ventre, respirava a fatica. Jacopo era già riemerso, doveva stare serena. Quando riguarda Stefano, meglio non agitarsi inutilmente. Solo Clara le faceva pena: così fragile

Clara, vieni. Siediti, senti la testa girare? Vieni, Jacopo farà tutto il necessario.

Ludo, se gli succede qualcosa, non reggo! piangeva Clara Sì, Stefano è un vanitoso, ma aiuta tutti, anche me Ha mille difetti, ma ai figli non fa mai mancare nulla. Quando nacque Chiara, era felice pur aspettandosi un maschio. Si illumina per ogni cosa loro Sciocco, ma vero.

È fatto così. sospirò Ludovica. Ama stare al centro dellattenzione, non beve, non fuma: in fondo, non è male. I guai però li combina

Le due donne osservavano Jacopo che si affannava nella corrente. Intanto tornavano Chiara e Mattia col telefono, coperti di graffi. Ludovica chiamò subito lamico della guardia fluviale, che la rassicurò: sarebbero arrivati.

Jacopo dovrà uscire dallacqua, stiamo arrivando col motoscafo le suggerì Piero al telefono.

Ludovica fece segno a Jacopo, che uscì dalla corrente, mentre lei tratteneva Clara che rischiava di buttarsi in acqua, nonostante la paura.

I paesani accorsero per aiutare, ma Jacopo li fermò: stavano arrivando i soccorsi. Enrico, lamico dinfanzia che veniva sempre a ballare, si gettò in acqua ugualmente; solo per poco non fu travolto dal motoscafo.

Un fruscio improvviso dai cespugli. Stefano ricomparve, asciutto, si lisciava la pancia pallida con superiorità.

Ma vi siete spaventati?! Io ero qui di lato, a sentire tutto! Ma guarda che casino avete combinato! rideva nervoso tra gli uomini del villaggio, ma quando vide Clara svenire sbiancando, la bocca che diventa blu, scattò come una molla gridando di poggiarla nuova a terra.

Clara, ma dai, ti sei spaventata? Eccomi, sono vivo! Se ti ho fatto piangere, significa che mi ami! Basta, non piangere, non ti sta bene si prodigava, ma Clara gli assestò un ceffone deciso.

Stefano barcollò, planò a terra, suscitando lilarità rabbiosa degli uomini. Dalla barca i soccorritori guardavano la scena, sbigottiti. Enrico, tornato a riva, osservava Clara rapita.

Lei, col viso infuocato, i capelli scompigliati, lo sguardo acceso:

Ma ti pare il caso? Questa non è un scherzo, sei solo un pavone vanesio! Non sei nemmeno capace di buttarti davvero, ci tieni solo a te stesso! Lo faccio io, se vuoi: ti trascino io sottacqua! Ai bambini, tapparsi le orecchie, la mamma impreca! Vuoi sempre sentirti il migliore, ma ci sei solo per te stesso! La verità? Sto ancora con te proprio perché mi conviene: sei un papà esemplare, i figli non mancano di niente. Ti vanti, ma in fondo la tua vanità la so usare a mio vantaggio! Però sono stanca di tenere il copione della moglie perfetta solo per il tuo show personale. Se vuoi, ci separiamo. O perdi la corona, o scendo io in tribunale. Ti metto una bella lastra di marmo sopra, con scritto Beh, ci penserò. E basta.

Clara si scostò, le gambe che tremavano. Ma niente lacrime.

E comunque, a me proprio non importa nulla di te intervenne Ludovica. Se ti annegavi, non piangevo di certo; mi sarebbero dispiaciuti solo i bambini e Clara, e basta. Ma la tua stupidata poteva costare caro a Enrico!

Adesso basta. Jacopo prese Stefano da parte. Visto che nessuno è annegato, andiamo a mangiare il gelato e gli spiedini. Bambini, di corsa a casa, che cè il dessert.

I piccoli annuirono, guardando la mamma.

Grazie a tutti mormorò Clara a Jacopo e Ludovica. Ludo, ora tu devi riposare.

La signora Elide si avviava già avanti, pensierosa: “Eh, questo Stefano” pensava scuotendo la testa.

Stefano restò solo a guardare le spalle di chi se ne andava, con la stessa aria imbambolata di chi ha fatto una sciocchezza troppo grossa. Enrico voleva dirgli qualcosa, ma rinunciò.

Enri! Una grappa favolosa! urlò Stefano dietro di lui, ma Enrico proseguì dritto senza una parola. Con certi tipi, meglio evitare di bere.

Tornati a Milano, Stefano smontò tutti gli specchi, vendette rettili e ragni, tenne solo Sherlock. Seduto in camera si chiedeva se Clara avrebbe davvero chiesto la separazione. Per ora, silenzio. Solo che la casa non si vendeva: parola di Clara. E chissà che penseranno al lavoro, lui uomo di successo, se dovesse arrivare una lettera per gli alimenti Bisognava inventarsi qualcosa e in fretta. Ma prima, almeno andare dal barbiere a sistemarsi il taglio

Dove vai? chiese Clara, severa, dalla cucina. Ancora a specchiarti?

Io? No Clara, vuoi che ti aiuti?

Vai a fare la spesa. Ti mando la lista. E non ti azzardare a buttarti nel fiume, che questa volta non ci credo. E Sherlock, seguilo tu! chiamò dietro, e il maialino si mise a seguirlo scodinzolando.

Se mi manda a far la spesa, non divorzia! pensò Stefano, felice di prendere la borsa e il guinzaglio ma, ovviamente, andando solo al supermercato più esclusivo.

Clara, in verità, non aveva deciso proprio nulla. Si prendeva una pausa, ci avrebbe pensato

A volte chi si crede irresistibile non si accorge che la vera forza, nella vita, sta nellamare e lasciarsi amare sinceramente, senza specchi né recite. Solo così si cresce davvero, imparando a essere migliori, non per sé stessi, ma con e per gli altri.

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