Diciassette calzini
Oggi guardavo mia moglie Francesca da sopra la mia zuppa di minestrone e già sapevo con esattezza che cosa avrebbe detto subito dopo. Dopo ventitré anni passati insieme, ormai conosco il suo viso meglio delle etichette sulle bottiglie dolio extravergine che compro al supermercato.
Hai messo troppo sale di nuovo, ho commentato, senza alzare lo sguardo dallo smartphone. Quante volte te lo devo dire?
Non è vero, ho seguito la ricetta, ha risposto lei.
Se lo dico io, allora è così.
Francesca ha appoggiato il cucchiaio sul tavolo con una cura esagerata, da non farlo sbattere. Se avesse fatto rumore, avrei detto subito che era la solita isterica: glielho rimproverato tante volte. Per ogni suo minimo gesto più deciso, sembrava sempre che volesse farlo apposta.
Luca, uso la stessa quantità di sale da ventanni.
Ecco il problema. Sempre lo stesso sapore da ventanni. Non pensi sia ora di cambiare qualcosa?
Ho allontanato il piatto e mi sono alzato, lasciandolo nel lavandino con il minestrone avanzato. Nemmeno mi sono preso la briga di dargli una sciacquata. Lei mi osservava di spalle, la solita schiena di una persona che, in fondo, non mi ha mai davvero chiesto come mi fosse andata la giornata.
Era un martedì sera qualunque, nella nostra casa al terzo piano di un palazzo in zona San Donato, a Bologna. Un trilocale ampio, arredato bene. Mi piaceva vantarmi con gli ospiti che lo avevo sistemato io, mentre Francesca taceva e imparava ormai da anni a mordersi la lingua, se non voleva doversi poi giustificare a casa.
Io ho cinquantasei anni, lei cinquantadue. Ci siamo conosciuti allinizio degli anni Novanta, lavorando entrambi in una fabbrica di ceramiche fuori città. Allora sembrava che io fossi diverso. Forse però era solo il tentativo di fare colpo: i complimenti, le buste della spesa portate a casa, le risate alle sue battute. Poi semplicemente ho smesso di impegnarmi, come fanno tutti. Francesca, ormai, non si chiedeva più nemmeno il perché.
Oggi sono direttore commerciale in una media impresa edilizia, “Costruzioni Emilia”. Buono stipendio. Francesca lavora come contabile in un ambulatorio del Comune. Anche lei guadagna il suo: poco, ma costante. Solo che i soldi suoi sono sempre serviti per le bollette, la spesa, il superfluo di casa. I miei, invece, venivano destinati alle cose serie.
Glielo buttavo lì, non spesso, ma ogni tanto.
Con quello che prendi, compri giusto la focaccia del panettiere, dicevo, senza nemmeno rendermene conto. Ma sapevo di ferirla e non mi interessava.
Niente figli. Un argomento che, ormai, Francesca aveva imparato a evitare persino nei suoi pensieri per non ferirsi ancora.
Mia madre, Rosa, abita nel quartiere vicino. Tram dieci minuti. Viene a trovarci senza avvisare, con le chiavi che le ho dato quindici anni fa e che non ho mai più ripreso indietro. Rosa entra, gira per tutta la casa a caccia di polvere e trova sempre qualcosa che non va.
Franceschina, ma la polvere sulle mensole? diceva con un certo sussiego, come se luso del diminutivo le desse il diritto di fare osservazioni.
Proprio ieri ho pulito, signora Rosa.
E allora come mai è ancora qui? Guarda qua.
Passava il dito e mostrava il segno come se mia moglie fosse cieca.
Io in quelle situazioni, mi sedevo in poltrona davanti alla TV e fingevo di essere distante anni luce. Mai detto a mia madre di calmarsi. Mai difeso mia moglie: in fondo, se così facevo, nessuno mi disturbava.
Col tempo, Francesca aveva smesso di chiamarla debolezza da parte mia. Semplicemente sapeva che la nostra vita era fatta così: io, lei e mia madre, sempre invisibilmente presente, anche da lontano.
I miei calzini li lasciavo dove capitava. Fa quasi ridere pensare a quanto fosse normale: come il battiscopa o lodore del caffè alle sette. Francesca li trovava ovunque: vicino al divano, sotto il tavolino, una volta sul davanzale della cucina. Nemmeno domandava più come fossero arrivati lì: li raccoglieva e li metteva a lavare, senza fiatare.
In silenzio, faceva tutto: pulire, stirare, cucinare, andare a fare spesa dopo il lavoro, trascinare buste pesanti perché, per me, quello era un compito da donna. Io, pesi veri li sollevavo solo se cera da mettere qualcosa in terrazza. Il resto, no.
Tanto passi già di lì, dicevo spesso.
Un giorno, in ambulatorio, hanno organizzato una festa per lanniversario di fondazione. Cerano giochi, una specie di quiz storico: Francesca ha vinto un buono da cento euro per una giornata relax in una spa Rosa dei venti. Se lera portato a casa quasi contenta, forse per la prima volta dopo tanto.
Io lho preso, lho girato tra le mani e ho detto:
Mia madre ha la schiena bloccata da giorni, le servirebbe un massaggio.
Luca, è il mio premio.
E allora? Cosa te ne fai tu? Hai tanto da fare… a mia madre serve di più.
Ho chiamato mamma davanti a lei, le ho detto del regalo. Il giorno dopo è venuta e se lè presa. Ha ringraziato me. Mia moglie, niente.
Quella sera, Francesca è rimasta a fissare fuori dalla finestra. Le foglie cadevano già. Non ha nemmeno pianto. Perché? Forse perché, a non sorprendersi più, ci si dimentica anche di soffrire.
Poi successe quel fatto col calzino.
Era sabato, lei stava facendo le pulizie in salotto, ha spostato il divano, ha trovato un calzino grigio, di cotone, solo uno, non la coppia. Lo ha tenuto in mano a guardarlo, senza fastidio, solo con attenzione.
E lì, qualcosa in lei si è mosso, piano, come la serratura arrugginita che finalmente gira.
Non ha messo il calzino nel cesto della biancheria.
È andata nello sgabuzzino, ha trovato una scatola delle scarpe e ci ha messo dentro il calzino. Ha chiuso.
Quel giorno guardavo la partita. Lei mi ha portato il tè, senza che ringraziassi, ed è tornata in cucina, silenziosa.
Ha pensato a lungo. Sapeva che tra tre settimane e mezzo ci sarebbe stato unimportante cena a casa nostra: il nuovo direttore generale di Costruzioni Emilia, Alberto Gori, veniva a cena con la moglie, per conoscermi. Era la classica occasione in cui mi giocavo la carriera. Lavevo ricordato per giorni:
Capisci che occasione? Gori valuta la famiglia, lordine in casa, persino la moglie. Preparati bene: pettine, vestito decente, e per favore lascia parlare noi uomini.
Va bene.
Invito anche mamma: in queste situazioni sa comportarsi.
Francesca annuiva, come sapeva fare benissimo.
Così, quella notte, seduto ormai solo in cucina, pensavo che avevo tre settimane e mezzo.
Il giorno dopo, lei è passata in ferramenta: ha comprato diciassette barattolini di vetro con il tappo e un piccolo registratore vocale. Poi ha preso un avanzo di stoffa di velluto verde scuro.
A casa ha sistemato tutto di nascosto: la spesa di cibo la controllavo, il resto no.
Col registratore, Francesca ha cominciato a registrare le mie frasi tipiche, quelle che avevo labitudine di dire senza pensarci. Non sempre, solo quando sentiva che valeva la pena immortalare il momento.
La prima volta è successo a cena: le ho detto che il pollo era troppo asciutto. Lei ha risposto che lo aveva preparato come sempre. Io: Appunto. Sempre la solita minestra. Possibile che tu non sappia cambiare?
Lei aveva già acceso il registratore, portandoselo dietro nel grembiule.
I calzini continuavano a comparire ovunque, ogni paio di giorni. Francesca li infilava ciascuno in un barattolo di vetro, chiudeva bene e li riponeva. Dopo una settimana ha deciso di etichettarli: ogni calzino con la data e la mia frase del giorno. Cartoncini, come i prezzi nei negozi. Ha cominciato a trascrivere tutte quelle battute che per lei ormai erano più dolorose di uno schiaffo.
Cara, ma smettila di lamentarti: una donna dovrebbe essere felice di avere casa e marito.
Questa lho detta il giovedì, quando lei si è lamentata della stanchezza.
Mia madre laveva detto che non eri capace. Non volevo crederle, ma ora vedo che aveva ragione.
Detto il sabato, allennesima discussione con mamma su come era venuto il mio dolce preferito.
Di notte, dopo che andavo a dormire, lei tirava fuori la scatola e sistemava i barattoli sul tavolo, organizzando una piccola mostra ufficiosa. Si occupava di tagliare il cartone, coprire i piedistalli di velluto. Un lavoro di pazienza e precisione.
Le luci dei faretti le aveva trovate al mercatino, con pochi euro. Ne servivano solo tre per illuminare bene il salotto.
Per lei era tutto un lavoro ordinato, come fare i conti, voce per voce, senza emozioni. Documentava. Catalogava.
Non mi sono accorto di nulla. Mia moglie aveva imparato a non dare nellocchio.
Una mattina mi chiesi il motivo di quella sua aria stanca.
Dormi male?
Sì, ultimamente.
Prendi qualcosa dal lavoro, che ci lavori in ambulatorio.
Fine della conversazione. Passai alla pagina successiva del giornale.
Solo la sua collega, Valeria, le aveva detto che sembrava diversa, più raccolta del solito.
Stai meditando qualcosa?
Sì.
Una cosa seria?
Non più di tanto.
Valeria sapeva che non avrebbe mai saputo di più. Loro due, amicizia formale, ma rispetto sincero.
Cera anche Marta, la vera amica di Francesca, dai tempi delluniversità. Viveva ormai a Milano, divorziata, libera. Si sentivano spesso. E Francesca, una sera, poco prima che io iniziassi a vedere le trasmissioni dalla camera, la chiamò.
Marta, avrei bisogno che tu venissi qui. Fra tre settimane. Mi devo trasferire.
Hai già preso una casa?
In affitto, sì. Un monolocale in via Massarenti. Ho pagato già il primo mese.
Francesca, sei sicura?
Sicurissima.
Marta capì subito, come solo le vere amiche possono fare.
Arrivo il quindicesimo.
Poi Francesca tornò nel ripostiglio, contò i barattoli: erano nove. Lavvocata la trovò su internet: Sara Montanari, studio in centro. Durante la pausa pranzo, appuntamento e racconto essenziale della situazione. Sara era abituata.
Possedete qualcosa insieme?
Solo lappartamento. Acquistato durante il matrimonio, ma più coi suoi soldi.
Però risulta comunque cointestato. Vuole lasciarlo?
Sì. Mi bastano i risparmi: prenderò in affitto.
Ne è sicura?
Sì.
Sara annuì. Chissà quante donne aveva visto andarsene, senza niente.
Procediamo dalla sua parte. Il quindicesimo va bene per lei?
Perfetto.
Quando uscì dallo studio laria sembrava più mite: metà settembre, sole. Nessuna paura, solo un po di secchezza in bocca. Pensava solo che doveva comprarsi una bottiglietta dacqua.
La sera cucinai pesce. Lo mangiai, dissi che era niente male. Niente ringraziamenti. Solo niente male, il massimo dei complimenti.
Ricorda che la cena con Gori sarà il diciottesimo, le dissi.
Certo.
Va matto per la cucina tradizionale, punta su qualcosa di importante: anatra o manzo.
Faccio lanatra.
E la tavola mettila a festa, con la tovaglia che abbiamo portato da Firenze.
Come vuoi.
E indossa qualcosa di decente. Non quel vestito blu che ingrassa.
Francesca mi guardò per un attimo.
Va bene.
Mi ritirai subito.
I giorni seguenti trascorsero in preparativi: bilancio trimestrale al lavoro, menu da pensare. Altre quattro bottiglie di vetro. Le etichette, stampate col computer, venivano tagliate a mano, con precisione.
Col registratore, Francesca catturava alcune delle mie frasi più sgradevoli, a volte dette con voce bassa, come quando le feci notare, senza motivo, una piega inesistente sulla mia camicia appena stirata.
Ti chiedi mai se potresti impegnarti un po di più? le dissi.
In che senso?
Tutti i sensi. Guarda la camicia, cè una piega nel colletto.
Non vedo pieghe.
Perché non sai guardare. Porta qua, meglio se da solo la porto in lavanderia.
Poi, un giorno, rientrando, la trovai a sistemare la spesa. Senza sospettare, telefonai ad un amico:
Che vuoi che ti dica? Le mogli sono tutte uguali: brontolano, ma almeno la casa è pulita e il minestrone sul fuoco… No, non lascio mia moglie. Mia madre mica lo permetterebbe: a chi lo fa il brodo poi?
Risate in sottofondo.
Francesca aveva registrato anche quello. E non era la battuta a far più male, ma il verbo sopportare. Io, consapevole di tutto, preferivo la comodità.
Marta arrivò il quindicesimo, puntuale. Francesca la accolse quando ero fuori; in due ore impacchettarono tutto ciò che mia moglie avrebbe portato: poche cose sue, qualche fotografia, un portagioie, le sue stoviglie preferite, i documenti. Caricarono tutto sullauto di unamica di Marta e via, verso il nuovo appartamento. Era piccolo ma luminoso, finestre sul parco.
Quel giorno mia madre non cera. Togliere di mezzo le sue cose fu facilissimo. La cabina armadio era grande, la mia metà sempre più piena della sua.
Poi andò in studio dallavvocata. La pratica era pronta. Firmò.
Tornata la sera, ero in poltrona.
Dove sei stata?
Lavoro.
Cosa cè per cena?
Adesso preparo.
Restavano tre giorni.
In quei tre giorni ha organizzato un vero banchetto: anatra lasciata marinare tutta la notte, ricetta nuova per la salsa di ribes, menu scritto e annotato in modo preciso.
E la mostra, quella che solo lei sapeva appena, prendeva forma: diciassette barattoli, diciassette biglietti. Tre frasi più grandi, le fondamentali:
La donna deve essere felice di avere casa e marito.
Mia madre aveva ragione.
Sopportare. Almeno in casa cè minestrone.
Il buono per la spa, incorniciato, con una targhetta: “Un regalo che secondo la suocera non meritavo.”
I faretti accesi in salotto, coperchio sopra la mostra fino a sera.
Il diciottesimo, io ero di buon umore. Ho chiesto menu.
Anatra al forno e salsa di ribes, verdure arrosto, antipasti misti: salmone, olive, crostini col pecorino. Tiramisu a fine pasto.
Sei sicura di saperlo fare, il tiramisu?
Certo.
Non fare brutte figure: Gori è uno severo, ama la famiglia unita.
Chiarissimo.
Mamma sarà qui alle sei per aiutare con la tavola.
Non ne ho bisogno, ma va bene.
Ero uscito. Francesca passò tutto il giorno a preparare. Cucina, doccia, vestito rosso mai usato prima non appariscente, semplicemente giusto. Si truccò un po di più del solito, mise orecchini dargento, quelli delluniversità.
Marta chiamò alle 17:45.
Come va?
Tutto pronto.
Sono a due isolati. Se hai bisogno
Lo so. Grazie.
Poco dopo, mia madre entrò alle sei in punto. Aprì con la sua chiave.
Ecco qui, sei in ghingheri stasera.
Buonasera, signora Rosa.
Anatra?
Sì.
A Luca piace carne ben cotta, lo sai?
Dopo ventitré anni so cosa piace a Luca.
Mia madre mi guardò sorpresa. Francesca sorrise e mi andò incontro allingresso proprio mentre aprivo la porta.
Il vestito rosso, nuovo.
Che cosè quello? chiesi.
Un acquisto di qualche mese fa.
Un po vistoso, per essere te.
Non replicai altro, mi cambiai.
I Gori arrivarono puntualissimi. Alberto era un uomo grande, capelli grigi corti, postura sicura. Mi stese la mano sorridendo:
Lieto, sono Alberto.
Luca.
Sua moglie è proprio elegante.
Accanto a lui, la signora Teresa, bruna, occhi attenti e voce bassa. Portava i fiori a Francesca.
Grazie dell’invito.
Prego, accomodatevi.
Fui accogliente, scherzai, versai il Chianti, raccontai aneddoti. Mamma restò in disparte. Francesca serviva tutto, gentile.
Parlammo di progetti aziendali, Teresa volle sapere che lavoro facesse Francesca.
Contabile in ambulatorio pubblico.
Una bella responsabilità. Difficile conciliare tutto?
Sono abituata.
Teresa la osservava a lungo, forse coglieva qualcosa.
Finito il secondo, cena più rilassata, Francesca mi lasciò di stucco.
Scusate, vi vorrei mostrare qualcosa che ho preparato. Una piccola esposizione, nata proprio per questa cena.
Mi guardai attorno spaesato. Una mostra? ripeté Gori. Annuii, e tutti entrarono in soggiorno.
Lei scoprì il telo. La stanza si illuminò: diciassette barattoli di vetro su velluto verde. In ognuno, un calzino. Su ogni barattolo, una targhetta. Tutto scritto con scrupolo. Le frasi, sui cartellini, erano grandi.
In un angolo, il buono incorniciato.
Teresa fu la prima a fermarsi; Gori lesse un paio di frasi e rimase pensoso.
Mia madre, arrivata per ultima, domandò:
Che roba è questa?
Una collezione. Tre settimane e mezzo di vita.
E poi, la voce mia. Francesca azionò il piccolo altoparlante:
Cara, smettila di lamentarti: una donna deve essere felice di avere casa e marito.
Pausa.
Hai messo troppo sale. Sempre così. Forse cambia qualcosa!
Ancora:
Sopportare. Almeno in casa cè minestrone.
Lultima:
Mia madre diceva che non eri capace. Ora vedo che aveva ragione.
Quando la registrazione si spense, solo silenzio. Uno di quei silenzi pesanti, impossibile tornare indietro.
Teresa fissava la cornice del buono, poi si voltò da unaltra parte.
Gori si raddrizzò, altissimo.
Ho sentito che punta a un avanzamento, disse. La voce secca, impeccabile.
Stavo per parlare. Non me lo lasciò fare.
Per me la fiducia professionale inizia dal rispetto mostrato in famiglia. Non collaboro con chi tratta la moglie in questo modo.
Guardò me, poi Francesca:
Grazie per la cena, signora Francesca. Lanatra era ottima.
Teresa le strinse la mano, la tenne per un attimo e la lasciò andare. Poi uscirono. Fermo sulla soglia, immobile.
La porta si richiuse.
Mia madre, che era stata contro il muro come polena, tossì. Si girò verso Francesca, pronta ad accusare.
Ma laltoparlante riprese: una telefonata mia.
Pensi che mia madre non mi abbia stancato pure lei? Sempre a mettere il becco. Ma almeno qualcuno mi fa da mangiare: né mia moglie né mamma saprebbero far nulla di buono, in mia assenza.
Mia madre ascoltò tutto. Mi fissò, la bocca aperta e poi chiusa.
Luca quasi sussurrò.
Guardava il pavimento.
Luca, di nuovo, stavolta più dura. Così stanno le cose allora.
Prese la borsa, mise il mazzo delle chiavi sulla mensola e uscì. Nessuna lite, solo una chiusura secca della porta. Più dura di qualunque urlo.
Francesca rientrò, spense laltoparlante. Prese un barattolino, lo osservò e lo rimise al suo posto.
Io la seguii, rosso in faccia di rabbia, non di vergogna.
Cosè questa sceneggiata? esplosi.
Una mostra.
Davanti al direttore! Sai cosa hai combinato?
Lo so.
Tradimento. Sei impazzita.
Sono solo i tuoi calzini e le tue parole. Nientaltro.
Ma hai registrato di nascosto! È illegale!
Ho registrato in casa mia. Chiedi a un avvocato, se hai dubbi.
Feci un passo avanti.
Spiegami perché.
Mi fissò come se vedesse per la prima volta davvero chi fossi. Dopo ventitré anni. Avevo in mente limmagine di quando la aspettavo dinverno, senza cellulare, solo perché volevo vederla, e non esisteva ansia. Forse allora ero diverso, o ci credevo solamente.
Tre giorni fa ho chiesto il divorzio, disse.
Mi fermai.
Le mie cose non ci sono più. Il mazzo delle chiavi che mamma ha lasciato è lì. Il mio non lho mai avuto: tu non me lhai dato, e non importa.
Passò oltre, verso lingresso. Prese una borsa pronta da stamane. Aprì la porta.
Lanatra è fuori dal forno, puoi mangiarla. Il tegame è sporco. Non lo laverò più.
Uscì.
Il pianerottolo era immerso nella luce debole del neon. Sentii solo un paio di rumori, forse qualcosa che cadeva quando sbattevo la porta alle mie spalle.
Arrivò lascensore. Scese. Una sera di metà settembre, già freschino. Uscì subito sul marciapiede, respirando forte.
Laria odorava dautunno, di foglie umide, un po di gas del traffico, perfino un vago profumo di torta proveniente da qualche finestra aperta. Strada normale di città.
Camminava lungo il viale, vestita di rosso, la borsa stretta. I tacchi rintoccavano sullasfalto. Nessuno la guardava. Tutti correvano verso qualcosa: cani, cellulari, altri pensieri.
Non saprà come andrà. Lappartamento nuovo è piccolo, le notti saranno rumorose di silenzi. Dovrà abituarsi a vivere e decidere da sola: dalla lampadina in bagno a cosa mangiare la domenica a pranzo.
Forse avrà rimpianti, forse no. Forse si sentirà sola, magari nessuno saprà davvero quanto coraggio ci è voluto. Forse non risponderà mai alle chiamate di mia madre.
Non conoscere il futuro, a volte, è anche libertà.
Il telefono vibra. Marta.
Dove sei?
Sto camminando.
Dove?
Vado avanti Poi decido.
Marta attende un attimo.
Compro vino. Ci vediamo da te?
Nel nuovo appartamento, sì.
Lo so. In via Massarenti. Arrivo tra venti minuti.
Francesca mette via il telefono, attraversa lincrocio col verde. Accanto a lei, un uomo con una borsa la guarda di sfuggita. Poi scatta il verde e va oltre.
Lassù, in quell’appartamento al terzo piano, rimane solo un uomo tra diciassette barattoli di vetro e una teglia sporca danatra.
Lei continua a camminare. Laria le sembra diversa: non migliore, non peggiore. Solo diversa. Non sa di nessun altro. Appartiene solo a lei, finché respira.
Davanti a sé, un foglio bianco ancora tutto da riempire. E finalmente, sa che a scrivere, dora in poi, sarà solo lei.
Marta, dice piano, nella sera bolognese, nel traffico, alle foglie sui viali, a questa città che percorre per la prima volta davvero sua.
Risponde solo il rintocco deciso dei suoi tacchi sullasfalto. Uno, due.
La vita che finalmente le appartiene inizia così: senza applausi, senza orchestra, solo il profumo di una torta lontana, e venti minuti ancora prima che lamica arrivi col vino.
Questo, oggi, lho imparato anchio: in certi tramonti, che ci si trovi dalla parte di chi resta o da quella di chi va, la libertà è una porta che puoi scegliere di non chiudere più.







