La mamma di Anna

La mamma di Anita

Eh, allora perché mi hai fatto nascere, mamma?! gridò, ormai esausta, la piccola Anita. Solo per avere qualcuno da tormentare?! Elisa e Caterina se ne sono andate, ora te la prendi con me? Ecco! Ora capisco perché mi avete voluta! La ragazza tentava invano di chiudere la cerniera della giacca, ormai bloccata. Anita singhiozzò. I figli servono solo per avere qualcuno su cui sfogarsi! E anche i professori a scuola sono lì per quello!

Anita Silvia stava appoggiata allo stipite della porta, il volto triste rivolto alla sua terza figlia, la più piccola. Che caratterino le era capitato Del resto, era come la mamma di Silvia, la nonna Rosa. Anche lei si incendiava al minimo pretesto e poi via con discussioni e tempeste. Silvia non capiva ancora come suo padre avesse potuto sopportare tutto ciò. E la cosa più buffa era che, da bambina, Silvia stava sempre dalla parte della madre, senza indagare troppo tra le ragioni dei litigi, ma dandole man forte. Rosa, la nonna, era incantevole, elegante e raffinata; tutte le compagne di Silvia la invidiavano. Che importava se aveva un carattere difficile? La nonna di Silvia scuoteva la testa, dicendo che Rosa era una vera punizione dal cielo, ma Silvia non ci credeva. Pensava daver avuto la mamma migliore che ci fosse e tutto il resto, sciocchezze.

Forse proprio per questo il Signore aveva mandato adesso ad Anita, identica alla nonna Rosa. Perfino le stesse smorfie. Anche la bellezza, certo, si era tramandata. Silvia, invece, era più rustica, aveva preso dai tratti decisi del padre, Giuseppe, e questo laveva sempre un po rattristata, ma Rosa la rassicurava: era la bellezza fiera delle donne friulane. Giuseppe, infatti, veniva da Udine, dove il clima è severo, gli inverni lunghi e le estati brevi Ma dopo la nascita di Silvia non cera stato più il tempo per visitare la terra dorigine di suo padre.

Così era cresciuta: Silvia, austera e ombrosa come le montagne dei suoi, con zigomi alti, capelli corvini e occhi malinconici su un volto pallido. E accanto, Anita, tempestosa e incontenibile, una vera principessina, col suo cuore pronto ad esplodere allimprovviso.

Che ridi ancora, mamma? Che cè da ridere? urlò Anita, con quella voce acuta, piena di offesa e indignazione. Ti sembra buffo? A me no, chiaro?! Vado via! Non torno più! Starò da Rita, non cercarmi!

Avvolse il collo nel lungo sciarpone di lana con cervi e abeti, tirò su col naso, si alzò sulle punte e arraffò dal ripiano il suo berretto, pure decorato con cervi. Le teste dei cervi sembravano stupefatte, i loro nasi neri ovali e le zampe quasi da giraffa.

Basta! afferrò lo zainetto, frugando furiosa nella cassettiera. Dove sono le mie chiavi? Dove sono?! Le nascondete sempre!

“Anche questo viene dalla nonna,” pensò Silvia sorridendo. “La nonna Rosa pensava tutti fossero contro di lei.” Col tempo la nonna si era un po quietata, adesso si perdeva tra ricami a punto croce o romanzi depoca, il vulcano addormentato; ma chissà per quanto…

Le chiavi sono nella tasca della giacca, come sempre. Anita, torni per cena? Le ragazze arrivano Silvia si allungò per sfiorare la figlia, tentò un bacio, ma Anita si scansò.

Cenate con chi vi pare! E dì a Elisa che non mi servono le sue cuffie! E Caterina non deve entrare nella mia stanza! urlò la ragazza, lanciando lo sguardo rosso di rabbia sulla soglia; poi si tolse la sciarpa, troppo caldo per litigare con quel cappio stretto addosso.

Quindi non ti aspetto a cena? chiese Silvia.

Esatto. Ciao.

Anita si voltò e balzò giù per le scale. Lo zaino picchiava sulla sua schiena magra, la stringa di una scarpa si sciolse ma Anita, per principio, non la legò: oggi anche il laccio era contro di lei

Silvia spense la luce dellingresso. Forse aveva sbagliato a fare la predica ad Anita? Non le piaceva lidea del tatuaggio finto, era vero, ma era solo un suo problema. Forse avrebbe dovuto lasciar correre? Però Anita era così impulsiva E se esagerava?

Silvia sospirò e si mise a sistemare la tavola.

Tre figlie, tre bottoncini Caterina, Elisa e Anita più preziose di qualsiasi altro tesoro! Qualunque cosa combinino, Silvia le comprendeva sempre, magari dopo un po. E sapeva parlarci. Caterina era riflessiva, precisa, attentissima ai dettagli: con lei mai un problema, asilo, scuola, università, tutto filato via come una carezza. Era sempre diligente, tutti i professori la lodavano. Aveva pochi amici, ogni tanto Caterina ne soffriva, molti la trovavano monotona, ma chi conosceva i suoi versi scritti di nascosto capiva che in lei brillava una profondità speciale. Un po lenta, sì, tanto silenziosa; ma sapeva ascoltare più di chiunque, consolare, dare consigli di grande saggezza. Da poco si era sposata. Il marito, Michele, piaceva davvero a Silvia: gentile, onesto, sapeva aggiustare tutto in casa. E trattava Caterina con amore. Era quello, limportante!

Caterina chiamava la madre di rado, assorbita dal lavoro in un istituto di ricerca, diceva che era interessante. Silvia ne era contenta.

Elisa, la seconda, era uneterna romantica, sempre innamorata, sognante e incredibilmente femminile. Da bambina disegnava solo principi, principesse, e castelli; certo, i cavalli uscivano tutti zoppi, ma non se ne preoccupava. Vedeva solo il bello intorno a sé e spesso prendeva sonore batoste: non si accorgeva delle false amiche, poi piangeva sconsolata, si rialzava e ripartiva tra le nuvole. Anche lei ormai cresciuta, studiava letteratura, amava la poesia: per lei le poesie erano quadri da vedere, non solo da leggere, e questo faceva impazzire di gioia i professori. Elisa non pensava al matrimonio, aspettava il principe, diceva che erano finiti i cavalli e perciò lui ancora non arrivava.

Con Elisa era più dura, per la sua ingenuità; Silvia cercava di ancorarla alla realtà, ma Elisa scrollava le spalle e ripartiva per i suoi sogni. Tutte le lacrime delle delusioni le versava solo tra le braccia della mamma. Era impossibile trovarle una soluzione.

Non preoccuparti, ci penserà la vita. Che ci possiamo fare, Silvia, se nostra figlia ha lanimo sensibile, come me! diceva spesso suo marito, Danilo. È questione di famiglia. Siamo angeli, vedere? Faceva toccare le scapole sporgenti a Silvia, lei gli lisciava la testa che già si faceva lucida.

Angioletto! sussurrava lei, Danilo

Lui strizzava gli occhi compiaciuto. Che bella famiglia aveva. Tre donne e lui, tra i fiori.

Anita nacque molto dopo le altre, un vero colpo di scena.

Quando Silvia si accorse di essere incinta fu un brivido: casa piccola, soldi pochi.

Che facciamo, Dà? chiese preoccupata.

Che vuoi fare? Intanto aspettiamo nove mesi Dai, non guardarmi come una gatta a cui rubano il micino!

La micina venne fuori urlante e vivace. La chiamarono Anita. Ebbe subito tre balie: le sorelle più grandi, e la nonna Rosa. I genitori di Danilo non cerano più

Quando passeggiava con la carrozzina, Silvia sorrideva sempre. E se anche la carrozzina era usata, donata dai vicini, e i vestiti non tutti nuovi, adesso avevano Anita.

A due anni Anita prese un virus, la portarono febbricitante in ospedale. Silvia vegliava il suo lettino, temendo di addormentarsi e non sentirla se avesse chiesto acqua

La febbre non scendeva, gli antibiotici si sprecavano, Silvia dimagrita, i suoi abiti le ballavano addosso. Danilo chiamava ogni ora, domandava delle figlie, insisteva: Che devo portare?

Non portare niente! Mi hai stancata con le tue cose da portare! sbottò Silvia in lacrime. Anita sta male e tu pensi alle sciocchezze!

Attaccò. Pianse. Poi richiamò, a voce bassa:

Scusa, amore Ho solo tanta paura.

Silvietta, rispondeva il marito, soffice come una carezza, forza! Le altre bimbe hanno accumulato un mondo di regali. I vicini ci hanno dato una bicicletta rosa con le figurine. La nonna Rosa ha portato salvagente e braccioli. La maestra di Caterina un borsone di vestiti. Quindi, Silvia, non hai scuse: io sulla bici rosa non ci salgo! Ora devo andare in riunione. Ti porto qualche dolcetto stasera?

Sì… Ti amo, Dà

Anita si riprese.

Forse i punturoni, o la malattia in sé, o tutto questo, le diedero da allora una tempra dacciaio; e anche una certa ribellione a ogni comando e metodo educativo. Nulla funzionava su di lei: si regolava da sola, grazie a Dio. Ma nella materna la temevano tutti i maschietti, le bambine osservavano diffidenti e tenevano le bambole nascoste: i giochi di Anita erano pericolosi, avventurosi, spesso un po accidentati. Nessuna voleva sporcare i vestitini da principessa

La bici rosa fu poi dipinta di blu sotto il glicine in giardino, con una bomboletta presa di nascosto dal garage di Danilo. Anita sulla bici rosa non voleva salirci, ma le sorelle la capivano

Quasi tutti i vestitini passati da Caterina finirono ad altre bimbe. Anita preferiva pantaloni e magliette. Una volta sola mise un abito a Natale, recitò una poesia, scese dal panchetto paonazza dicendo che ora si cambiava in qualcosa di “accettabile”. Così tutti furono contenti: Silvia perché ora cera almeno una foto della figlia in vestito elegante da mandare alla nonna; Danilo perché non cerano state scenate (“se non lo metti non ci sono regali!”); Caterina ed Elisa perché Anita era la loro ventata di follia.

Chi è la mamma di questa bambina?! gridavano spesso dal cortile, con Anita che correva dietro al pallone. Chi è la mamma di questa peste?!

Silvia avanzava, talvolta si nascondeva un po, ascoltando le altre madri lamentarsi del carattere di Anita. Lei non giocava a campana o con la corda. Cercava i maschi per partite scalmanate di calcio. E le regole le sapeva tutte, guai sgarrare!

Silvia aveva già fatto scuola due volte con le figlie maggiori, esami, diplomi, università; era stanca, sognava quiete, ma cera ancora il diploma di Elisa e la scuola di Anita Una strada lunga tra le dune…

Rosa ripeteva sempre che Silvia si preoccupava troppo per le figlie, le soffocava con la sua presenza.

Lasciale andare! Le rovini, cresceranno incapaci. Cosa verrà fuori da loro?! si lamentava la nonna.

Del resto, Rosa si occupava poco di Silvia: assorbita dai suoi tormenti, il carattere irascibile non lasciava spazio per i problemi della ragazza. Silvia era cresciuta autonoma, ma le era sempre mancata una mamma pronta ad ascoltarla, a spettegolare sulle prime cotte, sfogliare riviste di moda, chiacchierare di capelli. Mamma non ne aveva mai voglia. Da giovane Silvia ne soffriva, poi, diventata madre, aveva imparato ad accettarla. Così era, che ci potevi fare? Ma con le nipoti era dolcissima! Aveva sempre tempo per portarle a teatro, sistemare i fermagli, preparare cibo, zittire chi parlava durante gli spettacoli. Alla sera Rosa crollava esausta. Per quello, la usavano poco come babysitter, così poteva recuperare le forze “Le tue figlie mi sono date come punizione per aver trascurato te!”, le confessò una volta Rosa, strofinando la cucina sporca di cioccolata dopo un fondue improvvisato con le nipoti.

“E allora Anita ci è stata mandata in cambio di Elisa e Caterina, troppo tranquille!” rideva Danilo

A volte Silvia andava dai suoi a bere il tè con la mamma, mentre questa ricamava o guardavano un film insieme. Era bello così. Le amiche di Silvia avevano madri di ogni tipo, ma lei non invidiava nessuna: la sua era la migliore, proprio perché era la sua. Le tazzine di porcellana con il bordo dorato, il teiera coi fiori, la pendola con la cucù sempre ferma, le mani della madre che volano sul ricamo, il suo sussurro “uno, due, tre…” nulla avrebbe voluto cambiare. Queste erano le radici, il calore. Linverno profuma di mandarini, lestate di fiori di campo, la primavera di terra umida e la mamma ha un odore tutto speciale. Di mamma.

Rosa, bisogna riconoscerlo, non perdeva mai un saggio scolastico di Silvia. Le altre madri si commuovevano, lei si limitava a seguire ogni verso, suggerendo col labiale, poi a fine spettacolo baciava Silvia sulla guancia. Lodore di rosa e viole era il profumo della mamma. Silvia, sentendolo ancora oggi, sorride subito. Mamma…

Silvia si ricordò quando alle elementari Anita si era fissata a suonare i cucchiai di legno. Un incubo per la famiglia, un tormento per i vicini. Cercarono di dissuaderla: cerano il pianoforte o la chitarra! Ma Anita faceva a modo suo, e perfino vinse una gara! Quei cucchiai, ora scrostati, stanno ora in vetrina come ricordo. Ogni tanto, arrabbiata, Anita li tirava fuori minacciando di tornare al suo “talento”. La cosa funzionava.

Sistemata la tavola, Silvia si preparò ad andare in negozio. Quasi tutto per la cena era acquistato, restavano solo piccole cose

Dopo pranzo chiamò Caterina. La figlia avvisò che sarebbero arrivati presto, lei e il marito.

E la nostra suonatrice di cucchiai? domandò la figlia.

Eh, oggi è in piena forma. Stamattina abbiamo discusso sul tatuaggio. Mi ha detto che le levo lidentità; e che, guarda caso, il marito di Caterina ce lha, e lei no, raccontò Silvia. Ma niente, adesso è dai professori privati. Su, vi aspetto.

Va bene. Mamma, non ti preoccupare per lei, ok? Ha detto che non tornerà più? Michele! Aspetta, dove vai?! Caterina stava guidando. Ma parcheggia, sei fuori! Vabbè, mamma, quindi Anita?

Ha detto di non cercarla.

Allora perfetto. Vedrai che per le sette torna affamata. Ti voglio bene, a dopo!

Caterina chiuse. Silvia ripeté tra sé il “mammina”. Che dolce…

Elisa non rispondeva al telefono. Da tre mesi viveva da sola, studiava alluniversità, lavorava la sera; aveva trovato quello che chiamava “rifugio per ispirarsi” e trascorreva le notti a leggere studiare poesia.

Pronto accolse finalmente Silvia la sua voce, che aveva sempre la nota romantica.

Ciao. Scusa, ti disturbo, ti ricordi che stasera ceniamo tutti insieme? chiese Silvia.

Certo. Ci sarà la nonna Rosa?

Non lo so, ha promesso…

E Anita?

È andata via. Per sempre.

Da quanto?

Da stamattina.

Allora per le sette torna la nostra paladina della giustizia. Io arrivo per le cinque, ti aiuto volentieri. Ciao, mamma, ora sono al lavoro.

Silvia la immaginò mentre, chiuso il telefono, si sdraiava come un bradipo tra i libri, recitando sottovoce qualche verso malinconico. Le scappò da ridere, mentre tirava fuori i piatti di porcellana dalla credenza.

Che bello, preparare la tavola con la tovaglia delle feste, le posate del servizio buono, le insalatiere di vetro, i tovaglioli di cotone col pizzo; e i fiori al centro. Silvia aveva già pronto il vaso. Danilo aveva promesso un mazzo di dalie.

Quando sarebbe arrivata la nonna Rosa, avrebbe sicuramente brontolato che “non si vede niente tra quei fiori” e Silvia avrebbe spostato il vaso sul davanzale, dietro la tenda. Ma lei avrebbe saputo: le loro dalie, gonfie come cupole di zucchero, perfette. Appena raccolte dalla natura stessa.

Di solito Silvia organizzava cene così una volta al mese, specie in autunno e inverno, per sentirsi vicina alle ragazze. Senza di loro si sentiva solo un involucro; guardandole negli occhi, capiva di esistere: questi nasi erano carne e sangue suo, la sua anima. Finché ci sono loro, tutto ha senso.

Arrivò prima Elisa e si mise subito a tagliare linsalata, lenta ma attenta, ogni dadino uguale.

Silvia trafficava col pollo e poi lo mise in forno, augurandogli “buon viaggio”.

Mamma! Non si parla con chi stai per mangiare! rise Elisa. Mi sei mancata, mamma. Questa cucina è così accogliente Dai, mamma

Si abbracciarono, Elisa avrebbe anche voluto continuare a coccolarsi, ma il campanello interruppe: era arrivata Caterina col marito, mille buste a terra, i vasetti delle conserve a tintinnare, le caramelle in bilico.

Caterina, così ti rovini lappetito! Rimetti subito a posto i dolci! Silvia si affacciò dalla cucina; Michele si nascose una tavoletta di cioccolato in bocca, la guancia si gonfiò come una pallina. Michele, tu sei futuro dentista, e mangi così!

Ma dai mamma, lascialo stare lo difese Caterina. Dai, forza, che ti aiuto!

Dalla cucina ora si sentiva solo “Mamma, e questo?”, “Mamma, dovè?”, “Mamma, si mette nellacqua bollente?”

Arrivò Danilo, come promesso, con le dalie, ansimante.

Ciao Michele. Come va?

Bene! farfugliò il genero, masticando ancora cioccolato.

Bene, meno male. Anita se nè andata, comunicò Danilo con aria seria.

Ma tutti sorrisero. Anita “se ne andava” spesso, poi tornava, fingendo di essere offesa, ma si scioglieva subito alle battute di Michele.

“Se tu, Michele, non ti fossi sposato con Caterina, mi sarei sposata io con te!” diceva Anita, toccata nei sentimenti.

“Ahimé, cara Anita, sono promessa a unaltra e le sarò fedele per sempre!” rispondeva lui da attore.

Anita sospirava, magari minacciando duello con la sorella.

Arrivò anche la nonna Rosa, con il nonno Sergio; anche oggi doveva lamentarsi di qualcosa, ma vedendo le nipoti, si sciolse.

Mamma! Silvia corse a stringerla nel collo di pelliccia. La mamma profumava sempre lievemente di violetta, con il rossetto bordeaux sulle labbra.

Su, basta, che mi imbarazzi! Sergio, ma dove ti siedi, cè il dolce lì! Che casa stretta la tua, Silvia! Caterina, prendi la torta! Rossa arrossiva per leccesso daffetto della figlia, perciò si arrabbiava. E Anita?

È scappata di casa, annunciò Elisa. Vieni, togli le scarpe. Nonno, mi hai portato i libri che ti chiedevo?

Il nonno annuì, mostrando la borsa di volumi.

Elisa, vieni a vivere da noi! Che bisogno hai di portare avanti e indietro tutta la biblioteca? Ti do una camera! brontolava Rosa, ma sua nipote era già assorta nei versi. Persa, è persa del tutto Silvia, si brucia qualcosa! Ma sei sorda?

Le donne corsero a salvare il pollo, i maschi si ritirarono in soggiorno a parlare di “scienza” e “attualità”.

Finalmente si sedettero in tavola. Danilo alzò il calice: alla salute! Poi il tintinnio delle forchette.

E quando meno te laspetti, arrivò lei. Anita. Entrò di lato, le labbra strette, armeggiò in silenzio nellingresso imitando in tutto la nonna Rosa, mormorando qualcosa, poi di corsa in bagno a lavarsi le mani, infine si presentò: pronta a battagliare, ma, vedendo la mamma, cambiò idea.

Silvia aveva passato il giorno a scrivere messaggi ad Anita senza risposta. Adesso la figlia, improvvisamente tenera, le si avvicinò, la strinse forte.

La mia mamma! Mia sola! Ti voglio bene! e a riempire Silvia di baci.

Rosa alzò gli occhi: “Anita ha il teatro nel sangue!”

Mama, signore e signori, vi presento Vittorio! Il mio migliore amico, chitarrista elettrico. Vieni, Vitto, ora puoi!

Dallingresso spuntò una testa magra su un collo lungo, un ragazzone altissimo, pallido, modestamente fermo sulla porta, con due mazzi di fioriastroni e rosetra le mani.

Un attimo di silenzio, poi Michele si alzò di scatto, lo abbracciò di slancio, Vittorio deglutì vistosamente, il pomo dAdamo si mosse su e giù.

Che colosso sei diventato! bisbigliò Michele, Dai, regala i fiori e siediti. Annetta, offri da mangiare a Vittorio!

Imbarazzato, Vittorio diede le rose a Rosa e le astri a Silvia. Poi lui e Anita gridarono insieme: “Buona Festa della Mamma!” Anita fece esplodere una mini-spara coriandoli: il pollo sul piatto tremò, Elisa si tappò le orecchie, Caterina fece un salto, e Anita inseguiva le stelline dargento che cadevano…

Dopo aver recuperato la calma, dato le gocce di valeriana alla nonna, raccolte le stelline dal tavolo e pulito il pavimento, tutti tornarono ai posti.

Beh Originale concluse il nonno Sergio. Le mamme meritano tutto questo. Alla salute delle mamme, vere e future!

Tintinnii di calici, Caterina rovesciò un po di spumante sulla tovaglia, arrossì. Michele rubò un bacio a Caterina, Elisa strinse le labbra, Vittorio piegò il collo e baciò Anita sulla guancia. Lei fissò la mamma con occhi di sfida, sperando in una sgridata, ma Silvia era altrove: Danilo la teneva stretta, baciandola con trasporto.

Se in quella tavola si fosse tenuto un concorso per la miglior mamma, la giuria non avrebbe saputo scegliere: Rosa, Silvia, e ormai pure Caterina tutte le migliori, perché sanno amare davvero.

… Mamma, sussurrò Anita, assonnata. Mamma, resta sempre così, va bene? Come la nonna Così io non andrò più via. Sono felice che mi hai fatto nascere, davvero.

Silvia annuì. Sì, che le mamme restino. Con loro vicino, è bello rimanere bambiniSilvia le accarezzò i capelli, annuendo piano, mentre la voce vibrava nellaria densa di sughi e risate. Guardò quella tavola così piena, le mani che si cercavano tra sbadigli, battute e carezze fugaci, la tovaglia macchiata di spumante e gioia.

Fu allora che sentì dentro di sé qualcosa sciogliersi, come la brina che si arrende al primo sole di primavera: ogni paura, ogni dubbio, ogni senso di colpa lasciavano il posto a una gratitudine infinita. Era davvero fortunata, pensò, a essere madre di tre tempeste e tre arcobaleni, figlia di una donna imperfetta e meravigliosa, sposa di un uomo buono e paziente, compagna di viaggio di questa piccola, unica tribù.

Sorrise, afferrando la mano di Anita sotto il tavolo, e la strinse forte. Dalla cucina il profumo del dolce invadeva la stanza, qualcuno urlava di tagliare la torta, la nonna Rosa gridava che non si trovavano i piattini, il nonno Sergio faceva il brindisi per la terza volta, Michele si infilava di nascosto unaltra caramella, e la piccola Anita, con il naso rosso e le stelle dargento ancora tra i capelli, la guardava con sfrontata devozione.

Il futuro? Sarebbe stato una fatica, certo, ma anche una bellissima festa rumorosa, ricca di coraggio, dignità e sorprese, come quella serata. E chissà, magari un giorno anche Anita avrebbe avuto una figlia testarda, e avrebbe pianto e riso nello stesso modo, chiedendo a sua volta: Mamma, perché mi hai fatta nascere?

Silvia allora si fece coraggio, si chinò e sussurrò nellorecchio di Anita: Ti ho voluta perché il mondo, senza di te, non sarebbe stato abbastanza pieno di vita.

Fuori, la notte si accendeva di luci nelle finestre, e per un istante, ogni donna della famiglia si sentì finalmente al posto giusto: amata, imperfetta, indispensabile. Una stirpe di donne forti, ognuna con la voce della sua mamma nel cuore.

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