Dai alla luce un secondo figlio

Dai vita a un secondo figlio

È arrivata senza avvisare. Come sempre.

Non avevo neanche finito di togliere il grembiule, ero ancora lì sopra il fornello con il riso che bolliva, e già sentivo la chiave girare nella serratura. Aveva una copia. Una storia a parte, ma di quella oramai non parlavo neanche alle amiche: mi ero stancata della mia stessa voce a ripeterla.

Livia, ha detto dallingresso, neanche un “ciao”, oggi hai bevuto qualcosa?

Mi sono voltata. Nina Stefanini stava lì, nel suo cappotto blu consumato, quello che avrà da quando Paolo andava alle elementari. In mano una piccola bottiglia di vetro con dentro un liquido scuro, coperta da un pezzetto di stoffa, come si fa con la marmellata nei paesi.

Buongiorno, signora Nina, ho risposto.

Sì, sì, buongiorno. Allora, hai bevuto o no?

Cosa, di preciso?

Quella cosa che ti ho portato lultima volta. La tintura.

Ho aspettato un secondo prima di rispondere. La tintura lavevo buttata. Non subito: tre giorni lho lasciata sul davanzale, guardandola ogni volta che passavo, pensando che tipo di persona fossi se non riuscivo neanche a gettar via una bottiglietta di una signora anziana. Poi però lho fatto: via nel lavandino.

Signora Nina, ne abbiamo già parlato.

Sì, ne abbiamo parlato, si è avvicinata in cucina senza togliersi le scarpe, ha posato la bottiglia accanto al mio tagliere. E niente è cambiato. Sono già quattro anni. Michele ha quattro anni. Dovresti pensarci.

Penso sempre a Michele.

Pensarci fa bene, si è seduta su uno sgabello, senza togliere il cappotto, le mani raccolte sulle ginocchia. Quello era il suo modo: sedersi come se fosse a casa sua, come se non avesse intenzione di andarsene. Ma serve anche un altro figlio. Un maschio. Prima che sia tardi.

Ho trentadue anni.

Non parlo della tua età. Parlo daltro.

Quell”altro” lo sentivo da due anni e mezzo. Allinizio allusioni vaghe, poi chiaro, poi sempre più diretto. Discorsi sul sangue famigliare, sulla linea maschile, che “non si può”, che “succedono guai”. Non avevo mai capito bene cosa intendesse: lincertezza è peggio della minaccia aperta. Con una minaccia almeno scegli cosa fare.

Paolo è in casa? ha chiesto.

È al lavoro. Rientra alle sette.

Meglio così. Ha fatto un giro per la cucina, sollevando il coperchio della pentola. Il riso scuocerà.

Lo so.

Livia, io non sono tua nemica, lo sai?

Lo so.

No, non lo sai. Si è risieduta. Ti parlo e tu mi guardi così. Come se dicessi stupidaggini.

Signora Nina, faccio il tè?

No, lascia stare il tè. Ascolta. Non me lo invento io, ma viene dai nostri. Se nella stirpe non cè un secondo figlio maschio, la casa crolla. Così è sempre stato. Mio padre era il secondo. Suo fratello è morto giovane. Cosa è successo? Abbiamo perso tutto. Non solo la casa, tutto. Capisci?

Lo capivo. Era la centottantaseiesima volta che lo sentivo, più o meno.

Paolo sa che è qui?

Paolo sa quel che deve sapere, si è stretta le labbra. Ma tu non sai quanto dovresti. E non va bene.

Dalla cameretta si è sentita la voce di Michele: appena sveglio dal pisolino, mi chiamava. Ho tolto il grembiule.

Michele è sveglio, ho detto. Signora Nina, devo andare da lui.

Vai, vai. Ti aspetto.

Ed è proprio questo il problema: che aspetti.

***

Paolo è tornato poco prima delle otto. Lho sentito togliersi il giubbotto nellingresso; si sarà fermato un attimo quando ha visto gli stivali della madre. Poi è venuto in cucina.

Nina Stefanini era ancora lì seduta. Michele disegnava vicino a lei, e lei gli raccontava qualcosa sottovoce, e lui ascoltava serio, con la concentrazione dei bambini che sono ancora curiosi di tutto.

Mamma, ha detto Paolo, calmo.

Paolino. Si è alzata, lo ha abbracciato. Vado via subito. Volevo solo lasciare la tintura a Livia. E parlare un po.

Avete parlato?

Paolo mi guardava. Io guardavo la pentola di riso: era scuocito definitivamente.

Sì, abbiamo parlato, ho detto.

Nina Stefanini ha preso la borsa, si è fermata sulla soglia:

Paolo, pensa a quello che ti ho detto laltra volta. Pensaci sul serio. Il tempo stringe.

Mamma.

Non vi faccio pressioni. Vi prego.

Se nè andata. Michele ha alzato la testa dal disegno:

La nonna è andata via? ha chiesto.

È andata, ha risposto Paolo.

Mi ha raccontato della casa vecchia, ha detto Michele. Quella che ha bruciato. Dove vivevano i nostri bisnonni.

Ci siamo guardati io e Paolo.

Che casa? chiese Paolo.

Non so, grande. Con il giardino.

Paolo si è avvicinato a me, mi ha preso la mestola di mano, ha assaggiato un po di riso.

Ha scuocito.

Lo so. Lei è arrivata proprio mentre cucinavo.

Livia.

Dimmi.

Silenzio. Poi mi ha dato una pacca sulla spalla: un gesto che può significare tutto e niente. Non sapevo se arrabbiarmi con lui o no. Perché non era colpa sua, penso. Perché è sua madre, suppongo.

Ho travasato il riso nella seconda pentola, come se così potessi aggiustare qualcosa.

***

Le due settimane dopo sono state quasi normali. Nina Stefanini non si è fatta vedere. Io ho tirato il fiato. Nel weekend io e Paolo siamo andati al parco, Michele correva tra le foglie gialle, anche se era già fine settembre e le foglie sapevano di umido e terra. Paolo mi teneva la mano. Quasi non parlavamo, ma era un silenzio buono.

Pensavo che forse, alla fine, sarebbe passata. Sapete, ci sono persone che insistono, insistono, poi si stancano e si fanno da parte. Le conosco, quelle persone: urlano per due mesi, poi si spengono piano in un angolo.

Nina Stefanini non era così.

È tornata un venerdì mattina. Senza chiamare: chiave, porta, dentro.

Io ero lì, tentavo di far mangiare la pappa a Michele. Lui non la voleva, e quello era il nostro rito mattutino: io insisto, lui brontola, qualcuno cede. Quella volta ero già vicina a mollare io.

Buongiorno, ha detto senza scomporsi, è andata dritta al frigo. Lo ha aperto, lha guardato per un po. Non cè kefir.

No.

Bisogna comprarlo. Fa bene a Michele.

Signora Nina, so cosa fa bene a mio figlio.

Ha chiuso il frigo, mi ha guardata a lungo, poi Michele.

Michele, vai a giocare.

Sta mangiando, ho detto.

Finisce dopo. Vai, Michele.

E lui è andato, perché la nonna lo ha detto proprio con quel tono che usano le persone abituate a essere ascoltate. Io lho guardato andare, e dentro di me qualcosa si è fatto più freddo.

Livia, ha detto sedendosi dove stava Michele, ieri sono stata dalla signora Tamara.

La signora Tamara era lerborista, o la maga di paese, come si dice lì. Nina Stefanini andava da lei a San Martino della Scala, una ventina di chilometri da qui. Lo faceva spesso, io lo sapevo e cercavo di non pensarci.

E cosa dice la signora Tamara? ho chiesto, pentendomi subito.

Dice che il tempo è maturo. Se entro la fine dellanno non cè concepimento, poi succede qualcosa.

Cosa succede?

Non lha detto chiaramente. Ma qualcosa di brutto.

Ho lasciato la tazza sospesa sul tavolo, le mani tremavano un pochino. Non era paura. Più rabbia. O forse solo stanchezza. Le differenze, a volte, non le distinguo.

Signora Nina, ho detto cercando di essere calma, capisce che non si può venire da una persona e dirle che entro fine anno deve concepire un bambino?

Perché no? Non chiedo limpossibile.

È la mia vita. Il mio corpo.

Sarà mio nipote.

Che ancora non esiste.

Perché non ci provate abbastanza!

Lha detto forte. Troppo forte. Ci siamo zittite. Dalla cameretta non si sentiva Michele. Sapeva come stare zitto quando i grandi litigavano. Mi faceva male, perché significa che, a quattro anni, già sapeva restare immobile e aspettare.

Le chiedo di andare, ho detto.

Livia.

Per favore.

Mi guardava. Qualcosa nel suo viso si era spostato, un muscolo, e per un attimo ci ho visto qualcosa che non so nominare. Non rabbia. Qualcosa che somigliava alla paura.

Non capisci, ha detto piano. Non sai tutto.

Allora mi racconti.

Non è ancora il momento.

Si è alzata, si è sistemata il cappotto, ha preso la borsa.

Di a Paolo di chiamarmi, ha detto dallingresso.

Non le ho risposto.

***

Paolo lha chiamata quella sera. Ho sentito la telefonata dallo studio. Diceva poco, parole spezzate. Poi ho sentito: “Mamma, basta” e “Mamma, ho capito”. Lungo silenzio, poi “va bene”.

Quando è uscito, ero in poltrona con un libro che non leggevo.

Livia, ha detto.

Che ha detto?

Si è seduto davanti a me, giocherellava col telefono.

Dice che è serio. Che non è solo… un desiderio. Che centra qualcosa del passato.

Me lo ha già detto.

No, stavolta ha parlato di carte. Di un testamento.

Ho posato il libro.

Un testamento?

Vecchio. Dice di avere dei documenti della casa antica. Quella che è bruciata tanto tempo fa. Prima della guerra.

Paolo, la casa è bruciata prima della guerra. Che carte ci sono?

Non lo so. Non me lha voluto spiegare. Dice che ci farà vedere tutto quando sarà il momento.

Quando sarà il momento, ho ripetuto.

Silenzio. Fuori pioveva, la prima vera pioggia dautunno, lenta e seria.

Paolo, ho detto, non ce la faccio più.

Livia.

Aspetta. Fammelo dire. Non posso vivere così, ogni volta. Senza avviso. Entra con la sua chiave, come fosse casa sua. Manda via Michele, come fosse la sua cucina. Porta bottigliette, come se dovessi berle senza discutere. E poi sta cosa dei termini, che succede qualcosa di brutto. Paolo, è normale questa vita?

Taceva. Lo guardavo e tentavo di capire cosa avesse dentro. Paolo ha il potere di tacere così profondamente che non capisci se pensa o se non ha parole.

Glielo dirò, ha detto.

Lhai già fatto.

Glielo dirò diversamente.

Come?

Le parlerò della chiave. Che deve telefonare.

Almeno quello. Non tutto, ma qualcosa. Ho annuito.

E poi, ha aggiunto, voglio capire cosè questo testamento. Voglio sapere la verità.

Paolo, vuoi proprio? Forse meno sappiamo, meglio è.

No, ha detto, fermo in modo raro per lui. No. Voglio sapere perché si comporta così. O cè qualcosa davvero, o è solo… si è fermato.

O cosa?

O non conosco mia madre, ha sussurrato.

***

Non ha fatto in tempo a parlarle. Perché è arrivata prima che potesse prepararsi.

Questa volta, di sera, Michele già dormiva. Ha suonato il campanello un passo avanti, nessuno le aveva tolto la copia forse aveva deciso da sola. Paolo ha aperto.

Io ero in cucina a bere una tisana. Sentivo le loro voci nel corridoio: lei parlava velocemente, sommessa, non capivo bene le parole. Paolo rispondeva qualcosa.

Poi sono arrivati in cucina tutti e due.

Nina Stefanini non sembrava la solita. Di solito entrava decisa, come se sapesse già tutto; stavolta invece cera qualcosa di diverso e indefinibile.

Livia, si è fermata sulla soglia, voglio spiegare una cosa. A entrambi.

Si accomodi, ho detto.

Si è seduta. Paolo si è messo al davanzale.

So cosa pensate di me, ha iniziato. Che io mi impicci, che abbia le mie fissazioni. Lo sento, anche se non lo dite.

Non le ho detto che non sono fissazioni.

Ma vi dico questo, ha intrecciato le mani sul tavolo. In famiglia abbiamo una storia. Una vera, documentata. Non me la sono inventata. Cera una casa, di mio nonno. Grande, con terra, a Pavia. E cè un testamento. Scritto nel 1910. Lho letto io stessa. Con una clausola.

Quale? ha chiesto Paolo.

Ogni generazione deve avere almeno due figli maschi. Se non si rispetta, il patrimonio non passa. Si perde.

In cucina silenzio. Sentivo il rubinetto che perdeva: mi dimentico sempre di chiedere a Paolo di stringere il dado.

Signora Nina, ho detto, la casa è bruciata. Anni fa. Non cè più niente da ereditare.

Non importa, ha risposto seria. Non è questione di casa. È il lignaggio. Se manca quella clausola, la famiglia perde… si è fermata.

Cosa perde? ha chiesto Paolo.

Fortuna. Benedizione. Chiamala come vuoi.

Mamma, ha detto Paolo attento, ti rendi conto di come suona?

Sì. Non sono scema. Ha guardato Paolo. Pensi che a me stessa sembri normale? Ci ho pensato per tutta la vita. Ma sono i fatti. Mio nonno non ha rispettato la clausola. Un solo figlio. Tutto crollato. Non solo la casa. Tutto.

Tante case sono crollate, in quegli anni, ha detto Paolo. Era lepoca.

Forse, non discutendo. Ma non posso ignorare. Ho solo te. E Michele non ha un fratello. E ho paura. Solo paura, hai capito?

Il suo tono era cambiato. Non stava chiedendo. Spiegava. Era diverso.

Il testamento è proprio qui? le ho chiesto.

Ha esitato.

Ci sono delle carte. Nel baule. In cantina, a casa mia.

E perché non ce le ha mostrate subito? ha chiesto Paolo.

Non ha risposto. Guardava il tavolo.

Signora Nina, perché non ce le ha fatte vedere?

Silenzio lungo. Poi si è alzata.

Sono stanca. Torno a casa.

Mamma.

Paolo, dopo. Facciamo tutto dopo.

Se nè andata. Io e Paolo siamo rimasti lì, la cucina illuminata, il rubinetto che gocciolava.

Ci nasconde qualcosa, ha detto Paolo.

Sì.

Quel baule.

Sì.

Guardava la porta dove lei era uscita.

Livia, voglio vedere cosa cè lì.

Non lo mostrerà.

So dovè la chiave della cantina, ha detto piano. Sta sempre appesa alla parete dellingresso.

Lho fissato. Lui me.

Non è giusto, ho detto.

No. Ma altrimenti non sapremo mai.

***

Siamo andati da Nina Stefanini il sabato dopo. Michele era rimasto da mia madre, avevamo organizzato tutto prima. Abbiamo chiamato la signora: Passiamo a trovarla?. Felice, ha preparato qualcosa per merenda.

Mi sono sentita fuori posto tutto il giorno. Non fisicamente. Quella sensazione tipica di quando sai di sbagliare ma non puoi evitarlo.

Nina viveva in un vecchio condominio in via Vittoria, a Pavia. Una di quelle case piene di oggetti, dove nessuno butta mai via nulla: fotografie, vasi, libri che non si leggono più ma che non si cestinano.

Abbiamo bevuto il tè mentre raccontava della vicina, che aveva preso un cane: abbaiava tanto, secondo lei. Paolo lascoltava. Io lo guardavo, pensando a quanto fosse bravo a restare calmo fuori anche quando non lo era dentro.

Poi Paolo ha detto che voleva rivedere lalbum delle foto vecchie, quello in cantina. Nina è andata a prenderlo. Paolo è andato con lei per aiutarla. Io sono rimasta lì.

La cantina era in fondo al corridoio. Dalla cucina vedevo solo la porta. Non avevo idea di cosa succedesse lì dentro; sentivo solo voci basse, regolari.

Sono passati tre, cinque minuti.

Nina è uscita con lalbum; dietro Paolo. Nulla di insolito nel suo viso: non aveva trovato nulla, solo lalbum.

Abbiamo sfogliato le fotografie: vecchie, in bianco e nero. Paolo domandava chi fossero le persone. Nina spiegava, parlava della madre, della nonna, di parenti dai nomi antichi. Ha mostrato anche la foto di una villa con le colonne.

Quella era la casa? ha chiesto Paolo.

No, ha detto. La nostra era più piccola. Questa era di altri. Del nostro non ci sono foto.

Perché?

Non hanno fatto in tempo. O le foto sono andate perse. Non so.

Siamo ripartiti dopo due ore. In macchina Paolo era silenzioso. Anchio.

Cè un baule, ha detto poi. Grande, di legno. Lho visto di sfuggita: quando lei ha tirato fuori lalbum ha coperto apposta la serratura.

Pensi che ci siano documenti?

Sì.

Viaggiando lungo la Pavia autunnale, gli alberi quasi spogli, a un incrocio una donna con la carrozzina aspettava il verde, a lungo, immobile.

Paolo, ho detto, forse non sta a noi. Forse fa bene a non mostrare.

Ci riguarda, ha detto lui. Perché ci sta mettendo pressione per quelle carte. Abbiamo il diritto di sapere.

Non ho obiettato.

***

Loccasione arrivò tre settimane dopo. Nina Stefanini aveva una visita in ospedale, ci ha avvisato che sarebbe stata fuori tutta la mattina. Paolo ha chiesto la chiave di casa, domandando se poteva portarle la spesa. Glielha data senza problemi.

Non volevo andare. Lho detto a Paolo. Va bene, vado da solo, mi ha detto. Ma ci ho ripensato allultimo: anche io dovevo sapere. Non era giusto, forse, ma ne avevo abbastanza di giustizia a modo loro.

Siamo entrati in silenzio, come se fossimo ladri. Paolo subito nel corridoio, chiave della cantina dalla parete, piccola e un po arrugginita.

La cantina era stipata di vecchie valigie, scatole, sacchetti. Il baule era nellangolo più scuro, grande, di legno antico, con cerniere di ferro. Paolo si è accovacciato davanti. La chiave è entrata subito.

Dentro, tessuti vecchi. Sotto, una busta. Sotto ancora, un altro involto di giornale. Paolo ha tirato fuori la busta. Io trattenevo il respiro.

Dentro cerano due fogli. Uno di carta spessa, scrittura svolazzante, difficile da leggere. Laltro più recente, ma ancora logoro, con calligrafia chiara.

Che cosè? chiesi.

Il testamento, disse Paolo. Cè scritto. Testamento di Serafino Covelli. Anno 1910.

Leggi.

Paolo lesse piano, sillabando ogni tanto, la scrittura daltri tempi difficile. Io stavo lì, in piedi.

Era la donazione di una tenuta. Casa, giardino, terreno. Passava ai figli maschi a una condizione: ogni generazione doveva avere almeno due maschi. Se no, leredità passava alla parrocchia. Affinché la stirpe non si estingua.

Ha finito di leggere e ha deposto il foglio.

Eravamo in silenzio.

Ma la casa non cè più, ho detto.

No.

Quindi non cè più nulla da ereditare.

No.

E allora perché…

Paolo ha preso il secondo foglio. Non era un documento legale: erano pagine di diario, poche, calligrafia minuta, femminile.

Non è un testamento, ha detto. Un diario.

Lha letto ad alta voce. Sulla prima riga: Anna Covelli, 1943.

La bisnonna. Nina ne aveva parlato una volta.

Vai avanti, ho detto.

Letto tutto. La sostanza, comunque, era chiara.

Anna Covelli conosceva il testamento. Lo aveva ricopiato per conservarlo, ormai già consunto. Nel diario racconta che la villa era persa da tempo, niente più patrimonio, la clausola non aveva più senso, eredità non cera nemmeno formalmente. Ma aveva paura. Scriveva che la maledizione della stirpe continuava, che suo figlio era malato, e che sentiva colpa. Scriveva che avrebbe passato il testamento alla figlia, perché sapesse da cosa guardarsi.

La figlia di Anna era la madre di Nina Stefanini.

Paolo ha lasciato andare i fogli, è rimasto seduto per terra, tra le valigie, sulla linoleum freddo.

Lo sapeva tutto, ha detto.

Sì.

Sapeva che la casa era bruciata. Che non cera più niente. Che la paura era solo della bisnonna, ferita dalla guerra, dallepoca. Eppure ci ha schiacciati.

Mi sono seduta accanto. Mi sono scricchiolate le ginocchia, come spesso in questi momenti assurdi. Stavamo lì, seduti sotto la lampadina nuda.

Paolo, ho detto, aveva paura. Come Anna. La paura si trasmette.

Si trasmette, forse. Ma quello che ci ha fatto lei, non è solo paura. È altro.

Non lho contraddetto.

Ha rimesso tutto a posto, richiuso il baule, riattaccato la chiave. Siamo usciti e chiuso la porta dietro di noi.

Fuori era già freddo. Novembre; le prime brinate.

E adesso? ho chiesto.

Ne parliamo con lei. Stasera.

***

Nina Stefanini rientrò dallospedale alle due e mezza. Paolo la chiamò e chiese se poteva andare da lei la sera. Lei rispose di sì, con voce stanca.

Andammo verso le sette. Michele ancora dalla nonna, non volevo che vedesse alcun confronto.

Lei ci ha aperto: ci ha guardati e nel suo viso qualcosa si è mosso. Sapeva, forse, che non era una visita normale.

Accomodatevi, ci ha detto.

Ci siamo seduti in cucina. Paolo ha tirato fuori le carte prese dal baule e le ha posate sul tavolo.

Nina Stefanini le fissava. A lungo.

Dove le hai prese, ha detto. Non una domanda, ma una constatazione.

Nel baule, ha detto Paolo.

Non avevi diritto.

Mamma, ha detto Paolo, e cera dentro tanta stanchezza, niente rabbia, solo stanchezza, Mamma, le hai lette?

Le ho lette.

Quindi lo sapevi. Che la casa era cenere, che non cera da ereditare. Che quel testamento non obbligava più nessuno.

Lo sapevo, ha sussurrato.

E allora?

E allora.

Il silenzio era pesante. Io guardavo le mani mie.

Perché? ha chiesto Paolo.

Non rispose subito. Si alzò, andò alla finestra, guardò la strada con le prime fioccate. Era un novembre precoce.

Ci sono cresciuta, disse a mezza voce. Mia madre mi diceva da piccola: nella famiglia servono figli maschi. Altrimenti succedono disgrazie. La bisnonna lo sapeva per sicuro. Ci credevo. Poi è nato solo Paolo. Ho provato, non è stato possibile. E mi sono portata quella colpa sempre.

Colpa verso chi? chiese Paolo.

Non lo so. Solo colpa.

E così hai fatto sentire colpevole Livia?

Nina Stefanini si è volta. Mi ha guardata.

Non volevo farti male, mi ha detto.

Ho annuito. Non lho consolata, solo non avevo parole.

Ma non ti ho dato niente di buono, ha continuato. Lo capisco.

Lo capisce, ho detto.

Sì.

Di nuovo silenzio.

Mamma, Paolo la guardava. Perché non hai mostrato subito le carte? Se avessi spiegato, avremmo capito che era paura. Che viene da lontano. Non siamo degli animali.

Avevo paura, ha detto semplicemente.

Di cosa?

Che dite che è una stupidaggine. E sarebbe vero. È stupidaggine. Tornata a sedersi, sembrava molto vecchia. Davvero anziana, non più quella donna in cappotto blu che entra decisa, credendo di sapere tutto meglio degli altri. Una stupidaggine che si è tramandata da madre a figlia per cento anni. Non sono riuscita a bloccarla. Ho solo passato il peso.

Basta così, ha detto Paolo.

Sì, ha detto lei. Basta così.

Sono rimasta lì un altro po. Paolo le ha raccontato tutto. Non sè arrabbiata, o se lha fatto, non lo ha mostrato. Ha ascoltato: anche questo era nuovo.

Quando siamo andati via, nellingresso Nina Stefanini ha tolto dal gancio la copia nostra e lha data a Paolo.

Tieni, ha detto. Dora in poi è vostro.

Paolo lha presa in silenzio.

***

Non dirò che dopo tutto sia andato bene. Non è vero. Dopo queste conversazioni, anche sincerissime, il bene non torna subito.

Le settimane dopo furono strane. Nina non veniva. Paolo la chiamava, lei rispondeva breve, domandava di Michele. Una volta labbiamo vista con lui, a casa sua: lo ha guardato a lungo come per memorizzare ogni particolare.

Paolo a volte stava sveglio la notte. Lo sentivo, anche se non si muoveva. Solo sapevo.

Paolo, gli ho chiesto una notte, ci pensi ancora?

Sì, ha detto subito. Allora non dormiva neppure.

A cosa, esattamente?

Al fatto che non la conoscevo. Che si portava dentro quella cosa che la stava consumando, e nessuno sapeva nulla. E ci consumava.

Era la paura della bisnonna, ho detto. Anna, che non cera più da tanto.

Non giustifica quello che tha fatto.

No, non giustifica.

Silenzio.

Livia, ti sei arrabbiata con lei?

Ho pensato sinceramente.

Sì, ho detto. Un po. Ma non so se è giusto. Era prigioniera anche lei. Della paura.

Non è una scusa.

No. È solo una spiegazione.

Fuori, la notte di novembre era quieta. La nostra Pavia di notte è silenziosa, soprattutto nei giorni feriali. Solo ogni tanto, unauto lontana.

Paolo, ho chiesto piano, tu ci pensi mai a un secondo figlio? Per te, non per lei.

Tempo.

Penso che devessere una scelta nostra. Solo nostra.

Sì. Però proprio tu, che ne pensi?

Io con Michele sto bene. Noi stiamo bene. Se lo vorrai, sarò felice; se no, sarò felice lo stesso. È la verità.

Niente figli maschi obbligati e nessuna benedizione maledetta.

Nessuna benedizione, nessun anatema.

Gli ho preso la mano sotto le coperte.

Non ora, ho detto. Forse un giorno.

Forse, ha detto lui.

***

Dicembre portò la neve. Quella vera, che mancava a Pavia da anni ormai, tutto fanghiglia. Stavolta invece rimase. Michele era in estasi. Ogni mattina la prima cosa: correva alla finestra e controllava che non si fosse sciolta.

Sì! gridava. Livia, cè neve!

Mi chiama “Livia” da quando ha imparato a parlare. Non lho mai corretto, per me va bene. La mamma per lui è mia madre, che sta in unaltra città, e quando diceva “Livia” sembrava un nome di casa, qualcosa di caldo.

Nei weekend uscivamo. Paolo faceva il pupazzo di neve con Michele nel cortile: storpio, la carota storta. Io li guardavo dalla finestra, e pensavo a mille cose insieme. A Nina Stefanini. Al diario di Anna Covelli. Alle donne che per generazioni hanno portato su di sé pesi muti, da madre a figlia, da suocera a nuora, solo passando il fardello.

Mi chiedevo se io stessa non portassi qualcosa di simile. Un mio peso, quello che non noti perché ormai ti sei abituata.

Forse sì. Tutti portano qualcosa.

Una sera di dicembre, Paolo mi disse che Nina aveva chiesto il permesso di venire per il compleanno di Michele. Quattro anni a metà dicembre.

Ha chiesto il permesso? ho ripetuto.

Sì. Mi ha chiamato. Ha detto che capiva se non volevamo, ma desiderava fargli gli auguri.

Ho pensato.

Può venire, ho detto. È suo nipote.

Livia.

Cosa?

Sei sicura?

Sì. Ho riflettuto ancora. Deve vederlo. Non centra con noi. Lui la vuole bene.

Paolo ha fatto un cenno.

Nina venne con un regalo enorme. Una macchina rossa telecomandata: Michele ha urlato di gioia. Nina lo guardava con qualcosa negli occhi, qualcosa di caldo e un po colpevole insieme.

In cucina mi aiutava, niente discorsi pesanti: solo il tempo, i progressi di Michele che iniziava a leggere le prime sillabe, il latte aumentato di prezzo. Conversazioni normali.

Quando se nè andata, già con il cappotto, nellingresso si è fermata:

Livia, ti volevo dire non è una spiegazione. Ma ti dico lo stesso. So di averti portato solo ansia. Soprattutto a te. E mi dispiace.

La guardavo.

Va bene, ho detto.

Tutto qua?

Cosa vuole che dica?

Lei ha scosso la testa.

Niente. Hai ragione. Non serve dire niente.

Porta chiusa.

***

Dopo Capodanno, non è più tornata senza avviso. Noi andavamo da lei una o due volte al mese, talvolta meno. La domenica chiamava, chiedeva di Michele, raccontava dei vicini, del freddo. Conversazioni brevi e cortesi.

Non sapevo se fosse giusto o sbagliato.

Paolo diceva che le serviva tempo. Ne aveva vergogna. Non sapeva cambiare. Una vita a decidere per tutti, e ora sentirsi nel torto, a quelletà, è difficile.

La compatisci, ho detto.

Sì. E tu?

Ci ho pensato.

Sì. Ma compassione non è fiducia.

Vero.

Una sera, dopo aver messo a letto Michele, eravamo in cucina: caldo, il tè, fuori oscurità e gelo. Gennaio era davvero inverno.

Paolo, ho detto, pensi che possa ricominciare? Quando si sarà riassestata.

Forse, ha risposto sincero.

E allora?

Allora glielo diciamo chiaro. Ancora. Che questa è la nostra famiglia, la nostra scelta. Che le vogliamo bene, ma non può interferire.

E se non basta?

Non lo so, Livia. Non inventiamo problemi prima che arrivino.

Un consiglio ragionevole. Non è da me: la mia testa anticipa sempre scenari. Ma ho provato ad ascoltarlo.

Febbraio fu calmo. Nina venne solo una volta, a fine mese, dopo aver chiamato il giorno prima. Portò a Michele dei guanti blu fatti a maglia, rimase unora, bevve il tè, mi domandò se stessi bene. Ho risposto di sì. Annì e se ne andò.

Non nominò mai più il secondo figlio.

Non so se per sempre.

***

A marzo io e Paolo facemmo tre giorni a Ferrara, soli, senza Michele. Da mia madre lui stava bene. Era stata sua lidea: “Andiamo via solo noi due?”. Ho detto sì di slancio.

A Ferrara si stava bene. Città vecchia, le case di mattoni, il Po con ancora il ghiaccio. Passeggiate, silenzi buoni, pranzi in osterie coi tavolini scomodi e la zuppa eccellente.

Una sera ho detto:

Paolo, non ti viene mai la voglia di cercare il luogo? La tenuta Covelli era qui vicino.

Mi ha guardato.

Ci ho pensato, ha detto. Ma ho deciso di no.

Perché?

Perché non troveremmo nulla. Né casa, né terra. Né eredità, né maledizione. Solo terra vuota. E quella terra diventerebbe una nuova fissazione per tutte queste storie.

Ha senso, ho detto.

E tu? Vorresti?

No, ci ho pensato solo a voce alta.

Ok. Allora non si va.

Non andammo. Rientrammo domenica sera a Pavia, a riprendere Michele, che per tutta la strada ha raccontato del gatto grigio della nonna, di quando gli ha dato il salame e il gatto lha mangiato.

Ai gatti non si dà il salame, ha detto Paolo.

Lha voluto lui, spiegava Michele.

Casa aveva il nostro odore, quello che ti fa sentire davvero a casa. È una cosa che non si spiega: ma ogni casa ha il suo odore. In quella sera lho sentito più forte.

***

A maggio, il compleanno di Nina Stefanini: settantadue. Siamo andati tutti, ben vestiti, lei ci ha accolto con un abito nuovo: Michele subito lha abbracciata, lei ha riso, sinceramente, non per cortesia.

Cera anche la vicina, la signora Claudia, una signora tranquilla, che aveva portato una torta. Tutti attorno al tavolo, chiacchiere, storielle sulla figlia di Claudia. Nina versava il tè, posando una fetta di torta davanti a ciascuno.

A un certo punto, Nina mi guardava. Me ne sono accorta, ho alzato gli occhi. Lei li ha abbassati subito, è tornata a occuparsi di Michele, a parlargli piano. Ma in quello sguardo breve cera qualcosa, come una domanda: “Andiamo bene ora?”.

Non so che volesse dire. Forse niente davvero.

Sulla via del ritorno Michele si è addormentato in macchina. Paolo guidava, io guardavo fuori. Maggio già profumava di terra e di erba nuova tra le foglie vecchie.

È stato bello, ha detto Paolo.

Sì.

Livia, ha esitato, secondo te ce la facciamo a stare bene? Con lei. Senza tutte quelle cose.

Non so, onestamente. Vorrei crederlo, ma non so.

Anchio.

Arrivati nel nostro vialetto, Michele dormiva. Paolo ha spento il motore, ma siamo rimasti fermi qualche istante.

Paolo, ho detto piano, da non svegliare Michele, ci pensavo: ad Anna, la bisnonna. Lei nel diario scriveva che aveva paura, si sentiva colpevole, che avrebbe trasmesso quella colpa. E lha fatto davvero. E dopo di lei anche la successiva. E tua madre ha ricevuto la paura già fatta e ci ha provato a darla a noi.

E allora?

Allora non labbiamo presa. Noi. Labbiamo fermata. Non perché più furbi, solo perché ce ne siamo accorti. Abbiamo detto: “questo cosè?” e labbiamo lasciato lì.

Paolo taceva.

Qualcosa vuol dire, ho concluso.

Sì, qualcosa vuol dire.

Abbiamo preso Michele: dormiva. Paolo lo teneva sulle spalle. Io li seguivo nel cortile. Forse era quello il punto di tutto: quel bimbo, quella spalla, quel cortile a maggio.

Non cè bisogno di dimostrare nulla. Né a testamenti, né a stirpi, né alle paure delle bisnonne morte. Sono andate via, hanno portato via le loro paure.

O forse no. Forse qualcuna ce lhanno lasciata.

***

Lestate è andata bene. Michele iniziò lasilo, unavventura a sé. La prima settimana non voleva entrare, la seconda solo se io venivo a vedere se i suoi disegni erano appesi. La terza andava da solo, raccontandomi per strada della maestra Tiziana e di Gabriele che mangiava la terra: la sua scoperta principale.

Nina qualche volta lo andava a riprendere. Avevamo degli accordi, che rispettava sempre. Insomma, era cambiata. Non in modo totale, ma il suo modo pressante era calato.

Una volta, destate, chiamò me, non Paolo: cosa rara.

Livia, disse, volevo sapere Sei ancora arrabbiata con me?

Ho pensato come rispondere.

Un pochino, ho detto. Ma passa.

Bene, disse piano. Va bene.

Signora Nina, voleva dirmi qualcosa?

No. Solo Paolo è una persona per bene.

Lo so.

E tu anche. Anche se non te lho mai detto.

Non sapevo cosa rispondere. Non era un vero perdono, era un suo modo.

Lo so, ho ripetuto.

Ci salutammo.

Sono rimasta col telefono in mano a pensare quanto sia strana la vita. Qualcuno può farti sentire a disagio, credendo davvero di aiutarti. Può portarsi dietro la paura di una bisnonna morta centanni fa, e trasferire quellansia su chi gli sta intorno. E non è cattiveria: solo così va. Si trasmette. Diventa adulto con te.

Non cambia la pesantezza dei gesti.

Ma rende la persona più comprensibile.

Comprendere non è perdonare, lho chiarito a me stessa: puoi capirla, ma ricordare lo stesso. Puoi spiegare, ma non sempre lasciar andare del tutto.

***

A settembre, Paolo ha portato a casa il diario di Anna Covelli. Aveva chiesto alla madre di darci le pagine. Lei lo fece senza replicare.

Una sera lo abbiamo letto insieme. Non solo il pezzo sul testamento, ma tutto. Anna scriveva della guerra, della fame, del marito tornato spezzato. Dei figli, della paura costante. Dei sogni che la spaventavano. Delle preghiere recitate senza sapere se qualcuno ascoltasse davvero.

Era la vita di una donna che temeva di perdere tutto ciò che le restava.

Leggevo, e sentivo di capirla. Non con la testa, con altro: la paura di perdere chi ami non dipende dal 1943. È di tutti i tempi.

Non era cattiva, ha detto Paolo.

No. Solo impaurita.

Sì.

Come la mamma.

Come la mamma.

Abbiamo rimesso le pagine insieme. Non le ho rimesse nel baule. Le ho lasciate sulla mia libreria, tra due libri che amo.

Che restino lì. Così non dimentico che quella storia cè stata. E si è fermata su di noi.

***

Poi ci sono state tutte le cose normali. I progressi di Michele allasilo. Le sue prime lettere, scritte storte, ma comunque. Paolo ha cambiato lavoro, adesso va dallaltra parte della città, ma rientra prima. Abbiamo comprato un divano nuovo, il vecchio crollava. Dinverno è arrivato anche un gatto, piccolo, rosso, nessuno ha capito da dove. Labbiamo chiamato Gatto, per mancanza di fantasia, poi ci siamo abituati.

Nina veniva tre volte al mese, daccordo prima. Telefonava sempre. Usciva sempre in orario. Di un altro figlio non parlava più, come fosse un sogno sbiadito, mai esistito.

A volte mi sorprendevo ad aspettare: che prima o poi lavrebbe tirata fuori di nuovo. Che avrebbe portato una bottiglietta o citato la signora Tamara. Invece nulla. E con il tempo ho aspettato di meno.

Non mai del tutto. Ma meno.

Un giorno di novembre, quasi un anno esatto dopo la conversazione in cantina, io e Paolo eravamo di nuovo soli in cucina. Michele dormiva, il Gatto guardava la neve dal davanzale.

Paolo, ho detto.

Sì?

Credo che stiamo bene.

Mi ha guardata.

Cioè?

Che sono serena. Con noi. Con me. Non ricordo lultima volta che lho pensato.

Ha sorriso appena.

Anchio, ha detto.

Il Gatto saltò giù, si sdraiò vicino al termosifone. Fuori la neve scendeva, fitta.

Livia, mi ha chiesto, tu lhai perdonata?

Ho pensato.

Non lo so. Non del tutto. Ho smesso di arrabbiarmi ogni giorno. Capisco da dove viene tutto. Non le auguro niente di male. Ma sono davvero sicura di averla perdonata? Boh, forse è una cosa che si ripete ogni giorno.

Forse sì, ha detto Paolo.

Fuori, solo neve. Nella stanza, caldo. Michele che dormiva.

Bastava.

***

A volte racconto questa storia alle amiche, a pezzi. Gaia, lamica delle superiori, un giorno mi ha detto:

Livia, che pazienza hai avuto. Io me ne sarei andata via.

Dove? ho chiesto.

Via, via. Con Paolo. In unaltra città.

E credi che così non ci sarebbe stato altro?

Beh, almeno quello no.

Ci sarebbe stato qualcosaltro. Sempre altro. E poi, è sua madre. Non una nemica. Solo una persona che non sapeva fare di meglio.

La giustifichi.

No. La spiego.

Gaia è rimasta zitta.

Hai sempre una spiegazione pronta tu.

Una spiegazione, non una scusa.

Ha annuito. Poi ha detto:

Paolo però doveva intervenire prima, no?

Ho pensato.

Sì, forse. Ma anche lui aveva la sua storia. Linfanzia, la madre. Non si sbrogliano in un giorno queste cose.

Hai perso davvero la rabbia.

Sì. Arrabbiarsi ha un costo altissimo.

***

Nina Stefanini questanno ha chiamato per il compleanno di Michele. Lui ha preso la cornetta, le ha raccontato per mezzora dellasilo e di Gabriele, che ora non mangia più la terra perché la maestra glielha proibito.

Poi mi ha passato il telefono.

Livia, ha detto Nina, cosa fate a Capodanno?

Siamo a casa.

Pure io. Bene.

Se vuole, venga qui.

Ci ha pensato.

Sì, credo che verrò. Se non vi spiace.

Nessun problema.

È venuta il trentuno sera con una torta. Abbiamo mangiato, guardato la tv, Michele si è addormentato in braccio a lei a mezzanotte. Lei lo guardava, e io vedevo la scena dallesterno: era quello il centro. Il resto testamento, baule, erboriste, bottigliette restava fuori. Dentro cera solo la nonna, il nipote addormentato.

Alluna stava andando. Laiuto a infilarsi il cappotto. Sulluscio si è fermata:

Livia, mi ha detto, vi auguro solo il bene questanno. Tutto il bene possibile.

Grazie, ho detto.

E ha esitato. Sei una brava mamma. Non lho mai detto. Ma è vero.

Non sapevo cosa rispondere. Ho solo fatto un cenno.

Buon anno, ha detto.

Buon anno.

Porta chiusa.

Paolo era nel corridoio, aveva sentito tutto.

Livia, ha detto piano.

Lo so, ho risposto.

Siamo tornati in soggiorno. Michele dormiva sul divano. Gatto accanto. Fuori la neve e la prima ora di gennaio.

Non so se lho davvero perdonata.

So che in quellistante stavo bene.

Forse è la risposta. O semplicemente il luogo dove ci si può fermare.

E io mi sono fermata.

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