Un tempo, tanto tempo fa, quando ancora le cose si facevano senza fretta e le storie si trasmettevano al suono del battito delle campane, fui affidato alle ali di una cicogna con gli occhi incredibilmente storti. Avrebbe dovuto portarmi a casa dai miei genitori, ma mi lasciò, sbadata comera, davanti allorfanotrofio di Firenze come un pollo spennacchiato.
Così, da quel momento, tutto nella mia vita prese una piega storta. Però, arrivato ai quarantanni, ero riuscito, tra una faticaccia e laltra, a risalire dal buco dove mi aveva scaraventato quelluccellaccio svitato. Una casa finalmente costruita con le mie mani, una moglie la mia cara Loretta , una Fiat usata. Restava solo da piantare un albero e crescere qualcuno.
A crescerne uno, con Loretta, saremmo riusciti. Di più non ce nera bisogno. E mentre riflettevo su piante, crescita e su quella mattina di pioggia triste che batteva sui vetri, preparavo il caffè con la moka. Le mie mutande larghe sventolavano tranquille, sospinte dallo scirocco. Le mutande da famiglia, le avevo molto prima di una vera famiglia. Che ironia, pensavo.
Qualcosa bussò al vetro del balcone. I soliti ragazzini del vicinato che tentano di educare i piccioni a suon di sassi? Mancate solo voi della cicogna, monelli.
Un altro colpo al vetro. E ancora uno. Ma chi sarà a questora, dal terzo piano?
Scostai la tendina. Sul balcone sbatteva le zampe proprio quella vecchia cicogna strabica che mi aveva popolato i sogni dinfanzia.
«Via, bestiaccia!» gridai spaventato. E il panino fece un tuffo mortale sul pavimento.
«Perdonami, Petruccio,» disse luccello infilandosi con il becco lungo nella fessura della porta, «mi dispiace, lo ammetto. Beccami pure! Dalala destra è più carnosa.»
«Fuori dai piedi,» cercai di spingere via quellesagerato collo da marionetta, usando tutte e due le mani.
«Petruccio, non fare il fesso ascolta quello che ti dico» tossicchiò la cicogna, arricciando le penne.
«Ora parli anche?» sbottai io, «Se vuoi ti nodo il collo, bestia.»
«Sono venuto per scusarmi»
«Troppo tardi ti sei fatto vivo, nasone.»
Il campanello trillò insistente. Loretta era tornata.
«Fuori dal mio balcone!» bofonchiai cercando di farlo sparire, «E vedi di non esserci quando torno!»
Mi voltai di corsa verso la porta dingresso.
«Perdonami, Petruccio!» la cicogna ancora allungando il collo dalla finestra. «Perdonami! Ho sistemato tutto!»
Loretta entrò in casa fradicia ma raggiante. I capelli le si attaccavano alle guance, gli occhi brillavano di gioia. Anche lei aveva incrociato la cicogna?
Non mi lasciò il tempo di parlare, gettò lombrello da una parte, poi mi abbracciò forte.
«Quattro! Quattro!» urlava di felicità per tutta la casa.
«Che cosa quattro?» rimasi spaesato per qualche secondo.
«Aspettiamo quattro gemelli, Petruccio!» gridò Loretta, entusiasta, «Quattro piccoli fiorellini tutti nostri!»
E proprio in quel momento capii le parole della cicogna e la nostra quadrupla sorpresa si erano intrecciate in un unico destino. Sfrecciai sul balcone. La vecchia cicogna già si librava verso il cielo sopra i tetti rossi di Firenze. Tentai di afferrarle la coda.
Troppo tardi.
«Fermati, sciagurato!» urlai ancora. «Fermati, nasone!»
«Ho sistemato tutto!» rispose con voce sottile dallalto.
Mi voltai. Dietro di me cera Loretta, che piangeva. Ma erano lacrime di una felicità così piena che mi sembrava di rivivere tutta quella strana vita, storta e meravigliosa, sotto il cielo di quella vecchia Italia.







