Nel mio percorso come insegnante dellinfanzia, cè stato un episodio che difficilmente dimenticherò. Tra i miei piccoli alunni cera un bambino di nome Matteo Rossi. Matteo era nato con molte difficoltà: un ritardo nello sviluppo, problemi al cuore e, sopra a tutto, una labiopalatoschisi.
Fino ai quattro anni era quasi impossibile capire cosa dicesse; solo verso i sei anni, dopo innumerevoli incontri con logopedisti e specialisti, la sua voce cominciò a farsi più chiara. Parlava comunque con una forte nasalizzazione e toni gutturali, ma almeno le sue parole erano finalmente comprensibili.
Arrivò la Festa della Donna, lultima nellasilo prima che i bambini passassero alla scuola primaria. Proponemmo a Matteo di recitare una poesia. Lui era molto timido riguardo al suo modo di parlare, e la cicatrice sulle labbra lo rendeva ancora più insicuro. Sapevamo bene che metterlo sotto i riflettori sarebbe stato un rischio, e una grande fonte di pressione. Ma non si cresce sotto una campana di vetro: sentivo che doveva affrontare questa prova per avere fiducia in sé, per dimostrare a sé stesso di essere come tutti gli altri.
Tra l’altro, Matteo osservava sempre con grande desiderio i compagni quando recitavano le poesie, e li imitava muovendo silenziosamente le labbra insieme a loro.
Gli affidammo un piccolo estratto della poesia dedicata alle mamme. La madre di Matteo fu felicissima che al figlio venisse data questa possibilità, cosa che non si sarebbe mai aspettata. Anche Matteo non pensava che gli avremmo dato questa fiducia, visto quanto si sentiva diverso dagli altri.
Così, madre e figlio si impegnarono tantissimo: ripetevano ogni giorno la poesia più volte, davanti allo specchio, luno di fronte allaltra, a voce alta, sottovoce, davanti ai parenti e pure giocando a chi la diceva più velocemente.
Arrivò finalmente il giorno della festa. Quando toccò a Matteo parlar davanti a tutti, era visibilmente terrorizzato, ma decise di affrontare la sfida. Disse che avrebbe recitato solo per la sua mamma, e solo per lei aveva imparato la poesia.
Si presentò sul palco, vestito elegante in giacca, fiocco e pantaloni stirati, si sistemò e iniziò bene, con voce chiara e decisa. Poi forse per la stanchezza, forse per lemozione cominciò a incepparsi sulle parole. Arrivò alle righe:
Dal gradino rispondeva Giovanni: La mamma fa la pilota? E allora? Guarda Matteo, per esempio, la sua mamma è… (in quel momento si sforzò a ricordare una parola che per lui era difficile) la mamma è… con-di-zio-na-to-re!
In sala si sentì qualche risatina. Matteo arrossì, abbassò la testa, infilò le mani in tasca e si fece tutto piccino, ma continuò con coraggio:
E anche nei bambini, tipo Tommaso e Vera, le mamme sono
“Condizionatori!” gridò una voce divertita dalla platea. Stavolta le risate dilagarono.
Matteo si girò di scatto e corse via. Lo raggiunsi vicino alle scale, lì fermo contro il muro, mentre si asciugava le lacrime arrabbiate con la manica. Mi accovacciai vicino al suo orecchio tutto rosso dicendo che quella persona aveva fatto una sciocca battuta, non era giusto. Gli chiesi se voleva provare a recitare di nuovo la poesia, solo per la mamma e per me.
Stavolta con la parola “carabiniere”. E se avesse avuto difficoltà, glielavrei suggerita io. Lui scuoteva il capo piano piano, ancora singhiozzando. Poi ci pensò su e disse che voleva provarci per la mamma, anche se aveva tanta paura. Gli promisi che sarei rimasta accanto a lui, tenendogli la mano, pronta a suggerire se avesse indugiato.
Accettò. Affidai Matteo alla nostra dolce signora che si occupava dei bambini, che subito gli asciugò la faccia bagnata, poi sono tornata nella sala gremita. Appena finito il numero successivo, mi sono fatta avanti e ho chiesto la parola. Ricordo ancora bene cosa ho detto, dopo tanti anni.
Matteo ha sei anni, spiegai E ha passato quasi tutta la sua breve vita tra ospedali e mesi di ricoveri. Ha subito più interventi che compleanni. Ha imparato a parlare chiaramente solo questanno, ma ha trovato il coraggio di salire qui davanti e recitare per voi. Vuole farlo, ma solo per la sua mamma. Vi chiedo di ascoltarlo, aiutatelo: non è facile per lui, ha davvero paura.
Il silenzio era totale. Accompagnai Matteo, che guardava a terra, dietro il sipario. Era così buffo piccolo di statura, robusto, con il labbro inferiore sporgente e il viso ancora segnato dalle lacrime, ma determinato.
Vai, Matteo! gridò la sua mamma con tutta la voce che aveva.
Coraggio, Matteo! ripeté quel solito ragazzo dalle ultime file. Mi accovacciai e gli presi la mano.
Dai, Matteo, gli sussurrai. Per la mamma.
Lui fece un profondo respiro e ricominciò da capo. Quando arrivò al punto difficoltoso, arrossì, ma non si fermò:
Guarda Matteo, per esempio, la sua mamma è ca-ra-bi-nie-re! E anche Tommaso e Vera, le mamme sono… in-ge-gne-ri!
E ci guardò con fierezza.
Non ho mai sentito così tanti applausi in quella sala: tutti battevano le mani, genitori, bambini, educatrici, perfino la cuoca! Alcuni si sono persino alzati in piedi. Matteo non riuscì a continuare tra il boato degli applausi, ma ormai aveva già vinto la sua battaglia.
Dopo la festa, la nostra maestra di musica mi chiamò in disparte.
Ah, bisognerebbe darti una bella lavata di capo, mi disse scherzando con affetto. E mi misi a piangere, tutto quello che avevo dentro esplose.
Lei sospirò, chiuse la porta, mi fece sedere e continuò: Ti prenderei a sgridate per aver rischiato di mandare a monte la festa, ma… chi vince ha sempre ragione. Oggi avete vinto tu e Matteo. Soffiati il naso e torna dai bambini.
Mi è tornata in mente proprio oggi questa storia, dopo ben tredici anni, perché qualche giorno fa ho incontrato per caso la mamma di Matteo per le vie di Firenze. Mi ha riconosciuta subito. Mi ha raccontato che Matteo, questanno, è entrato alluniversità, col punteggio più alto e sempre grazie alla borsa di studio statale, superando tutti gli esami con ottimi voti. Indovinate in quale facoltà? Lettere!
E ancora, mi ha fatto recapitare questo messaggio dal figlio: Se non fosse stato per quel giorno, sarei rimasto sempre un diverso.
Ecco, il vero cuore di questa storia: la determinazione, la forza interiore Il vero successo non è che da una disabilità sia uscito un ragazzo come tutti, ma che ci sia riuscito anche grazie agli altri! Siamo più pazienti, più gentili Aiutiamo chi cresce accanto a noi!







