Rivoluzione Casalinga
Signora Giuliana, ha presentato lei la domanda per l’inclusione tra i proprietari dellappartamento in via Garibaldi, quarantadue, interno diciannove?
Allinizio non capiva la domanda. Era in piedi davanti alla finestra dellufficio, teneva il telefono con entrambe le mani perché con una sola tendeva a scivolare, e guardava il tetto delledificio di fronte, dove un piccione, con il petto gonfio, beccava qualcosa di invisibile senza degnarla di uno sguardo.
Cosa? Quale domanda?
Abbiamo ricevuto una richiesta a suo nome. Per linclusione tra i comproprietari della signora Vera Paola Dominici. Il notaio Bianchi la invita a presentarsi per confermare di persona la sua volontà. È una procedura obbligatoria.
Giuliana tacque. Il piccione continuava tranquillo sul tetto.
Signora Giuliana?
Sì, la sento rispose alla fine. Ma io non ho presentato nessuna richiesta.
Una breve pausa.
La domanda è arrivata con la sua firma. Se non si è recata di persona dal notaio
Io non sono andata da nessuna parte. Non so proprio di cosa parli.
Allora dovrà venire in sede, il prima possibile.
Lei riattaccò e per qualche secondo fissò il telefono, che segnava le quattordici e dodici. Mercoledì. Un normale mercoledì lavorativo. Dopo pranzo avrebbe dovuto verificare un paio di fatture e uscire un po prima: le gambe le facevano male e tutto ciò che desiderava era sdraiarsi.
Giuliana Dominici, cinquantadue anni, capo contabile presso una ditta edilizia, la Edilmarmo, viveva in un bilocale in via Garibaldi. Lappartamento le era stato lasciato otto anni prima da sua nonna, morta a ottobre, quando le foglie erano già secche e scricchiolavano sotto i piedi. Aveva ereditato questo appartamento dai soffitti alti, radiatori vecchi, e vista su un cortile con un grande acero. Giuliana era già sposata da tre anni, abitava con il marito in un affitto e quelleredità non le era apparsa una fortuna, ma un dono strano, pesante: perché la nonna era per lei la casa, e senza la nonna quelle mura erano solo muri.
Aveva messo tutto in regola. Latto di proprietà era nella cartellina nel cassetto in fondo al comò.
Vera Paola Dominici. Sua suocera. Madre di Andrea.
Giuliana ripose il telefono in tasca e andò in bagno. Si chiuse dentro. Davanti allo specchio si fissò a lungo: il volto una donna stanca, non più giovane.
Va bene, disse ad alta voce.
Nientaltro. Solo va bene. E tornò al lavoro.
A casa rientrò verso le sei e mezza. Nellatrio si sentiva odore di cibo: qualcuno stava friggendo pesce al terzo piano. Giuliana salì al quarto, inserì la chiave, aprì la porta.
Dalla cucina arrivava la radio. Vecchie canzoni italiane, gracchianti, come se la radio fosse stata in bagno. Giuliana si tolse le scarpe, appese la giacca e si avviò verso la cucina.
Vera Paola era ai fornelli. Sessantotto anni, bassina, rotonda, con la permanente fatta ogni tre mesi da Tiziana al salone Stile. Indossava il grembiule di Giuliana, quello blu con su scritto Chef, regalo di compleanno della sua amica Nina.
Ah, eccoti, disse Vera Paola senza voltarsi. Ho fatto le polpette, con la carne macinata che era in freezer. Era già scongelata, peccato buttarla.
E Andrea?
È andato al supermercato. Gli ho chiesto di prendere pane e latte. Tu non hai preso niente.
Sono stata tutto il giorno in ufficio.
Già. Io almeno oggi sono stata a casa e ho fatto qualcosa di utile.
Giuliana si appoggiò allo stipite. Guardò il fornello, la padella, il grembiule.
Vera Paola, dobbiamo parlare.
Dopo mangiamo, dai. Sarai affamata, si vede.
No, adesso.
La suocera infine si girò. Volto tondo, gentile, piccoli occhi attenti.
Che succede? Hai problemi?
Oggi mi hanno chiamato dallo studio notarile. Hanno detto che è arrivata una richiesta per includere lei tra i proprietari del mio appartamento. Apparentemente a mio nome.
Vera Paola la fissò, senza battere ciglio.
E allora?
Voglio sapere da dove spunta questa domanda.
Giuliana, io sarà Andrea che ha confuso qualcosa. Diceva che avrebbe sistemato tutto per bene. Parla con lui, meglio.
Lo farò, ma prima chiedo a lei. Lo sapeva?
Non so nulla, io non capisco queste carte. Andrea ha detto che era solo una garanzia. E basta.
Una garanzia, ripeté Giuliana, lentamente, come assaporando una parola amara.
Andò nella camera che chiamava sua: laltra era il salotto, almeno prima che il divano letto della suocera, portato lautunno precedente dal paese, finisse lì quando Vera Paola venne per una settimana a dare una mano e non se ne andò più. Sei mesi fa. No, aspetta, pensò Giuliana. Vera Paola arrivò a metà aprile; ora era ottobre. Sei mesi.
Ripensava a come era iniziato tutto. Ed era difficile ricordare: sono cose che cominciano sottili, senza rumore.
Ad aprile, Andrea le disse che la madre non stava bene. Pressione, stanchezza, sola non ce la faceva più. Disse: Facciamola stare con noi, almeno per un po. Non hai niente in contrario, vero? Giuliana aveva dei dubbi, ma il marito la guardava con quellaria come se dovesse capire tutto da sola. Solo per poco, disse lui. Certo, rispose lei.
Vera Paola arrivò con due valigie, una scatola di lenzuola e un sacchetto con le sue pentole.
Ci tengo alle mie pentole, spiegò. Sono abituata.
Le pentole di Giuliana finirono sulla mensola in alto e poi in cantina. Dopo una settimana apparvero in salotto delle tende. Le porto da casa, sono buone, che sprecare? spiegò la suocera. Erano pesanti, bordeaux, a fiori. Giuliana aprì la bocca e la richiuse. Andrea: Dai, sono tende e basta. Quelle vecchie, di lino bianco, scelte dopo ore in negozio, finirono sotto il divano.
Un mese dopo sul davanzale della cucina compaiono sette elefantini di porcellana, dal più grande al più piccolo. Portano fortuna, spiegava la suocera. Giuliana non era contraria alla fortuna ma su quel davanzale cerano sempre stati i vasi di geranio, cresciuti lì fin dai tempi della nonna. I gerani finirono per terra, due piante morirono.
Non era una tragedia. Solo fiori. Solo tende. Solo pentole.
Se lo ripeteva spesso. Solo dettagli. Pazienza. In fondo una persona vive con te, è scomodo, ma è la famiglia, no? I rapporti con la suocera non sono mai semplici, si dice. Bisogna sopportare, cercare di capirsi.
Lei sopportava. Cercava. Capiva.
A giugno sparì la tazza della nonna.
Sembrava nulla: gialla chiara, piccole macchie blu, manico incollato. Per quarantanni la nonna aveva bevuto il tè in quella tazza. Giuliana beveva da quella tazza tutte le mattine, da quando la nonna non cera più. Era come parlare con lei.
A giugno la tazza sparì. Giuliana cercò dappertutto. Inutile. Chiese a Vera Paola.
Ah, quella? Lho buttata. Era crepata, ormai antigienica.
Era mia.
Era vecchia. Ne ho messa una nuova, bianca, grande. Guarda.
Non doveva buttarla.
Giuliana, suvvia! Era rotta, bisogna lasciar perdere queste cose.
Quella sera, Andrea disse:
Dai, non fare drammi. La mamma voleva solo riordinare.
Era il mio ordine. E la mia tazza.
Una tazza! Non si litiga per questo.
Era di mia nonna.
La nonna non cè più. Ormai basta.
Disse proprio così. Giuliana andò in bagno, si mise sotto la doccia. Non pianse, solo restò lì.
I soldi erano unaltra faccenda. Andrea Dominici, quarantanove anni, lavorava come impiegato in una ditta ingrosso, a parole guadagnava bene. In pratica il suo stipendio finiva sempre prima della metà del mese. Un cliente in ritardo, una spesa imprevista, mancava sempre qualcosa. Da quando Vera Paola era lì, Andrea contribuiva meno. Prima Giuliana non ci fece caso, poi iniziò a notare che dava soldi alla madre. Semplicemente, senza avvisare.
Hai dato dei soldi a tua madre? chiese una volta ad agosto.
Lei li chiedeva. Per il dottore, per le medicine
Andrea, non siamo ricchi. La spesa costa sempre di più. Io non sono riuscita a pagare la corrente il mese scorso.
È mia madre.
E io tua moglie. E questa è la mia casa. Io pago tutto da sola perché tu non fai in tempo a mettere nel conto comune. E intanto i soldi li dai a lei.
Non dire così. Vive con noi.
Vive con me. Nella mia casa. Mangia il mio cibo. Non paga nulla.
Andrea si offese. Non parlò per tre giorni. Poi fecero pace, perché Giuliana non reggeva il silenzio. Era estenuante. Più facile chiudere un occhio.
Questioni di appartamenti: sembrano il massimo della sicurezza, ma sono un campo minato. Rivelano tutto: rispetto, fiducia, chi sei davvero per laltro. Sei una comparsa? O una persona?
Settembre passò in una nebbia fitta. Giuliana lavorava tanto, in Edilmarmo era un trimestre pesante, tornava tardi, mangiava di corsa, si metteva a letto. La mattina Vera Paola bolliva lacqua e faceva finta di essere molto contenta di vederla. Giuliana sorseggiava tè dalla tazza bianca grande e usciva.
Si abituava. Terribile, ma si abituava a vedere le sue cose diminuire, il suo spazio restringersi, la voce sua diventare un sussurro.
La dinamica familiare è elementare. Nessuno parte per rovinarti la vita allimprovviso. Tutto va avanti per piccoli passi. Un passo oggi, uno domani, e ogni volta ti dici: è solo un dettaglio, che scandalo farne? E poi ti giri e non riconosci più la tua casa.
Giuliana si è voltata a ottobre, dopo la chiamata del notaio.
Andrea rientrò alle otto, sacchetto della spesa, due parole alla madre, poi raggiunse Giuliana in camera.
Che cè?
Ti aspettavo.
Si sedette sul bordo del letto.
Qualcosa non va?
Raccontami del notaio.
Andrea esitò. Giocherellava col cellulare.
Quale notaio?
Andrea. Basta bugie.
La mamma insomma, lei si preoccupa. Se le succede qualcosa, resterebbe senza nulla. Mi sembrava giusto che avesse una sicurezza
Hai scannerizzato il mio documento, vero?
Alzò lo sguardo.
Lhai fatto senza dirmi niente. Glielhai dato per lappartamento. Il mio appartamento, Andrea. Non nostro: mio. Ereditato da mia nonna. Non è proprietà comune. È mio.
Non pensavo sarebbe successo
Ma pensavi qualcosa?
Dai, la mamma non è una sconosciuta
Nessuno ha il diritto di usare il mio documento, né di disporre della mia proprietà. Sai che si chiama falso in atto pubblico?
Esageri.
Lei lo guardò fisso. Quarantanove anni, un volto segnato dalla colpa, occhi sempre rivolti altrove. Anni fa pensava che lui la comprendesse. Che fossero uniti.
Dove lhai trovato il mio documento?
Lavevi lasciato nel cassetto.
Nel nostro cassetto. Lhai preso, scansionato, senza dire nulla.
Volevo solo fare il meglio.
Per chi?
Silenzio.
Andrea, per chi?
Ancora nessuna risposta. Lei prese la rubrica, cercò il numero dellamica Nina.
Nina? Hai un buon avvocato per questioni immobiliari?
Nina Rinaldi, cinquantenne, lavorava in assicurazione, sapeva sempre chi chiamare. Le dettò un cellulare di Giovanni Bellini, aveva aiutato una sua vicina per una storia simile: concreto, efficace.
Giuliana annotò. Andrea la fissava.
Perché lavvocato?
Devo chiarire con il notaio.
Possiamo parlarne tranquillamente tra di noi, senza avvocati
Tu per primo non lhai fatto.
Quella sera andò a letto alle undici e mezza. Andrea restò in giro per casa, poi si sdraiò accanto a lei. Giuliana ascoltava il suo respiro e pensava che ci erano voluti otto anni, otto.
Al mattino chiamò Bellini.
Giovanni Bellini, quarantaquattro anni, la accolse nellufficio in piazza Mazzini. Stanza piccola, ordinata, pile di cartelline, una foto in cornice sulla scrivania. Giuliana non la guardò, non era affare suo.
Mi racconti, disse e aprì il blocco.
Raccontò tutto: il notaio, la domanda, il documento, leredità, la convivenza di sei mesi.
Bellini ascoltava, prendeva appunti. Alla fine sfogliò i documenti:
Ha portato con sé latto di proprietà?
Sì. Qui ci sono certificato, testamento, visura.
Guardò tutto.
Allora. Lappartamento è ereditato durante il matrimonio?
Sì, ma per testamento. Una storia a parte.
Il bene derivante da successione è personale. Suo marito non ha diritti, se non vi è diversa pattuizione matrimoniale.
Non cè.
Bene. Lappartamento è solo suo. La suocera ancor meno ha diritti. E risulta anagraficamente residente?
No.
Meglio. La domanda per il notaio è o una falsificazione o un uso non autorizzato dei suoi dati. In entrambi i casi è un reato.
Andrea ha scansionato il mio documento.
Questo è complicità. Il notaio si era già insospettito se lha chiamata.
Sono stata contattata dalla segretaria.
Vada subito e rilasci una dichiarazione. Precisi che nessuna domanda, nessuna autorizzazione, che il documento è stato usato a sua insaputa: sarà tutto registrato. Dopo ci penseremo noi. Se vuole andare oltre: denuncia, procedura legale. Lappartamento resta il suo. Nessuna quota può essere attribuita alla suocera, neppure se ci avessero provato meglio.
Lo so che lappartamento è mio. Devo solo chiarirmi con chi ci vive dentro.
Bellini la guardò con attenzione.
Chi abita senza residenza, né contratto daffitto, può essere invitato a lasciare: spontaneamente o, se serve, tramite tribunale. Di solito basta essere chiari.
Quanto chiara?
Molto.
Uscendo dallo studio, il cielo era cupo, odore di asfalto bagnato e al banco allangolo una signora vendeva mele. Giuliana ne comprò tre, le mise in borsa, scese alla metro.
Confini personali. Una parola che aveva sempre trovato da rivista. I confini o ci sono, o no. Ora era evidente: non cerano. O meglio li aveva tolti lei, per evitarsi problemi.
Andò dal notaio quel pomeriggio stesso. Una segretaria giovane, occhiali, raccolse la sua dichiarazione, fece la fotocopia del documento, garantì che avrebbe consegnato tutto. Giuliana scrisse a mano: mai dato autorizzazione a nessuno, documento usato senza consenso, chiede di invalidare tutto.
Firmò. Uscì.
Quel giorno non tornò in ufficio. Inviò un messaggio alla superiore, Lucia, dicendo che era impegnata con una questione personale urgente. Lucia rispose semplicemente Va bene. Bella persona.
La sera, Giuliana beveva tè in cucina. Tazza bianca. Pensava alla tazza gialla a pois blu della nonna. Le cose a volte pesano più di quanto sembrano. Non per il valore, ma per ciò che rappresentano.
Vera Paola arrivò.
Tè? Ne bevo anchio, non ti dispiace?
Si accomodi.
La suocera prese una tazza, tirò fuori dei biscotti dal mobile, quelli comprati da lei stessa. Si sedette.
Giuliana, volevo dirti una cosa.
Anchio.
Non metterti il malumore per il notaio. Andrea voleva solo che io avessi una sicurezza, visto che vivo qui e aiuto
Una sicurezza, ripeté Giuliana, senza astio.
Sì. Non sono più giovane, un tetto sulla testa mi serve. Andrea si preoccupa.
Avete una casa a Piacenza, signora Vera Paola.
Troppo umida, non posso viverci per i reumatismi.
È casa vostra. E la date in affitto, se non sbaglio.
Un attimo di nervosismo.
Eh, sì serve anche a me.
Lei abita qui gratis da sei mesi.
Ma faccio le faccende, cucino
Ha buttato delle mie cose. Ha spostato mobili. Cambiato tende. Buttato la tazza di mia nonna.
Ma erano solo
Questa è la mia casa. Ogni cosa qui è mia. Era mia anche la tazza. Anche le tende. Lei è ospite. E agli ospiti non è chiesto di spostare tutto.
Vera Paola interruppe il tè.
Vuoi mandarmi via?
Le sto solo dicendo la verità. Dovevo farlo prima.
Andrea non te lo permetterà.
Non decide lui. Lunica proprietaria sono io.
La suocera la fissò. Qualcosa cambiò dietro quegli occhi.
Così, proprio.
Così.
Andrea tornò alle dieci. La madre lo intercettò in corridoio, bisbigliando. Poi lui raggiunse Giuliana in cucina.
Lhai fatta star male.
Siediti, Andrea.
Perché sei così
Siediti.
Lui si sedette. Stessa aria smarrita di ieri.
Ascolta. Sono stata dallavvocato. La casa è mia. Tentare di trasferirla a un terzo è un reato grave. Ho lasciato una dichiarazione al notaio. Il resto dipende da voi.
Vuoi andare dalla polizia?
Non lo so ancora. Prima voglio che tu comprenda. Ti rendi conto di cosa hai fatto?
Non sono contro di te. Pensavo
Hai preso il mio documento, lhai scansionato, passato a tua madre. Senza dirmi niente. Capisci la gravità?
Silenzio.
Andrea, capisci?
Sì ma è la famiglia.
Famiglia. Bene. Allora dimmi: quanti soldi hai portato qui negli ultimi sei mesi?
Distolse lo sguardo.
Qualche rallentamento
Nessun rallentamento, Andrea. Ho chiamato la segreteria della tua azienda: niente ritardi.
Questa volta la guardò dritto negli occhi.
Perché hai chiamato?
Perché volevo la verità. Meglio scoprirla da soli.
Lui si alzò, camminò avanti e indietro, si fermò alla finestra. Gli elefantini erano in fila, silenziosi.
E ora cosa vuoi?
Che tua madre oggi stesso prepari le valigie. Ha una casa propria. Deve tornarci.
Giuliana
E tu devi decidere cosa vuoi. Vivere con me come un uomo, oppure come figlio a casa della mamma.
Ma io
Tu hai preso soldi dal nostro conto, lhai lasciata occupare casa mia, buttare le mie cose, hai dato il mio documento. Questo hai fatto.
Silenzio.
Ti amo, mormorò infine. Come se bastasse.
Lo so, rispose lei. Ma non so esattamente cosa ami.
Il venerdì Giuliana si alzò alle sette, si preparò, bevve un tè. Vera Paola in salotto si muoveva in silenzio. Andrea era ancora a letto; lei entrò e lui finse di dormire.
Alle nove Giuliana rientrò, dopo aver chiesto un permesso in ufficio. Forse Lucia aveva intuito.
Vera Paola era sul divano davanti alla TV, il volume basso.
Signora Vera Paola.
Cosa cè?
La prego di preparare le sue cose. Oggi. Andrea la aiuterà col taxi.
Dove dovrei andare?
A Piacenza. O dove preferisce. Ma non qui.
Mi stai cacciando.
Le sto solo chiedendo di lasciare casa mia. È diverso.
La suocera finalmente la guardò. Era difficile capire quellespressione: ferita, ma anche altro.
Sei mesi. Ho pulito, cucinato
Nessuno lha chiesto.
Andrea sì.
Andrea non è il proprietario.
È mio figlio.
Ha due ore, signora. Poi chiamo i carabinieri. Non è una minaccia, è un piano.
Parlava senza urlare, senza il tremolio di quando bisogna dire le cose importanti.
Giuliana uscì nellingresso, si fermò davanti allo specchio. Una donna di cinquantadue anni, occhi segnati, spalle dritte. Non giovane, né fresca, ma dritta.
Andrea si alzò, venne in tuta.
Giuliana, possiamo parlare?
Ieri abbiamo già parlato. Due ore, Andrea. Anche tu. Scegli da che parte stai.
Cosa vuoi dire?
Vuoi vivere qui come marito o come figlio di mamma. Non cè una terza via.
La guardava.
Vuoi che mandi via la mamma?
Voglio che tu scelga chi sei, qui. Solo questo.
Prese borsa, chiavi e uscì. Si incamminò verso il bar dellangolo e bevve un cappuccino in piedi, guardando la strada. Gente andava e veniva. Una nonnina con la carrozzina, un uomo con le borse della Botteghina, un bambino che correva.
Un venerdì qualunque.
Tornò dopo unora e mezza. Vera Paola era in salotto, tra le valigie, il viso chiuso. Andrea era lì, cellulare in mano.
Ho chiamato il taxi, disse. Voce piatta.
Va bene.
Vado anchio. Laiuto col trasloco.
Va bene.
Giuliana non rispose. Mise su il bollitore. Sentì la porta che sbatteva, poi il silenzio.
Restò in piedi davanti ai fornelli. Il silenzio era nuovo, denso, quasi dimenticato. Il bollitore fischiò. Giuliana versò il tè nella sua tazza grande, lasciò in infusione.
Si sedette al tavolo.
Gli elefantini stavano ancora lì.
Si alzò, li raccolse con calma e li mise in un sacchetto. Portò il sacchetto in cantina. Non li avrebbe più visti.
Le tende bordeaux le tolse quella sera. Senza metterne altre: la finestra nuda, il cortile, lacero, il cielo.
Andrea tornò la domenica sera. Prima provò il campanello, poi il telefono.
Giuliana, sei in casa?
Sì.
Apri.
Entrò, lasciò un piccolo zaino in corridoio. Sembrava stanco, perso.
Come stai?
Bene. Tu?
Ho sistemato la mamma. Alla fine, a Piacenza va bene, la vicina laiuta.
Bene.
Andarono in cucina. Giuliana mise su il bollitore. Andrea seduto, telefono sul tavolo.
Voglio provare a sistemare le cose.
In che senso?
Vivere come si deve, insieme.
Andrea, ci ho pensato molto in questi due giorni.
E allora?
Le pose la tazza davanti, tenne la sua tra le mani.
Perché hai scannerizzato il mio documento?
Era una richiesta della mamma
Ha chiesto e tu hai fatto. Senza pensare che era roba mia. Senza chiedermi nulla. Ecco cosa voglio capire. Come può un uomo prendere il documento della moglie e consegnarlo senza dire nulla?
Pensavo che non
Non cosa? Non ci sarebbero state conseguenze? O che non lavrei saputo?
Fissava il tavolo.
Non lo so.
Nemmeno io so, disse lei. E questa è la cosa più grave. Otto anni insieme e non so come ragioni. Cosa è importante per te. Chi sono per te.
Sei mia moglie.
È una parola. Dimostramelo.
Ti amo.
Cosa ami di me, Andrea? Sii specifico.
Tacque a lungo. Lei non lo incalzò.
Sei affidabile. Con te non ho paura.
Affidabile. E io? Mi sono sentita al sicuro con te?
Nessuna risposta.
Andrea, non so cosa saremo noi, disse. Sono stanca. Da sei mesi unestranea ha vissuto in casa mia a modo suo, e tu dicevi sempre e allora. Sono stanca di un unico conto condiviso, ma sono sempre io a gestirlo. Sono stanca del fatto che invece di parlare, ho taciuto, pensando che la famiglia fosse questo. Non è stato utile a nessuno.
Cambierò.
Forse. Ma io ora voglio tempo. Per pensare, per stare da sola.
Vuoi che me ne vada?
Voglio decidere senza fretta.
Andrea restò un po, bevve il tè, poi prese lo zaino.
Starò da Carlo, se hai bisogno chiama.
Va bene.
La porta si chiuse.
Giuliana lavò le tazze, spense la luce. Andò in sala, senza più letti estranei, solo il suo comò, i libri, la vecchia lampada dottone trovata per caso al negozio Belle Epoque e riparata con le sue mani.
Si sdraiò. Fissò il soffitto.
Cosa fare quando ti tradisce tuo marito? Un titolo da rivista. Giuliana non pensava al tradimento. Pensava al fatto che si può vivere vicino, e restare lontani. Essere figlio di mamma, essere marito: non è lo stesso.
Non era rabbia. Qualcosa di più tranquillo, ma più pesante.
Si addormentò senza sogni, si svegliò alle sei e mezza, quando fuori i passeri facevano un baccano incredibile.
La vita andava avanti, lentamente. Novembre portò il freddo, le finestre al mattino si appannavano. Giuliana comprò nuove tende di lino bianco, simili alle vecchie, solo di una sfumatura diversa. Le appese da sola. Gli elefantini restarono in cantina, non li riprese mai più.
Andrea chiamò una volta a settimana. Allinizio parlava tanto. Poi sempre meno. A dicembre divennero telefonate rapide. Pareva essersi raffreddato. O forse si era stancato di aspettare.
Un giorno, Nina le disse che la suocera era partita per una crociera nel Mediterraneo per Capodanno. Viaggio costoso. Lho vista su Facebook, proprio sul ponte della nave, risata larga e cappello da sole, raccontava.
E con che soldi, mi chiedo? domandò Nina.
Indovina.
E Andrea?
Ha pagato lui, credo.
Notevole. E tu?
Io lavoro.
A fine novembre il capo contabile di Edilmarmo andò in pensione: la signora Rosina, settantanni, era stanca. Lucia chiamò Giuliana dopo una settimana di riflessioni.
Giuliana, tu lavori molto di più di quanto ti spettava già da anni. Io lo vedo. Te lo propongo ufficialmente.
Ci penso.
Fammi sapere entro venerdì.
Giuliana pensò per tre giorni. Lo stipendio più alto, più responsabilità, più stress. Ma era il suo lavoro. Una cosa che sapeva fare bene.
Venerdì accettò.
Lucia annuì, come se non avesse avuto dubbi.
Da gennaio. Ufficio tutto per te.
Piccolo, ununica finestra, vista sul parcheggio. Ma suo.
Traslocò il primo gennaio. La prima cosa che mise fu un vasetto di geranio sul davanzale, lunica piantina sopravvissuta dopo loccupazione della cucina. Pallida, due foglie, ma viva.
Andrea ricomparve a gennaio, una sera di lunedì.
Giuliana, ciao.
Ciao.
Posso passare a parlare?
Di cosa?
Di noi.
Rifletté qualche istante.
Dove vivi ora?
Da Carlo. Ma lui
Hai aiutato tua mamma col viaggio?
Pausa.
Era da sola
Appunto. Va bene, Andrea. Vieni domani.
Il giorno dopo si presentò. Sembrava più magro, forse era la giacca larga.
Sedettero in cucina. Tende bianche alla finestra, i rami nudi dellacero.
Ho capito di aver sbagliato, iniziò.
Sì.
Vorrei tornare.
Andrea, dimmi una cosa. Solo la verità.
Dimmi pure.
Quando davi i soldi a tua madre, quando la portavi qui, quando scannerizzavi il mio documento pensavi a me?
Aprì la bocca.
Non come moglie, non come quella che deve accettare. Proprio a me, a Giuliana. Come stavo io.
Silenzio.
Così pensavo. Pensavi a tua madre. E a te stesso, a non litigare. Non a me. Non perché sei cattivo. È che io cero solo come sfondo. Casa, cibo, ordine. E io, solo parte di tutto ciò.
Non è giusto
Forse. Ma è vero. Non ti giudico: rispondimi.
Beh sì, pensavo a lei. È anziana. Da sola non ce la fa.
Settanta anni. È appena stata in crociera nel Mediterraneo.
Ma
Andrea, le hai dato tu i soldi?
Per metà, sì.
Giuliana annuì. Afferrò la tazza, si scaldò le mani.
Non voglio il divorzio adesso. Voglio capire se si può essere diversi. Voglio tempo. E che tu comprenda una cosa.
Cosa?
Questa casa è mia. Non nostra. Mia. Di mia nonna. Qui comando io. Puoi starci accanto da uomo che scelgo. Non come obbligo. Non come figlio che vuole un alloggio comodo. Capisci la differenza?
Sì.
Davvero?
Sì.
Allora aspetta. Dammi un mese. Sarò io a dirtelo.
Andrea se ne andò. Giuliana lavò le tazze. Si fermò alla finestra. Fuori fioccava neve sottile.
Un mese passò. Poi un altro.
A febbraio avviò dei lavori in casa. Non totale restauro, ma pitturò le pareti del soggiorno di color lino caldo. Cambiò le piastrelle in bagno, una sola parete. Trovò un imbianchino serio, il signor Vittorio, che lavorava bene e in silenzio: una dote rara.
Prese un nuovo divano, non costoso ma bello, verde scuro come piaceva a lei. Al posto di quello di Vera Paola.
A marzo Nina venne a trovarla. Sedute sul divano nuovo, un bicchiere di vino, a parlare.
Come va? E Andrea?
Chiama.
E?
Non so. Non sento di essere pronta.
Rimpianti?
Giuliana ci pensò su.
No. Ogni tanto mi manca comera allinizio. Ma è diverso.
Stare da sola non pesa?
Sì, ma meno di prima.
Nina annuì senza ramanzine. Giuliana le fu grata.
Ad aprile il geranio in ufficio fiorì: un unico fiore rosa pallido. Giuliana lo fotografò, per un po lasciò lo sfondo del telefono, poi semplicemente lasciò la pianta in pace.
Bellini chiamò a fine marzo: voleva sapere se procedeva con la denuncia. Per ora no, grazie. Voglio risolvere col minimo. Lui disse che era un suo diritto e che i documenti erano pronti, se cambiava idea.
Come va davvero? domandò stavolta con voce umana, non da legale.
Sto imparando.
Digli bene: è un processo lungo.
Già, molto.
La solitudine dopo la rottura: temeva peggio. Invece era solo diverso. Né meglio né peggio. Per un po quellatmosfera vuota le parve insopportabile, poi si abituò. Cominciò a scoprire che in quellassenza cera qualcosa di suo.
Ricomincia a leggere prima di dormire. Sul serio. Unora e mezza, magari due. Prima si addormentava sopra il libro. Ora leggeva in pace.
Comprò un bollitore rosso. Niente nomi strani: solo bollitore rosso, che le piaceva, punto.
Eredità e matrimonio. Una questione ormai familiare. La nonna sicuramente non immaginava che la casa potesse diventare un campo di battaglia. Voleva solo che alla nipote restasse qualcosa di suo. Un posto. Terra sotto i piedi.
Giuliana laveva capito tardi, ma laveva capito.
A maggio entrò per caso in una bottega dantiquariato in via Maggio. Cera odore di legno, tante tazzine impolverate, ciascuna con una storia. Una gialla, semplice. Non a pois, ma qualcosa la richiamava. La comprò.
A casa la mise sul davanzale.
Non era quella della nonna. Unaltra storia. Ma qualcosa di giusto cera.
Andrea chiamò a metà maggio.
Giuliana, ho trovato una stanza in affitto su via Navigli.
Bene.
Voglio dirti che ho compreso. Sia con il documento, sia con la mamma, sia coi soldi. Davvero.
Mi fa piacere.
Hai deciso qualcosa?
Giuliana guardò fuori. Lacero in cortile era tutto verde. Lestate, questanno, era arrivata presto.
Non avere fretta.
Non ce lho. Ma vorrei saperlo.
Quando lo saprò io, te lo dico.
Rimase in silenzio.
Va bene.
Va bene, ripeté lei.
Nina la chiamò a fine maggio. Una conoscente comune le aveva raccontato che Vera Paola era tornata dalla crociera raggiante e ora raccontava in giro che con la nuora cerano rapporti difficili, ma il figlio laveva aiutata. Nina lo diceva con una voce che aspettava una reazione.
E va bene, disse Giuliana.
Tutto qui?
Che altro dovrei? Ti arrabbi?
Sono stanca di arrabbiarmi, Nina. Devo vivere.
Nina rise.
Sei cambiata.
Forse.
In meglio.
Non so. In me.
Riattaccò e andò in cucina. Mise il bollitore, guardò la tazza gialla sul davanzale. Accanto cera il vasetto di geranio, portato dallufficio per il weekend. Un solo fiore secco, ma le foglie ancora vive, verdi scure.
Versò acqua nella tazza, mise la bustina di tè.
Lappartamento era silenzioso. Nel cortile, lontano, qualcuno suonava la chitarra. Si faceva sera. Il cielo oltre lacero sfumava nel rosa.
Giuliana prese la tazza, si mise alla finestra. Guardava fuori, sorseggiando, senza pensieri specifici.
Così si chiude. Nessun trionfo, nessun dramma. Solo una donna alla finestra, nella sua casa, con la sua tazza in mano. Un po scheggiata, a dire il vero. Ma ancora intera.
La chitarra suonava ancora.
Non sapeva chi suonasse. Non sapeva se avrebbe riaperto la porta ad Andrea, un giorno. Né cosa avrebbe detto Vera Paola, se mai avrebbe richiamato. Non sapeva tante cose.
Una sola, sì. Questo silenzio, questa finestra, questo acero, questa tazza: erano suoi. Nessuno glieli avrebbe tolti.
Bevve un altro sorso e pensò: dovrei regalarmi un servizio da tè come si deve. Bello, anche senza pretese. Giusto per me.





