Moglie poco attraente

La moglie poco attraente

Lufficio ronzava dei soliti pettegolezzi di fine mattinata. Era entrata la responsabile insieme a una ragazza dallaspetto ordinario, poco appariscente.

Conoscetevi tra di voi, ragazze: questa è Lucia, lavorerà con voi al posto di Carlo. Lui è stato promosso. Penso che vi troverete bene insieme comunicò la signora Tamara Bianchi prima di allontanarsi.

Lucia si accomodò al posto vuoto di Carlo. Poggiò sulla scrivania una tazzina decorata e una piccola cornice dargento con la foto di un uomo. Si immerse subito nel lavoro, come se fosse lì da anni.

Quando suonò la campanella del pranzo, tutte si alzarono allunisono e uscirono per la pausa pranzo. Solo Marina restò indietro, divorata dalla curiosità per il ritratto che la nuova collega aveva sistemato con cura sulla scrivania.

Nella cornice, un uomo affascinante le restituiva il sorriso, con denti perfetti e il taglio degli occhi sicuro. Ma chi sarà mai? si chiedeva Marina. Un attore? Un cantante?

Scattò una foto di nascosto col cellulare, poi si affrettò a raggiungerle. Al tavolo, le ragazze stavano già pendendo dalle labbra di Lucia.

Ci siamo conosciuti tre anni fa con Sergio, in un modo che non potete immaginare, raccontava Lucia.

Racconta, racconta! la incalzavano tutte.

E così Lucia si lasciò andare ai ricordi, tornando con la mente a tre anni prima, quando lavorava in una grande azienda a Milano. Per un errore nella logistica, era stato consegnato il prodotto sbagliato alla ditta che sarebbe poi diventata di suo marito. Mandarono proprio lei a chiarire la situazione.

Lucia era una professionista stimata, preparata e scaltra. Tutti però restavano un po confusi davanti al suo aspetto semplice: capelli lisci raccolti, niente trucco, vestiti sobri. Una vera topolina grigia. Ma quando si trattava di trattative, si trasformava: calma, gentile, avvolgeva gli interlocutori come il miele avvolge il cucchiaino, e otteneva sempre quello che voleva.

Il capo consigliò di mandare lei. Appena arrivata, la receptionist le disse:

Ufficio 312, Sergio Egori.

Lei entrò senza bussare, si presentò.

Mi chiamo Lucia, cè stato un errore nella consegna, i corrieri hanno confuso i pacchi.

Seguì una lunga spiegazione. Sergio la osservava incredulo. Era sicuro di averla già vista in sogno, tempo addietro.

I suoi capelli ramati ondeggiavano appena, gli occhi verdi lo fissavano diretti, sinceri. Parlava calma, senza esitazioni.

Lucia era pronta, come sempre, a reggere lattacco, quando Sergio la sorprese:

Lucia, non presenteremo nessuna lamentela. Spero solo che non succeda più.

Lei accennò un sorriso e si congedò. Due giorni dopo, lui laspettava sotto la porta dingresso degli uffici. Lucia fu lultima a uscire.

Lucia! la chiamò, sventolando la mano ci siamo visti due giorni fa.

Buonasera, Sergio. Certo che mi ricordo, rispose lei senza civetteria.

Ho due biglietti per il teatro questa sera, mi farebbe compagnia? Mia madre non sta bene mentì gentilmente Sergio.

Accetto volentieri. A che ora inizia lo spettacolo, Sergio?

Fra due ore, cè tutto il tempo. Se vuole cambiarsi, la porto io a casa.

Furbo, questo ragazzo, pensò Lucia, ma accettò comunque.

Lui la attese davanti al portone. Quando Lucia scese in strada, Sergio stentò a riconoscere quella giovane donna: vestitino nero che le fasciava la figura, tacchi moderati, trucco da sera quanto basta.

Durante lo spettacolo sedevano vicini; Sergio la osservava di tanto in tanto, notando come lei seguisse la rappresentazione da vera intenditrice. Lucia conosceva bene il testo.

Finita la serata, Sergio propose di andare a cena fuori. Lucia declinò cortesemente, accampando la scusa di lunghe trattative previste per il giorno dopo. Lui la accompagnò a casa e se ne andò.

Passarono le settimane. Verso la fine, come sempre, Sergio la aspettava ogni sera.

La mamma vorrebbe conoscerti. Ti va?

Non vedevo lora rispose Lucia sinceramente.

La madre di Sergio li accolse con calore: tè, confettura di mela cotogna, crostata di albicocche, dolcetti vari. Si conversava con naturalezza. Lucia raccontò a Vera, la signora madre, della ricetta della sua nonna per quella marmellata particolare, del padre morto durante dei test in fabbrica, della madre insegnante di storia.

Sergio la riportò a casa.

Sei piaciuta molto alla mamma. Sono felice.

Così cominciarono a vedersi ogni giorno. Un anno dopo si sposarono con una cerimonia semplice ma allegra.

Lucia fece una pausa. Le ragazze ascoltavano, qualcuna segretamente le invidiava. Solo Marina pensava: Ma cosa ci avrà trovato, in quella topolina grigia? Né bella, né attraente. E a me, invece, niente va mai bene: sono alta, ben fatta, tutti mi vengono dietro, eppure sempre storie che deludono chi si sposa alla fine sono sempre le altre.

Suonò la campanella. Tutte tornarono alle scrivanie. Marina si avvicinò a Silvia, la più pettegola.

Guarda, questo sarebbe suo marito! Tu ci credi? Racconta solo frottole, chi vuoi che si sia sposato uno così con una come lei?

Nel tardo pomeriggio, alluscita dallufficio, appena Lucia mise piede in strada, una macchina suonò il clacson; dallauto scese proprio luomo della foto, che le venne incontro sorridendo.

Lucia, sono qui! E la salutò agitando la mano.

Era proprio quel Sergio sorridente della cornice dargento.

Ma allora è tutto vero, pensò Marina, perché non io? Pure sono più bella di lei

Tutte le colleghe rimasero a fissarli in silenzio, ognuna immersa nei propri pensieri.

Davanti a certe coppie ci si chiede: Ma cosa avrà trovato in lei? Forse quello che cercava davvero. La bellezza esteriore è solo una delle strade: si può flirtare, scherzare con le donne perfette, ma poi la vita e il matrimonio si costruiscono con chi ha davvero qualcosa dentro. Forse dovremmo chiederlo a loro, agli uomini, cosa sia davvero importante.

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Moglie poco attraente
«So tutto delle tue scappatelle», disse la moglie. A queste parole, Vittorio sentì un gelo dentro. No, non trasalì. Neppure impallidì – anche se dentro si strinse tutto, come una carta accartocciata prima di gettarla. Rimase semplicemente immobile. Laura stava ai fornelli, mescolando qualcosa nella pentola. Una scena di routine: schiena rivolta al marito, grembiule a pois, profumo di cipolla soffritta. Un quadretto di casa. Accogliente. Ma la voce… la voce era quella di un annunciatore del TG. Vittorio addirittura pensò: magari ha capito male? Forse parlava dei cetrioli – tipo, so dove ne vendono di buoni? O magari del vicino del terzo piano che vende l’auto? No, niente di tutto ciò. «Di tutte le tue scappatelle», ripeté Laura senza voltarsi. E fu lì che Vittorio sentì un vero gelo. Perché nel tono di lei non c’erano isterie, né offesa. Non quello che aveva sempre temuto: lacrime, rimproveri, piatti rotti. Era una semplice constatazione. Come avrebbe potuto annunciare che il latte era finito. Cinquanta due anni vissuti da Vittorio, ventotto con quella donna. La conosceva come le sue tasche: la posizione di un neo sulla spalla, come arriccia il naso quando assaggia la zuppa, come sospira al mattino. Ma mai aveva sentito quel tono. «Laurà», iniziò lui, ma la voce non uscì. Tossicchiò. Provò ancora. «Laura, che vuoi dire?» Lei si girò. Lo guardò – a lungo, con calma, quasi lo vedesse per la prima volta. O forse, meglio, come se stesse riguardando una vecchia fotografia ormai sbiadita. «Di Marina, ad esempio», disse. «Quella della tua contabilità. Anno duemiladiciotto, se non erro». Vittorio sentì la terra mancargli sotto i piedi. No, non è una metafora – la terra spariva davvero, e lui restava sospeso nel vuoto. Dio mio. Marina?! Non ricordava nemmeno bene la faccia. Era successo qualcosa – a una festa aziendale? O dopo? Cosa da niente. Nulla di serio. Si era ripromesso: mai più. «E di Silvia», continuò Laura invariata. «Quella che ti ha abbordato in palestra. Due anni fa». Aperta la bocca. Richiusa. E Silvia, come faceva a saperlo? Laura spense il fornello. Si tolse lentamente il grembiule, lo piegò. Si sedette al tavolo. «Vuoi sapere come l’ho saputo?», chiese. «O ti interessa di più sapere perché sono stata zitta?» Vittorio non rispose. Non perché non volesse, ma perché non riusciva. «La prima volta», iniziò Laura, «l’ho notato già dieci anni fa. Cominciavi a rientrare tardi, soprattutto il venerdì. Arrivavi allegro, con uno sguardo luminoso. Sapevi di profumo femminile». Sorrise amaramente. «Pensai: mi sarò sbagliata? Magari in ufficio c’è una che porta un nuovo profumo? Mi sono convinta per un mese. Poi ho trovato una ricevuta di ristorante nella tasca della tua giacca. Cena per due. Vino. Dolce. Noi lì non ci siamo mai stati insieme». Vittorio avrebbe voluto dire qualcosa – giustificarsi, mentire come sempre. Ma le parole gli restarono bloccate. «Sai cosa ho fatto?», Laura lo guardava negli occhi. «Ho pianto in bagno. Poi ho lavato la faccia. Ho preparato la cena. Ti ho accolto col sorriso. Non ho detto nulla a nostra figlia – aveva quindici anni, gli esami, il primo amore. Perché dovrebbe scoprire che il papà…» S’interruppe. Passò la mano sul tavolo come a togliere una polvere invisibile. «Pensavo: passerà. È una sciocchezza da maschio, una crisi. L’importante è che la famiglia resti unita». «Laurà», riuscì a balbettare Vittorio. «Non ora», lo interruppe lei. «Fammi finire». Lui stette zitto. «Poi c’è stata la seconda. La terza. La quarta. Ho smesso di contare. Il tuo telefono, mai bloccato. Pensavi che non guardassi? Leggevo tutto. Quegli SMS ridicoli: “Mi manchi, tesoro”, “Sei il migliore”. Le foto – tu che abbracci un’altra. Che sorridi. La voce le tremò, per la prima volta. Ma si ricompose. Trasse un respiro profondo. «E mi chiedevo: perché? Perché stare con chi non mi ama?» «Io ti amo!» sbottò Vittorio. «Laura, io…» «No», rispose lei ferma. «Non ami me. Ami la comodità. La casa pulita. La cena calda. Le camicie stirate. Una donna silenziosa che non fa troppe domande». Si alzò. Andò alla finestra. Rimase a fissare il buio. «Sai quando ho deciso?» chiese senza voltarsi. «Un mese fa. Nostra figlia era venuta per il weekend. In cucina, a parlare. Mi disse: “Mamma, sei strana, sei diventata silenziosa, come se non fossi più tu”. Era vero. Non ero più io. Da dieci anni vivo solo per gli altri». Vittorio guardava la sua schiena tesa, e capì: la stava perdendo. Non “potrei perderla”: la stava perdendo adesso. «Non voglio divorziare», sussurrò. «Laura, ti prego…» «Io sì», rispose semplicemente lei. «I documenti sono già stati presentati. Udienza tra un mese». «Ma perché?!», esplose Vittorio. «Perché proprio adesso?!» Laura si voltò. Lo fissò a lungo. Sorrise. Tristemente. «Perché ho capito che tu non mi hai mai tradita veramente, Vitto. Si tradisce qualcuno che conta. Io per te ero solo… presente. Come l’aria». Ed era vero. Vittorio sedeva sul divano, incurvato, invecchiato di dieci anni in un attimo. Laura era nel corridoio. Tra di loro ventotto anni di matrimonio, una figlia in comune, una casa in cui ogni angolo li conosceva. E un abisso. Incolmabile. «Lo capisci», disse piano lui, «che senza di te io non so vivere». «Ce la farai, andrai avanti», tagliò lei. «In qualche modo». «No!» Saltò su, le si avvicinò. «Laura, giuro che cambio! Mai più…» «Vitto», lo fermò con la mano. «Non riguarda loro. Proprio no». «E allora cosa?» Lei rimase in silenzio. Cercava le parole – quelle che avrebbe voluto dire anni fa, ma aveva taciuto. O pensava di non meritare ascolto. «Sai come mi sono sentita? Ogni volta che ti infilavi a letto dopo una delle tue Marinas o Silvias – io stavo accanto a te e mi sentivo il nulla. E non facevi nemmeno sforzi per coprire. Telefono in vista. Camicia nella cesta con il rossetto sul colletto. Tu sicuro che fossi una stupida. Cieca». Vittorio vacillò, come per un colpo. «Non volevo…» «Non volevi?» Fece un passo verso di lui. Gli occhi lucidi di rabbia. Di una rabbia antica, repressa, esplosa adesso. «Non pensavi proprio a me. Quando baciavi un’altra, che c’era nella testa? “Tanto la moglie non sa”? O “che cambia”?» Silenzio. Perché la verità era perfino peggio. Non pensava a lei. Laura era solo una presenza garantita. Sicura. Sempre. «Rientravi dalle tue scappatelle e tutto ti sembrava normale. Casa in ordine, famiglia assieme. Tutto ok». Lei si voltò. «Io invece non c’ero. Nella tua vita. Non proprio». Vittorio avanzò. Provò a sfiorarle la spalla, a stringerla, trattenerla. Laura si scansò. «Non serve», disse stanca. «È tardi ormai». Lui le prese le mani. «Laura, ti prego! Dammi una possibilità! Posso cambiare! Posso esser diverso!» Lei guardò le mani intrecciate, il suo viso teso, impaurito. Capì che sì, aveva paura. Ma non di perderla. Aveva paura di restare solo. «Sai», disse piano, sciogliendo la stretta, «anche io avevo paura. Di restare sola. Senza te, senza la famiglia. Ma sai cosa ho compreso?» Raccolse la borsa. Le chiavi. «Sono già sola. Da tanto. Anche quando eri qui». E se ne andò. Passarono tre settimane. Vittorio restava nell’appartamento vuoto – Laura era andata a vivere da nostra figlia subito dopo quella sera – e scorreva il telefono. Marina della contabilità. Silvia della palestra. Altri due, tre nomi tra i contatti, che un tempo contavano qualcosa. Chiamò Silvia. Rifiutata. Scritto a Marina – letto, nessuna risposta. Le altre nemmeno leggevano. Strano: quando era un uomo di famiglia, gli davano tanta attenzione. Ora che è libero… Non serve più a nessuno. Si sedette su quel divano, in quella casa che ora sembrava enorme e sconosciuta – e per la prima volta, in cinquantadue anni, si sentì davvero solo. Riprese il cellulare. Cercò “Laura”. Lo fissò a lungo. Le dita tremavano. Scrisse un messaggio. Cancellò. Un altro. Niente. Poi scrisse solo: «Possiamo vederci?» Risposta dopo un’ora: «Perché?» Vittorio pensò. Cosa dire? “Scusa”? Tardi. “Torna”? Ridicolo. “Sono cambiato”? Bugiardo. Scrisse la verità: «Voglio ricominciare da zero con te. Possiamo provarci?» Tre puntini. Spariti. Tornati. Poi la risposta: «Vieni sabato da nostra figlia. Alle due. Parliamo». Vittorio sospirò. Non sapeva cosa sarebbe stato. Se lei avrebbe perdonato, se sarebbe tornata. Se meritasse un’altra possibilità. Guardò la fede al dito. E per la prima volta, dopo anni, si sentì pronto a ricominciare. Se lei lo avesse permesso. Aveva fatto bene Laura a chiudere un occhio sulle scappatelle del marito? Avrebbe dovuto affrontarlo e mettere subito le cose in chiaro dopo il primo tradimento? Voi cosa ne pensate?