Lenka cantava di gioia, e come darle torto!

Francesca cantava dalla gioia, e come non farlo! Finalmente aveva un appartamento tutto suo, senza la fastidiosa padrona che spegneva la luce alle undici, che la controllava in tutto e per tutto e chiudeva il gas sotto la pentola che bolliva se tardava un minuto in più. Le proibiva usare il phon o la piastra, che si bruciano i fili!, diceva.

Niente bagno caldo, solo doccia, una volta al giorno: potevi scegliere tra mattina o sera, ma la signora Valeria sarebbe comunque rimasta in corridoio a bussare per abbassare il volume dellacqua. Francesca visse un anno sotto il giogo di Valeria, che si era convinta dessere diventata la mentore e guida spirituale della giovane. Compiuti diciotto anni, riuscì a convincere i genitori a lasciarla andare a vivere in uno studentato.

Anche quella fu unesperienza, non da tutti: le cimici e gli scarafaggi erano il minimo, la padella sparita con le patate ancora che friggevano un classico tra le mura delluniversità. Ma i veri problemi erano le coinquiline che portavano i ragazzi… Che storie.

Resistette un anno, poi si trasferì in affitto dopo che suo padre, venuto in visita, vide il caos che regnava in quellalloggio. Ovviamente non le permisero di restare un giorno in più allo studentato e per altri cinque anni Francesca visse in affitto dalla nonna Rosa.

Era una signora daltri tempi, un po stramba ma di buon cuore. Dopo la laurea, cominciò a lavorare e a risparmiare per la caparra della casa dei suoi sogni: piccola o grande, purché fosse sua.

Mentre le altre ragazze spendevano in aperitivi, abiti e borse firmate, Francesca lavorava e metteva da parte ogni euro. Persino Rosa le suggeriva di rilassarsi un po, che la vita era anche divertimento, ma Francesca era testarda e proseguiva verso il suo sogno.

Un giorno vennero a trovarla i suoi genitori, e il papà le disse con voce emozionata che avevano deciso di aiutarla: anche la zia Ada, una lontana parente del padre, avrebbe dato una mano. Zia Ada non aveva mai avuto famiglia, aveva lavorato come maestra fino a ottantacinque anni, con un carattere un po difficile, aveva sempre litigato con tutti, tranne che con il papà di Francesca, lunico a cui dava ascolto.

La mamma di Francesca, anche lei insegnante, le stava molto simpatica, la trattava quasi come una figlia.

Un giorno, quando i genitori andarono a trovarla, zia Ada chiese al padre di Francesca di aiutarla a sistemarsi in una casa di riposo; senza dire nulla, i genitori andarono a vedere questi posti, ma decisero di sistemare la stanza di Francesca in modo che la zia potesse usarla quando voleva, visto che la loro figlia ormai viveva altrove.

Zia Ada, nonostante letà, era lucida: disse subito al nipote di non farsi sensi di colpa, sapeva di non avere il carattere più facile del mondo e di poter rovinare la buona impressione che aveva dato per anni. Ma i genitori insistettero che stesse con loro, così si sarebbero sentiti tranquilli: il gatto Ernesto e il pappagallo Gino sarebbero rimasti con Ada quando loro fossero partiti, e così lei avrebbe anche fatto loro da custode degli animali. In più, niente più spese inutili, avrebbero mangiato tutti insieme, e quando il papà fosse andato a pesca, la mamma avrebbe avuto compagnia.

Alla fine Ada accettò, e fu contenta di non essere sola al mondo. Trascorse alcuni anni tra persone che la amavano, e se ne andò serenamente, lasciando tutti i suoi averi proprio al nipote, il padre di Francesca.

A Francesca lasciò in dono una collana antica, appartenuta alla loro antenata; Ada laveva custodita per anni senza mai venderla, nonostante tutto. Francesca la ricevette con amore, e ogni tanto la guardava con affetto pensando alla zia.

Il papà propose allora di vendere la vecchia casa della zia Ada e comprare un appartamento per Francesca in città, ora che le piaceva tanto vivere lì. Così Francesca si ritrovò finalmente con una casa tutta sua, un bel bilocale. La signora che abitava lì prima le disse che lasciava una buona energia nellappartamento, e Francesca iniziò con entusiasmo a ristrutturare casa: i genitori si fermavano spesso per aiutarla.

Lei proponeva idee sempre nuove e il papà, con pazienza, le realizzava tutte. Alla fine lappartamento era bellissimo, e la mamma decise che voleva rifare anche casa loro, chiedendo alla figlia di inventarsi un nuovo design.

Così Francesca trovò il suo angolo di mondo, si abituò a quella che un tempo era una città sconosciuta, e finì per amarla davvero. Sul lavoro conobbe Martina, con cui nacque unamicizia sincera; Martina andava spesso a trovarla.

Una sera Francesca raccontò come, da bambina, si arrampicava sul tetto del suo palazzo insieme alla vicina Laura, per prendere il sole lontano da occhi indiscreti. Spassosissimo, disse Martina, ma perché non Si scambiarono uno sguardo e scoppiarono a ridere.

Basta che non ci chiudano là sopra, spiegò Francesca: una volta con Laura abbiamo dovuto aspettare ore fino a sera perché il portiere, il signor Tommaso, che aveva problemi di udito, decise di chiudere il portone senza accorgersi che eravamo sul tetto; urlavamo come matte, ma niente finché non tornò papà dal lavoro e, sentendo qualcosa, venne a liberarci. Che paura!

Tua madre si arrabbiò? chiese Martina. Ma no, rispose Francesca con noncuranza, da piccola papà mi copriva sempre con mamma; era lei la più severa, ma con me non era mai troppo dura.

Che fortuna, io invece ne combinavo di ogni e le prendevo spesso. Però ora potremmo chiedere al portiere di darci le chiavi, così nessun pericolo!

Il portiere allinizio era titubante, regolamenti e sicurezza, se succede qualcosa avrebbe avuto guai Ma le ragazze insistettero: Siamo grandi, dissero, vogliamo solo prendere il sole e scenderemo in silenzio. Così il signor Amir, così si chiamava il buon uomo, accettò con una raccomandazione: Niente scherzi, ragazze.

E passarono interi pomeriggi di relax sul tetto. Più di una volta presero le chiavi da Amir. Un giorno sentirono la porta del tetto cigolare, si allarmarono, ma sembrava nulla. Quando si prepararono a scendere, videro una donna anziana, ben vestita e ben pettinata, seduta appoggiata al camino mentre mangiava un panino con tranquillità.

E lei chi è? chiesero allunisono. Lei prese fiato, finì di masticare e disse: Io mi chiamo Ivana Fiorentini. Francesca si sentì confusa: Ma lei è la vecchia proprietaria di casa mia! Sì, sei proprio tu, la ragazza gentile che ha preso il mio appartamento, rispose la signora Ivana, e arrossì.

Si commosse, e raccontò la sua storia particolare:
Ho cresciuto da sola mio figlio Marco. Mio marito ci abbandonò per unaltra, la solita storia. Marco era sempre malaticcio, così dedicai tutta la mia vita a lui, senza mai pensare a me. Studiava bene, laurea, poi dottorato Trovò un buon lavoro ed era apprezzato, ma non aveva fortuna con le ragazze. Cinque anni fa conobbe Flavia, che venne subito a vivere con noi: lavorava, cucinava, si occupava di Marco con grande attenzione. Mi sentii finalmente libera di vivere un po per me.

Anche se Marco aveva comprato un grande appartamento, continuò a vivere con me perché gli era comodo. Poi lui e Flavia si trasferirono e io iniziai a godermi la mia vita, per quella manciata di anni. Ma durò poco la pace.

Flavia ebbe Riccardo, il mio primo nipote; poi, lanno dopo, arrivò Davide; e infine Bianca. Quando nacque Bianca, mi chiesero di vendere la mia casa, tanto ormai vivevo da loro, dicevano. E così, mi trovai in quel piccolo inferno. Flavia tornò a lavoro, i bambini da crescere: pensavano che fosse semplice per me, ma mi sono trovata carica di lavoro, con tre iperattivi intorno e nessuna possibilità di riposo.

I medici mi dissero che avevo bisogno di tranquillità e cure, ma dove trovarle con tre bambini in giro? Flavia non voleva che li educassi o punissi, io dovevo solo cucinare, farli mangiare, cambiarli se si sporcavano, raccontare favole, portarli al parco, e mantenere tutto in ordine per larrivo dei figli dal lavoro.

Alla fine della giornata, quando tutti erano sistemati e la cena era pronta, potevo avere qualche momento per me. Una volta Marco mi disse: Mamma, muoversi fa bene alla salute! I bambini stanno con la nonna che li ama, noi possiamo lavorare di più, tu sei così brava Ma non capivano la fatica.

Poi, allinizio dellestate, sono partiti tutti al mare lasciandomi i nipoti, e ho creduto di non sopravvivere. Li adoro, ma sono troppo stanca. Così ho detto che andavo dalla mia amica in campagna per il weekend, e in realtà camminavo per la città, visitando musei e mostre.

Ma dove dormiva? chiesero le ragazze. Ivana sorrise: Ma, destate, dormivo sulle panchine in riva allArno. Oggi sono venuta qui, ho salito le scale del mio vecchio palazzo: la porta era aperta, e mi sono detta che avrei potuto anche restare sul tetto, come faceva Marco da piccolo…

Ma che storie tristi! esclamarono le due amiche. A fatica, Francesca e Martina riuscirono a convincere Ivana a seguirle a casa di Francesca.

Wow, che meraviglia, quanto avete rinnovato! Che peccato aver dato ascolto a Marco e Flavia ma non voglio che pensiate male.

Aspetti, disse Martina, ma quando ha venduto la casa, i soldi dove sono andati? Cara, Martina è una bravissima avvocata, rassicurò Francesca.

Ma certo che li ho dati tutti a mio figlio, rispose Ivana, Lui aveva promesso che metà li avrebbe messi a mio nome, a interesse, laltra metà sarebbe stata sua.

Ma con quella cifra si può comprare un monolocale qui in zona, notò Martina. Noi possiamo aiutarti a sistemarlo! aggiunse entusiasta Francesca.

Ma veramente io balbettava Ivana.

Lasci fare a me, disse Martina.

E così, dopo appena un mese, Ivana si trasferì in un appartamentino nuovo nel suo vecchio quartiere. Che cosa Martina abbia detto a Marco nessuno lo seppe mai, ma il risultato fu che, dopo aver protestato, dovette ammettere di non essersi accorto della fatica della madre.

Flavia ne fu infastidita e smise di parlare con la suocera, ma i bambini cominciarono ad alternarsi nelle notti dalla nonna, e con il tempo anche Flavia accettò la situazione: i nipotini furono iscritti allasilo, dove andavano felici.

Francesca e Ivana diventarono grandi amiche: spesso uscivano insieme per mostre e musei. Io, da vecchia, vivrò sempre per conto mio, dichiarava Martina, niente compromessi! Non voglio ritrovarmi a dormire sulle panchine o a salire sui tetti per scappare dai nipoti scatenati!

Hai proprio ragione, concordava Francesca.

Buongiorno, cari miei!
Grazie perché ci siete sempre!
Un fortissimo abbraccio!

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