Giusto in tempo

In Tempo

Emma, siete incantevole! Ma proprio incantevole! Marcello Paolo le baciò con galanteria la mano guantata di pizzo.

No! Tutta colpa vostra! Nel secondo atto ero così confusa che ho dimenticato le battute, persino inciampato, lavete visto! Emma arrossì sotto il trucco. Se non fosse stato per la vostra improvvisazione Vorrei anchio saper recitare così. Soffrire davvero, gioire come se fosse la mia vita, senza bloccarmi o farmi prendere dal panico. Voi, Marcello Paolo, siete un vero talento!

Su, Emma, non esagerare. Luomo tolse una polverina dal tavolino, si massaggiò il collo. È solo mestiere, niente di più. Col tempo imparerai a sentirti libera sul palco, spontanea, e quando succederà nascerà quella scintilla limprovvisazione. Certo, sempre entro i limiti del copione, altrimenti il direttore Esposito ci licenzia tutti, rise zio Marcello, ma bisogna imparare a vivere davvero anche lì, sulla scena, non solo ripercorrere passivamente le battute.

No! No, quello è un dono. Ce lhanno in pochi, Marcello Paolo! Emma lo guardava con ammirazione. Non era più giovane, ma aveva ancora un viso affascinante, con occhi brillanti. Forse Emma si era già innamorata, ma non voleva confessarlo neanche a se stessa. Marcello Paolo era un autentico gentiluomo: sapeva come scherzare con eleganza, fare complimenti, sorrideva sempre, non come il padre di Emma, sempre a brontolare ogni giorno. Poi, il fatto che la figlia avesse scelto il teatro lo considerava addirittura una vergogna.

“Perché, papà? Emma finiva sempre per scoppiare a piangere. È una professione rispettabile! Ci sono grandi attori e ricevono perfino dei premi.”

“Sì, sappiamo bene cosa succede dietro le quinte!” tagliava corto Giovanni Ferrari. Lui sapeva tutto; aveva lavorato sodo per crescere Emma da solo, aveva seppellito la moglie senza versare una lacrima. E ora lei, proprio lei, decideva di buttarsi in teatro: che scandalo! Non lavrebbe mai cacciata di casa, ma la vergogna lo consumava.

Marcello Paolo Niccolini notò Emma durante una recita organizzata dagli studenti della Statale a Milano, sua figlia era lì con le amiche a vedere lo spettacolo dei ragazzacci di Ingegneria, tra cui studiava il figlio scapestrato, Andrea. Marcello Paolo veniva spesso chiamato dal preside, la signora Rosaria, ma alla fine la conversazione prendeva sempre una piega galante, la donna si scioglieva tra i complimenti di Marcello e lui scompariva lasciando nel corridoio una scia di buona colonia, con la promessa di nuovi incontri, magari in una location più romantica. Immancabilmente, lasciava dei biglietti per il teatro a Rosaria, che, in cambio, graziava Andrea per ogni esame andato male.

Proprio durante quellesibizione Niccolini scoprì il talento di Emma: recitava bene, aveva una freschezza, una semplicità naturale e qualcosaltro.

“Unanima! pensò Niccolini. Ha unanima che vibra!”

Fu proprio con queste parole che la invitò nel suo teatro. Non solo lei, ma anche le sue amiche: in ogni compagnia teatrale servono ragazze giovani in scena. E a queste studentesse serviva esperienza.

Certo, il teatro non era La Scala, né il Piccolo, ma piuttosto rinomato a Milano, con un pubblico raffinato che apprezzava larte classica. Emma adorava questo ambiente. Una volta, recatasi in trasferta a Roma per uno spettacolo moderno, tornò delusa: palco spoglio, attori in costumi improbabili, una luce soffusa

Emma corse subito da Niccolini.

Davvero questo è il futuro del teatro, Marcello Paolo? sospirò sconsolata. Io non voglio, non posso!

Ma dai, Emma! Il futuro è una parola grande, non si può racchiudere tutto. Ci sarà anche quello che non ti piace, e ciò che senti nel cuore. E se sei attrice vera, non improvvisata, saprai adattarti, almeno finché il tuo nome apparirà su tutte le locandine e sarai rispettata. Poi potrai scegliere cosa recitare.

Ma sono pochi quelli eletti! Emma aggrottò la fronte, sistemò boccette sul tavolo del trucco, ne aprì una, annusò e starnutì. E gli altri a recitare schifezze?

Oh, cara mia, ogni piatto particolare va servito con un buon vino! strizzò locchio Marcello Paolo. Sta a te diventare questannata pregiata! Anche il copione più strano, reso da te, può diventare un capolavoro. Impegnati a fondo, fai sì che quello che porti in scena abbia sempre qualcosa di unico.

Non ci riuscirò mai! Emma fece una smorfia allo specchio.

Allora Niccolini si infuriò: diede un pugno sul tavolo, il viso si irrigidì, la fronte inaridita dalle rughe.

Allora non devi stare qui! Vai dove tuo padre voleva magari a fare la bibliotecaria, va bene!

Emma tremò, si abbracciò il petto, balbettando scuse.

Era quello che Niccolini chiamava “scossa”. Lattrice era uscita come un fulmine dal camerino, quasi investendo la costumista Angelica, si nascose in un angolino e rimase là, pensando al senso delle parole del maestro.

I piatti strani vanno serviti con buon vino Doveva imparare a essere quel vino pregiato, a far sì che sulla sua scena nulla fosse mai banale.

Ricorda bene il giorno in cui, dopo il diploma allAccademia dArte Drammatica di Milano, arrivò dal direttore del teatro.

Emma fu assunta a tempo pieno, ricevette le congratulazioni e fu mandata via con uno sbrigativo: «Non abbiamo tempo per le cerimonie».

Ma lo zio Marcello le fece trovare un mazzo di rose giallo-verdi, delicatissime, e la portò a cena.

Ma Marcello Paolo! Non è opportuno! E la signora Camilla? protestò Emma.

Anche Camilla vuole festeggiarti! Tu pensi davvero che mi sia gelosa di te? scoppiò a ridere Niccolini. Dai, Emma! Camilla mi gelosa! E rise così forte che fece ridere anche lei.

La moglie di Marcello, Camilla, non Camilla Maria o Camilla Rosa, ma semplicemente Camilla, una volta era stata attrice, famosa e bella, ma era dovuta lasciare la scena a causa della voce spezzata.

Conserva la voce, Emma! È la tua arma migliore. Con la parola si vince e si perde, si può far volare o schiacciare una persona. Io non lho protetta la mia voce. Tu sii più saggia!

Camilla parlava con voce roca, sempre avvolta nella sciarpa, come una nobildonna. Oggi era la moglie del famoso Niccolini, un tempo era donna amata e ammirata, riconosciuta per strada, implorata per un autografo

Ma tutto questo era passato.

Camilla aveva subito accettato Emma. Cera qualcosa da condividere tra loro che non aveva con Andrea, sempre tra le nuvole, impertinente, che esaudiva solo le sue stranezze giustificandole con la creatività ereditata dai genitori.

Emma, invece, era una giovane donna piena di vita, che sapeva commuoversi per un dettaglio o scoppiare a ridere con passione per delle sciocchezze. Era piena. E Camilla, ogni tanto, le diceva sottovoce:

Sei un fuoco, Emma. Non spegnerti, mi raccomando.

Lo zio Marcello e Camilla furono forse gli unici a dire a Emma che valeva, come persona prima ancora che come attrice. Il padre, Giovanni Ferrari, era avaro di tenerezze: la vita era fatica, né troppo spazio per sentimenti.

Perché agitarsi coi vestiti sul palco? Meglio un lavoro serio! Non tutti nascono Gassman, Emma! Vuoi guadagnare col corpo! Dicevano alle cene di famiglia.

Emma di solito scappava, lasciando il padre e le zie a cantare e bere. Scappava a trovare le sue amiche oppure vagava per la città, seduta su una panchina, la testa inclinata un po da cane curioso; si accigliava o sorrideva, e immaginava scene, spezzoni di dialoghi. “Da recitare sì, anche questo” pensava. E così finiva sempre sotto il portone antico casa Niccolini.

Un tè, Emma? Si vede che hai bisogno di una bevanda calda e di un po di silenzio! la invitava dentro Camilla.

In quella casa profumata di vaniglia e dolci appena sfornati, regnava Camilla, e Marcello scherzava dicendo dessere il suo maggiordomo.

I tre, padrona, marito e Emma, si sedevano ogni sera a bere il tè, parlare, e a volte Marcello Paolo prendeva la chitarra e suonava; le donne cantavano assieme, Camilla però si fermava per la tosse, lasciando a Emma tutta la scena.

Oh, Emma! Non sai urla nel sonno! Nostro Marcello! Grida in sogno tutte le battute! Io mi sveglio, non dormo, passo la notte a vagare per casa! confidava Camilla. Tutto bene in teatro?

Mi sembra di sì! Il pubblico è sempre in delirio, la commedia è attuale, ma delicata, e Marcello Paolo è grandioso, come sempre.

Di nuovo ammiratrici, fiori e quei bigliettini! Secondo me stavolta cè davvero una tresca! sospirava Camilla.

Ma no ridacchiava Emma, sapendo benissimo che Marcello Paolo non aveva mai tradito la moglie.

“Ho trovato il mio capolavoro alla Stazione Centrale! raccontava sempre. Aveva visto Camilla piangere, con la valigia rotta e il contenuto sparso sul marciapiede, lui aveva aiutato la ragazza, la consolò, la portò a comprare una nuova valigia, la corteggiò per mesi e poi si sposarono. Ho trovato il mio capolavoro. Le repliche non mi interessano!”

Nonostante ciò, era costantemente assediato da ammiratrici e lettere damore lasciate sotto la porta; Camilla a volte rideva, a volte si stancava di tante attenzioni.

Perché sei nato così, Marcello?! Tutte queste pene per ogni centimetro della terra, e tutta colpa tua

Lui scrollava le spalle, la abbracciava, le baciava la testa: lei era la sua piccola dea, lui avrebbe fatto tutto per lei, sempre.

E ora Emma, finalmente laureata e attrice. Avevano appena finito lo spettacolo serale; applausi, valanghe di fiori. Tutte per Niccolini. Lui ringraziava, distribuiva il “bottino” ai colleghi, baciava le mani tese, calcava la scena come il pilastro della compagnia. Alcuni lo invidiavano, altri si tenevano vicino a lui. Il titolo di “maestro” stava per arrivare.

Emma, ci sei? bussò qualcuno nel camerino di Niccolini. Ti aspettiamo!

Emma si turbò.

Sono le ragazze. Vogliamo festeggiare provò a giustificarsi.

Marcello alzò le spalle e si mise a togliere il trucco pesante.

Andate, certo! Vai, Emma! Non farle aspettare. E non dubitare mai di te stessa, capito? Dimentichi, sbagli ma chissenefrega! Recita col cuore! E ammiccò al suo riflesso nello specchio.

La ragazza annuì, già con la mano sulla maniglia, poi si voltò.

A domani, Marcello Paolo.

Addio, amica mia! Niccolini fece un gesto teatrale, a significare che Emma doveva andarsene.

Appena si chiuse la porta, il sorriso sparì dal suo volto, che si fece tirato e sofferente. Si tolse la parrucca, si scompigliò i capelli, sospirò rumorosamente. Aveva sete, ma la caraffa era vuota.

“Va bene… Va bene, Marcello! A casa ci sarà da bere tutto a casa!” mormorò, restando fermo per un attimo, poi con un gesto brusco riprese a lavarsi e a sistemarsi.

Emma non pensò che lindomani il teatro sarebbe rimasto chiuso anche per le prove, che era previsto un piccolo rinnovamento. Non diede importanza nemmeno a quel “addio”.

Quando fu di nuovo in teatro, salutò la portinaia, la sarta, il coreografo, ma nellaria avvertì qualcosa di diverso.

Preoccupazione, tristezza o disperazione? Non capiva ma sentiva che da quel giorno tutto sarebbe cambiato.

Emma, hai sentito?! Pola, lamica, entrò di corsa in caffetteria.

Di cosa parli? Emma stava finendo il suo caffè.

Ma come, davvero? Niccolini Pola fece una pausa scenografica Niccolini si è licenziato! Proprio adesso, a stagione in corso! Tu e lui avete una storia?

Pola collezionava pettegolezzi, era la sua passione. E si sa, a teatro si vive di chiacchiere!

Come se ne è andato? Perché? Non mi ha detto nulla! Nessuna storia, Pola! Emma scappò dalla caffetteria, prese il cappotto, sbattendo la porta.

Emma, la prova? gridò Pola dal bancone, ma Emma non si fermò. Se il direttore ce lavesse avuta con Emma, il ruolo sarebbe potuto andare a Pola: perfetto!

Emma correva per le strade di Milano, un tamburo nella testa: Non è possibile! Niccolini non può andarsene! Come faranno senza di lui? E comera possibile che non sapesse nulla? Solo due giorni prima sorrideva, sembrava felice

Suonò a lungo alla porta dei Niccolini, poi prese a bussare con i pugni.

Ma che fate, signorina? si affacciò la vicina di casa, capelli raccolti a crocchia, col gatto in braccio; la gatta guardava Emma dallalto in basso. Unaltra ammiratrice? Siete stancanti! I Niccolini sono partiti, capito?

Come partiti? Dove? Emma perse il respiro, le sembrava che il cuore dovesse saltare fuori dal petto e rotolare giù per le scale in mille pezzi. E Andrea?

Si sono trasferiti tutti, anche il figlio. Ma cosa vi interessa? Basta scocciature, lasciate la gente vivere! chiuse la porta con uno schiocco. Subito dopo si sentì il miagolio del gatto e un oggetto in frantumi.

Quello era il cuore di Emma.

E quando torneranno?! gridò lei. Ma nessuno le rispose. Non si deve mettere il naso negli affari degli altri

Emma si sentì abbandonata, come lasciata davanti a una bottega con la promessa di venir ripresa e invece dimenticata. E adesso? Che ne sarà del teatro? Anzi, che ne sarà di me?

Giovanni Ferrari non capiva il perché del pianto e della tristezza improvvisa della figlia.

Sei incinta? È uno di quei tuoi attori? Diceva apposta duro, perché queste cose femminili e le loro complicazioni lo irritavano. E se centrava il teatro, era uno scandalo. Già vedeva la scena: Emma incinta di uno scapestrato del teatro: medici, consulti, soldi Parla!

Batteva il pugno sul tavolo, e Emma, tra i singhiozzi, correva via nella sua stanza.

Dove vai? il padre entrò vedendo la figlia che faceva la valigia.

Lontano da te, papà. Lontano dalla tua durezza, dal fatto che non mi vuoi bene! sussurrò lei. Andrò in una stanza daffitto.

E io? Lasci il padre ancora vivo? Cosa dirà la gente se finisci sul palco con la pancia? Giovanni si agitò, sbattendo le palpebre.

Ma cosa dici?! Perché pensi sempre il peggio di me?! Io sono tua figlia! Di mamma e tua! Ma tu continui a trattarmi come una randagia! Non sono incinta, e da oggi vivrai come vuoi. E io pure. Lasciami, lasciami andare!

Il padre tentò di trattenerla, ma Emma si liberò, prese la giacca e uscì.

Era assurdo camminare così, col freddo, a nascondere le orecchie nel bavero, inutile spiegare al padre, ma Emma fece quello che poteva.

Emma, sei tu? un richiamo.

Emma si voltò. Attraversando corso Buenos Aires, Andrea correva verso di lei, saltellava con le gambe lunghe. Sembrava che ogni parte del corpo si muovesse in modo scoordinato.

Che fai in giro così, reciti? Su, dammi la valigia! Le sfilò via il bagaglio. Vieni da noi, almeno ti asciughi. Ma come ti viene in mente? In mezzo ai pozzangheri con le scarpe buone! Sei sempre così!

In dieci minuti Emma sedeva nella cucina dei Niccolini, in pigiama di Camilla, a bere latte caldo.

Allora? Perché sospiri? Come hai fatto a finire così? Emma, io non sono portato per questi discorsi Andrea improvvisamente perse la pazienza.

Per quali discorsi? sussurrò lei.

Sentimenti, allusioni, sguardi. Mi irritano. Devi parlarne con mio padre, ma è partito!

Lo so. Ho lasciato casa. Papà pensa che io sia incinta di un attore, pensa sempre il peggio. Ma non capisco perché vostro padre si sia licenziato dal teatro! Era amato dal pubblico, ammirato

E dalle fan! le strizzò locchio Andrea.

Non è così! Lui è il mio mito, il maestro. Nientaltro! Ora anche tu pensi male di me! disse offesa Emma. Perché Marcello Paolo ha lasciato il teatro?

Perché si va in pensione, Emma! Non vuole morire in scena, tutto qua! Andrea le piazzò in mano un enorme panino col salame.

Emma annuì.

È andato in pensione, Emma! Gli era venuto il cuore matto per la terza volta, sempre peggio. Dopo ogni spettacolo era stremato. Bastava. L’ha deciso lui.

Davvero il cuore ma sembrava così in forma Emma rimase sorpresa. Sul palco aveva una vitalità incredibile.

E adesso cosa farà senza la scena? chiese lei, spaventata.

Siete fissati, voi attori! Cè altro nella vita. Meglio leggere! Tu leggi libri?

Unaltro panino.

È solo un lavoro come gli altri. Vi siete convinti che sia speciale, ma tutti lavorano. Solo che voi dite di mettere lanima, di soffrire, e poi tornate stremati. Solo forse i medici vi possono capire. Loro almeno salvano vite, voi Andrea sospirò.

Sei arrabbiato con tuo padre? domandò Emma. Lei stessa era arrabbiata col suo.

Arrabbiato? No. Grazie alle sue conoscenze a casa è sempre pieno di fiori, come in una serra. E sempre donne sotto le finestre, sembra una folla di rose! Ma io avrei voluto un padre normale, che giocava a calcio con me, beveva il caffè e bestemmiava come si deve dopo il lavoro, che la domenica raccoglievamo ferraglia al mercato

Il mio è così. Ti cedo volentieri il mio! sospirò Emma, lavando i piatti. Brontola, beve e guarda la TV tutto il giorno.

Rimasero in silenzio.

I padri non si scelgono Vivi in salotto finché non trovi una camera, domani papà torna, risolverete tutto.

Torna? Così presto? Emma era felice. Lavrebbero ritrovata!

Prima ti disperi, poi ti lamenti perché torna subito Deciditi! Io ho un esame domani, arrangiati pure.

Rimasta sola, Emma pensava alle parole di Andrea. Davvero gli attori sono cattivi genitori? Davvero non è possibile lasciare il teatro come da una fabbrica?

Marcello Paolo tornò a mezzogiorno, canticchiando una vecchia melodia, si bloccò vedendo Emma nel corridoio.

Ciao Emma! Non me laspettavo Andrea, è stato tuo linvito?

Sì, ho lasciato casa, vostro figlio mi ha dato ospitalità. Ma me ne vado presto, mi danno una stanza in dormitorio Marcello Paolo, come avete potuto licenziarvi dal teatro?

Oh, nemmeno un saluto e già mi rimproveri, eh? Sì, sono andato via, Emma! Ora prendo un cane e un acquario, gioco a dama con mio figlio e vado allo stadio! E ora si sente odore di spezzatino Ho una fame! Meno male che sono finalmente libero. Mi sono liberato delle fans Si può cenare?

Emma annuì, mise in tavola.

Non siete anziano! sbottò Emma.

Anziano eccome! rise lui. Ricorda, Emma, bisogna lasciare quando si è ancora allapice. La favola del recitare fino allultimo respiro è una sciocchezza. Finché sono lucido, posso uscire di scena con eleganza. Se restassi, comincerebbero a mormorare che sono troppo vecchio, che le mani tremano, che rubo il posto ai giovani Non voglio. A volte, dopo uno spettacolo, sono esausto. Prima mi aiutava un bicchierino di grappa, ora nemmeno quello. Questa è la vecchiaia. Ma bisogna vivere ancora! Camilla di cui occuparmi, e poi voglio coltivare orchidee. Così va la vita.

Non sapeva lui stesso se parlava per convincere Emma o sé stesso, ma era certo della sua decisione: che lo ricordassero al meglio.

Non meritavate una festa daddio, una cerimonia con tutta la compagnia? Emma arrossì.

Mica impazzita! La vostra cerimonia fatela altrove, in un altro momento. Sembrò irritarsi, andò in bagno a lavarsi le mani.

Come va il teatro senza di me? chiese, assaggiando i piatti di Emma.

Lei scrollò le spalle. Nulla di tragico: trovato un sostituto, gli spettacoli continuavano, il pubblico applaudiva, nuovi giovani si facevano largo.

Ecco vedi sembrò leggerle nel cuore Niccolini. Il vostro mondo non è crollato. Il mio, invece, ha trovato nuovi colori!

Emma annuiva, anche se dentro soffriva: un talento come lui che lascia tutto come fosse una fabbrica.

Ma Marcello Paolo, come promesso, prese un cane randagio, sistemò un acquario con piante vere, col retino ogni tanto trasferiva o aggiungeva pesci, comprava alghe dagli esperti

La sera giocava a dama o a scacchi con Andrea, leggeva il “Corriere”, si prendeva il sole sul balcone; Camilla lo rimproverava, lui rideva dicendo che ormai tutto gli era concesso, ora che era una persona “non pubblica”.

Non frequentava più il teatro; diceva che non gli interessava. Era una bugia, ovviamente: la nostalgia era fortissima. Ma aveva paura di non reggere, di ricadere nella vita di prima

Lo ricordavano bello, elegante, uomo corteggiatissimo: le donne lo amavano tutte, chi luomo, chi il personaggio. Solo Camilla aveva visto la sua vecchiaia, le mani tremanti, la pelle avvizzita, il fiato corto, i movimenti lenti e dolenti, e quegli occhi stanchi. Proprio come aveva voluto lui.

Solo Emma, ormai moglie di Andrea (chi avrebbe mai pensato che quel ragazzone si sarebbe preso una ragazza così in gamba!), passava ancora spesso dai Niccolini, era di casa, testimone di tutto il percorso di un attore: dai fasti giovanili al declino.

Ricordati, Emma: lasciati quando ancora brilli, non quando precipiti! le diceva Niccolini, posando la sua mano grande e ruvida sulla sua. Non aspettare il tracollo, pochi sanno trasformare la propria vecchiaia in poesia. Abbi il coraggio di andare via col capo alto. Capito?

Emma annuiva. Avrebbe cercato di ricordare ogni consiglio, la strada davanti a lei era ancora lunga. Ci sarebbero stati momenti difficili, lacrime, delusioni e rinascite; era una donna, e quindi nulla di tutto questo le era estraneo. Ma sentiva che dietro di sé, sempre, avrebbe vegliato Marcello Paolo.

Improvvisa, Emma! Vivi! sentiva il suo sussurro, sorrideva, e sospirava. Vero maestro aveva avuto, peccato solo che sia andato via troppo presto, o forse lei sia arrivata troppo tardiE passavano gli anni, le stagioni scorrevano come scene su un palco, eppure ogni tanto si sentiva, nelle sale ancora cariche di profumo di cipria e velluto, una voce roca ma autorevole, portata da un eco che era leggenda: Su, su, largo ai giovani! Il teatro è una festa!. E qualcuno giurava di aver intravisto, tra una fila e laltra, un signore dagli occhi lucidi, sorridenti, la mano di Camilla stretta nella sua, mentre accarezzava la nuca di un fox terrier che scodinzolava imbronciato.

Nel cuore di Emma la paura del declino si trasformava col tempo in luce: non era più terrore di uscire di scena, ma gioia di esservi salita un giorno. Amava sentirsi viva, anche tremante, anche fragile. Sul palco cercava il coraggio dellimprovvisazione, ma sapeva ormai che il vero talento era saper amare la vita con tutti i suoi sipari aperti, i suoi applausi inaspettati, le sue scosse di malinconia, e le sue risate dietro le quinte.

Una sera, dopo uno spettacolo acclamato, Emma rimase sola nella sala ormai vuota. Accese le luci sul palco, si guardò nello specchio del foyer, e senza trucco, senza costumi, si parve nuova. Rise piano. Si chinò, raccolse una rosa caduta tra le poltrone la prima che si fosse mai regalata.

Fu in quel momento che sentì davvero cosera linizio, e cosera la fine: sapere di essere stata, almeno una volta, in tempo con la propria vita.

Uscì nella notte di Milano che palpitava di luci, la valigia in una mano e la rosa nellaltra, e le sembrò che il brivido del teatro potesse durare per sempre, finché ci fosse stato qualcuno disposto a crederci ancora, anche solo per una sera, anche solo per amore.

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Il bene non svanisca