Mezzamorta, la cagna copriva con il corpo un piccolo fagotto, mentre la gente passava oltre senza fermarsi.
Davide era, come sempre, di corsa. Aveva la testa altrove, perennemente in ritardo, ogni volta giurava di organizzare meglio il tempo e, puntualmente, falliva. Oggi, poi, il ritardo non era ammissibile: Chiara lo attendeva già al ristorante, e lei detestava aspettare.
La fermata dellautobus era a pochi passi, il mezzo era in arrivo. Davide prese il cellulare e controllò lora: altri cinque minuti di ritardo. Immaginava già lo sguardo di Chiara, che le diceva, senza parlare: Per te non conto abbastanza.
E allora? Volete passare o no? sbottò una voce dietro di lui, stizzita.
Davide si voltò. Una piccola coda alla fermata, la gente aggirava qualcosa con circospezione, qualcuno storceva il naso, qualcun altro si voltava. Davide fece un passo avanti, poi si fermò allimprovviso.
Lì per terra, proprio accanto alla panchina, cera una cagna. Grande, pelo rossiccio arruffato, piena di nodi e sporca. Le ossa in evidenza, gli occhi chiusi. Respirava? Appena, appena. Sotto il suo corpo, un batuffolo nero tremante: il cucciolo. Minuscolo, tremava e si era nascosto sotto la mamma, come sotto una coperta. La cagna consumava le ultime forze solo per scaldarlo e proteggerlo.
Su, muovetevi! si sentì di nuovo. Perché fate da statua?
Davide restò immobile. Guardava quei due esseri, e la fiumana di gente che passava ignorando la scena, come se lì ci fosse solo un sacco di spazzatura e non due animali che stavano morendo di fame e di freddo.
Lautobus arrivò. Le porte sbuffarono aprendosi.
Ragazzo, sali o no? lo incalzò lautista, spazientito.
Davide guardò lautobus, poi lorologio, poi di nuovo la cagna.
No, sussurrò. Non salgo.
La folla salì, qualcuno borbottò, le porte si chiusero e il bus ripartì. Davide si accovacciò accanto agli animali.
Forza, resisti sussurrò piano.
La cagna sollevò appena la testa; gli occhi, straordinariamente umani, pieni di dolore e rassegnazione, lo fissarono. Il cucciolo mandò un guaito flebile.
Davide deglutì, prese il telefono e compose il numero di Chiara.
Ciao? Davide, dove sei? Ti sto aspettando!
Chiara, ritardo. Qui cè una cagna sta morendo con un cucciolo. Non posso lasciarli così.
Ma sei serio? Per due randagi?! Davide, ho già ordinato!
Lo so, ma
Niente ma! Chiama qualcuno e corri qui! Non resto sola tutto il tempo!
Chiuse la chiamata.
Davide infilò il telefono in tasca, osservò ancora la famiglia pelosa, poi si diresse al negozio più vicino. Tornò poco dopo con una pagnotta e un pezzo di mortadella, li porse delicatamente agli animali.
Mangia ti serve forza.
La cagna non si muoveva; era troppo stanca. Il cucciolo pigolava appena. Davide, disperato, cercò di darle da mangiare, quando sentì una voce femminile alle sue spalle:
Vuoi una mano?
Si voltò. Una ragazza semplice, cappotto grigio, aria stanca ma gentile. Portava il sacchetto della spesa. Si inginocchiò e accarezzò la cagna.
Poverina. Ha bisogno di un veterinario subito.
Non so dove portarla, ammise Davide. Non ho mai avuto un cane
Conosco una veterinaria qui vicino, può aiutarci, la ragazza prese il telefono. Ma come la portiamo? Fa fatica anche a respirare.
Davide si tolse la giacca e la stese a terra. Insieme, sollevarono con precauzione la cagna sopra la giacca. Avvolsero il cucciolo nel foulard della ragazza.
Io sono Sara, si presentò lei.
Davide, rispose lui.
Come la chiamiamo?
Rossa, disse semplicemente lui.
Il telefono squillò di nuovo: Chiara. Davide rifiutò la chiamata.
Arrivati allappartamento, la veterinaria fece una visita rapida, attaccò una flebo e fece uniniezione.
Malnutrizione, disidratazione, una brutta bronchite. Senza aiuti sarebbe morta in pochi giorni. Ma ora, con le vostre cure, può farcela, disse la donna.
Restati soli, Davide si mise accanto a Rossa. Il cucciolo le si accucciò di fianco, spingendosi con il muso contro la mamma. Sara propose un caffè; si sedettero in silenzio a vegliare.
La mia ragazza mi aspettava al ristorante, confessò Davide, mesto. Ormai ex, temo.
Sarà furiosa? chiese Sara, con delicatezza.
Ha detto che ho rovinato tutto per una randagia. Ma non potevo lasciarla. Lei dà lanima per il suo piccolo e tutti le passano accanto come se nulla fosse.
Sara annuì.
Quando mi sono separata, pensavo che a nessuno fregasse niente di nessuno… Mi sono quasi convinta che sia così.
Il telefono squillò ancora, per la decima volta: Chiara. Davide rispose.
Sei fuori di testa? sbottò lei. Ti aspetto da tre ore! O vieni, o è finita!
Davide guardò Rossa, il cucciolo, poi Sara. E capì.
Allora è finita, rispose con calma. E spense il telefono.
Sara alzò gli occhi su di lui:
Sei sicuro?
Sì, sorrise Davide. Non ho dubbi.
Lei gli restituì un sorriso silenzioso, sincero. Rossa sospirò, come sollevata, e per la prima volta sembrò addormentarsi tranquilla.
La notte fu lunga. Rossa respirava male, a volte sembrava spegnersi, e Davide la osservava trattenendo il fiato. A turno, lui e Sara restavano svegli. Allinizio Davide voleva fare tutto da solo, ma Sara scosse la testa:
Da solo è più dura. Restiamo insieme.
E rimase.
Alle tre di notte Davide entrò in cucina, dove Sara scaldava il latte per il cucciolo. Lei lo guardò e, senza bisogno di parole, chiese:
Peggiora?
Non lo so Fatica a respirare. Ho paura che non arrivi allalba.
Sara gli si avvicinò.
Sai cosa penso? disse piano. Ha già vinto.
In che senso?
Poteva arrendersi. Lasciarsi andare. Ma ha resistito. Ha scaldato il piccolo, ha sperato, ha aspettato che qualcuno arrivasse. E sei arrivato tu.
Davide abbassò lo sguardo.
Ora è qui, al caldo, con il suo cucciolo, vicino a te. Anche se non sopravvive, è già molto più felice, capisci?
Lui la guardò in silenzio.
Mi chiedo da dove vieni, tu, sussurrò.
Lei sorrise malinconicamente.
So cosa vuol dire sentirsi inutili. Dopo la separazione, sei mesi a casa-lavoro, lavoro-casa. Nessuno che mi chiamasse. Un giorno, ho trovato un gattino in strada: piccolo, malandato. Ho tirato dritto, poi sono tornata a prenderlo. Per la prima volta da mesi, mi sono sentita importante per qualcuno. Al gatto non interessava che lavoro facessi: bastava che ci fossi.
Davide annuì, assorbendo le sue parole.
Ora anchio capisco… Ho sempre cercato di essere quello che gli altri volevano: per i miei, per il capo, per Chiara. Facevo tutto quello che era previsto, tutto programmato. Poi quella cagna agonizzante e ho sentito che tutti i miei programmi erano vuoti. Lei dava tutto per il piccolo, e nessuno la guardava. Io potevo tirare dritto e arrivare in orario, oppure fermarmi e cambiare tutto.
Restarono lì, fianco a fianco, nella semioscurità della cucina.
Grazie di essere rimasta, disse piano Davide. Da solo non ce lavrei fatta.
Sara gli sfiorò la mano.
Non devi ringraziare. Avevo bisogno anchio di capire che non siamo tutti indifferenti.
Il cucciolo pigolò e tornarono da Rossa. Lei li guardava con gli occhi aperti. Davide le accarezzò la testa.
Dai, resisti ancora un po
Rossa agitò piano la coda. Il cucciolo le si accucciò vicino alla gola. Davide sentì un nodo sciogliersi dentro: anni di vita a progetto, relazioni sterili, la paura di non essere mai abbastanza. Tutto si ruppe, lasciando spazio a qualcosa di nuovo, di vero.
Arrivò il mattino, con i primi raggi di sole attraverso le tende. Rossa dormiva di un sonno tranquillo, regolare. Era salva.
Dopo una settimana Chiara si presentò con una faccia mesta:
Davide, ho riflettuto… Forse ho esagerato. Salvarli è stato bello. Sono stata nervosa, ero stanca. Possiamo ricominciare?
Davide rimase sulla soglia. Dietro di lui si sentiva abbaiare: il cucciolo giocava con Rossa, ormai piena di energia.
Chiara, disse pacato, non sono arrabbiato. Ma siamo diversi. Troppo diversi.
Per una cagna?! esclamò lei, incredula. Abbiamo pianificato tutto insieme!
Non è per la cagna. Quando ti ho chiamata, potevi dirmi: vieni, ne parliamo, vediamo cosa fare insieme. Hai scelto il ristorante. Era la tua strada, non la mia.
Chiara fece per parlare. Rinunciò, andò via.
Davide chiuse la porta e rientrò. Sara era seduta a terra, accarezzava Rossa. Il cucciolo dormiva sulle sue gambe.
Se nè andata? chiese senza voltarsi.
Sì.
Ti dispiace?
Davide si sedette accanto a lei.
No. Strano, vero? Senza Rossa, sarei avanti così: lavoro, uscite con Chiara, weekend programmati senza capire che era inutile.
Rossa lo guardò, poi si rimise giù soddisfatta. Il cucciolo squittì nel sonno. E per la prima volta, Davide sentì dentro di sé quella sensazione vera: finalmente a casa, con chi conta.
Sara gli sfiorò la mano. Entrambi sorrisero.
Fuori era inverno, Milano era gelida e indifferente. Ma in quellappartamento pieno daria nuova, dove una cagna a metà tra la vita e la morte trovava casa e due persone si erano scoperte, era già primavera.






