La vicina ha trasformato il pianerottolo davanti alla mia porta in una sala fumatori: sono intervenuta in modo deciso e lei non poteva immaginare come sarebbe andata a finire.

La mia vicina aveva trasformato landrone in una vera sala fumatori proprio davanti alla mia porta. Io ho deciso di risolvere la questione senza tanti giri di parole non si aspettava certo come sarebbe andata a finire.

E dove sta scritto che questaria è tua? mi ha detto. Le scale sono di tutti. Fumo dove voglio, sputo dove voglio. Studia la legge, signora!

Martina, la figlia ventenne della mia vicina Giuseppina, mi ha soffiato una nuvola denso di fumo dolciastro in faccia. Accanto a lei, sbracati sul davanzale tra i due piani, ridevano due ragazzi. Per terra, mozziconi, lattine di aranciata e bucce di semi di girasole ovunque.

Non ho tossito, né sventolato le mani come credevano quei ragazzetti. Mi sono solo aggiustata gli occhiali e lho fissata con quello sguardo glaciale che di solito uso quando interrogo il personale alla chiusura di cassa.

È uno spazio comune, Martina, ho detto fredda. Qui non si fuma, non si sputa e non si lascia sporcizia. Hai cinque minuti per sistemare questo schifo oppure cambiamo registro.

Che paura che mi fai! ha sbuffato Martina, buttando la cenere proprio sul pavimento appena lavato dalla signora delle pulizie. Vai a bere della camomilla, tanto so che ti sale la pressione. Vuoi andare a lamentarti da mamma? È stata lei a dirmi di stare qua invece che fumare in casa.

I due ragazzi sono scoppiati a ridere. Ho chiuso la porta, lasciando il casino fuori.

Dentro si sentiva odore di pasta asciutta e di legno vecchio, quel profumo di casa che adesso veniva coperto dalla puzza di sigarette scadenti che passava dalla serratura. In cucina, piegato sul tavolo, cera Paolo.

Paolo ha trentadue anni, ma sembra più vecchio per via della calvizie precoce e la schiena curva. Nipote del mio defunto marito, vive con me da dieci anni. Silenzioso, mite, un po balbuziente, lavora in un laboratorio di orologi. Il quartiere lo vede come lo scemo del villaggio, bersaglio comodo per le prese in giro.

E-Eleonora, di nuovo loro? mi chiede tutto rannicchiato sentendo il baccano oltre la porta.

Mangia, Paolo. Non preoccuparti. Gli ho messo ancora un po di pasta nel piatto, ma dentro ribollivo.

La sera sono andata da Giuseppina. Mi ha aperto in vestaglia, telefono in una mano, maschera viso nellaltra.

Giusy, tua figlia ha fatto un bivacco fuori casa mia. Il fumo mi entra in casa, fanno casino fino a notte. Pretendo che tu faccia qualcosa.

Giuseppina ha alzato gli occhi al cielo, senza neanche staccarsi dal telefono:

Ele, dai, non fare storie. Sono ragazzi, dove vuoi che vadano? Fuori fa freddo. Non sono mica drogati, parlano tra loro. Devi essere più tollerante, tu non hai figli e ti innervosisci per niente. E poi il tuo Paolo non capisce niente, gli cambia poco!

Colpo basso e meschino. Ho espirato piano.

Quindi sono solo ragazzi, eh? E Paolo ti dà fastidio? Va bene, Giuseppina. Ti ho sentita.

Tornata a casa, mi sono seduta al tavolo, tirato fuori la cartella dei documenti. Lemotività è roba da deboli. I forti usano il Codice Civile e il regolamento condominiale.

La settimana dopo sono stata in silenzio. Martina ha pensato che la vecchia arpia ormai si fosse arresa e ha occupato lo spazio con unaltra poltrona trovata in discarica e musica alta fino alluna.

Il finale è arrivato di venerdì.

Paolo tornava dal laboratorio con la spesa e una scatolina un movimento di orologio per un cliente. Passando davanti alla solita combriccola, uno dei ragazzi (il fidanzato di Martina, detto Acido) gli allunga una gamba.

Paolo inciampa, la busta si rompe, mele che rotolano in mezzo ai mozziconi, la scatolina finisce sbattuta contro il muro.

Ahahah, guarda come vola il piccione! grida Acido.

Martina, con aria svogliata, butta fuori unaltra nuvola:

Senti, sfigato, guarda dove metti i piedi. Stai sciupando laria. Dai, raccogli tutto che oggi sono buona.

Paolo, rosso come un pomodoro, trema mentre cerca di raccattare le mele. Ha le lacrime agli occhi, ma lui sa cosa significa. Da sempre, nessuno si è mai alzato per lui.

La porta di casa si spalanca. Sto lì io. In mano non ho né scopa né mestolo, ma il cellulare con la telecamera puntata dritta su Acido.

Atti vandalici, insulti e danni alla proprietà, annuncio con chiarezza. Ho registrato tutto. Adesso chiamo i carabinieri, e domani vado in amministrazione.

Molla sto telefono, zia! minaccia il ragazzo, ma resta a distanza. Il mio sguardo fa più paura di qualsiasi divisa.

Paolo, vieni dentro lo chiamo senza guardarlo.

M-ma le mele balbetta lui.

Lasciale. Sono diventate spazzatura. Proprio come quello che cè qua fuori.

Quando la porta si chiude dietro Paolo, mi volto verso Martina.

Ora ascoltami bene, cara. Pensi che sia stata ferma per niente? Io stavo raccogliendo prove.

Ma che prove? sbuffa lei, ma la voce le trema.

Ho contattato il proprietario dellappartamento. Tua madre non ha il rogito, giusto? È di tuo padre, quello che vive a Milano e crede che tu faccia la studentessa modello di medicina e non la regina del bivacco.

Martina diventa color mozzarella. Suo padre non è solo severo, è un vero despota: mantiene lei e Giuseppina solo se si comporta bene.

Non lo farai mai sussurra.

Lho già fatto. Dieci minuti fa ha ricevuto foto e video di tutto quello che fate qui. Ci sono anche i reclami ufficiali in amministrazione, in polizia e tutte le stampe con orari, dati, prove varie. Verrà anche il maresciallo. E domani tuo padre è qui.

Sabato mattina il portone trema da quanto urlano allandrone.

Sto bevendo il caffè quando suonano. In piedi, davanti a me, un omone in soprabito costoso: è il padre di Martina, Lorenzo Benedetti. Accanto, Giuseppina che piange, e Martina nemmeno si vede.

Lei è la signora Eleonora? luomo parla gentile, ma ha una voce che non lascia repliche. Mi scusi per mia figlia e per lex moglie. Le pulizie sono già iniziate. Il lavoro alle pareti lo pago io. Martina va in collegio. Ho tagliato i soldi.

Annuisco, accetto le scuse.

Giusto così. Ma cè unaltra questione.

Chiamo Paolo. Esce piano, cercando di scomparire nel collo della maglietta.

Ieri uno dei suoi amici ha preso a parole mio nipote dico calma e gli ha danneggiato il lavoro. Paolo è un restauratore bravissimo: rimette in funzione orologi che nemmeno in Svizzera si toccano.

Lorenzo guarda Paolo con stupore.

Orologiaio?

R-restauratore sussurra Paolo.

Ah Lo vedo avvicinarsi, e Paolo si irrigidisce. Ma Lorenzo allunga la mano. Io ho una collezione di Breguet. Ce nè uno fermo da un anno, già tre officine hanno rinunciato. Vuoi darci unocchiata?

Per la prima volta, qualcuno guarda Paolo davvero, come un professionista e non un poveraccio.

Ci ci posso provare. S-se il bilanciere è integro.

E sia Lorenzo stringe la mano a Paolo. Scusami, amico, per mia figlia. Ho fallito come padre. Non portare rancore. Ti offro il lavoro e il rimborso.

Quando richiudo la porta, Paolo resta un attimo a guardarsi la mano. Si raddrizza. Le spalle finalmente dritte.

Zia Eleonora, dice quasi senza balbettare vado a raccogliere io quelle mele. Non si buttano così.

Mi volto verso la finestra, perché non veda che ho gli occhi lucidi.

Vai, Paolo. E metti su il bollitore. Oggi è giornata di festa.

Sul pianerottolo ora regna il silenzio e lodore di detersivo e pittura fresca. Dalla mia cucina si sentono profumo di crostata e la voce serena di Paolo che mi spiega il funzionamento del tourbillon.

La sala fumatori era chiusa. Per sempre.

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La vicina ha trasformato il pianerottolo davanti alla mia porta in una sala fumatori: sono intervenuta in modo deciso e lei non poteva immaginare come sarebbe andata a finire.
Il gatto che ormai si era quasi rassegnato all’idea di morire da solo—di congelare, perire per la fame, il tradimento e la disperazione—sentì all’improvviso accanto a sé qualcosa di minuscolo e caldo…