Forse non era destino: quando il fato decide per noi

Si vede che non era destino

– Giovane, ma cosa sta facendo?! Non si vergogna?! la ragazza mi guardava con occhi terrorizzati, e io, Pietro, ero così spiazzato dalla situazione che non sapevo cosa rispondere.

– Aspetti, credo abbia frainteso… bofonchiai, poco convincente.

Ma lei non volle nemmeno ascoltare le mie spiegazioni. Si avvicinò velocemente, mi tolse dalle mani il suo portafoglio e mi stampò uno schiaffo che mi bruciò la guancia.
*****

Da ieri sera e fino a stamattina non ho fatto altro che bere caffè e chattare con unutente dal nickname Belladonna_sorridente.

Sono stato io a scriverle per primo, con un banalissimo “Ciao!”, lei ha risposto dopo un minuto, ricambiando il saluto. Poi, messaggio dopo messaggio… Insomma, abbiamo iniziato a parlare.

E ci parlavamo proprio bene, con una leggerezza che non provavo da tanto. Le mie dita correvano sulla tastiera del portatile in modo spontaneo, e mi sono ritrovato a pensare che forse con questa dolce bionda dagli occhi azzurri (almeno così speravo dalla foto profilo) poteva davvero nascere qualcosa. Unamicizia o magari qualcosa di più.

Ma la cosa più importante era che sembrava inclina a lasciarsi andare, ad aprirsi. Alla mia proposta: “Che ne dici di prenderci un caffè insieme uno di questi giorni e conoscerci meglio?”, lei ha risposto: “Tutto può essere”, con tanto di emoticon che strizzava locchio.

Poi ha voluto sapere che lavoro facessi e da lì… è andato tutto per il verso sbagliato.

“Perché mai le avrò detto cosa faccio? Pure la foto della postazione di lavoro le ho mandato…” mi arrabbiavo tra me e me.

Arrabbiato non con lei, ma con me stesso.

Daltra parte, cera da chiedersi…

– Sarebbe venuto fuori comunque, prima o poi. E allora?

Inutile rispondere, la risposta era chiara.

Lo avrebbe scoperto e mi avrebbe scritto o peggio, detto in faccia quello che infatti ora mi ha detto.

Rilesse ancora una volta il messaggio in cui diceva che con un tecnico informatico, seduto a consumare i pantaloni sulla sedia dellufficio, non cera speranza di una vita sentimentale.

Mi venne la voglia di risponderle a tono.

Poi però decisi che non ne valeva la pena. Meglio lasciarle credere che le sue parole non mi avevano toccato.

Perciò inviai solo una faccina che rideva fino alle lacrime, poi chiusi con forza il portatile.

Fortissimo! Come se volessi vendicare tutti gli informatici snobbati dalle ragazze per i loro lavori poco “glamour”.

Mi sembrava pure di aver sentito un crack. Forse il monitor, forse un tasto saltato.

Non andai a controllare, meglio non darsi altri dispiaceri ora. Ne ho abbastanza.

Sono tre mesi che passo praticamente tutto il mio tempo libero su siti di incontri alla ricerca di lei.

Ma mi convinco sempre di più che non serve a niente che non la troverò mai.

Anche con la “belladonna” ho passato tutta la notte in chat (si fa per dire!), e niente. Mi ha liquidato come tanti altri ragazze, convinta che meritino attenzione solo quelli con lattività avviata, non chi installa Windows sui PC dellazienda.

Eppure faccio anche altro, e mi pagano bene per quello che faccio.

Ma ormai, che importa?

Accesi Radio Italia Anni 60 per distrarmi, ma proprio in quel momento mandarono una vecchia canzone: “Si vede che non era destino, si vede che non era amore…”

Ovviamente spensi subito. Però, nel profondo, ero daccordo: non era destino, non era amore.

– Ma chi me lha fatto fare di buttare ore sui siti di incontri?

Eppure dovevo provare, me lo aveva consigliato proprio Matteo, il mio amico del cuore.

– Guarda che io Giorgia lho conosciuta lì! – aveva detto tutto orgoglioso. A me era persino dispiaciuto. E un po rosicavo.

“Ma io, che ho di meno? Possibile che non riesca a trovare una brava ragazza come Giorgia?”

Alla fine, quella brava lha pescata lui. A me resta solo da rassegnarmi. I sistemisti oggi non tirano. O forse non è destino Contento?

– Dai Pietro, adesso basta lagne! mi ordinai. E se anche fosse andata bene, chi dice che sarebbe durata?

Guardai lorologio: le sette e mezza. Uno sbadiglio enorme. Era il mio giorno libero, niente da fare, una dormita mi ci voleva proprio.

*****

Appena mi stesi e presi il telefono per silenziarlo, mi chiamò Matteo.

“Parli del diavolo…”

– Pietro, ciao! Senti, avrei bisogno di un piacere enorme, e anche subito.

– Mat, scusa, ma ho passato tutta la notte in bianco. Non possiamo sentirci dopo?

– No, guarda, questa volta proprio non posso aspettare. Non so a chi altro rivolgermi.

“Ci risiamo”

– Ma davvero solo a te posso chiedere una cosa simile. Non è questione di vita o di morte, ma ti assicuro che se non mi aiuti rischio una crisi familiare!

“Come fa ogni volta a farmelo pesare così?”, pensai sorridendo amaramente. In fondo, è il mio capo reparto informatico, io sono il suo braccio destro, forse è anche giusto così.

– Cosè successo? Ancora problemi col server o col database? Te lavevo detto che potevano esserci casino

– No, non è il lavoro. Dai, vengo sotto casa tua e ti spiego bene. Non scappare!

– Ok.

Due minuti dopo, campanello. Neanche il tempo di addormentarmi. Apro la porta e Matteo, sorridente, si presenta con il suo cane Ettore.

“Ma perché ha portato pure il cane?”

– Sei stato rapido, eh. Scommetto che eri già sotto casa, volevi solo essere sicuro di non fare quattro piani per niente.

– Esatto, ridacchiò lui stringendomi la mano.

Allungai la mia per stringere la sua, ma invece del saluto lui mi passò il guinzaglio di cuoio.

Lo guardai sorpreso, poi guardai Ettore.

– Non capisco Che succede?

– È che Giorgia ha vinto un viaggio di una settimana a Parigi. Per due persone. Albergo a cinque stelle, visite guidate E ovviamente vuole andarci.

– E tu non sei contento? domandai, sapendo bene che lamico detesta volare.

– Ovviamente no! Le ho detto: “Vai con unamica”, ma niente, vuole solo me. E anzi, mi ha detto che se non ci vado con lei si trasferisce lì.

– Pazzesco, commentai, fissando guinzaglio ed Ettore, che mi guardava serio serio.

Non era la prima volta che ci vedevamo, ma non capivo perché mi fissasse come se avessi promesse importanti da mantenere anche verso di lui.

“Mi sa che qui mi tocca”

– Lo so che scherza, continuò Matteo. Però non posso mica lasciarla andare da sola in un paese straniero.

– Hai ragione

– Nemmeno con unamica posso fidarmi. Quindi le ho detto che andiamo insieme.

– E col lavoro?

– Il capo, incredibilmente, ha detto nessun problema, vai pure, goditi la vacanza!. Ti rendi conto?

– Solo a sentirlo mi sembra impossibile, sorrisi. È da due anni che non mi prendo una vera vacanza.

– Idem! Forse Giorgia gli ha fatto una telefonata vabbè, poco importa. Comunque tu sarai responsabile del reparto informatica mentre non ci sono.

– Davvero?!

– Certo! Lo sapevo che la cosa ti avrebbe reso felice.

“Felicissimo proprio”

– Il punto è che non ho nessuno a cui lasciare Ettore. Non posso portarlo con me Puoi tenerlo tu? Ti prego?

– Mat lo sai come sono con i cani. E non ho esperienza!

– Ma figurati, rassicurò lui. Ti porto cibo, ciotole, la sua coperta Non ti darà noie, è un cane grande ormai.

“Voglio vedere”, sospirai.

– Devi solo portarlo fuori la mattina e la sera. Non ti pago, tanto non accetteresti, ma posso ricambiare con dei giorni liberi.

– E non morde? Le scarpe? Abbai di notte?

– No! Ettore è buonissimo, lo vedrai. Magari… una cosa: quando camminate allaperto, stai attento, tende a voler scappare via dal guinzaglio. Vuole la libertà.

– E se poi lo devo cercare per tutta la città?

– Ma dai, non serve! Ettore ti trova da solo. Ma comunque fai attenzione.

– Ok, me ne occupo io, accettai stringendo forte il guinzaglio.

Prima ancora che Matteo uscisse, già sentivo la responsabilità di quella palla di pelo.

– Sapevo che potevo contare su di te! Grazie mille, amico!

– Dico solo, Mat: se mi rovina la casa, il danno lo paghi tu. Ok?

– Ok! Ma sono sicuro che non combinerà guai.

*****

Quando mi svegliai, fuori era già buio. Riempii la ciotola di Ettore che, mentre dormivo profondamente, se ne era rimasto sdraiato lì vicino, senza fiatare.

– Dai, ora tocca a te cenare, gli dissi accarezzandolo.

Ma Ettore mi guardò con unespressione quasi umana, stupito, e rimase dovera, la testa nemmeno verso la ciotola.

– Non hai fame? Oppure…

“Ah già, mi ricordai che Matteo aveva detto che hai certi principi: mangi solo dopo la passeggiata”.

– Allora dai, usciamo un po. Così respiro anchio. Magari vediamo anche gente felice, dato che a me lamore non sorride mai…

Detto questo, Ettore scattò in piedi, scodinzolando, prese il guinzaglio con la bocca e si mise in attesa.

*****

Passeggiammo per circa unora e, strano ma vero: il cane non cercò mai di scappare.

Tirava forte il guinzaglio solo se mi fermavo troppo a lungo.

Insomma, era davvero un cane tranquillo. Mi ero preoccupato per niente.

I problemi però arrivarono il giorno dopo.

La mattina ancora bene, ma alla passeggiata del pomeriggio nel parco… mi bastò distrarmi un minuto, mentre scrivevo un messaggio a Matteo per dire “Tutto ok”, e di Ettore nessuna traccia. Era sgattaiolato fuori dal collare.

– Mi mancava solo questa… brontolai, iniziando a cercarlo.

Conoscevo bene quel parco, sapevo dove ci si poteva nascondere. Ma quello che poteva fare Ettore chi poteva saperlo?

Passata mezzora, ancora nulla. Nel frattempo incrociai una ragazza: molto carina, ma col viso triste e pensieroso.

– Scusi, ha visto un cane? Non troppo grande, rossiccio e con del bianco?

– Come dice? sembrava stesse altrove.

“Che bella che è…” pensai, prima di ripetere la domanda.

– Ho perso il cane. Gira qui, senza guinzaglio né collare.

– Un cane? No, mi dispiace, non lho visto, replicò, poi si allontanò verso la sua meta.

Stavo per tornare alle ricerche di Ettore, ma vederla così mi spinse a raggiungerla di nuovo.

– Scusi, va tutto bene? Sembra triste. È successo qualcosa?

– Eh sì…

– Posso fare qualcosa?

– Non credo. Ho perso il portafoglio e non riesco a ricordare dove. Avevo dentro i soldi per le medicine di mia madre. Lei, per caso, lha trovato?

– No, mi spiace.

– Peccato. Comunque grazie per essersi preoccupato. Fa piacere sapere che cè gente gentile in giro.

Non cera altro da dirsi ognuno aveva il suo da fare. Se lei pensò mai a questo incontro casuale, non lo so. Ma io, invece, non riuscivo a togliermela dalla testa. Tuttaltro tipo rispetto allimmaginaria “belladonna” della chat, ma bella in modo vero.

– Ettore! Ettore! gridavo per tutto il parco, poi mi sedetti sulla panchina con lo sconforto. Stavo per avvisare Matteo della brutta notizia, quando allorizzonte scorsi una sagoma familiare.

“Ettore…” sospirai pieno di sollievo.

Con la coda alta, veniva verso di me E aveva qualcosa in bocca.

Solo da vicino vidi che era un portafoglio rosa, decorato con piccoli rombi e una coroncina dorata al centro. Esattamente quello descritto dalla ragazza!

“Che coincidenza!” pensai, sentendomi quasi un eroe fiabesco pronto a salvare la principessa.

Magari, restituendole il portafoglio, lavrei invitata per un caffè e, chissà

Stavo proprio cercando tra le tasche una tessera con il suo nome o un recapito per restituirglielo, quando eccola arrivare di colpo.

– Ma cosa sta facendo?! Non si vergogna?! sgranò gli occhi su di me, mentre io, gelato dalla sorpresa, non sapevo che dire.

Era una situazione davvero assurda.

– Mi ascolti, ha capito male, cercai di spiegare, ma senza successo.

Lei non mi lasciò nemmeno finire. Si avventò su di me, mi strappò il portafoglio e mi rifilò uno schiaffo.

– Ma perché? Io non ho fatto niente! Il portafoglio me lha portato il cane. Stavo solo cercando un biglietto per contattarla!

– Credevo che fosse una brava persona. Invece siete solo un bugiardo. Pure il cane inventato, ora!

– Come sarebbe inventato?

– E allora dovè questo fantomatico cane?!

Mi girai sorpreso e mi accorsi che Ettore era sparito di nuovo. “Non ci credo, ancora!”

Lei non volle sentire altro, se ne andò senza una parola. Rimasi lì, seduto, la guancia che mi bruciava.

– Non me ne va bene una Devo proprio farmi mettere nei guai così? Ettore! lo chiamai.

Dal cespuglio saltò fuori e si sedette vicino a me, con laria più innocente del mondo.

– Grazie, amico. Mi hai combinato un bel favore

Scodinzolò appena, come a dirmi: “Figurati! Son qui!”

Tornammo a casa, lui al mio fianco.

*****

Per i quattro giorni successivi, mattina e sera portai Ettore in quel parco, nella speranza di rivedere quella ragazza. Volevo scusarmi e chiarire tutto. Ma la principessa sconosciuta non apparve più.

Ettore invece era felicissimo: le passeggiate triplicate, meglio di così E strano a dirsi, non ci provò mai a scappare: mi restava sempre accanto.

Ma il venerdì finalmente la fortuna mi sorrise. La rividi su una panchina.

– Salve

– Ancora lei?! Che vuole?

– Solo spiegare come sono andate davvero le cose, mi è dispiaciuto per laltra volta.

– Non parlo coi ladri o i bugiardi. Non cè nulla da spiegare. È chiaro come stanno le cose.

– Ma quale ladro sono? Il portafoglio glielho restituito io, no?

– Lho ripreso da lei giusto in tempo, sennò si intascava tutto. Erano soldi per le medicine di mia madre.

– Ma a me non servono i suoi soldi, guadagno la mia parte. Ho aperto il portafoglio solo per trovare un recapito, volevo chiamarla. E glielo ripeto: me lo ha portato il cane.

– Senta, basta! si indignò lei. Ancora con sta storia del cane? E cosè, una favola?

– Perché favola? Eccolo! mi voltai tirando il guinzaglio ma alla mia destra, nessun cane.

Ettore si era di nuovo liberato chissà come.

Imprecando tra me e me, decisi che dovevo subito andare a cercarlo: stava già calando la sera.

– Devo andare dissi, amareggiato di non essere riuscito a spiegarmi.

Lei invece sembrò sollevata.

– Non la trattengo. Spero proprio di non incontrarla più.

*****

Non sono riuscito a trovare Ettore prima che facesse buio. Vagavo per i vialetti solitari ascoltando ogni minimo fruscio.

E intanto pensavo: “Ma guarda sto cane sempre nei momenti peggiori!”

Allimprovviso sentii delle voci lì vicino ragazze e ragazzi. La voce femminile, la riconobbi: era quella della ragazza, i maschi invece no. E non mi piacquero: tono sgradevole.

– Ehi, bella, che ne dici di stare un po con noi? Sembri aver freddo

– Ho già unamica che mi sta raggiungendo.

– Meglio, ci divertiamo tutti! Dai, vieni qua!

– Ragazzi, vi prego Potrei anche urlare, sapete?

– E urla pure! Ma vedi chi ti sente? Vieni qui, non fare la difficile. O vuoi che veniamo noi da te?

– Non avvicinatevi! replicò spaventata.

Capì che dovevo fare qualcosa. Mi buttai verso di loro.

– Ehi, lasciate stare la ragazza! provai a urlare con sicurezza anche se sapevo che, in caso di botte, non ne sarei uscito bene: erano due armadi.

– E tu chi sei? ringhiò uno.

– Io io sono il ragazzo di lei! la prima cosa che mi venne in mente. E poi tra poco arriverà pure il mio cane: non ama gli sconosciuti, sapete? Qui ho pure il suo guinzaglio, ve lo dico

Esitarono. Poi uno si mise a ridere.

– Ma dai, è una balla!

– Concordo!

Fecero per avvicinarsi, quando dun tratto dai cespugli si sentì ringhiare forte.

Io stesso mi spostai accanto alla ragazza, per difenderla da chissà che bestia infuriata. I due se la diedero a gambe.

Quando tutto fu silenzio, Ettore uscì tranquillo e si mise accanto a me, scodinzolando.

– Grazie, amico lo ringraziai, accarezzandolo.

– Questa era la sua famosa “inesistente” cane? chiese la ragazza.

– Sì, Ettore. Ma è del mio amico Matteo, io lo sto solo accudendo mentre lui e la moglie sono in viaggio.

– Quindi non mentiva.

– No. E il portafoglio me lha portato lui davvero. Solo sfortuna: ogni volta spariva al momento di dimostrarlo.

– E come mai si nascondeva nei cespugli?

– Ha capito che se si faceva vedere non spaventava nessuno. Furbo, no?

– Davvero rise lei. Non morde? Posso accarezzarlo?

– Certo. Io sono Pietro. E lei?

– Veronica.

– Piacere. Solo, mi spiega cosa ci fa così tardi qui sola?

– Dovevo incontrarmi con unamica, ma non si è più fatta vedere. Non risponde nemmeno al telefono. Vado a casa.

– Posso con Ettore accompagnarla, per sicurezza?

– Non mi dispiace

*****

Da quella sera, ogni sera portai Ettore a passeggio con Veronica. E la riaccompagnavo. Ma, finita la vacanza di Matteo, Ettore tornò a casa sua e le nostre passeggiate divennero un po più silenziose. Chissà perché sentivo che ci mancava qualcosa

Un giorno, mentre passeggiavamo nel parco la domenica, dal nulla spuntò un cucciolo. Aveva in bocca incredibile! un portafoglio di pelle bello spesso. Lavrà rubato chissà a chi.

Il cucciolo si rifugiò subito fra di noi. Dieci secondi dopo, arrivò un uomo in giacca e cravatta:

– Furfante! Ridammi subito il mio portafoglio! urlava agitando le mani.

Restituimmo il portafoglio al proprietario, ma il cucciolo

Il cucciolo decisi di portarlo a casa con me.

E Veronica fu daccordo.

– Facciamo un patto dissi sedendolo sulla panchina, puntandogli il dito come per rimproverarlo. Basta rubare!

Il cucciolo mi leccò la mano, come fosse una promessa.

Da allora, camminavamo sempre in tre. E poco dopo, venne naturale andare a vivere insieme.

Un giorno, mentre eravamo nel parco, sentimmo urlare: Furfante! Lascia subito!

Ci scambiammo uno sguardo, e vedemmo Sherlock così lo avevamo chiamato, perché ogni giorno trovava guai diversi correre da noi con un panino in bocca.

– Corriamo? proposi sorridendo a Veronica.

– E corriamo! rise lei.

Lasciai 5 euro sulla panchina, per chi aveva perso il panino.

Poi, mano nella mano, ci mettemmo a correre con Sherlock che saltellava allegro davanti a noi con il suo nuovo “bottino”.

Ecco la nostra felicità: pelosa, un po folle, ma vera.

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