Tradimento
Vale, quanto ti amo! Davvero, per te farei qualsiasi cosa! sussurrava piano Luca, con il volto nascosto nella spalla della moglie, mentre eravamo seduti nella sala semibuia del cinema.
Con Valeria mi sentivo tranquillo, quasi accaldato, profumava di qualcosa di dolce, forse era il suo profumo preferito.
Mi avvicinai e le rubai un bacio sulle labbra. Da dietro ci zittirono subito, qualcuno disse pure qualcosa di severo.
Ma davvero tutto-tutto?! fece lei, con una finta sorpresa e un sorriso furbo.
Tutto! confermai, deciso.
Eravamo così felici, quasi la coppia perfetta: ci capivamo al volo, ci bastava uno sguardo per perderci luno negli occhi dellaltra, pieni damore.
Che fortuna che hanno! bisbigliavano gli amici alle nostre spalle. Giovani, bella coppia, solidi… mai visti litigare! Davvero sembrano fatti l’uno per l’altra.
Vediamo quanto dura… sospirava Martina, lamica di sempre di Vale. Per me, eh… Luca è uno senza spina dorsale, pure più vecchio di lei, ha trentacinque anni contro i suoi ventotto, la coccola così tanto perché, temo, ha paura che lo molli. Vabbè, almeno Vale è ambiziosa come la madre, e lui dovrà faticare per tenerla contenta. Oh, si è pure cercato un secondo lavoro, dicono, per portare a casa più soldi per la sua Valerietta. Un vero straccio, davvero.
Martina sorrideva, sembrava divertirsi a parlar male del marito dellamica.
Sei solo gelosa! le diceva Giulia, tutta dolce, amante della poesia e delle canzoni damore. Loro ormai sono una sola cosa, a volte lui fa un gesto per lei, altre volte lei per lui… Questo è vivere insieme, secondo me.
Ma che ne sai tu, Giuli?! Sempre con le tue poesie… La realtà è un’altra! Mica esiste tutto questo amore! Allinizio cè la passione, poi il solito tran tran, alla fine sei convinta di essere felice perché hai una casa tua e il minestrone pronto sul fuoco. Che stupidaggine! ribatteva Martina. Questa non è vita!
Giulia non rispose, si limitò ad allargare le spalle…
Saremmo dovuti tornare a casa in metro, ma a Vale proprio non andava.
Chiama un taxi, Luca! sbadigliando, si lamentava.
Dai, Vale, si fa prima in metro! ribattevo io, aiutandola a infilarsi il giubbotto.
Dai, per favore, sono stanchissima e mi fa male la schiena. Luca… Luca! continuò lei sottovoce. Forse…forse sono anche incinta. Per questo non mi sento bene. Abbi un po di compassione!
Mi fermai di colpo, la guardai con gli occhi sbarrati, le presi le mani e le baciai. Poi, col cuore in tumulto, corsi a cercare un taxi, spaventato ma anche felice allidea: niente meno, aspettavamo un figlio, il nostro primo.
In macchina sorridevo come uno scemo.
Chissà se sarà maschio o femmina? E magari due gemelli? E che si fa quando la moglie è incinta? Come ci si prende cura di lei? Cosa le serve, dove la porto?..
Ci pensai per tutto il tragitto, e quando arrivammo sotto casa, Vale improvvisamente disse che voleva una birra.
Vale, forse non dovresti… Non fa bene, credo! scossi la testa preoccupato.
A chi non fa bene? La birra? Ti sei rincitrullito? rise lei, si avvicinò al chiosco e se la comprò da sola.
Al bambino. Hai appena detto… provai a spiegare, indicando la sua pancia piatta, di cui sempre si vantava, tanto era bella.
Ma va, Luca, dai! rise squillante Valeria, il suo riso sembrava campanelli Davvero ci hai creduto? Sciocchino! Ma come faccio a sapere se sono incinta? Lho detto solo per vedere se ti saresti agitato. Dai, bevi, su, è bella fresca! mi porse la lattina, io rifiutai. Ti sei offeso? Dai, era una battuta venuta male, scusa!
Si avvicinò per baciarmi. Mi scostai. Vale si rabbuiò e si allontanò da sola lungo il marciapiede.
Mi dispiaceva che non ci sarebbe stato un bambino per ora, ma pensavo che ci sarebbe stato tempo. Mi autoconvincevo così e sentivo dentro, come una candela che si spegne… un caldo che allimprovviso se ne va.
Sei mesi dopo, la dottoressa disse a Vale che era incinta davvero.
È incinta. Otto settimane, disse la dottoressa Francesca, mentre si lavava le mani.
Ma dai, ma cosa dice?! sbottò Vale, dietro il paravento alle prese con le calze che non ne volevano sapere, la gonna che si arrotolava male, quella strana debolezza…
Nessuna invenzione, ecco lecografia e le analisi. Come si sente, signora Bianchi? chiese calmissima la dottoressa, sedendosi alla scrivania.
Non mi sento affatto, sospirò Valeria assorta. Ma… Si accomodò di fronte, si sistemò i capelli, lanciò unocchiata alla giovane infermiera, Anna, che rovistava nellarmadietto di vetro. Anna non le piaceva. Ma si può ancora… Insomma…
E guardò la dottoressa, con un accenno di colpa.
Anna tintinnò con i flaconi. Vale fece una smorfia.
Valeria, ma come? Sei sposata, dovè il problema? Anna si voltò e la fulminò con uno sguardo severo.
Che vi importa?! Non devo mica giustificarmi! Non è il momento, capite, io e Luca abbiamo altri progetti, non è ora di bambini. Allora, Francesca? Mi aiuta? Chiamo mia madre, ma preferirei di no. Ho diritto, no? Anche Vale sapeva esser tagliente, veniva da una famiglia con agganci, bastava poco che la madre risolvesse tutto. Ma voleva evitarlo, ora.
Sì, è suo diritto. Ma lui, suo marito, sa qualcosa? continuava Anna.
Ancora?! Che timporta!
Nessuna. Vuoi la richiesta? Anna iniziò a compilare i moduli.
Vale, pensaci unaltra settimana, poi ne parliamo. Cè tempo ma non tantissimo. Intanto fai questi esami, disse la dottoressa, porgendole i foglietti.
Vale li gettò nel cestino, poco distante. Aveva già deciso tutto da giorni, già da quando aveva intuito…
… Anna, non attaccare così le donne! la riprese la dottoressa Francesca più tardi. Hanno il diritto di scegliere.
Una crudeltà, uningiustizia! Pensa a Laura, che tenta da cinque, forse sette anni, e niente. Ho letto la sua cartella. E questa invece, questa qui può e non vuole, figuriamoci! Le si rovina la linea, un po di sacrificio e non ci pensa proprio… E il marito? Non saprà nulla, lo so! Magari lui sogna un figlio.
Sognano tutti i maschi, Anna, rispose Francesca mentre appuntiva la matita su un foglio con referti, poi però lasciano tutta la fatica alle mogli, o scappano… Meglio vantarsi con gli amici: Ne ho già tre, che uomo! E la moglie poi resta a casa a impazzire, magari rimpiangendo il giorno che si è sposata. Oppure, caso due: lo metti al mondo e lo lasci in orfanotrofio. A te niente di nuovo, vero, Anna? Meglio così?
Anna tenne la testa alta, guardò la dottoressa negli occhi. Ci aveva pensato, ma aveva scelto diversamente.
Io sono indipendente da tempo, Francesca, vivo e basta, non ci penso a mia madre. Decido cosa leggere, dove andare, posso volere tutto… E non lo faccio per fare dispetto a lei, semplicemente perché ne ho diritto. Mi ha dato la vita, io la vivo. Mai farei come lei, ma odio e collera non mi servono. È stato, è passato. Ora devo andare, Francesca, la visita è finita.
Anna raccolse le sue cose e uscì in fretta. Francesca rimase. Era stanca, disillusa, non si commuoveva più nemmeno coi neonati in reparto, le davano fastidio i padri agitati sotto le finestre, i mazzi di fiori. Per lei lospedale era una catena di montaggio, nientaltro. Tutti quei gesti, piccoli dolori, nascite, non le cambiavano più niente. Lei stessa, in gravidanza, era stata malissimo e mai avrebbe voluto ripetere. Anna era solo ancora inesperta, ingenua. Si brucerà cercando di aiutare le Valerie, finirà svuotata… Una perdita di tempo!..
Due giorni dopo, aspettando che Luca tornasse dal lavoro, Vale gli disse che sarebbe andata qualche giorno da Martina a Siena.
Dai, ti accompagno io, non vorrei che tu viaggiassi sola con la valigia… Non si sa mai, in treno! mi abbracciò Luca. Vale, sicura che stai bene? Sei silenziosa…
Tutto bene, davvero! Luca, friggi un po di patatine, va. Morirei per delle patatine… scivolò fuori dal suo abbraccio. E vado da sola, non preoccuparti. Martina viene a prendermi in auto. A proposito, Luca, la nostra macchina poi? Hai detto
Te lho detto, Giorgio voleva vendermi la sua, ma i soldi non ci sono. Abbi un po di pazienza, ci riusciremo!
Vale aveva già avuto parecchio. Una casa tutta sua, per esempio. Luca aveva pregato la nonna di trasferirsi dalla figlia, sua madre. Valeria non sopportava avere la suocera tra i piedi, voleva libertà. Luca glielaveva procurata.
…Oh, Luca mio, siete giovani, vivete bene! Che sia sempre così e la casa piena di bambini. Qui con tuo nonno abbiamo vissuto bene, ora tocca a voi! Nonna Carla lo benedì, raccolse le sue poche cose, diede un ultimo sguardo commosso allappartamento e andò via.
E appena Vale mise piede nel nuovo nido, spostò tutto, ordinò di buttare anche il vecchio buffet di noce con le vetrinette e le maniglie di ferro battuto.
Vale, teniamolo, tanto non abbiamo altro per ora, la supplicava Luca. La nonna ci teneva…
Allora puoi viverci con tua nonna! Perché dovrei tenerci le mie cose in questa roba vecchia? Luca, basta! Compriamo tutto nuovo, facciamo feste con gli amici. Dai, Luca, sii positivo! Bisogna vivere davvero! Si fece avanti, lo abbracciò, dimenticando buffet e vecchie tazze. Il modo di baciare di Luca le piaceva tanto…
Quando lui tornò da una trasferta di due giorni a Parma, il buffet era sparito, sostituito da un mobile moderno di truciolare, comprato con i soldi che Luca metteva da parte per le vacanze…
Vale aveva sempre buone ragioni per tutto, logiche, ragionevoli. E chiedeva solo ciò che spettava a una moglie. Una casa, una macchina per gite fuori città, padelle, vestiti, stivali, pellicce tutto per alleggerirle la vita.
La faccenda della pelliccia fu una vera tortura. Luca e Vale in negozio, lei ne provava una dopo laltra, ma i prezzi…
Luca, voglio questa. Guarda che bella! Non ti piace? fece il broncio.
Mi piace, ma costa troppo. Non mi pagano da due mesi, lo sai. Siamo venuti solo per vedere, risparmiamo e poi… Luca abbassò lo sguardo, mortificato.
Ah, certo! Tua madre e la zia Rosanna i soldi li trovano, tu il vestito nuovo te lo compri, e io devo gelare dinverno con gli stracci! sibilò lei a un orecchio.
Prenda, giovanotto! Non se ne pentirà. È un affare, guardi che pelo! Alla signora sta benissimo. Come si chiama? Valeria? Ecco, sembra fatta su misura! Ah, suo marito è troppo tirchio! si intromise il commesso, tutto occhiali e baffetti sottili. Una donna così va portata sul palmo della mano! Guardi anche questo mantello… perfetto!
Vale tutta lusingata, poi, vedendo la faccia cupa di Luca, sospirò, tolse la pelliccia e la diede al commesso.
Torneremo più avanti. Quando risparmiamo. spiegò. Dai, Luca, ho il bucato da fare…
Luca arrossì, si voltò, e a casa poi passò la sera a scusarsi. Lei lo ignorò tutto il tempo, seduta nella vecchia poltrona della nonna di lui, al telefono con la madre e le amiche, a raccontare quanto avrebbe patito il freddo quellinverno…
Ma Luca portò la pelliccia dopo una settimana. Amava sua moglie, avrebbe fatto di tutto, anche di più.
Ti hanno pagato? domandò lei, aggrottando le labbra.
No, ho chiesto un prestito. Ma fa lo stesso: ho visto quanto la desideravi. Provala, dai!
…Ed eccola lì, la pelliccia addosso, Vale che parte per Siena da Martina, a fatica liberatasi dalle premure di Luca, che addirittura voleva accompagnarla o almeno insistere sul taxi: non voleva lasciarla andare, così pallida, magari prende freddo!
Ma la smetti di soffocarmi?! sbottò Vale. Ho detto che vado da sola, punto. Ci sentiamo.
E se ne andò. Era paurosa, molto più di quanto lei stessa avrebbe ammesso. Non andava solo da Martina, ma in ospedale, dove lavrebbero liberata dal peso, così nessuna Francesca né Anna avrebbero saputo nulla. Meglio così.
Aveva paura del dolore, di cosa sarebbe venuto dopo, se Luca avesse scoperto tutto.
Lui ormai era quasi a trentasei anni, tempo di avere figli, e Vale… a ventotto, si sentiva ancora giovane per mettersi davvero “in famiglia”.
Valeria non aveva mai pensato a loro come a una vera famiglia. Convivevamo, ok, ci eravamo sposati, anche se non era così importante; potevamo benissimo restare semplici conviventi. Le pareva tutto come una lunga prova generale, qualcosa di provvisorio; il vero spettacolo doveva ancora venire, con qualcun altro, forse. Luca era solo unesercitazione, magari perfino lavrebbe lasciato, appena avesse incontrato luomo che il destino le avrebbe mandato.
Lho mai amato, Luca? In un certo senso sì. Fu il primo, mi piaceva la sua maniera di baciare, mi piaceva che facesse di tutto per me aveva paura che lo mollassi per uno più giovane. Mi piaceva che mi perdonasse sempre tutto.
I miei genitori sono sempre stati severi, specie mia madre. Niente sconti, sempre regole, ma diceva che era per il mio bene.
Forse ha ragione, ammettevo sorseggiando un liquore nella cucina di Martina. Grazie a lei, alla fine sono scappata di casa da Luca. Lui, Martina, è fedele davvero. Allinizio come ora. Se gli chiedi un ananas a gennaio, te lo trova, come la pelliccia. Sindebita, lavora la notte, occhi sempre rossi, è pure fastidioso. Ma è cavalleria, no? concludevo. Solo questo bambino…proprio fuori tempo!
E non hai detto niente a tuo marito? E se poi fai fatica a riprenderti, sai, non tutte si risollevano in fretta… Che farai allora? Martina fumava una sigaretta dietro laltra da un po, specie la sera. Ne accese una anche ora poco importava se Vale era “in attesa”, tanto ormai era deciso.
Ma dai, mica siamo nel Medioevo! Non andiamo dalla mammana, sono dottori! feci spallucce, con finta indifferenza. Tranquilla, se serve, dirò che mi sono influenzata.
…Andata e ritorno. Vale tornò a casa dopo due giorni in ospedale, meglio dire che firmò per uscirne, aveva la febbre, le gambe molli, il viso acceso.
Un virus, Luca, anche Martina si è ammalata, gli sorrise fiaccamente, mentre lui la aspettava alla stazione. Prendiamo un taxi, non ce la faccio a prendere la metro.
Luca non disse niente, prese la valigia, le andò avanti.
Luca, è scivoloso, tienimi pure sotto braccio, lo chiamò sottovoce, sistemando il colletto candido della pelliccia. Suo marito non era mai stato così annientato.
Tornò indietro, la prese per il braccio con poca delicatezza, la trascinò verso i taxi.
Il tassista rideva delle proprie battute, loro due seduti dietro, silenziosi.
Cosè successo davvero? Vale si chiedeva, disperatamente cercando una risposta negli occhi di Luca, ma lui era freddo, sembrava assorto in pensieri suoi e le chiedeva di non distrarlo…
Parlò proprio a casa, durante un pasto frettoloso al volo, dei panini improvvisati da Luca. Cosa strana, lui sapeva cucinare bene; stavolta, solo panini.
Vale si strozzò quasi quando Luca le disse che avevano telefonato dal consultorio, volevano sapere quando si sarebbe presentata per la gravidanza.
Guarda che premurosi! rispose Vale con unalzata di spalle. Beh, cose che capitano, sai? Mia madre, prima di me, ha interrotto almeno cinque volte, quando serviva. E niente di che! Che ha chiamato, chi era? Scommetto quella infermiera, una vipera! Lho capito subito che era una peste. E tu che le hai detto?
Ho detto che non sapevo niente, freddo lui. Si alzò, si versò altro tè, Vale tese la sua tazza ma fu ignorata. Ed è vero: non sapevo. Perché, Vale? Perché? E Martina ha chiamato poco fa, ha chiesto come stessi, mi ha riferito che tu dopo… insomma… anche lei non trovava le parole…
Mi ricordai la telefonata.
«Luca? Scusami se disturbo. Ho dimenticato da quale treno scende Vale… Non lhai ancora vista? Occupati di lei, che esce adesso dallospedale, però è andata bene la procedura, ma meglio se la segui. Vedrai, avrete altri figli, più avanti! bisbigliava Martina Se hai bisogno di parlare, chiama!»
Vale sospirò. In quella casa damica che invece era una traditrice, in fondo invidiava la felicità di Vale aveva immaginato mille volte questa scena. Ma finiva sempre bene, Luca la perdonava e tornava a pendere dalle sue labbra. Doveva solo ricordare bene cosa dire…
Ma dai, Luca, non farne un dramma! Era solo il momento sbagliato, tu eri preso dal lavoro, problemi dappertutto… Che ci stavo a fare io con una gravidanza? Ho fatto bene, ho risolto tutto da sola! Poi avremo un figlio, quando deciderò io. Luca, mi sei mancato, lì in ospedale tutte tristi e sciupate, avevo paura di diventare come loro. E puzza di medicina… Lo odio. Te invece ti amo, e adesso ti stringo forte, dai…
Si avvicinò per abbracciarlo, ma Luca si scostò, si alzò e si mise alla finestra.
Incidente, eh? Bella parola, Vale! Quando deciderai?! Il tempo è solo il tuo! Ma io voglio adesso, non te ne importa? Non meritavo nemmeno di sapere cosa hai deciso da sola, Vale? Sono tuo marito, forse non sono il peggiore, e invece mi tratti come… come servitù, come se i fatti tuoi non dovessero riguardarmi. Ho sempre detto che volevo figli, sono stanco della giovinezza e delle feste, io voglio una famiglia e… Luca si rabbuiò, scostò la tenda e fissò il cortile.
Io invece sto bene così! Vale batteva il pugno sul tavolo. Che scenate ridicole! Sì, ho fatto come volevo, come mia madre, ho deciso io, non mi pento. E tu… Luca, anche se volessi litigare, non ci riesci. Bastasse che schiocco le dita, tu corri a eseguire ogni mio desiderio. E non mi molli, perché sei scemo abbastanza da credere nellamore. E lamore, si sa, perdona tutto. E tu perdonerai, e tornerai a baciarmi le mani, perché nessunaltra guarda uno come te, pelato, ingrassato, con due spicci in tasca, capito?
Urlava, senza curarsi che i muri della casa fossero sottili.
Luca strinse i pugni: era sul punto di alzare le mani. Invece… no. Uscì, sbattendo la porta. Uno straccio, davvero.
Vissero ancora insieme altri tre mesi, Luca sempre più assente, tornava tardi e alticcio, si piazzava sul letto mentre lei già dormiva, accendeva la tv a volume insopportabile.
Sei impazzito?! Basta! urlava lei, ricevendo solo uno sguardo di profondo disprezzo.
Luca avrebbe perdonato tutto, le bizze, la sfacciataggine, a volte la durezza nei suoi confronti. Anche il pianto della nonna, quando venne una volta in visita e non riconobbe più nulla nella sua vecchia casa; Vale buttò via anche i quadri a olio presi ai pittori del parco, sostituiti con astratti regalati dal marito di Giulia, che lavorava in una galleria da quattro lire.
Ma queste erano sciocchezze, irrilevanti. Si può passarci sopra, se cè lamore…
Solo il tradimento era oltre. Oltre cera il vuoto…
Che Valeria avesse deciso tutto da sola, anche per lui e per quel piccolo in arrivo, per Luca era stato un tradimento, punto.
In aprile fu Luca a chiedere il divorzio, e invitò Vale a lasciare casa.
Ma sei serio? Solo per quella storia tra noi?! cercava di aggrapparsi Vale. Passerà! Se vuoi rimedio, vuoi un figlio? Lo faccio adesso! Luca, dove vado? Da mia madre? Mi rovinerebbe, mi ha detto che saresti stato per me solo una perdita di tempo…
Lascia stare, Vale! Niente di che, ci separiamo, tutto qui. Solo non voglio più vederti. Mi hai tradito, basta. E vai via in fretta, ti prego. Non mi importa di tua madre, delle amiche, dei colleghi, non importa chi hai convinto che sono uno zerbino. Basta! E la voce si alzò, vado in trasferta, voglio tornare a casa e non trovarti più. Vai via finché riesco a controllarmi, Vale!
Aveva stretto i pugni tanto da ferirsi. Valeria impaurita corse a far la valigia.
Luca, una volta sola, la insultò come mai aveva fatto. Di lei poi più nessuno parlò. Si diceva fosse andata via da Milano, litigando anche con la madre.
A Luca non importava. Sentiva solo il peso del tradimento.
Martina chiamò allimprovviso, voleva vedersi.
Sono impegnato, non posso, tagliò corto Luca. Voleva già chiudere, ma Martina fu decisa.
Vengo io, oppure un caffè. Dobbiamo parlare, insistette.
…Ci incontrammo in un sushi bar vicino al mio ufficio.
Tu davvero mangi queste cose? Martina indicò le foto dei sushi. Io mai assaggiato. Mi fanno paura.
Al sodo, per favore, ho da fare, sbottai.
Va bene. Vale è incinta. Lha scoperto dopo il divorzio. Ed è in ospedale, le cose non vanno bene. Luca, dovresti andare, forse… So che sei ferito, ma è anche tuo figlio. Lo desideravi così tanto Potresti almeno pensarci? I medici dicono di portare serenità, ma lei non si riprende, con me è fredda. Luca, ti prego…
Scusa, Martina. Ma ormai io e la tua Vale non centriamo più nulla. Non sono più affari miei. E poi… chi mi dice che il bambino sia mio, magari ha anche altre storie normali in ballo. E poi… non sopporto ospedali, né bambini malati. Tania se lè voluta. Ora si arrangia. Devo andare.
Mi alzai, lasciai i soldi sul tavolo. Perché complicarsi la vita ora? Se Vale era in ospedale, qualcosa non andava e il bambino sarebbe stato malato. Non faceva per me, ora che avevo una nuova ragazza pronta a darmi figli sani, forti…
Ha sbagliato allora, ora sta capendo tutto! Lhai chiamato tradimento, giusto? Sì. È stata una carognata. Ma ora Vale ha bisogno di te. E tu ora la tradisci. Ma non lei, il tuo bambino! Sdegnata, Martina gettò i miei soldi sul tavolino, pagò il suo caffè da sola. Forse la aiuti davvero lasciandola. Sei solo un asino ostinato, Luca, non un uomo innamorato. E comunque il figlio è anche il tuo, non lo puoi cancellare.
Strinsi i denti, respirai forte, volevo ribattere ma Martina se ne andò.
…Vale diede alla luce una bambina, fragile, in anticipo, tutta rossa e senza capelli, ma bellissima. Quello sguardo tra loro due, appena viste, Vale non lo avrebbe mai dimenticato. La chiamò Ginevra. Sul certificato non mise il nome di Luca.
Si dice che lui abbia sposato Anna, linfermiera del consultorio, tosta e decisa. Vivono insieme come due soldati in caserma. Che vadano avanti! Vale ce la farà da sola, per la sua bimba.
Vale è cambiata. O si è rotta, o è adulta ora. In quella stanza dospedale, ogni giorno sentiva le altre donne raccontare le loro storie, le guardava tutte pettinarsi in attesa dei mariti. Si arrabbiava, piangeva. Poi, stringendo i denti, cercava ancora di credere che sarebbe andato tutto bene…
Ti voglio bene, Ginevra, tantissimo, lo sai? Sei la mia stella, sussurra cullando la sua bambina.
Hanno tutta la vita davanti, e che sia luminosa e serena come il sorriso di Ginevra. Gli errori restino nel passato, da perdonare, così è più facileCol tempo imparò a trovare un nuovo equilibrio, tra notti insonni e giorni pieni di piccole conquiste: il primo sorriso sdentato di Ginevra, le sue manine che si aggrappavano forte al dito, gli sguardi curiosi quando le cantava la ninna nanna stonata. I ricordi di Luca, della loro casa, di tutto quello che era stato messo da parte per amore e poi per paura, sfumavano piano, come una vecchia fotografia scolorita dal sole. Ogni tanto Vale sentiva la voglia di chiamarlo, raccontargli comera brava la loro bambina, quanto fosse simile a lui nel modo di aggrottare le sopracciglia, ma si tratteneva. Cerano cose che, semplicemente, non erano più sue da condividere.
La primavera successiva, mentre spingeva la carrozzina nel parco, le venne incontro Giulia, con un mazzo di fiori e una poesia nel cassetto della borsa. Si sedettero su una panchina, parlarono a lungo senza puntare il dito, e alla fine si misero a ridere come non succedeva da anni. Passarono così molti pomeriggi, tra amiche vere, caffè e domande senza risposte. Fu strano scoprire che la solitudine, a volte, poteva aprire finestre, non solo chiudere porte.
Un giorno, Valeria trovò forza per scrivere una lettera a sua madre. Poche parole, sincere come il saluto di una bambina: «Sto imparando ogni giorno, anche dai miei errori. Ginevra mi insegna come si cresce, io provo a insegnarle a sorridere. Non sempre ci riesco, ma ci provo. Perdonami se non sono stata la figlia che volevi. O forse lo sono, solo diversa.»
Non ci fu mai una risposta. Ma Vale capì che a volte basta avere il coraggio di raccontarsi, senza più paura della verità. E così, ogni sera, davanti alla finestra, osservava le luci che si accendevano una dopo laltra nelle case intorno. Non invidiava più nessuno, non rimpiangeva nessuno. Teneva stretta la sua bambina e ascoltava battere il cuore della nuova vita.
Forse lamore non perdona tutto, ma la forza di ricominciare sì. E mentre Ginevra rideva, Vale sentiva che il futuro era già arrivato, tutto da scrivere, tutto loro.







