La felicità di mia figlia
Sposare la mia Giulietta fu unimpresa memorabile. Era davvero giunta lora! Le sue ore non soltanto battevano, ma correvano vorticosamente, piegandosi come numeri scritti e sbavando come il respiro preoccupato di sua madre, Maria.
Giulietta, capisci che desidero dei nipoti? Voglio che la casa sia allegra, che si crei la coda davanti al bagno, che i fornelli siano tutti occupati: tu che prepari la pappa ai bambini, la frittata al marito, e io che filtro il caffè In questo sta il senso della vita! filosofeggiava Maria, togliendosi gli occhiali e fissando la figlia con sguardo accorato.
Mamma! Cosa vuoi che faccia, che sposi il primo che incontro solo perché vuoi la fila al bagno? Non ho tempo per queste assurdità. Dove dovrei incontrare qualcuno? Sono al lavoro fino alle sette, giro come una trottola. In autobus non parlo con nessuno, al cinema o fuori non ci vado mai. Dai, smettila di fissarmi così! Piuttosto trova qualcosa da fare! sbottava Giulietta, spostando le tazze sul tavolo, sistemando i pezzetti di pecorino ormai asciutti e tastando la teiera, ormai fredda.
Non potevano, almeno una volta, far colazione in pace, come due adulte, senza i sospiri della mamma e le difese inutili di Giulietta che non interessavano nessuno? No, mai.
Strisciò in cucina anche il nonno di Giulietta, Giuseppe, che Maria, da poco rimasta vedova, aveva portato dalla campagna a Firenze per stargli vicino.
Il nonno era silenzioso, sospirava spesso, beveva lentamente il suo tè davanti alla finestra aperta e di notte camminava nella sua stanza.
È dura adattarmi qui, figlia mia. Non ci riesco! Portami indietro! brontolava, ma Maria non cedeva.
Qui ti tengo docchio, papà, a Pontassieve non posso venire tutti i giorni e se accadesse qualcosa? Basta liti, stai qui. E niente sigarette, te lhanno detto i dottori! Ora devo scappare al lavoro.
E così era. Lui restava alla finestra, sospirando e accigliandosi
Maria viveva senza marito, da anni, senza nessuno da badare se non a Giulietta e al padre.
Giulietta aveva provato un paio di volte a trasferirsi per conto suo, ma non ce la faceva mai: Maria iniziava ad avere strani malanni, succedeva qualche intoppo e la figlia doveva tornare.
Per fortuna, lex marito aveva lasciato a Maria il trilocale in centro con una certa eleganza, andando via con una sola valigia e lasciando tutto il resto a loro.
Quando Maria capì che non poteva contare su Giulietta per le questioni di famiglia e che la figlia sembrava totalmente disinteressata a figli e quiete domestica, prese liniziativa.
Papà, ma cosa ci sarebbe di male? Esistono ancora le mediatrici matrimoniali, no? Ci vado e mi incontrano un uomo, il resto viene da sé!
Giuseppe, seduto sullo sgabello, stava risolvendo un cruciverba. Fece cadere la matita, sospirò, si chinò sotto il tavolo, indagò tra le frange della tovaglia e poi guardò la figlia:
Maria, sembri più preoccupata per il bestiame che per Giulietta! Ma quali combinazioni, quali accordi?! Lasciala in pace, te ne prego! Oppure andiamo a tirar su le patate in campagna dal vicino: ti garantisco che dopo non avrai più voglia di pensare alle mediatrici. Vieni?
Papà! Giulietta è tua unica nipote. Non ti importa nulla di come vivrà? Nulla?! Maria quasi strillava e tossì per lagitazione; Giuseppe le porse dellacqua.
Maria la bevve dun fiato e poi tornò a insistere:
Così i Costa finiranno proprio con noi? Fra dieci anni Giulietta avrà quarantanni…
E allora? Guarda i Galli: già hanno i nipoti a scuola, e i Sarti Ricordi i Sarti? Lucia e Piero? agitò la mano, desolata. Il figlio maggiore sè appena sposato, aspettano un bambino. Tutti vanno avanti, solo noi mai niente. Perfino al forno mi vergogno, la commessa mi chiede sempre, e io… Bah! Solo domande che non portano a niente.
Digli che non sono affari loro! tagliò corto Giuseppe. Quella gente che si intromette nella vita degli altri Fai bene a non comprare più il pane da lei!
Si allontanò dalla tavola e Maria gli mise davanti i suoi cornetti preferiti.
Dai, papà! Hai ragione, però dobbiamo muoverci, non cè tempo da perdere! Maria addentò il cornetto e intanto meditava: dove trovare una mediatrice allaltezza?
Fu la cuoca Gina della mensa aziendale, dove Maria lavorava in amministrazione, a consigliarle la signora Rina Celletti.
Maria, devi andare dalla Rina, solo a lei! insisteva Gina.
È affidabile almeno? chiese Maria, mordendosi gli occhiali.
Maria si fidava solo dei professionisti: dentisti solo professori, insegnanti solo diplomati in conservatorio; infatti la maestra di pianoforte di Giulietta era in realtà la vicina, ex insegnante di musica alle elementari, ma diceva daver studiato a Firenze (sebbene il diploma fosse sparito). Anche lidraulico serviva laureato
Dunque, pure la mediatrice doveva essere di livello!
Lei è una che se ne intende! In più ha lavorato in commissioni mediche, quindi sui problemi di salute ti sa dire.
Benissimo il discorso sulla salute. Non voglio rifilano a Giulietta qualche malato cronico! annotò Maria, prese lindirizzo della Rina e, finito il pranzo, corse in ufficio.
E il dessert, signora Maria! la rincorse la cameriera, Manuela, scivolando quasi sulla moquette.
Lascia stare, Manuela! Non cè tempo per i dolci, devo pensare a ben altro!
La signora Rina Celletti accolse Maria con uno sguardo furbo e vagamente alticcio, o forse era solo una sua impressione.
Mi chiamo Maria Costantini, avevamo appuntamento, ricorda? si presentò nellanticamera.
E come no! Voi cavete la merce, io il compratore, squadrò Maria, si compose il colletto del vestito a fiori, si sistemò i capelli con una forcina.
Sì, ma dove stanno i dossier da visionare? incalzò Maria.
Si aspettava armadi di schede, foto di uomini di ogni genere, con curriculum e referti Invece la stanza era normalissima: tavolo tondo, tovaglia di velluto, credenza con porcellane, libreria, pianoforte con sopra i busti di marmo uno proprio come quello che Giulietta aveva rotto da bambina. Mozart, forse.
Allora, dove? chiese Maria, mentre la Rina la scrutava come una sarta.
Si sieda! Ecco qui. Procediamo! la guidò la mediatrice.
Iniziò a farle mille domande su Giulietta: studi, aspetto, cosa portava (fino alle calze!), dove lavorava, se aveva una casa in campagna, amava leggere o la musica.
Giulietta suonava il piano, ogni tanto andava al teatro Verdi. Ma il piano non lo abbiamo più, lo abbiamo venduto
Venduto? Completamente? Ma siete poveri? la mediatrice si accigliò.
No, solo che col divorzio, per dare il dovuto allex marito, abbiamo venduto qualcosa. Giulietta sa ancora suonare, però! E nella vostra anagrafe ci sono appassionati di musica? Che bello!
Mh, ma sua figlia è interessata?
A cosa? sussultò Maria.
Al matrimonio, ovviamente! Perché io presento solo uomini seri. Non lavoro per niente! si animò la mediatrice. Oggi le ragazze non vogliono più famiglie! Corrono, lavorano, abitano sole e alla sera si disperano nella loro stanza. Domani si ricomincia, e guai parlare di felicità normale! Sarà mai bello vivere con la madre fino alla fine dei suoi giorni? E le madri, sono loro la rovina! esclamò la Rina, accennando un singhiozzo e premendo un fazzolettino sugli occhi.
Maria rimase interdetta, impallidì.
Ma se sono i maschi che si proteggono ormai! E Giulietta è dolce, brava, seria, una bravissima donna e ama i bambini! Solo che forse ha paura, come me Non abbiamo avuto un matrimonio felice.
Già, avete venduto il pianoforte, annuì la Rina, sempre commossa. Che follia.
Non pensate male, ci siamo lasciati senza drammi, ma Giulietta Lei teme che vada come me, che il marito la lasci, soffra. Ho sofferto tanto, sa…
Prenda una salvietta. Non pianga, le tese il fazzoletto la mediatrice, mentre anche lei si asciugava il naso e poi, quasi per auto-incitarsi, batté la mano sul tavolo. Non permetteremo che il nostro sangue finisca qui! Bisogna dare anche noi a nostra figlia la felicità, i nipoti, sì?
Sì Maria sentì il bisogno di una tazza di tè caldo sulle spalle.
Allora, avanti! la mediatrice iniziò a passeggiare nervosa per la stanza. E lei, signora Maria? E lei?
Io? Non c’entro. La questione è Giulietta
Capito. Va bene. Qui cè un candidato, guardi posò una foto in bianco e nero. Marco. Un dirigente importante, persona distinta, cucina una marmellata! Lo vuole assaggiare?
Cosa?
La marmellata! Forse ne ho ancora.
Poco dopo, già ridevano insieme davanti a una tazza di tè e cucchiaini di marmellata, la Rina cantò una canzone popolare sulla mamma che bagna i piedi del bambino nel fiume, sul gatto al sole, sulla boscaglia e sullarrivo di uno sposo.
Maria si commosse, prendendo un altro fazzoletto.
Lei è una brava donna, signora Rina. Ce la faremo, secondo lei?
La mediatrice annuì.
Vi sto dicendo che con questi numeri non ci riusciamo! ribatteva Giulietta al suo capoufficio, guardandolo dritto negli occhi. La catena non regge, così metterete tutti sotto pressione. Se aumentate i numeri
Questo significa che vanno raggiunti e basta! rispose duro lui, alzandosi. Punto e basta.
E io le dico che a fine mese riceverà centinaia di dimissioni, compresa la mia! Giulietta si drizzò, voltò sui tacchi e uscì.
Aveva mille cose da fare, la madre voleva i pasticcini, i suoi scarponi erano dal calzolaio, il nonno le aveva chiesto i farmaci. Dovera la ricetta?
Frugò nella borsa, trovò il foglietto, tirò un sospiro. Se lo perdesse, il nonno avrebbe fatto una tragedia.
Dove scappa così di corsa, Giulietta Costa? apparve il capo allingresso. Ma che aveva sempre da dire?
Mi sono già segnata, Marco Neri. Devo passare in farmacia! affrettò il passo; il portinaio le augurò buona giornata.
Domani alle dieci nel mio ufficio! Riunione! lei lo sentì gridare dietro, ma salutò con la mano.
Ovunque code assurde: farmacia, autobus, anche alla pasticceria costosa, ma la madre voleva proprio quei pasticcini di crema e frutti di bosco!
Oh, buongiorno di nuovo! Giulietta trasalì, si voltò.
Lei?! Ma non dovreste essere ancora in ufficio, Marco?
Ho chiesto due ore. Devo aiutare una conoscente di mia madre con la televisione, sono tecnico per formazione Vabbè. Oh! Lasci almeno a me quegli ultimi pasticcini. Mi servono! gridò lui verso la commessa, ma aveva appena impacchettato per Giulietta.
Mi dispiace, la signorina ha già pagato, la commessa strinse le spalle. Prenda questi con i mirtilli.
Marco sospirò. Giulietta la precedeva sempre, una vera sfida.
Troppi dolci fanno male! E doveva andare in farmacia lei! Marco le aprì la porta. Forse sta andando in visita?
Non sono affari suoi. Permetta e vada per la sua strada. Arrivederci!
Si allontanò decisa, e Marco svoltò in un vicolo. Almeno, non dovevano più sopportarsi
Maria tentava da ore di convincere il padre a cambiarsi i pantaloni sformati con qualcosa di più decente, indossare una bella camicia, magari anche una cravatta.
Perché, Mari? Sto bene così! sbuffava lui, risolvendo il cruciverba.
Papà, ti prego! Dobbiamo fare una buona impressione
Non devo impressionare nessuno. E lascia stare quei pantaloni! Li metterai nella bara, fino ad allora pendono lì.
Non dire sciocchezze! Verrà un ospite a cena, vorrei
Se vuoi Tu stai benissimo, Maria, sei anche dimagrita! Ma dove sono i nostri scacchi? Il tuo ospite gioca?
Che ne so io! Chi risponde a queste cose! Papà!
Ma Giuseppe era già in dispensa, a rovistare tra le pentole, ridendo quando trovò gli scacchi: Eccoli! Maria, vieni a giocare!
Ma la figlia era già presa dai preparativi in cucina.
Giulietta, per fortuna, non era in ritardo. Entrò, chiamò il nonno, consegnò le medicine e si appoggiò, esausta, sulla sedia vicino alla scarpiera.
Stanca, libellula? chiese Giuseppe. Maria! Giulietta ha portato i pasticcini che ami! Ah, quella madre tua mi ha fatto impazzire: vestirmi come per il veglione! Neanche le sardine mi lascia aprire, dice che puzzano. Ma chi stiamo aspettando, eh?
Giulietta fece spallucce.
Qualche amica della mamma, credo. Non agitarti, nonno, dai! Giulietta abbracciò il nonno, sedettero, pronti per una partita.
Ma ecco Maria correre dalla cucina:
Giulietta! Non ce la faccio con tutto! Affetta il salame, sii carina! Sei pallida. E smetti di morderti le unghie! Giulietta!
Ma dai! Hai messo in agitazione tutti, come sempre! Almeno, chi aspetti? batté il pugno Giuseppe.
Non importa, vengono, faremo due chiacchiere. Giulietta, vieni ad aiutare!
Le donne sparirono in cucina, Giuseppe sospirò. E adesso che ha architettato Maria? Chi glielo fa fare? Forse non è male che il padre si sia trasferito: almeno aiuta un po.
Fu Giuseppe ad aprire la porta.
Si lisciò i capelli radi, allargò le spalle, tossicchiò e spalancò la porta, provando a far finta del suo meglio.
Benvenuto nella nostra casa! fece un breve inchino, guardando luomo arrivato con una scatola. Sono Giuseppe, il padre di Maria. E lei chi è?
Si sentirono passi e risa, la porta della cucina si aprì.
Maria spalancò le braccia a mo di benvenuto.
Benvenuto! Sono Maria. Questa è Giulietta, mia figlia. Giulietta, prendi la scatola, su, che figura! Grazie per il bel pensiero! Ora mettiamo tutto in tavola, tutti affamati! Giulietta, cosa fai?
Buonasera, Giulietta Costa, rise Marco.
Lei accennò un cenno e si voltò.
Vi conoscete, forse? balbettò Maria.
E come no! Lavoriamo insieme. A quanto pare, la tv non è rotta, vero? Marco appoggiò i dolci al tavolo, fece cadere la saliera.
Giuseppe sospirò: la saliera, segno di discussioni.
Lavorate? Giulietta è il vostro capo? mugolò Maria. Ma la tv insomma, qualche problema lo fa!
Vediamo allora! Se mia madre non mi avesse costretto ad aiutare una sua amica, cioè lei, Maria, mai sarei venuto! Marco non sapeva nemmeno perché era così nervoso. Infastidito da sé stesso, ebbe quasi pietà del vecchio e timore nello sguardo di Giulietta.
Ma insomma, solo una coincidenza! Giulietta Costa non centra proprio nulla… o sì?
Dovè la tv? Non voglio mangiare! Marco si fece ancor più scuro.
Dal nonno in camera sussurrò Giulietta. Marco, non è quello che pensate! Se ne fossi stata a conoscenza, mai avrei permesso a mamma di contattarvi!
Certo! Non so fare nulla, nemmeno sistemare una tv! sibilò lui e seguì Giuseppe.
Giulietta, resta qui in cucina. Noi pensiamo alla tv disse deciso Giuseppe.
Marco trafficava con la tv, Giuseppe lo aiutava passando utensili, Marco allentava viti e sospirava.
Oh, qui serve proprio passarci laspirapolvere! sbottò, cercando nella scatola.
Subito. Magari sistemando questa cosa, in questa casa tornerà un po di pace pensò Giuseppe.
Trascinò laspirapolvere dalla dispensa.
Maria, nel frattempo, si alzò di scatto e prese in mano il telefono.
Pronto, signora Rina? Buonasera! Li avete combinati bene, vero? Lavorano insieme e ora litigano! Il vostro candidato è scortese e neppure attraente Come sarebbe, è vostro figlio?! Voi mi avete raggirata? Benissimo! Non venite, peggio sarebbe… Maria sbatté la cornetta.
Sua figlia la guardava, triste.
Mamma, non voglio sposarmi, non voglio che finisca come te e papà. Vi siete lasciati e hanno venduto pure il mio strumento. Non mi avete mai spiegato.
Maria avrebbe ribattuto, ma Giulietta scosse la testa.
Ormai è tutto chiaro. Sono cresciuta, capisco. Papà ha una nuova moglie. Tu hai me. Hai tirato il carretto da sola. Vuoi farmi felice, ma io non chiedo quella felicità, capisci?
Maria cercò le parole, ma Giulietta si rifugiò in soggiorno, si mise a tavola, ci meditò insieme al salame e allinsalata.
Maria sedette di fronte, di sbieco.
Entrò la nuova ospite, Giulietta aprì la porta.
Ah, sei Giulietta? Cosè che rimproveri al mio ragazzo? Un uomo così gentile lo sogni! Sei tu quella che gli rende la vita difficile al lavoro? Ah, ecco! Il mondo è piccolo!
Giuseppe ascoltava dietro la porta. Troppo sale rovesciato, le discussioni erano ormai sicure.
Il mio Marco non dorme, non mangia, è dimagrito! Lavete portato allesaurimento nervoso! Se solo avessi saputo che eri tu, non lo avrei mai lasciato nelle vostre mani!
Ma che significa? Lei è la mediatrice, quello è il suo mestiere! O mi ha portato proprio suo figlio per finta? Dove sono gli altri candidati? incalzò Maria.
Non ce ne sono altri! Non sono mediatrice! si accalorò Rina. Mi hanno detto che cercava marito per la figlia, io ho pensato a Marco, e
E chi glielha detto?
Gina, la cuoca in mensa!
Gina, certo
Continuarono ad accusarsi, ma ormai la faccenda era chiara. Gina aveva combinato tutto e lo sapevano bene. Maria incolpava la Rina, e viceversa. Come gatte, graffiavano.
Intanto, Giulietta sentì tirare per la manica.
Facciamo due passi? le sussurrò Marco, Giuseppe li sorveglierà. Mamma, ci leviamo di mezzo
Maria e Rina guardavano i loro figli fuori parlare in cortile e sospiravano insieme, non si sa se di sollievo o dansia.
Allora, mangiamo o no oggi? Non mi sarò vestito così per nulla, brontolò Giuseppe, servendosi la carne fredda. Avete messo in giro tutte queste storie, quando bastava una bella coincidenza. Ora quello mi licenzia Giulietta, vedrai!
Non la licenzierà. Speriamo Noi volevamo solo il meglio…
Ma quella storia del pianoforte? chiese Marco della passeggiata. Giulietta, perché sei così sulle tue? È quasi divertente, sai! Le nostre madri che ci combinano
Scusi? Giulietta si fermò di netto.
Non lo capisci? Mia madre da cinque anni mi piazza dappertutto: vado a sistemare cose, ogni volta spunta una figlia, una nipote Una volta anche una vedova senior! Lei fa finta di niente e io le rispondo a tono, ma
Allora perché ci vai? Non trovi moglie?
Ci vado per sistemare le tv. Non cerco moglie.
Bohémien? Convinto scapolo? rise Giulietta.
Lho già trovata, due anni fa.
E non ti sposi? Ah, magari ti stanno bene le relazioni libere allora?
No, io voglio una famiglia. Ma mica si può portarci una donna allaltare per forza. E lei ormai, quella, mi odia. Non cè niente da fare.
Si allontanò marciando e Giulietta dovette accelerare.
Marco! Aspetti! Non riesco a starti dietro la sua voce improvvisamente divenne timida, bambina.
Marco si fermò.
Dai cespugli sbucò un bulldog tarchiato e muscoloso. Inarcò la schiena e li fissò, brontolando piano.
Ho paura dei cani, sussurrò Giulietta.
Anchio, fece Marco, fischiò, il cane inclinò la testa. Vedi, ci teme pure lei. Su, vai via Giulietta non è in sé, la madre la vuole maritata… Torna dal tuo padrone.
Il cane sospirò e sparì nel verde.
Giulietta scattò a fianco di Marco.
Grazie mormorò, guardandosi attorno.
Prego! Ho compiuto uneroica impresa per te. Ora puoi sposarmi, scherzò Marco, estraendo due caramelle dal taschino.
Giulietta si fece rossa. Basterebbe davvero così poco?
Al loro ritorno, i grandi erano a tavola. Giuseppe raccontava aneddoti, le donne ridevano. E tra pasticcini alla crema e frutti di bosco splendeva la pace.
Giulietta, vuoi un po di pollo? chiese Maria.
Marco, resta con noi. Scusami! sussurrò la madre delluomo.
Basta perdere tempo! A tavola, che qui si decide tutto! si fece grintoso Giuseppe, rimboccando le maniche. Uninquadratura da vere presentazioni. Anche lui doveva essere allaltezza!
Marco e Giulietta, dopo sei mesi, si sono sposati. Hanno smesso di litigare in ufficio, ora a casa si stuzzicano solo per scherzo; in estate fanno la marmellata, in inverno in montagna.
Maria e la signora Rina sono diventate amiche, vanno insieme a teatro o ai musei, a volte portano Giuseppe che delizia le signore con il gelato sul lungarno. Ogni tanto le donne parlano di nipoti, il nonno le riporta allordine: calma!
Quanto a Gina, si dichiara la vera artefice di tutta la felicità generale. Chi, se non lei, ha messo tutto in moto? E pure il bulldog era suo: era scappato, e Gina lha trovato solo dopo tre giorni.
E dite che una cuoca non può essere un Cupido? Nessuno le dice grazie. Eh, fate del bene a questo mondoE mentre in certe sere di primavera la famiglia intera passeggia tra bottiglie di marmellata e risate, capita che qualcuno apra la finestra sul cortile e, da quella vera confusione di pentole e ricordi, si intraveda Giulietta suonare qualche nota su una vecchia tastiera presa al mercatino, con Marco che la accompagna stonato, ma felice battendo il ritmo con un cucchiaio di legno.
Qualcosa del loro passato ritorna, come una canzone di bambini stonata ma tenace: la paura di sbagliare, la speranza insicura, e un timido coraggio che anima il piccolo salotto ogni volta che il nonno mugugna che qui si fa troppo rumore, però almeno si vive.
Nelle domeniche di pioggia, la signora Maria prepara il caffè e, senza farsene accorgere, si ferma davanti allo specchio: ora la casa è piena, anche di silenzi nuovi, di tazze sparecchiate di fretta, dellodore dolce che solo le coincidenze vere sanno lasciare.
Perché la felicità di sua figlia, al fondo, non era una ricetta né unoperazione matematica né una coda di bambini fuori dal bagno ma la scoperta che si può essere contenti anche solo per un attimo, tutti insieme, senza sapere quanto durerà.
E allora, finalmente, non importa più nemmeno chi abbia sistemato la televisione, chi abbia portato il bulldog o rovesciato il sale: importa che tra i pasticcini e i guizzi di vita, ogni tanto una risata si insinua, una mano si stringe alla tua, e ti viene voglia di credere che, forse, il destino si può invitare anche a cena.
E così, a modo loro, tutti imparano che la vera felicità è fare largo agli imprevisti, dove cè posto per lamore, il perdono, e perfino per chi cucina troppo dolce.





