Ti scelgo come mamma

Ti scelgo come mamma

Buongiorno, è lei che va verso Rimini? Una donna accostò la macchina alla fermata nei pressi di Parma.

Sì… Valentina alzò le sopracciglia, un po sorpresa.

Il figlio le aveva prenotato una corsa su BlaBlaCar, ma non si sarebbe mai aspettata che a guidare fosse una donna giovane.

La conducente scese subito, con disinvoltura prese la valigia di Valentina e la sistemò nel bagagliaio. Le chiese dove preferiva sedersi e Valentina scelse il posto davanti, accanto a lei. Il viaggio era lungo quasi fino a Riccione ci sarebbe stato tempo per stare anche dietro o fare una breve pennichella.

Io sono Donatella. E lei come si chiama? si presentò subito lautista, che dimostrava circa quarantanni. Valentina ne aveva più di sessanta.

Valentina Anselmi, ma va bene anche solo Valentina. Non sapevo che si trovassero donne autiste per tragitti così lunghi.

Eh, in realtà non guido apposta. Devo scendere anchio a Rimini, da sola mi annoio e poi così mi ripago un po di benzina. Lho già fatto altre volte… È una tratta che va sempre, cè sempre qualcuno da portare e comunque in compagnia si viaggia meglio.

Va da qualche parte per vacanza?

Io? Vado da mia madre. Si può dire che vado a riposare lanima rispose Donatella, sorridendo.

Io invece vado da mio figlio. Si è trasferito da poco a Riccione da queste parti… Mi manca molto.

La sorte, a volte, mette sulla nostra strada un compagno di viaggio con cui il tempo si dissolve tra racconti e confidenze. Valentina lo percepì subito: Donatella era una donna gradevole, sarebbe stato un viaggio piacevole. Cera uneleganza semplice nel suo modo di guidare, sicura e sciolta. Indossava jeans chiari, leggeri, una maglietta ampia color crema. Magra, occhi grigi grandi, il viso illuminato da un sorriso e i capelli biondi raccolti in una coda morbida.

La conversazione si fece subito naturale. Donatella era sposata, aveva due figli e un buon marito, ma spesso dovevano cambiare città a causa del lavoro di lui, dirigente allEnte per le Risorse Idriche. Forse per questo ogni tanto cambiano orizzonte.

Valentina parlò del figlio, della separazione dalla moglie e di come questo lo avesse spinto a lasciare Parma. I bambini erano rimasti con la madre.

Eh, senza figli si sente un vuoto, ma anche con i figli non sono sempre rose e fiori… sospirò Valentina.

Fecero tappa in autogrill, bevvero un caffè, una sosta al bagno. Dopo qualche ora, sembrava si conoscessero da sempre: le confidenze erano ormai profonde, come accade fra sconosciuti che il destino separerà dopo poche ore.

Valentina ammise che il primo bambino del figlio in realtà non era figlio suo, ma lo aveva adottato quando aveva sposato la sua ex moglie. Chi lavrebbe mai detto che avrebbero poi divorziato? Ora si ritrova a pagare mantenimenti…

Ma come si può accollarsi responsabilità così? Valentina si batté sulle ginocchia e si voltò verso Donatella, che nel frattempo era diventata silenziosa. Ho detto qualcosa di sbagliato? Sa, a me dispiace solo per mio figlio…

No, che dice… Forse ha ragione. Avere un figlio significa avere responsabilità, ma… Donatella non finì la frase.

Valentina si ammutolì. Non voleva davvero sembrare tanto dura, ma ogni tanto le uscivano di getto certi pensieri… Capì che le sue parole non erano state gradite.

La macchina volava sullasfalto, il verde dei boschi passava veloce come un nastro fiabesco fuori dal finestrino. Poi Donatella, dopo una pausa, si lasciò andare a confidare un segreto, come a voler spiegare la sua sensibilità sullargomento.

Nemmeno per me, sa, la mia mamma è quella vera. Mi ha presa lei dallorfanotrofio… O magari sono stata io a scegliere lei. Si discute ancora su chi abbia scelto chi disse, sorridendo con dolcezza.

Ma davvero? Che storia… Vuole raccontarmela?

Ma sì, dopotutto la strada è ancora lunga…

E Donatella cominciò il suo racconto.

I medici avevano detto a mia madre che non avrebbe potuto avere figli propri. Lei e papà allora hanno tentato laffido, hanno preso in casa una bambina, Olga, che aveva tre anni.

La madre di Olga stava scontando una pena in carcere ed era stata privata della patria potestà. Ma quando uscì, decise a tutti i costi di riavere la figlia. Olga aveva ormai otto anni e cinque li aveva vissuti con mia madre. Ancora oggi la mamma si pente di non aver chiesto ladozione legale: dovette restituire Olga alla madre biologica.

Mamma si ammalò per il dolore, fu ricoverata per esaurimento nervoso. Papà cercava di starle vicino… Era una persona splendida, lui, ma io non lho mai conosciuto: papà Gino, lo chiamo così, è morto prima che io arrivassi nella sua vita.

Allora lei è Donatella Gin…

No no, in verità sono Donatella Alessandrini; mio padre naturale si chiamava Mirco.

Ma…

È una storia lunga, lo so. In breve… Il marito di mia madre, Gino, morì prima che io la incontrassi. Lei rimase sola e, dopo aver sofferto tanto, si ritrovò a lavorare proprio nellorfanotrofio da cui sono uscita io. Diventò quasi una seconda casa…

Un ingorgo in autostrada interruppe il racconto di Donatella. Ma era solo linizio.

***

I bambini in orfanotrofio non erano facili. Mia madre, il primo giorno, si prese una zuccata grossa così quando cercò solo di abbracciare un ragazzino. Quei bambini portavano nel cuore dolori, ferite e problemi che li facevano sbagliare spesso.

Serviva esperienza, che in tre anni di lavoro arrivò. I bambini cercavano affetto, ma anche severità. Ci voleva fermezza.

Quando sono andata a prendere una nuova bambina, cero anchio: erano in due, lei e la direttrice economa. Andammo in ospedale, era dicembre, freddo e nebbioso, la città grigia. Mamma mi raccontava che in quei giorni avrebbe solo voluto nascondersi sotto le coperte e dormire…

Aveva quarantadue anni, ormai vedova e senza figli. Non avrebbe mai pensato di poter accusare la mancanza di bambini Eppure, anche se aveva tanti ex alunni che le volevano bene, sentiva che quel vuoto faceva male.

Dice che, quel giorno, le sembrava una giornata come tante. Doveva solo fare il proprio lavoro: recuperare unaltra bambina dal reparto, una delle tante. Ma quando entrò in stanza, mi vide che sedevo in silenzio sul letto, lo sguardo basso.

Donatella, sono venuta a prenderti. Da ora staremo insieme in un posto pieno di bimbi come te, ti piacerà.

E io…

…e la mamma?

La mia mamma era morta in un incidente stradale. Io ero uscita con il braccio rotto e qualche livido. Dopo la degenza lì, avrei dovuto andare definitivamente in istituto. Nessuno voleva occuparsi di me, nemmeno la nonna. Mio padre non cera mai stato.

La mamma è sempre con te, nel tuo cuore mi rispondevano gli adulti, ma io non capivo davvero cosa volesse dire.

Mamma diceva di avermi vista magra, minuscola, coi grandi occhi grigi e la testina coperta. Mi strinsi a lei, come un passerotto. Avevo vestiti dignitosi e stivaletti nuovi ma il destino mi portava comunque in orfanotrofio.

Madre sentì subito qualcosa muoversi dentro di sé, una compassione che non riusciva a scacciare. Non ci si deve troppo affezionare! si ripeteva. Ma il cuore faceva di testa sua.

La struttura sembrava quasi un asilo, con aiuole e giochi, nonostante gli inconfondibili problemi gestionali di quegli anni. Ma cerano anche benefattori ai tempi erano spesso i presidenti della provincia o i dirigenti del partito.

Comunque sia, io non mi legai a nessuno. Solo con la mamma, bastava il suo ingresso e correvo da lei. Tutti lo avevano notato. Alla fine, la direttrice Ludmilla mi prese da parte: Donatella ormai è tua. Che vuoi fare, Vera?

E così presentò la richiesta di affido. Che emozione… Sperava solo che le sarebbe andata bene e che nessuno dei miei parenti si sarebbe fatto vivo. Le autorità le garantirono che non ci sarebbero stati problemi.

Sembrava tutto fatto. Mamma me lo raccontò e da quel giorno io mi trasferii a casa sua, anche prima che il tribunale ratificasse tutto. Avevo finalmente una famiglia.

Donatella fece una breve pausa, la voce rotta da un ricordo amaro, mentre schivava unauto davanti.

Donatella, non sarà mica finita qui, vero? chiese Valentina, sincera.

Eh, non proprio. Successe tutto allimprovviso, poco prima delludienza. Il tribunale fu annullato.

Perché?

Non volevano più lasciar adottare me da mamma… Donatella strinse il volante.

Ma se aveva tutti quei contatti, perfino la dirigente…

Sì, ma nemmeno lei poteva fare nulla stavolta. Vennero fuori parenti che neppure sapevamo esistessero. Un funzionario di provincia, Mirco Samberti mio vero padre. Era più grande di mia madre, aveva una famiglia regolare, molto rispettabile. Ma venne a sapere di me e decise che doveva occuparsi del futuro della figlia illegittima, cioè di me.

Papà si informò su mamma Vera: viveva in una casetta di legno alla periferia, con uno stipendio modestissimo. Non le sembrava il caso così trovò una coppia di Milano, una famiglia modello con tutte le sicurezze.

Io, però, non la volevo. Appena mi spiegarono che sarei dovuta andare con loro, scappai: urlavo che volevo stare con la mia mamma vera, solo mamma Vera sapeva calmarmi.

Alla fine, mi portarono con quella nuova famiglia. Mi opposi con tutte le forze: facevo la birichina, piangevo, rompevo cose di proposito, perfino una volta mi feci la pipì addosso per dispetto. Mi portarono dai dottori… Alla fine, la mamma nuova si arrese: piangeva e discuteva col marito che volevano restituirmi allorfanotrofio.

Un giorno, scappai in un supermercato. Non ci misero molto a ritrovarmi e poco dopo venne a prendermi Mirco in persona. Mi riportò in orfanotrofio e durante il viaggio sospirava che purtroppo era costretto a riconsegnarmi.

Io gli baciai la mano, nella speranza che cambiasse idea e mi lasciasse tornare da mamma Vera. Forse capì quanto era importante il legame.

Così tornai allistituto e seppe subito che mamma Vera era finita in ospedale per il dispiacere. Mi precipitai da lei, la abbracciai dicendo:

Scelgo te come mamma! Scegli me anche tu, ti prego. Non lasciarmi più.

E rimasi con lei. Ancora oggi, quando ci penso, non so chi abbia scelto chi: lei me o io lei?

E tuo padre? Non ha più avuto rapporti con te?

Morì che avevo tredici anni. Però… Oggi andiamo a Riccione, mamma ha una bella casetta grazie a lui. Non poteva accettare che sua figlia vivesse male. Alla fine, almeno, ci pensò lui.

Donatella sospirò, uno sguardo silenzioso e luminoso rivolto a Valentina.

Ora mamma ha settantacinque anni, vive sola e ogni tanto vengo a trovarla per non lasciarla troppo sola. Mi aspetta sempre. Ha un bel giardino, un piccolo orto… La mamma migliore del mondo! Non tutti possono scegliere. A me la vita ha dato questa possibilità. E non la cambierei per niente.

Valentina osservò il profilo di Donatella, serena e assorta nella guida. Sì, era evidente quanto volesse bene a quella donna speciale.

Donatella le rivolse un sorriso e premette sullacceleratore. Sentivo dentro di me che a volte non è la nascita a fare una madre o un figlio ma la forza di scegliersi, e quel poco coraggio di non lasciar andare chi amiamo davvero.

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