La Civetta dei Campi

La Civetta

Su Giovanni Bellini a Milano se ne dicevano tante, soprattutto riguardo la sua vita privata. Sembrava che tutti sapessero ogni cosa di lui, come se vivessero assieme, sotto lo stesso tetto.

Per esempio, tutti sapevano che Giovanni Bellini ci teneva al comfort e allordine, e adorava la routine: tornare a casa e trovare la moglie, ovviamente vestita bene, con un abito elegante, scarpe con il tacco e i bigodini tra i capelli, le labbra rosse – ma senza eccessi – e un sorriso luminoso che le risplendeva sul volto mentre diceva: Ciao amore, come sono felice che tu sia finalmente tornato! No, finalmente suona rude, meglio: Sono contenta che tu sia arrivato, mi sei mancato, ti aspettavo dalla finestra. Così suona più dolce.

Finalmente ti sei degnato di arrivare! Dove sei stato? così, invece, interrogavano il padre di Giovanni, sua nonna e sua madre in continuazione. Lui borbottava qualcosa, si chiudeva in bagno e fumava una sigaretta verso la finestra.

Giovanni da piccolo si chiedeva come si potesse fumare in bagno se cera il balcone, e infine fuori al bar, o anche in strada. Ma era così Sul balcone la madre urlava o la suocera aveva da ridire che il genero non andasse mai bene e trovava sempre nuovi motivi per lamentarsi.

Per strada il papà si concedeva mezza stecca di sigarette e così faceva tardi. Le labbra gli si erano rovinate per il fumo, sulle labbra cerano delle crosticine nere. Morì quando Giovanni aveva diciannove anni, trascorrendo gli ultimi tempi in una vecchia casa vicino a Como, ospite dellamico Riccardo, una vita da orso solitario, non lasciando entrare nessuno. A Giovanni spiegava sempre che voleva solo respirare aria di solitudine.

Qui, Giovanni, cè un silenzio che ti scoppiano le orecchie. Nessuno che ti ossessioni, nessun rimprovero, nessuno che ti spolpi vivo solo perché sei fatto così. Tu vai in città, vai da tua madre, io resto qui… Ho trovato lavoro in unautofficina, me la caverò! diceva il padre a Giovanni. E quando morì, Giovanni decise che lui sarebbe stato diverso: amore, pace, armonia.

Eppure…

A Giovanni piaceva lordine, niente calzini e biancheria da donna stesi malamente in cucina come succedeva nella casa popolare quando era un ragazzino. Niente più lenzuola che bollivano nella grande pentola sul fornello, saturando laria di odore di sapone e biancheria, ma profumo di cena appetitosa, calda, magari con un bicchierino di grappa. Con il suo lavoro, un bicchiere ci stava: aiuta i nervi, rilassa il sonno.

Vivere con Bellini? Una fortuna! Sicurezza, agiatezza…

Volevi la credenza in rovere? Giovanni la trovava. Un tavolo come quello visto dai Ciampi al funerale della nonna Caterina? Fatto! Bellini cercava in tutte le botteghe, nei mercatini dantiquariato – si sapeva in giro che lui cercava proprio quel mobile. Quando lo trovava, lo portavano a casa senza nemmeno chiedere soldi.

E perché? Perché Bellini era un uomo rispettato e di peso: una sua parola, una telefonata al posto giusto e la tua sorte poteva cambiare, la tua vita stessa era nelle sue mani! Non molto tempo fa, Giovanni, anzi, il dottor Bellini, si seccò del trattamento in un ristorante. Subito arrivò un controllo, sedettero in sala gente in giacca e cravatta: ispezionarono tutto. Poi andarono via.

Ma cosa è successo? Eppure si mangiava benissimo! scuotevano la testa i clienti affezionati.

Ma va! Pare che in cucina ci fossero scarafaggi ovunque, e nei piatti rimasugli invece che vere prelibatezze! bisbigliavano i beninformati. Non ci avevano mai mangiato troppo costoso ma avevano sentito la storia: lispettore era uscito dalla porta sul retro, lo avevano implorato di non scrivere nulla, e lui invece riportò tutto, degli scarafaggi e delle minestre scadenti spacciate per zuppe francesi, e anche del mal di stomaco di Bellini dopo averci mangiato.

Il ristorante fu chiuso, i dipendenti licenziati, aprirono un nuovo locale ora amato da Bellini. Giovanni ci va con la moglie, la civetta Paola.

Su Giovanni Bellini le chiacchiere volavano, si inventava di tutto, si esagerava apposta.

E la moglie, Paola…

Un nome ancora più strano, per la moglie di UN UOMO così: Lucia, Federica, Antonella ecco nomi degni! E invece, Paola… Sembra quasi una lumachina calpestata, con la casetta che si infrange sotto il piede: Paooola…

Ma cosa ci trova in lei?! bisbigliavano le Antonella, Silvia, Laura e Teresa osservando la coppia. Ma non ha niente! Proprio niente!

Dicono che sia intelligente, si scrollano le spalle. Tiene casa in ordine, agli ospiti piace molto. Ci vorrebbe una domestica così! Mangia poco, è minuta! E poi non la ama proprio, è solo per facciata!

Ma siete mai stati a casa dei Bellini?

No, macché, invitano solo prescelti…

I prescelti, tra i colleghi di Giovanni, erano sempre ospiti abituali. Nei giorni feriali cera sempre qualcuno a cena, nel weekend a pranzo o addirittura a colazione se Bellini tornava dalla caccia notturna con i trofei.

E cera sempre abbondanza di tutto in tavola, Paola elegante e leggera, sorrideva, inclinava graziosa la testa portando i piatti dalla cucina, uno più buono dellaltro senza alcuna domestica. Paola faceva tutto da sola.

Bellini era orgoglioso di lei.

Non di lei! Di sé stesso! strillavano i beninformati. Guardate che donna si è scelto! Bassa, insignificante, ma ti serve come una regina! Avete notato che questa Paola non osa discutere? È obbediente, come si faceva una volta: il marito sul trono, la moglie a baciare i piedi, beata già che non la picchia!

Paola lavorava in una piccola tipografia, faceva qualcosina, qualche euro, ma non pensate che quei soldi cambiassero nulla.

È un passatempo, spiegava con superiorità Bellini agli ospiti quando veniva fuori largomento. E poi non vuole che dicano che vive alle mie spalle. Sono così, le donne moderne, indipendenti. Vero, Paoletta?

Paola Bellini non rispondeva, si stringeva nelle spalle, sorrideva, annuiva come una bambolina di stoffa.

Oh, dottor Bellini, siete un uomo straordinario! Così sistemato tutto in casa, così organizzato! cantava la solita ospite, Simonetta Romano, una che lavorava da Armani. Sempre tutto così buono da voi, e non solo nei piatti, anche nellatmosfera: si respira bene qui!

Simonetta si taceva, incapace di continuare a cantarne le lodi, si mordeva il labbro e chinava il capo, in segno di massima riverenza.

Bellini rideva, via, basta! Giochiamo a carte piuttosto!

Giocavano, ballavano, ogni tanto anche una partita a scopa, e Paola sorrideva sempre.

Una bambola, davvero. Lha comprata in saldo, e lei sorride sputava Simonetta a sua zia, da cui era ospite da cinque anni. Questa Paoletta non era nessuno, lui lha istruita, vestita, e lei è solo contenta. Ma non ne è degna, proprio no!

E tu saresti degna? chiosava zia Giulia, gettando la cenere della sigaretta lunga sulla tovaglia sistemando il solitario.

Zia Giulia, non sulla tovaglia! si indignava Simonetta, porgendole il pesante portacenere in vetro. Così va a fuoco tutto! Io? si lasciava sfuggire, pensando tra sé. Forse sì. Sono più istruita, più bella a vedermi, e in tante cose, credimi, Paoletta non mi fa neanche il solletico. Ieri cosa aveva cucinato? Zia, hai visto? Sono arrivata con le lasagne, ci ha messo sopra quella panna insulsa, un pesce pieno di spine… Ho rischiato di soffocare! Io avrei fatto unanatra al forno, almeno, o il pollo, un tripudio di antipasti, magari un aspic… Ma cosa sto a raccontare? Da me gli ospiti non mangerebbero patate con panna, avrebbero delizie!

Insieme, non invece la correggeva con pazienza la zia. Sei una signorina, Simonetta! Dunque, cara, avanti! E io penserò a far sì che la tale Paola Bellini si prenda una vacanza e lasci un po il maritino. Sarà stanca: cucinare, massaggiargli i piedi, tutto il giorno… Io posso persino trovarle una settimana alle terme, le regalo una vacanza. E così, Simonetta, tu offrirai le tue cure al caro Giovanni.

Simonetta saltò al collo della zia, euforica.

Basta, che soffochi! Quando andrai da loro? si difese la zia, risistemando la collana di corallo.

Non so, forse mercoledì: Giovanni organizza una serata di chitarra, so anche io i classici… Le canzoni…

Allora mercoledì! Zia Giulia annuì, voltandosi. Sarebbe stato meglio togliersi Simonetta di torno in fretta.

Paola, come sempre, aveva organizzato tutto splendidamente. La tavola era ricca, lambiente profumava di lavanda e di tovaglia fresca, gli ospiti si sentivano accolti, il tè nero fumava denso nelle tazze.

Paola adorava la chitarra, quel suono che le vibrava dentro, amava ascoltare le parole che si mischiavano alla musica, lasciandosi trasportare dalla melodia, dondolando appena e sentendo la mano del marito sulla sua spalla, calda, magari un po sudata.

Giovanni aveva caldo, era ingrassato negli ultimi tempi, faticava a respirare, la cinghia lo stringeva, ma era felice: serata di chitarra, Paola vicino, che prova anche a canticchiare.

Cera anche Simonetta Romano, elegante, con orecchini enormi, detti lultimo urlato della moda. A Giovanni veniva da ridere: come fa la moda a strillare così?

E così, Giovanni, starai due settimane senza tua moglie? Lei parte per le Terme di Sirmione… sussurrò Simonetta, accostandosi allorecchio del padrone di casa. Da lei arrivava un profumo intenso, orientale.

Eh già… Sarà dura! sorrideva Giovanni, togliendo la mano dalla spalla della moglie. Non è mai successo, lhanno premiata con questa vacanza. Ho provato a farla rinunciare, ma alla fine… Non sono mica un despota, su!

E come farai? scuoteva la testa Simonetta. Paola, chi si occuperà della casa?

Troverò qualcuna, se Giovanni è daccordo… sussurrava Paola guardando a terra.

Vedremo. Ora però torta! Paoletta, porta la torta! Ho ordinato proprio una meraviglia, ragazzi! Giovanni allargò le braccia, quasi a voler abbracciare tutti.

Si sedettero a tavola, Paola entrò con la torta alta coperta di panna, rosa come un castello, e serviva i pezzi, sempre più chinata, sempre modesta.

A Simonetta veniva il voltastomaco. Accanto a un uomo come Giovanni ci vorrebbe una donna brillante, decisa, il motore della compagnia, non quella timidona! Ma presto avrebbe cambiato le cose…

Paola partì nella notte. Giovanni non laccompagnò fino alla stazione: si salutarono in casa, abbracciandosi, lui le baciò la testa, lei cercò di dirgli qualcosa, ma lui la fermò.

Basta, lauto aspetta. Devo dormire. Sì, ricordo tutto! Domani arriva quella tua parente, Anna. Vai!

E aprì la porta. Paola uscì obbediente, diede la valigia allautista che la aspettava sulle scale, si voltò unultima volta e scese giù di corsa, come una ragazzina. Anche lautista strabuzzò gli occhi: di solito Paola era così discreta, e ora invece saltellava via

Lattesa Anna non arrivò mai. Simonetta la intercettò alla metro, le mise in mano dei soldi, disse di tornare il giorno dopo.

Ma Paola aveva detto oggi! E il datore di casa come fa senza nessuno?! borbottava zia Anna. Persino la lingua ho comprato per lui, devo cucinarla!

A casa la cucini! Oggi non servi, Paola ha fatto confusione. Prendi questi, vai! Dammi le chiavi! Non temere, sono la sorella del padrone, stasera resto con lui, si fa due chiacchiere come tra fratelli, che con la moglie sempre tra i piedi non si può parlare, su! sibilò Simonetta, prese le chiavi e si voltò verso il cielo. Una nuvola viola, gonfia e minacciosa, proprio come le sue lingue di bue, si stava addensando. Un tuono! Non ci voleva altra pioggia…

Il temporale raggiunse Simonetta appena nel cortile del condominio Bellini. Pioggia a catinelle: calze fradice in un attimo, abito e borsa colpiti e afflosciati insieme agli acquisti per la serata. Simonetta aveva in mente una tavola in stile parigino, antipasti, stuzzichini, prosecco, e poi… E poi si sarebbe offerta a lui. Fine della storia: Paola sparita, Simonetta padrona di casa. Non vedeva lora.

Meno male che zia Anna mi ha dato le chiavi senza problemi, che sempliciotta! si infilò in casa Bellini, poggiando a terra le cose, si tolse le scarpe, le calze, labito, frugò nei cassetti e trovò una vestaglia di seta decorata un po stretta, ma meglio così!

In cucina non si sentiva a suo agio: troppe pentole, padelle, ciotole. Ma come! Sempre a ristorante, eppure qui si cucina! Paola, probabilmente, non sa neanche preparare il risotto! Vabbè, che gliene importa, Bellini non ne ha bisogno. Nella borsa cera della fragola schiacciata, qualche fetta di salame e un pezzetto di formaggio francese puzzolente che doveva essere ricercato!

Simonetta aprì la credenza, tirò fuori i calici, mise in frigo il prosecco. Cosè questo? Zuppa? Minestrone, forse… E unaltra cosa. Questo è cibo da domestica. Non importa!

Chiuse il frigo, lasciò le cose come stavano.

Doveva asciugare labito e le calze: le appese lì in cucina…

Le dieci già passate di Bellini nemmeno lombra. Simonetta aveva una fame terribile, mangiucchiò il formaggio, era disgustoso, tamponò con la fragola, era acida. Ma dovè finito?

Finalmente la macchina entrò nel cortile, lautista aprì la porta e Bellini scese a fatica. Simonetta osservava dalla finestra, senza accendere la luce, così da sorprendere luomo.

Visto dallalto è anche peggio! pensò lei distinto. Grosso, sudato, zoppica addirittura… Ma almeno ha il portafoglio!

E corse nellingresso.

Lo stomaco in tumulto, e i sogni di romanticismo ormai spenti: ora voleva solo un bel piatto caldo!

Scattò la serratura, Bellini entrò inciampando, la borsa gli si impigliò nel cappotto, si fermò e strizzò gli occhi.

Finalmente! Quanto ti ho aspettato! cinguettò Simonetta. Dove sei mai stato?!

Simonetta? Ma che ci fai qui? domandò sorpreso, e severo. Non era contento?

Paola mi ha pregato segretamente di badare a te. Eccomi qui. Sono esausta, mangiamo qualcosa? Come al solito ordina tu: in frigo cè solo roba da buttar via… Io ho portato prosecco e antipasti. Giovanni… Ti ho aspettato tanto…

Simonetta corse verso di lui, ma lui le mise in mano la borsa, gettò il cappotto e le disse di metterli a posto, poi entrò in salotto.

Sei sicura che Paola… Che mia moglie ti abbia chiesto? Aspettava una sua parente, mi pare Maria… O Anna, borbottava dallaltra stanza.

Simonetta ascoltava da vicino.

Quella Anna ha avuto un brutto imprevisto: operata durgenza! Paola mi ha chiamato subito. Ma non preoccuparti, Giovanni! simulava una voce dolce come le aveva insegnato zia Giulia, anche se lo stomaco rimuginava. Potesse almeno arrivare qualcosa da mangiare! Chissà cosa avrebbe ordinato Bellini per lei?

Basta con i Giovannino mio! Ho fame e sono esausto. Coshai lì? Giovanni si rimboccò le maniche della camicia da casa, spinse Simonetta e andò in cucina. Perché indossi la vestaglia di Paola?

La pioggia! Un diluvio! Sono zuppa e impaurita… Simonetta inciampò, finì sulla schiena di Bellini. Lui sobbalzò, sentendo tutte le sue ossa sul proprio corpo. Ma mangiamo! Quando arriva il cibo? E lautista? È andato al ristorante?

Simonetta, lasciami in pace! Quali ristoranti? Quale cena? Mia moglie cucina sempre, solo lei! Non te lha detto? Ecco la sua zuppa, qui cè altro. Devo solo scaldare. Cosè questa roba che hai messo in frigo? Una schifezza! Bellini scagliò piatti con salame e formaggio sul tavolo, poi fissò i collant stesi sulla sedia.

Simonetta lo vide rabbrividire tutto dun colpo. Ma che cè di male? Sono pure belli, con il pizzo: molto romantici sulle gambe! Ma ora perché urlare?!

Bellini urlava davvero. Rosso in faccia, pestò i piedi, le scagliò i collant addosso.

Ma insomma, Giovanni, perché fai così? Beviamo prosecco, rilassiamoci. Ti canto qualcosa, suono la chitarra posso essere la tua civetta, no? balbettò Simonetta.

Giovanni tossì.

Chi? Come osi chiamarla così? Fuori, andare! Come hai potuto pensare che avrei mai potuto bere, mangiare o cantare con te? Sono sposato, capito? Mia moglie è unica, una padrona di casa fantastica, lei… Lei… E tu che mi stringi addosso le mani?! Giovanni respinse Simonetta, disgustato.

Simonetta rimase stupita di quanto lui fosse disorientato, fragile, persino patetico. Scrutava la cucina, cercava chi? Quella sua Paola? Una lumaca senza casa, una timidina insignificante?!

Giovanni, non fare così… Mi spaventi. Dove vai? Volevo solo farti sentire bene, preparare una serata romantica! Tanto ordini sempre, vivi alla grande! E se andassimo noi a cena fuori? Mi cambio subito! Dovè finito il collant? Ah, monello, te lo sei messo in tasca? Dammi, su! Simonetta, affamata e confusa, mostrò la gamba nuda, perse lequilibrio e si sedette sullo sgabello.

Giovanni sospirò, tirando il collant dalla tasca.

Non cerco romanticismi da chiunque! A casa mia si mangia ciò che cucina lei, Paola. Capisci il sacrificio che fa? Torna dal lavoro, stanca, la testa che scoppia, eppure si mette ai fornelli. Le dico sempre di smettere, di pensare a sé stessa, di prendersi una domestica! Ma non ce la fa: sente che cucinare per me è un dono. Cosa guardi così? Sono un despota? Un tiranno? È lei che ha stregato me, io senza di lei non valgo nulla. Stamattina mi sono vestito per andare in ufficio: ho messo tutto storto, in macchina mi sono accorto, sono dovuto tornare indietro. Non so stare senza di lei, è come se mi avessero rubato il cuore, portato alle terme, accidenti! Va bene, va bene, non piangere, Simonetta. Cosa piangi?

Non sapevo… credevo tenessi Paola solo come una serva. Io potrei essere più forte, più interessante. Invece, arrivo e tu… Simonetta sussurrò.

Ma che hai capito! Passioni, desideri, roba da film! Io Paola la adoro, la ascolto. Mi dice di invitare gente? Invito. Vuole una torta di una certa pasticceria? Gliela prendo. La chitarra? Ero io a comprarla. Lei… lei è la mia stella, il mio sole, respiro solo Paola… È grazie a lei che sono chi sono.

Simonetta fissava Giovanni, il mento tremolante, la voce che gli si spezzava appena parlava della moglie.

La veneri davvero? Ma è una civetta! Una formichina… accanto a te.

Ma brilla, quando siamo da soli. È timida, sì. Non sopporta troppi sguardi, sembra grigia, ma tu non immaginerai mai chi è davvero. Sono cose segrete. Hai presente quel detto: Nella botte piccola cè il vino buono? Con Paola è così… Adesso scusami, devi andartene: io vado da lei, alle terme. Dovevo restare qui, ma da solo non resisto, senza di lei sono vuoto. Oggi ero in ufficio, non ho capito nulla di quel che dicevano; sono stato anche redarguito. Che vergogna. Solo perché Paola non era con me, stamattina nemmeno un bacio. Vado.

Non aspettò altro, lasciò che Simonetta raccogliesse formaggio e salame, si vestisse, uscisse. Poi prese cappotto e chiavi, scappando fuori anche lui.

Sei già tornata, Simonetta? domandò la zia Giulia alloscuro nellandrone. Comè andata?

Lui ama sua moglie, sospirò Simonetta, senza speranza.

Che banalità. Ma oh, Simonetta! Anche per te ci sarà un uomo. Tieni su la testa! la zia andò in cucina a preparare un caffè. Ora Simonetta e la zia avrebbe saputo cosa fare di notte: chiacchiere e confidenze sugli uomini.

Giovanni arrivò da Paola pallido e senza fiato, stringeva il cappello tra le dita; la civetta, dopo un attimo rapita, come dimenticando di essere osservata, gli corse incontro, gli saltò al collo, rise e pianse tutto insieme.

Ciao amore! Sono così felice che tu sia qui! gli sussurrò.

E lui si sciolse, per quelle parole semplici, che erano solo per lui, solo da lei, Paola. Non cera felicità più grande di stare con lei. La gente osservava il corpulento e stanco Giovanni che baciava le mani della moglie, mentre lei, imbarazzata, gli chiedeva di smettere. Ma lui non poteva: gli era mancata troppo, sembrava uneternità.

La primavera dopo, Paola diede alla luce un maschietto, la copia di Giovanni.

Anche il piccolo Bellini non sapeva stare senza Paola. Forse era destino di famiglia…

Ma qual è il suo segreto, zia Giulia? È una pigmea! si lamentava Simonetta. Proprio quel giorno era stata licenziata dallArmani. Una pessima giornata, e in più la notizia del figlio di Paola e Giovanni. E lui la adora! Eppure è così superiore

È carisma, Simonetta. Non si può imparare. Fattene una ragione, la zia scrollava le spalle. Dietro ogni uomo così cè sempre una donna tranquilla, che lo rende quello che è. Su, basta, non pensarci più! Troverai anche tu marito, vedrai! Le versò un goccio di amaretto, lunico medicinale contro i mali di cuore. Magari avrebbe funzionato anche per lei limportante è non smettere mai di credere nel proprio valore.

Nella vita, spesso ciò che brilla meno agli occhi degli altri può essere ciò che, segretamente, dà valore a tutto. Bisogna imparare a riconoscere il vero oro sotto la cenere della quotidianità.

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