Dalla zia Livia.
Livia Arcangela si sedette pesantemente dopo la sua battuta di shopping come sempre, era uscita solo per comprare un po di pane, e invece aveva finito per riempire la borsa con di tutto, cinque chili buoni, per fortuna almeno la sporta di rete laveva presa e trascinarsi a casa era stata una fatica. Ora la poltrona, bassa e dalle gambette sottili ma ben piantate, accolse il corpo abbondante di Livia, ormai gonfiato dagli anni, senza nemmeno un cigolio.
Allungò le gambe doloranti, massaggiò un po le ginocchia, poi si lasciò andare allindietro e chiuse gli occhi.
Ah, una dormita ora! Giusto cinque minuti le balenò in testa, ma proprio in quellistante lorologio antico appeso al muro lascito della sua mamma sputò fuori una cucù sgangherata, che cominciò a gracchiare e a dare di capo per segnalare che il nuovo orario ormai era più vecchio del pane, e che di sonnellini, la cucù, non ne concedeva.
Maledetto pezzo di legno! Mi hai fatto prendere un colpo! Prima o poi ti smonto e ti ficco in cantina! brontolò Livia, minacciando la cucù con il pugno, e quella, svelta, sparì dietro le porticine scolpite. Eh sì, ha ragione! Tra poco arriva la Mariella, e io qui, spaparanzata come un gatto in cortile!
Passo dopo passo si ritrovò in cucina, le mani presero dal gancio il grembiule Pasqualino, con uova, candele e rami dulivo disegnati sopra, regalo di una qualche Pasqua remota. I nastri si incrociarono in un fiocco dietro la schiena, sottolineando la figura ancora graziosa di Livia.
Va detto che il grembiule non era stagione, che di Pasqua a novembre nemmeno lombra, ma Livia non era tipo da cambiare cavallo mentre si attraversa il fiume: quello cè, quello si usa. Gli asciugamani con alberelli e scimmiette natalizie erano un omaggio allanno passato, i presine con Buona Festa della Donna!, e tutta la cucina dichiaratamente Parigi-Parigi, chiara e lieve. Le finestre, certo, lasciavano un po a desiderare in un palazzo di cinque piani non si può certo sognare archi o bow-window. Ma almeno, dopo il restauro, la cucina era venuta chiara e ariosa, senza spigoli o stacchi bruschi. Merito della Mariella, che aveva portato zia Livia in cento negozi, sfogliando riviste di arredamento Ancora adesso Livia rabbrividiva pensando al cantiere che era stata quella cucina
E poi, chissà come, in mezzo alla Parigi si erano infiltrati asciugamani con galli, sottopentola di ceramica a fiori, erano sparite le ciotoline alla lavanda dal tavolo, rispuntando le vecchie saliere di famiglia.
Un vero minestrone! borbottava Mariella ogni volta che andava a trovarla.
Pazienza, perdoniamo la vecchia! liquidava Livia.
Mariella adorava andare da zia Livia. Da piccola sera proprio presa una cotta per quella zia così semplice e spontanea, con le guance paffute, le mani sempre in pasta tra crostate di lamponi e focacce di cavolo tutte le sue prelibatezze preferite.
Tra le due parenti sera legata una specie di filo invisibile parentela e cuore che si tirava, si allungava, quasi si spezzava dalla nostalgia, poi si riavvolgeva e si rannicchiava ai piedi di Livia come un gattino in cerca di ospitalità.
Allora, il brodo Livia ficcò il naso nel frigorifero. Il brodo cè, ora butto su delle polpette, tagliamo linsalata. Facciamo in tempo a tutto!
Livia, come sua madre, aveva la sindrome della nonna cuciniera: non smetteva mai di ripetere Ma come? Non prendete niente?, Non mangiate nulla!, Vi servo ancora qualcosa?. Chissà, forse per via della fame patita da piccola. Era nata pochi anni dopo la guerra, quando la tavola era scarsa: si mangiava in fretta, senza scartare nulla, ripulendo il piatto col pane. La brutta abitudine di spazzolare tutto laveva abbandonata solo da grande, quando aveva iniziato a frequentare ristoranti e trattorie eleganti.
Mariella da tempo aveva imparato a schivare quella valanga di attenzioni in cento modi diversi, ma Livia si prodigava comunque per organizzare veri e propri banchetti.
Il suono del campanello interruppe il ticchettio del coltello sulla tagliere; il cetriolo, sventrato e grondante sussurrò unaddio acquoso
Mariella! Livia corse ad aprire, asciugandosi le mani sullasciughino con i galli natalizi, ma poi, notando il disegno, lo gettò in un cassetto al volo per evitare le ramanzine sulla coerenza dei colori.
Ciao, zia Liv! Mariella, alta, in giubbotto di pelle e pantaloni attillati, irruppe nellingresso, srotolando fiocchi di neve rimasti tra il colletto peloso. Per te!
Le offrì un mazzo di astri. Le stelle dautunno, appuntite e in festa, si issarono orgogliose nello scintillante vasetto di cristallo.
Oh, i miei fiori preferiti! Vieni, Mariella! Ma sei ancora cresciuta! esclamava Livia tra le mani allaria.
Crescere ancora? Ma per carità! Mariella si accomodò, si tolse gli stivali in un lampo e sprofondò nei morbidi panni e in un aroma inebriante di vaniglia, lucido da scarpe e polpettine dorate.
Ma che bello, che caldo! Perché a casa non cè mai questa pace? Lì è tutto un correre, rincorrere, rimpiangere cose mancate, telefonate, discussioni che poi diventano abbracci.
La mamma di Mariella era così: un tifone carico di idee e progetti. Tutti dovevano seguirla nei suoi piani grandiosi, correre dietro come vagoni dietro la locomotiva. Magari si vorrebbe fermarsi un attimo, respirare, guardarsi attorno La stazione è bella, tranquilla, i pioppi danzano nel vento, il grano dorato stuzzica gli occhi E invece, si va avanti a tutta velocità.
A Mariella però riusciva. Un giorno scoprì semplicemente zia Livia. Era arrivata in visita, calma, leggera come una nuvola sembrava galleggiare pigramente nel cielo; ti viene voglia di sederti sullorlo, a dondolare le gambe.
Con la mamma, Mariella si caricava di energia, si riempiva di quellimpeto irrefrenabile. Avanti! Andiamo! Costruiamo! E quando era satura, carica a molla, spariva da zia.
La mamma, Giulia, non protestava neanche, forse capiva che non tutti vogliono fare i sovversivi, o magari era troppo concentrata in corsa per accorgersi del vagone mancante: tanto, il vagone smarrito lo si recupera alla prossima stazione.
Crescendo, Mariella imparò il percorso da sola; passava uno, due giorni, a volte unintera settimana con Livia. Si sedeva in poltrona, la rivolgeva verso la finestra, stringeva le ginocchia sul petto e osservava il vento che gonfiava la tenda sottile, il fumo del tè caldo nella tazza con il limone galleggiante come una moneta doro e, a volte, leggeva. Da Livia cera una bellissima libreria, ogni libro un tesoro. Impossibile scegliere il migliore.
Zia Livia non metteva mai fretta; non aveva marito né figli suoi, quindi coccolare Mariella era una piccola gioia.
Meno male che mi hai avvisata per tempo! gridava Livia dalla cucina. In frigo non cera un accidente, ti immaginerai la fame che avevi! Vieni pure, la tua stanza è pronta, lenzuola pulite, tutto come piace a te!
Grazie, zia Liv! Non ti dispiace che sia arrivata così allimprovviso? Mariella, lasciato lo zaino, si cambiò e tornò dalla zia.Dimmi come posso aiutare.
Taglia qui linsalata! Ma figurati se mi dai fastidio, vaneggi! la abbracciò e la baciò sulla testa.No, ma davvero, quanto sei cresciuta! Guarda che testolina riccia! Colpa delle lauree, eh!
Mentre preparavano la tavola e scaladavano le polpette ormai fredde, entrò il gatto Beppe. Baffi come spazzole, panciotto dignitoso, sinstallò sulla sedia come un professore.
Beppe, fame? Livia si girò verso di lui.
Il gatto, offeso, inarcuò il naso: odiava queste confidenze.
Beppino bello! Mi sei mancato! Mariella afferrò il gatto, se lo mise in grembo e affondò le mani nella pelliccia tremante di cuore.
Come stai? E la mamma? domandò intanto Livia.Non mi chiama mai ogni volta che provo io, linea occupata!
Mariella esitò, Beppe sentì lirrequietezza, si irrigidì, miagolò e saltò giù.
Posso stare qui un po, zia? domandò infilzando qualcosa nel piatto.
Certo, tesoro. Ma che succede?
Niente, davvero. Solo che ho bisogno di pace. Di stare un po con te.
E la mamma lo sa che sei qui? domandò cauta Livia.
Ho una certa età, posso anche decidere dove andare! sbottò Mariella, in un lampo la copia della madre: decisa e impulsiva.
Anche Giulia, una volta, aveva mollato tutto, genitori e Livia, ed era partita per unaltra città, voleva essere indipendente, ricca e libera. Era andata via, lasciando solo due righe: Non cercatemi, vado, ma sto bene.
Livia ci restò malissimo, e un po era invidiosa: perché non laveva invitata? E con chi partiva poi?
Lei, Livia, non avrebbe mai avuto il coraggio di tutto ciò: inseguire la vita, acchiappare la coda della felicità come un uccello raro. Giulia, come sempre, le stava un passo avanti!
Sei libera, ovvio che sì! batté la mano sulla sua.Però tua mamma poi si preoccupa, falla breve.
Ah sì? E io, posso essere lasciata in pace almeno io?!
Che dici?
Beppe dalla porta, orecchie tese. Cosa sarà successo di nuovo a questa ragazza? Sempre in movimento, chissà cosa cerca?
Sai zia Livia, sono esausta. Mi sento una carta assorbente. Non solo si interessa, ma si butta in tutto quello che faccio! Non ne posso più!
Che avrà combinato stavolta Giulia? Livia mise giù il bollitore.Dimmi tutto.
Poi, però, realizzò che senza una bella tazza di tè e qualche biscotto allanice era impossibile affrontare i drammi. Tirò fuori due tazzine Parigi-Parigi, un teierino di porcellana elegante che versava uninfusione color rubino, lo zucchero si sciolse felice. Le tazzine scivolarono sui piattini, i piattini sulla tavola
È sempre ovunque! Lo fa anche in buona fede, ma è dappertutto. Rivuole rimetter mano allappartamento, ci costringe me e il papà a fare shopping e a vestirci come pupazzi. E poi cè il progetto in università!
Mariella prese un biscotto mentolato, profumato, nella glassa che si sgretolava, provò a mordere un pezzo, ma lo rimise giù.
Sto scrivendo la tesi, il relatore non ha nulla da ridire, promette che la discussione sarà una passeggiata. La materia è un po complessa, a volte nemmeno io sono sicura di che penso davvero Poi, dovevo portare una lista in segreteria: Consegnala tu, Mari! Mi metto in attesa e sento, dalla porta:
Eh, caro Pietro, questa ragazza la tesi è debole, si è infilata in un casino che si è creata da sola. Ma che vuoi farci? Con una madre così, potrebbe pure andarsene sulla Luna! Se la bocciamo qui, Giulia la spinge altrove, la fa laureare da unaltra parte. È un rullo compressore, quella donna!
Uhuh sospirò Livia, con il cielo già scuro negli occhi.
Poi hanno detto che io, Mariella Giudici, non ho preso nulla della tenacia materna. Che al massimo potrei lavorare in un asilo nido. Non ho il carattere giusto
Un singhiozzo le scappò.
Zia Livia, ci sono rimasta malissimo. Ho dato tutto! Mi impegnavo davvero! E poi sempre la mamma, la mamma dappertutto! Io sono solo la sua ombra, una che la trascinano avanti a forza, perché sanno loro qual è il meglio Dopo, la segretaria mi cacciò via aveva capito che parlavano di me. Dopo dieci minuti, sono usciti il preside e il relatore, ridendo. Appena mi hanno vista, zitti allistante. Ho mollato le carte e me ne sono andata. La sera stessa ho consegnato la domanda di ritiro. Forse lhanno già accettata Bel casino, eh? Sono proprio un genio, vero?
Si mordeva il labbro cercando di non piangere, guardava la tovaglia panna, elegante quanto le tazzine chic.
Livia la guardò, tazzina bloccata a mezzaria.
Hai lasciato luniversità? domandò allibita.Ma sognavi tanto quella carriera da designer, ci avevi lavorato notte e giorno! Ma perché?
Non voglio che tutto sia fatto da mia madre! Vado a fare la donna delle pulizie, almeno lì non si intromette. Straccio e mocio son uguali ovunque. Basta, non la reggo! Altro che Madre Teresa!
Livia si alzò e si mise alla finestra. La questione era seria stavolta.
Beppe tornò pigramente, intuendo che i piatti non sarebbero stati lanciati e che il vulcano di rabbia stava aumentando di intensità ma sarebbe finito in malinconico lamento. Mariella lo riprese in grembo, lui fece le fusa, socchiudendo gli occhi. Eh, con queste femmine cè sempre un dramma Prima viveva vicino ai bidoni, faceva freddo, cerano i topi, ma la vita era tranquilla. Ora sto bene, sì, ma quante emozioni sprecate tra teiere e fazzoletti! Sempre a piangere davanti alla tv, a chiacchierare e penare con le amiche, Mariella che viene e il clima si elettrizza altro che pelo dritto!
Intanto il crepuscolo spegneva il lampione assonnato, la neve cadeva più intensa, come se qualche mano gigante la versasse giù a mestolate. Silenzio. Livia infine si voltò.
Non la odiare troppo, la tua mamma! Sì, scivoloni ne ha fatti e magari ha esagerato. Ma lo sai che non è cattiva, ha solo paura.
Paura lei?! Una ruspasenza cannoncino, ma con i cingoli schiaccia tutti senza pietà! E tutti zitti, per non rischiare la sua energia devastante!
Non la conosci per davvero. Già da ragazzina sembrava carica a molla. Poi pensò che bisognava diventare ricchi, appena laureate. Non male! Il mondo le rideva dietro. Allora si mise a produrre mascara in casa con una compagna. Funzionò, si lanciarono a livello più ampio. Unamica convinse tua madre a trasferirsi a Lecco, tutto in segreto. Presero parte dei risparmi di papà tuo, scrisse che li avrebbe restituiti.
E poi?
Poi andarono in fumo tutto: lappartamento bruciato, la compagna andò nei guai. Scoprimmo che oltre al mascara, producevano altra roba. Brutta faccenda, molti finirono allospedale. Solo per miracolo Giulia non finì in guai serimerito proprio di quellamica, si chiamava pure lei Mariella. Si prese tutta la colpa.
E lei, dovè adesso?
Livia tornò, lasciando andare la tenda che ricadde molle.
Non cè più. Seppellita ormai dieci anni fa. Se avesse tirato dentro anche la mamma, chissà oggi doveravamo Tua mamma ha paura che per te vada storto qualcosa, che prendi una brutta strada, te ne scappi e combini disastri, quando ormai sarebbe tardi. Si basa su quello che è successo a lei!
Ma io mai avrei Mariella si bloccò. Poi chi può saperlo? Magari, anche lei, ai primi dubbi su un lavoro, su una bocciatura, sarebbe impazzita come la madre? In fondo, una buona dose di testardaggine ce laveva pure lei: una parte Livia, una parte Giulia, un po papà Un mix da ricetta di famiglia!
A proposito, che progetto stavi facendo? Livia versò altro tè.
Un centro commerciale. Ma ora lo cestino. Anzi, ho già mollato tutto, ormai sono fuori.
Eh no! Livia alzò il ditino e finalmente, per la prima volta davanti a Mariella, fu perentoria.Rientri alluniversità, parli con tua madre, racconti tutto, alla luce del sole. Lei farà i botti, ma ti capirà. Sei identica a lei! Continuerai, ti laurei, fai la tua tesi e poi, sì, anche la bidella. Ma dopo!
E su cosa lo faccio il progetto? Da capo non ce la faccio
E chi ha detto da capo? Guarda qui la cucina. Tutto fatto e documentato: abbiamo pure le foto prima e dopo. Questo è il tuo progetto! Presentalo. Non fiatare!
Beppe guardò Mariella negli occhi: Te la senti di obbedire?
Lei scosse il capo, sorridendo appena.
Poi bevvero tè in silenzio, in cucina volavano solo briciole di glassa e il rumore del traffico sotto.
Vedi, mormorò Livia, giochicchiando il cartoccio della sua caramella preferita.Tua mamma non aveva dove andare, con chi sfogarsi. Ha corso, corso per non pensare a sé. Non so perché, in famiglia cera affetto, ma Giulia cercava sempre altro. Era agitata. Tu invece, stai in mezzo: puoi scegliere tra tempesta o bonaccia, a seconda della giornata Siamo una famiglia per tutti i gusti!
Livia diede due carezze a Beppe che iniziò a pulirsi il muso, poi sparecchiò.
Beh Domani torno a casa, credo. Provo a rimettere a postoMariella strinse le spalle in dubbio.
Ecco, stavolta fai come ti ha insegnato tua madre: risolvi tutto in fretta! Non fare queste tragedie greche per niente! Livia sorrise, occhietto a Beppe. Il gatto sbadigliò, saltò giù ed entrò nella sua cuccia. Tutto sommato, aveva scelto bene a adottare Livia: qui si mangia bene e il melodramma non manca mai!






