Persone che contano

Persone giuste

Cercavi me, Federico Giuliani? Mariella sorrise con la consueta dolcezza, sistemando meglio fra le mani la cartella pesante, stracolma di documenti importanti.

Ma la smetti con questo formalismo? Sempre Federico Giuliani e Federico Giuliani! si mostrò quasi infastidito luomo seduto dietro lampia scrivania. Davanti a lui, copie prova di riviste, due libri dalle copertine sgargianti dai colori natalizi: puntavano ad una grande tiratura. Mi sento stanco Posala pure, Mari, lascia andare queste scartoffie! Perché non prendi un po di ferie?

Mariella sorrise, si avvicinò al marito, appoggiò i documenti sul tavolo dalla superficie intarsiata, scivolò agile sotto il suo braccio, sedendosi poi sullampio bracciolo della poltrona e, annuendo, lo abbracciò per il collo.

In quellufficio si respirava sempre unaria calda, dignitosa. Dignitosa: sì, questa era la parola bello, solido, fatto per durare. In particolare la scrivania, ordinata su misura da un artigiano fiorentino.

Sia il tavolo che Federico, marito di Mariella, avevano la stessa aria rassicurante e possente: il primo temprato dalle mani di un ebanista, il secondo dalla vita. Tanto cera stato in quella vita, basterebbe sedersi a parlarne per riempire unintera serata.

…Sua madre, Speranza, lo aveva portato a Firenze da un piccolo borgo col miraggio che sarebbe riuscita presto a mettersi in piedi, a ricominciare. Ma non fu semplice. Solo otto anni di scuola, Speranza faticò a trovare lavoro: lavò scale nelle palazzine, ramazzò cortili. Viveva dove lavorava. Federico lattendeva spesso alla finestra o andava a darle una mano.

I passanti, osservandolo armeggiare goffamente con una pala enorme o spazzare con la saggina, annuivano commossi: «Aiuti la mamma, eh?»

Federico li fissava solo di sotto in su, serio, senza rispondere con un sorriso.

Perché è sempre così cupo quel ragazzo? chiedeva sconcertata Gina, la chiacchierona ventinovenne che aiutava Speranza. Gina era unesplosione di vitalità esagerata, allegra, un po sfrontata, come se volesse dimostrare a tutti che la sua vita semplice e lei stessa fossero poco importanti, così da potersi permettere ogni eccesso. Speranza capiva: Gina scacciava un dolore che non voleva confessare, ma la notte la sentiva piangere nel sonno, chiamare qualcuno, chiedere conforto

A volte Speranza avrebbe voluto aiutare Gina, ma lei respingeva ogni tentativo aggrottando i riccioli rossi e, piantando i pugni sui fianchi, rispondeva con tono teatrale: «Aiutate voi stessa, Speranza! Non ho casa, non ho marito e mi tocca crescere questo bambino menomato. Pensate a voi! Per me Gina si accasciava su uno sgabello, nascondendo il volto fra le mani. Per me ormai è tutto finito!»

Cosè esattamente finito, Speranza non riuscì mai a saperlo. Gina taceva come una tomba.

Gina viveva anchella nel piccolo alloggio dei custodi. Eppure, nonostante apparenza rozza, amava ordine e pulizia, voleva un vaso di fiori sulla finestra, puliti i pavimenti, si vestiva con cura e si assicurava che le sue scarpe fossero sempre linde.

Al risveglio, si sciacquava il viso con lacqua gelata del minuscolo rubinetto, si strofinava vigorosamente, si pizzicava le guance sotto gli occhi attenti di Federico «Così tengo lontane le rughe», diceva ridendo poi iniziava a pulire. Se il sole inondava il pavimento della stanza, Gina si sentiva inarrestabile: lavava, lucidava, strigliava, metteva su la moka, sbatteva fuori tappeti, brontolando sempre contro chi butta la sporcizia qui.

A volte voleva fare una torta, ma mancavano quasi sempre gli ingredienti. Allora Gina prendeva il cestino, Federico, e via al mercato.

Speranza li seguiva con lo sguardo, in silenzio.

Federico si annoiava da solo; i bambini del cortile non ci giocavano, taciturno comera; almeno con Gina poteva uscire.

In cuor suo, Speranza sapeva: Gina non gli avrebbe mai fatto del male.

Anche oggi Gina trascinava il ragazzino tra i banchi del mercato, scrutava le bancarelle, tirava su il naso, bofonchiava qualcosa sulle specialità di una volta. Poi litigava con la signora Lucia, la salumiera, per far dare a Federico qualche fetta di mortadella, promettendo che avrebbe pagato la differenza poi.

Lucia scuoteva la testa, Federico sospirava. Adorava la mortadella, ma se non cera non era la fine del mondo.

Guarda come hai ridotto questo povero bimbo! la sgridava Gina. Magrolino, pallido, appena due occhi in viso. Non hai pietà, Lucia, vero Federico?

Federico si stringeva nelle spalle.

Alla fine Lucia cedeva, gli tagliava cinque belle fettine di mortadella.

Grazie, signora gentile! esultava Gina, prendendo anche un po di farina, dellolio strano e un pugno di uvetta. Ecco i soldi che ho depositava monetine e banconote stropicciate sul banco.

Lucia contava, spostava i soldi una ad una sulla tavola cosparsa di zucchero, mentre Federico la scrutava.

Ne manca? chiedeva Gina appoggiandosi al banco, strizzando locchio a Federico.

Certo! Servono ancora degli euro per la mortadella, Gina. Hai lasciato tre euro e spiccioli; me ne devi altri tre! Lucia si inaspriva subito.

Gina si dava un colpetto al mento, pensierosa, ma Federico sbottava: sbatteva i piedi e indicava il grembiule della salumiera.

Ah, hai notato anche tu, Federico? Ho visto proprio ora la nostra cara Lucia mettere via in tasca una banconota che non era sua. Non si fanno trucchetti con i bambini, signora! Forza, fuori quello che ha preso! Gina si impose, seria.

Lucia, imbarazzata, restituì il denaro.

Visto? Nulla ti devo! sorrideva Gina Andiamo, Federico. Oggi ci attendono grandi imprese!

Federico la precedeva, già sognando di sedersi al portone e mangiare la sua mortadella. Gina pregustava la festa: un dolce da dividere con Speranza, piatti eleganti come nei caffè chic, risate a volontà… Le venne un moto di fastidio: al diavolo piatti raffinati! Decisa, si avviò.

Speranza la osservava perplessa, chiamava Federico, che però faceva cenno che non aveva tempo.

Dai, basta lavorare! È ora del tè! gridò infine Gina. Federico, porta la mamma e lavatevi! Federico, non si fa così quando una signora ti dà il braccio! Bisogna inginocchiarsi! Guarda! Gina si gettò teatralmente sulle ginocchia nel vano della porta. Ecco, prendi, fai un cenno, in piedi, avanti. Speranza, prego! È servito!

Gina, giocosa, trascinò una ridacchiante Speranza allinterno.

Anche Federico sorrideva, pur restando in silenzio, quasi timoroso, trattenuto.

Presero posto. Gina servì a tutti il tè e dispose su piattini la torta calda, morbida come panna, profumata di vaniglia e uvetta. Nessuno avrebbe mai saputo ricreare quella torta per Federico: nessuno.

Federico fece la scarpetta alle briciole, poi si tuffò sulla fetta principale. Anche il tè era forte come il caffè; a Gina piaceva poco diluito, quasi nero. Speranza si storceva, ma beveva obbediente.

Cè qualche festa oggi? E mortadella… Gina, sei diventata ricca? incalzò Speranza. E poi… Tu chi sei, Gina, davvero? Non lavori, le scope a malapena le tocchi, ma i soldi non ti mancano mai. E ascolti musica, ma non come me… E nel sonno… reciti poesie!

Ma cosa dici, che bugie sono queste! Gina scacciava via largomento. Sciocchezze!

No, davvero. Lo vede perfino Federico!

Che vuoi che ne sappia, il tuo Federico, di poesie?! Ma piuttosto, dimmi tu, perché non parla? Legge solo il labiale, è sordo? Non pare! Gina aguzzò lo sguardo, inclinò il capo e puntò il dito dalla unghia rosicchiata. Nascondi qualcosa, Speranza…

Non sono una signora! si offese Speranza. Ha dei nervi, basta. Non voglio parlarne.

Eppure… E perché sei venuta qui? Da qualcuno? I parenti non ti hanno accolto? Gina non la mollava. Sei in città, Speranza! Qui ci sono medici, la scienza! Forse dovrebbe vedere uno specialista, Federico. Ne troviamo uno, dai!

Nessuno ci accoglie, Gina! Dai buoni medici neanche ci arrivi. E poi non servirebbe. È una cosa di nervi, te lho detto! Non insistere. Federico, vuoi ancora tè? Si alzò di scatto, agitata, rovesciando un po di tè a terra. Santo cielo! Federico, perché non finisci mai?

Non urlargli addosso! Guardati, la vita non la sistemi e il piccolo cresce come unerbaccia, nemmeno allasilo ce lo porti, però sai gridare! anche Gina alzò la voce, i pugni serrati, le narici dilatate. Sui piccoli è facile gridare! Ma non ti azzardare a trattare male Federico, hai capito?!

Va bene, calma, siediti! balbettò Speranza, impaurita. Federico, scusa. Gina! Lascia stare il bambino! È normale, smettila di compatirlo! Ridammelo!

Tiravano ognuna il ragazzino dalla propria parte, come una bambola. Lui pianse.

Basta! Federico, mangia la mortadella! E tu, Speranza, se non mi racconti tutto niente torta per te! sentenziò Gina, facendo sedere Federico.

Vivevamo in un paese riuscì a dire Speranza. Avevo un marito, il padre di Federico.

Dimmi tutto, Gina annuì.

Non sto raccontando una sceneggiata, Gina, piantala di intercalare! sbottò Speranza. Si chiamava Giovanni.

Quindi Federico è Giovanni, ah che sorpresa! sorrise Gina. E dopo?

Mi hai portata allinferno, Gina… mormorò Speranza. Ascolta… Un orso lo ha sbranato. Davanti agli occhi di Federico. Erano andati nel bosco, non a caccia, solo per guardare. Giovanni amava scoprire tracce di animali e mostrarle a Federico. Quella volta portò il figlio. Perché andarono? Perché? Io non volevo, faceva freddo, e neve, ma Giovanni… disse che Federico era un ometto, che avrebbe resistito. Portò via il piccolo, io restai alle faccende, poi… la voce di Speranza si fece roca, si mise a tossire, Federico si strinse a Gina, stringendole forte il polso. Federico tornò da solo. Forse Giovanni gli disse di correre a chiedere aiuto, ma non fu abbastanza veloce, pianse a lungo, non riusciva a spiegare nulla Giovanni aveva il fucile, non so perché non abbia sparato. Tutto davanti agli occhi di Federico… Io nemmeno sono andata al cimitero; le vicine fecero tutto. E da allora, Federico ha smesso di parlare. Sei contenta? Speranza si voltò, scoppiando a piangere. Credevo che in città avrebbe dimenticato tutto, che qui, con tram e bus, avrebbe ricominciato a parlare. Non è stato così… E io qui non so fare nulla, solo badare agli animali, non alla città…

Gina si rabbuì, osservando Speranza asciugarsi le lacrime. Poi chiese:

Ma come sa contare così bene? Al mercato fa sempre i conti, me ne sono accorta.

La vicina portava la pensione. Quando lavoravo, Federico restava con lei, la seguiva ovunque. Così ha imparato tutto. Dicevano crescerà un ragioniere. E adesso… che ne faccio, io?

Speranza afferrò lasciugamano dal gancio, lo strinse fino a sbiancare le nocche proprio davanti agli occhi di Gina. Che disperazione Gina non aveva mai conosciuto questo tipo di dolore, denso, irrevocabile, dallodore acre di fumo.

Sento puzza di bruciato… sussurrò Gina. Perché sento odore di fumo?

Le donne guardarono fuori dalla minuscola finestrella, che dava su un pezzetto di cortile. Gambe correvano, si intravedevano.

Svelta! Gina afferrò la mano di Speranza. Federico, resta qui, guarda la porta, capito?

Federico annuì.

Saltarono giù per le scale, fuori, tra le altre persone che correvano. Le vecchiette sulla panchina piangevano, uomini accorrevano coi secchi dallidroscivolo.

Cosa succede? Sta bruciando qualcosa?! Speranza afferrò per la manica un tizio affannato; lui la fisso severo:

La colombaia. E ci sono dentro dei bambini. Lhanno incendiata loro, maledetti! Sei la portinaia? Dovè lacqua, i tubi? Forza, muovetevi! Donne!

Lacqua qui arriva solo fino al cortile… rispose piano Speranza.

Luomo brontolò, la spinse via e corse verso il fumo.

La colombaia in legno, annerita dal tempo, era già avvolta dal fumo e dalle fiamme. Uomini e donne la circondavano coi secchi, si scontravano fra di loro, imprecare.

Speranza alzò lo sguardo al cielo, mettendo la mano a visiera. Le colombe, simili a pizzi bianchi, volavano spaventate sopra il tetto, e dalla finestrella spuntavano due testoline, due ragazzini poco più grandi di Federico che fissavano sotto sgomenti.

Gina, individuata la scena, corse e si infilò nella porticina della colombaia.

Dove vai, Gina! Speranza la seguì, ma qualcuno la trattenne bruscamente, facendola cadere.

Fate spazio! Non servono eroine! urlava luomo di prima, ordinando di bagnarlo dacqua; poi si lanciò anche lui.

Dalla finestra in alto, Gina urlò: Speranza, non scendiamo. Prendi! Passate coperte in fretta, fornitele!

Un lenzuolo fu teso sotto la finestra. Gina sollevò il primo bambino, che si aggrappava al collo piangendo; poi, con un cenno, lasciò la presa e il piccolo atterrò sul telo. Laltro saltò da solo, gambe e braccia aperte nel vuoto.

Appena a terra, li rimproveravano già fra urla e rimproveri: pianti infantili, voci severe.

Speranza restava immobile, lo sguardo incollato alla finestra. Di Gina, però, nessuna traccia. Dovera? Ormai tutto andava in fumo!

Gina! Ginaaaa! Dove sei?! urlava Speranza. Qualcuno le prese la mano: Federico. Cosa ci fai, qui? Vai a casa! Adesso! Via!

Ma Federico non si mosse. Guardava dritto le fiamme e gridò anche lui, rauco e forte. Speranza si stupì: che voce aveva! Chiamava Gina, la sua zia Gina, con la quale aveva preso la mortadella e fatto la torta, che gli raccontava storie e gli insegnava a disegnare cavalli. Gina sapeva disegnare splendidi cavalli: le sue linee delicate, più che altro scarabocchi, si tramutavano in colli potenti, occhi profondi, narici larghe e nervose.

Questo è un cavallo, Federico. Dillo con me: Ca-val-lo! Gina insisteva, lui solo la guardava.

Gina parlava di mari lontani, paesi esotici dove la gente va sugli elefanti, e di balene giganti come navi, blu e gentili. Federico avrebbe voluto vedere una balena, un giorno…

Gina! Ginaaa! Federico batteva i piedi e piangeva.

Arrivarono i vigili del fuoco, srotolarono i tubi; lacqua scrosciò.

Federico, amore! Stai calmo… Gina… Speranza lo teneva stretto, lui si divincolava, finché riuscì a correre verso la colombaia, ma fu raccolto da Gina ormai salva e fradicia, i capelli bruciacchiati, il viso annerito, ma con un sorriso luminoso, felice, quasi infantile.

Dove corri? Sono qui! Cosera tutto questo gridare, eh? Ripeti! Speranza, che diceva?

Gi-na. La mia Gina! sussurrò Federico, stringendola forte.

Fermi lì! Il disastro non è finito, qui ci vuole il dottore! borbottò ancora luomo. Guardatevi le mani, signora!

Gina annuì. Andrà dai medici, certo, ma ora conta altro. Federico aveva parlato, davanti a Speranza! Avevano vinto la paura!

Lo prese in braccio, malgrado Speranza insistesse, lo baciava sul naso, sulle guance, ballava, rideva.

Bisogna festeggiare alla grande! annunciò Gina, ma subito si fece pallida, si lasciò cadere su una seggiola. Federico, mi porti dellacqua per favore? Speranza, ho tutto nero davanti agli occhi…

Le prese le mani, la febbre saliva, rabbrividiva.

Ora passa! Bevi Gina, è solo la tensione! Ecco, siediti, ti spalmo la crema sulle mani, così… così…

Federico intanto le accarezzava la testa, Gina sorrideva, ma il dolore aumentava. Federico pianse.

Dai Topolino, non fare così! sussurrò Gina.

Ho paura che succeda come a papà… rispose lui, voltando il viso.

Non dire sciocchezze! scosse la testa Gina. Ho ancora tanto da fare con te! Tua mamma lavorerà, tornerà a studiare, prenderà il diploma! Mille cose ci aspettano, Federico…

Gina si addormentò. Stavolta niente lamenti, niente versi poetici: solo sonni e ogni tanto un sorriso.

Speranza restò lì, accarezzando i capelli al figlio, guardando il volto di Gina.

È così giovane! Potrebbe ancora vivere, imparare, amare, sposarsi, avere figli… e invece, qui nascosta come un topolino., pensò Speranza…

Rimase però felice per Federico: ora parlava! Non fu la città ad aiutarlo, troppo impersonale, ma le persone. Gina.

…A notte fonda Gina si svegliò, bevve con avidità.

Che hai, Gina? Fa male? Speranza le si fece accanto.

Ho tutto secco in gola, e sento ancora lodore terribile… sussurrò Gina rauca.

Rimase zitta, guardando Speranza seduta con la vestaglia.

Mio padre è in prigione, Speranza. Dove mai potrei andare?! Faceva il gioielliere, rubava, diceva che tutto doveva essere perfetto per me E invece, ecco: non ho più nulla. Mia madre è morta, ci hanno tolto la casa, per ripagare i debiti di papà. Da allora sono sola. Gli amici mi hanno girato le spalle: figlia di ladro, ladra anche lei. Ma io non sapevo nulla, giuro! Papà si chiudeva con la gente in camera e bisbigliava; io, giocavo con le bambole o disegnavo. Speranza, volevo andare allAccademia, a Roma! Immagina, i quadri, la bellezza! Disegnavo sempre, ho buttato via tutto quando mi hanno cacciata. Ormai, che senso ha? Non mi hanno presa a studiare, dissero che non ero adatta. Da lì in poi ho smesso… Gina tossì, Speranza le offrì dellacqua. Pulire cortili, ecco il mio destino. Ma tu, Speranza, trova un bel lavoro, tira su Federico! Là dentro, nella colombaia, pensavo che sarei soffocata. Non volevo uscire, sai? Ma poi ho avuto paura. Non ho più niente: ma nemmeno il coraggio di morire. Il tizio mi ha buttata fuori, non so nemmeno come. Nessuno mi vuole, capisci? Ecco perché stavo per lasciarmi andare, per sparire.

Speranza chiuse gli occhi, poi li spalancò, si alzò, abbracciò Gina e le baciò la testa che odorava ancora di fumo. Quel profumo rimarrà a lungo nei capelli: memoria di quel desiderio di sparire.

Sei sciocca, Gina! Eppure hai letto libri, volevi studiare, ma la cosa più importante non la sai… Non è stata tua la scelta di nascere, non puoi essere tu a decidere di sparire. Mia nonna, prima di morire, mi disse: “Poter vivere ancora un mesetto… quante cose da fare!. Prendi i documenti, Gina, e vai a riprenderti il tuo posto allAccademia.

Non sono capace! Ho dimenticato tutto, non ho più i disegni! Basta Speranza, lasciamo stare. A che serve? Gina si agitò, voleva scacciare Speranza, ma non ebbe la forza: si rannicchiò tra le sue mani, composta, per non piangere.

Serve, perché tu sei importante per te stessa, hai capito? E per Federico! Sei di casa ormai, non ci liberiamo facilmente di te! Vuoi ancora acqua o dormi? domandò Speranza, rabbrividendo per lumidità che filtrava dalla finestra.

Dormo. Speranza, credi che io serva a qualcuno? Almeno a uno?

Speranza non rispose. Era già evidente…

Quando venne il momento, Gina andò davvero agli esami d’ammissione dellAccademia di Belle Arti. Tutta la settimana fu ombrosa, mangiava poco, disegnava di notte per poi strappare tutto, leggeva e riscriveva, ma al mattino si lavava in fretta e correndo dava un bacio veloce a Federico per poi uscire. Lui vagava nel cortile, sperando di vederla rientrare prima.

Non aspettarla così, non torna in fretta! tentava di convincerlo Speranza, ma nulla: Federico restava lo sguardo fisso sul cancello.

Alla fine, a Gina dissero subito che era stata ammessa. Tornò a casa con fare solenne, abbracciò forte Federico.

Mi danno una stanza in convitto, Speranza, ma… resto con voi! si sedette tirando Federico in braccio.

Sei matta, Gina?! Sobbalzò Speranza. Vai e basta! Anche io ho trovato lavoro. Conosci Maria Concetta, quella che ha cucito il vestitino di Federico? Vuole insegnarmi tutto. Quindi ci trasferiremo anche noi.

Federico ascoltava attento, poi afferrò Gina per la mano, stringendola forte. Doveva restare accanto a lui, aveva così tanto da raccontare sui paesi caldi, sulle balene, sui cavalli… In campagna avevano un cavallo, suo padre glielo faceva cavalcare…

Bene. Verrò a trovarvi spesso. E tu, Speranza, cucimi un vestito quando impari. Ora beviamo il tè: ho portato dei veri bomboloni caldi. Prendetene!

Scaraventò sul tavolo un sacchetto di carta con qualcosa di profumato e bollente, cosparso di zucchero…

Gina guardava Speranza che assaggiava con cura, che soffiava sulla superficie e porgeva il primo morso a Federico, che chiudeva gli occhi estasiato.

Grazie, zia Gina! Il ragazzino le gettò le braccia al collo, la impiastricciò di zucchero e tutti risero felici. Avevano bisogno gli uni degli altri, specie Federico. E il meglio doveva ancora arrivare.

…Cinque anni dopo Gina si sposò e nacque Mariella. Federico la guardava con sufficienza.

Una femmina… sbuffava.

La più dolce del mondo! annuiva Speranza.

… Crescevano insieme, Federico e Mariella. A undici anni, Mariella si accorse di amarlo, a tredici ci rimase male perché lo vide baciare la vanitosa Rita Simonetti, a ventanni decise che non si sarebbe più innamorata.

Federico intanto si faceva strada, sognava di avere unattività sua, in cui comandare. Negli anni Novanta rischiò grosso, se non fosse stato per Gina che trovò per lui lavoro come fattorino presso una piccola casa editrice dove lei illustrava. Lì, Federico spiccò il volo. Amava i negozi di libri: osservava i clienti, i gusti, le nuove tendenze. Frequentava La Feltrinelli, studiando come cambiava negozio. Lì apparivano nuovi stand, libri accessibili senza dover chiedere al commesso, incontri con autori celebri… Ma i libri della loro casa editrice non riuscivano mai ad entrare.

Il nostro campo, Federico, sono le riviste per bambini, giornalini effimeri. Roba che si legge e si butta. I grandi negozi non li vogliono, li prende solo ledicola sotto casa o ai chioschi della stazione, diceva il vecchio direttore, Stefano Arcangeli.

Ma Federico non si arrese, si presentò alle persone giuste, in particolare con la responsabile del settore bimbi della Feltrinelli, la signora Gabriella. Gentile e determinato, riuscì infine a piazzare le loro riviste sugli scaffali del grande negozio.

Tre anni dopo Federico divenne direttore editoriale, forte dellistruzione universitaria (Gina ci aveva tenuto che facesse le cose per bene). Mariella entrò poi nellufficio grafico. Favoritismi? Forse, ma solo dopo, quando Federico, esausto, si decise a chiedere la mano di Mariella. Lei accettò. Solo allora in ufficio girarono voci sulla “gestione familiare”.

Perché no! Porterò anche i nostri figli qui! Sarà la nostra fortuna rideva Federico felice.

E Gina e Speranza si scambiavano uno sguardo dintesa. Ne era venuto fuori un bravuomo, il loro Federico, solido e buono. Quante cose buone nacquero da quellincontro Gina, Speranza e il piccolo Federico. Persone giuste, fatte per trovarsi.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

three × 3 =