I disegni della mamma

I disegni della mamma

Allora, Marco, than spedito in esilio? chiese il nonno Andrea guardando in su con gli occhi socchiusi, accecato dal sole che filtrava dalla pergola della vecchia casa di campagna.

Marco, in silenzio, si trascinò la gamba dolorante e tornò a scrutare il nipote appoggiato al muro, magro come unacciuga, con la maglietta stinta e i jeans consunti.

Convincere Marco a vestirsi in modo decente, pettinarsi o anche solo cambiare un capo era una battaglia persa. La madre, Caterina, aveva ormai perso la pazienza.

« Dopo la doccia, caro, usa subito il pettine, hai i capelli folti, dritti come spuntoni di riccio! Bisogna essere curati, mica andare in giro con la chioma da selvaggio!» gli raccomandava la parrucchiera nel piccolo salone di Corso Umberto, passava e ripassava il pettine sulla testa di Marco, si compiaceva del risultato, «Ma che bel ragazzo!»

Marco, appena pagato il taglio (sempre la mamma: lo sapeva lui come pagare da solo!), era fuori dal negozio e già si spettinava con rabbia.

Ma che fai? Ma ti sei visto? Vieni qui che ti pettino io! frugava nervosa Caterina nella borsa in cerca del pettinino.

Lascia stare. Non mi pettino certo alla pecora, chiaro!? tagliava corto Marco e si allontanava, lasciandola ad attenderlo in metropolitana.

I jeans troppo lunghi, strappati sulle ginocchia, la camicia a quadri, metà nei pantaloni e metà fuori, li aveva scelti e comprati da solo coi soldi ricevuti per il compleanno: Caterina si era infuriata, ma il padre Filippo aveva solo sorriso, concedendo la libertà adolescenziale. Quei capelli ribelli, le scarpe con i lacci di colori diversi, le catene dappertutto, il naso sollevato in segno di sfida Tutto in Marco irritava Caterina, tutto quanto.

Poco servivano le teorie sulladolescenza o sulla personalità; che Marco andasse anche abbastanza bene a scuola non la rasserenava.

È sempre tuo figlio, in carne e ossa! sospirava la suocera, nonna Pia, occhi al cielo. Non puoi opprimerlo così! Lo lasci in pace e crescerà da solo. Più lo costringi, più si ribellerà, e allora sì che saranno guai, Caterina!

Parlate facile voi, lo vedete una volta lanno; io ogni mattina mi ci siedo accanto sullautobus. Non si può vivere così! Filippo, dici qualcosa almeno tu! Deve diventare un uomo, mica un babbuino, non capite?

Ma Filippo si stringeva nelle spalle.

Così Caterina combatteva da sola contro il figlio adolescente, mentre i familiari sembravano sempre più pronti a compatirlo.

Un giorno Marco, vicino ai cassonetti, sputava di proposito mentre la madre lo osservava dal marciapiede.

Un bidello lo spinse via, brontolando: Vai via, somaro! Vergogna!

Marco fece per rispondere, ma Caterina lo tirò via per un braccio.

Basta! Questestate andrai dal nonno Andrea in campagna, basta lotte, non ce la faccio più! Un po ti sistema lui, io riprendo fiato e studio come si educano questi figli benedetti! Domani si parte. Non lamentarti con nonna Pia, perché non cederò più! I protettori ce li hai già fin troppi

Marco serrò le labbra, cupo, lo sguardo basso mentre fissava le facce che gli scorrevano accanto sulla scala mobile. Sarebbe voluto scappare via, lontano da quella voce fastidiosa, dal profumo della madre, dal suo sguardo eternamente accusatorio.

Va bene, vado! ringhiò Marco. Almeno lì nessuno mi tormenta!

Stava per aggiungere qualcosa di più pungente, ma giù, tra la folla, si accorse di un piccolo trambusto.

Una ragazza con un vestito lungo, borsa di stoffa, due pile di libri le scivolarono a terra: si chinava, confusa, aggiustandosi continuamente gli occhiali. Passanti la aiutarono a raccogliere tutto.

Si tolga dal mezzo, signorina, qui non può fermarsi! sbuffò Caterina, spingendo Marco. Lui si divincolò, la guardò negli occhi.

La giovane era disorientata, arrossiva, chiedeva scusa, perdeva di nuovo i libri; la responsabile della stazione la aiutò a spostare tutto.

«Bella, pensò Marco allimprovviso secchiona, sì, però E la mamma così ruvida! Ma perché?! Fa ribrezzo!»

E scappò più avanti, diretto al treno, lasciando Caterina indietro ad urlare. Non voleva più sentirla. Non era una marionetta! E basta con quellautocommiserazione.

Rientrò a casa solo a sera. Caterina aveva chiamato decine di volte, ma lui nulla.

Dove sei stato? Rispondi! gli si avventò Caterina, aveva pianto, si vedeva dal trucco sciolto. Filippo! Niente, come sempre! Marco, in che stai diventando? Selvaggio! Nemmeno un libro letto! Che ne sarà di te?!

Strillò ancora, lui si rifugiò in bagno. Ne uscì dopo aver tinto il ciuffo di giallo acido. Si specchiò, fece la linguaccia e andò a cena.

Cosè, sei impazzito per davvero?! urlò la madre. Fuori, subito, fatti la valigia, domani stesso alla villa dei nonni! Basta, non ti reggo più!

Marco, stavolta, la guardò dritto negli occhi. Lei, così piccola, appena un metro e sessantacinque. Lui già un gigante. Eppure la odiava con tutto se stesso. Forse non si dovrebbe, ma così era.

Volentieri sussurrò lui, stringendo i pugni. Anzi, lo volevo anchio. Resta da sola se preferisci: mangia, dormi, vivi a modo tuo. Cacci anche papà, lo sento. Ma quando andrà via lui, non voglio assistere! Che schifo! rise amaramente e si chiuse in camera.

Quella notte arrivò anche Filippo, provò a parlargli: Senti, tua madre piange

Non mimporta, papà. Mi ha cacciato! e spense la luce.

Marco era convinto che avesse fallito con la madre fin dalla nascita.

Caterina aveva desiderato una figlia: bambole, canzoni, mamma e figlia, scarpe lucide, vestitini soavi che da bambina non aveva mai avuto. Le cuciture della nonna Anna erano sempre funzionali, mai belle. «A cosa serve un abito? Per una festa spendere quei soldi?!» si giustificava.

Se solo avesse avuto una bimba, avrebbe compensato ogni desiderio. Corsi di danza, pattinaggio, disegno, musica: tutto!

E invece nacque un maschio. Crescere un figlio?! Quanta frustrazione! Ma si impegnò con tutta sé stessa.

Con i maschi ci vuole il pugno di ferro, Appena molli la presa sbandano, o peggio! Caterina raccoglieva ogni pregiudizio.

Dai, sono sciocchezze! Io sarò anche cresciuto in altri tempi, ma nemmeno io mi sono perso, capito? Lascia vivere Marco! borbottava Filippo.

Non è lo stesso, erano altri tempi!

Filippo cercava di trasmettere a Marco un po di praticità, spiegava come funzionava il mondo, ma Caterina liquidava tutto: Non capisci nulla, tu!

Poi lasciò che fosse il marito ad occuparsi dei compiti perché di tempo e di pazienza non ne aveva, ma supervisionava i voti: doveva studiare per lei, portare rispetto, vestirsi bene, come si conviene secondo lei.

E Caterina? Lei chi era? Solo una donna qualunque.

Non devo niente a nessuno! gridò Marco, zaino in spalla. Me ne vado dal nonno! Farò il contadino, fumerò e parlerò come mi pare! Nessuno si impicci!

Sbatté la porta e corse giù.

Caterina, però, lo seguì fino al treno diretto in campagna. Guai a lasciare il figlio da solo!

Li accolsero i nonni, Anna e Andrea, nella casa vicino a Montepulciano: mani aperte, qualche rimprovero bonario per larrivo improvviso.

Resta qui un po! Caterina quasi spingeva Marco come un pacchetto. Guarda cosa sè fatto fare ai capelli! Non ne posso più. Voglio riposare.

Va bene, figlia. Riposa pure. Marco, vai in cucina: la nonna ti ha fatto le frittelle e la ricotta fresca! Alla tua età avevo sempre fame anchio.

Nonna Anna si portò Marco in casa, Andrea rimase sul portico.

Tranquilla, Caterina, si sistemano sempre le cose mugugnò il nonno. È giovane, ha la testa calda. E lascia che si diverta, tanto destate sono tutti così!

Oggi sono i capelli, domani chissà non me ne starò zitta, papà, non fa per me!..

Ma piantala, Caterina. Sempre a pensare agli altri, ti sei dimenticata di te stessa! Guarda come sei diventata sbuffò e rientrò in casa.

Caterina partì con il primo regionale appena disponibile.

Marco nemmeno si affacciò per salutarla: si rifugiò in soffitta, arrabbiato, ascoltava musica a volume altissimo per costringerla ad arrossire di vergogna. Sperava che si voltasse a salutarlo, ma non lo fece e lui, per questo, se la prese ancora di più. Detestava tutto, anche la casa. Scaraventando vecchie casse trovò per terra una cartellina rossa con dei lacci.

La aprì quasi controvoglia.

Dentro, disegni sbiaditi a matita colorata: figurini, corone, vestiti vaporosi, scarpe luccicanti. Tutto album pieni di principesse stilizzate con la firma: Caterina.

Ma guarda! Marco ridacchiò.

Erano le bozze che la madre disegnava da bimba. Lei, nei pomeriggi di pioggia, chinata sul tavolino di cucina, si tuffava su quei mondi colorati: «Che bello, Cate, brava!» diceva nonna Anna.

Mamma, cuciamolo, questo vestito! Mi manca solo la cintura e dei sandali, tipo quelli visti in vetrina!

La madre sorrideva, accarezzava il sogno, ma: «Vedremo, appena arrivano i soldi, cara».

Ma i soldi non arrivavano. La mamma si ingegnava a cucire costumi con le tende, decorava con nastri e borchie, ma

Non è come quelli degli altri, mamma! scuoteva la testa la piccola Caterina.

Le altre bimbe della strada avevano abiti da sogno e sandali con i fiori; lei non poteva.

Così le rimanevano solo i disegni. E lì sorrideva.

Marco accarezzò un foglio. Strano pensare che la mamma fosse stata bambina seduta sullo sgabello, con le gambe che non toccavano per terra intenta a realizzare la sua fantasia. Colorata, bella, ma rimasta su carta.

Richiuse tutto, mise via la cartellina e spense la musica.

A pranzo scese, si fermò vicino al portico, sforzandosi di sembrare indifferente.

Non crucciarti, Marco! lo chiamò il nonno battendo una mano sulla panca. Marco rifiutò. Passa tutto, tua madre è esausta, lo vedi che vita corre adesso. Lei ha il vizio di voler tenere tutto sotto controllo, ma tu ormai sei cresciuto

Non mi vuole bene. Le do fastidio solo a esistere. Non cambierà mai.

Si perse a fissare lo smartphone ma, senza campo, lasciò perdere. Prese la cartellina della mamma sotto lascella, senza sapere nemmeno il perché.

In campagna, come per la madre anni fa, tutto era noia: le fragole erano acide, i ribes pure, anche la vita qui sembrava avere un certo retrogusto acerbo. Nellaria profumo di lana vecchia, quella del pesante cappotto di Andrea.

Solo più tardi, ormai adulto, quando avrà seppellito il nonno, Marco prenderà il cappotto, ci affonderà la faccia: avrebbe ancora tante cose da dire al nonno, ma il tempo è scaduto.

Non ci pensava certo adesso, però. Meglio arrabbiarsi che lasciarsi oppressi dalla nostalgia.

Camminava per il paese, sentendo addosso gli sguardi dietro i cancelli, si sedeva sulla riva del laghetto, seguiva i cerchi dellacqua, il ronzio distante del treno regionale. Non cerano ragazzi della sua età. E il vento disperdeva i disegni. Tutto inutile.

Quando si stufò della panchina, si arrampicò sulla radice sporgente vicino alla riva, quasi si strappò i jeans, i piedi zuppi. Tirò una bella imprecazione che avrebbe fatto arrossire anche Caterina ma gli diede gusto: era la sua voce, da adulto, finalmente libera.

La radice era scivolosa, colonizzata dalle formiche; una lo punse, lui la spedì nellacqua dove un ragno la trascinò via. «Cè sempre qualcosa che ti trascina giù», pensava sua madre.

Si mise gli auricolari, partì con la musica: quella volgare che Caterina detestava. Secondo lei solo lopera era degna, meglio se in italiano, così almeno non capiva le parole.

Invece, da come la vedeva Marco, più la canzone era ruvida, più era vera. Bisognava colpire a fondo.

Si sporse sulla radice, chiuse gli occhi. Un gabbiano giovane faceva il giro dellacqua, tentando inutilmente la pesca. Marco ecco, perse lequilibrio.

Cadde in acqua tra le risate.

Impreco, tirandosi su i jeans pesanti dacqua, si girò seccato.

Sulla riva, una ragazzina rideva. Ossuta, gambe lunghe, vestitino giallo limone, lentiggini ovunque: sembrava un raggio di sole.

Che hai da ridere?! sbottò Marco.

Lei si fece seria. Scusa. Vuoi una mano?

Vai dove stavi andando! Me la sbrigo io, se volevo buttarmi era intenzionale!

Se vuoi nuotare cè la corda sullalbero, qui è scomodo

Non sono scemo, grazie! Levati che devo strizzare i pantaloni!

Lei abbassò la testa, si scusò ancora.

Mentre Marco si occupava dei vestiti, lei disse: Scusa, ho visto i disegni. Sono di tua sorella? Sono bellissimi.

Marco arrossì: toccava la cartellina della mamma! Che vergogna!

Sono di mia madre. E tu senza permesso non dovresti toccare niente!

Erano caduti della mamma? Sembra una persona luminosa. Siete i nuovi vicini, vero?

Si sedette in mutande sulla panchina, finalmente a suo agio. Si ricordò di lei: la ragazza dei libri in metropolitana.

E tu?

Sto da Romano con mia madre Verena. Lei deve stare allaperto, laria secca ci aiuta, a Roma soffoca Il papà ci ha portate qui. Io sono Lucia.

Marco rispose lui. Ti ho riconosciuta: ieri in metro con i libri.

Lucia arrossì. Sì Meglio non pensarci, ho fatto casino.

E rise.

Poi osservava i disegni insieme a lui. Lei curiosa, Marco più attento a lei che alle figure.

Mia mamma cuce i vestiti, sai? Non proprio così, ma simili. E tu? domandò Lucia.

A lui venne da rispondere brutalmente, ma il suo tono era semplice. Noi? Si sta qui, si gioca, ci si bagna.

Lacqua è fredda?

No, soltanto bagnata.

Risero ancora.

La sera, Lucia invitò Marco a casa: la madre, Verena, era accogliente come una vecchia amica, senza alcuna presunzione. Parlava di estate, di scuole, diceva che Lucia voleva fare la sarta.

A me i miei non lhanno permesso, volevo fare il meccanico, ho pure finito il liceo ma Niente, mamma non molla mai.

Siamo tutte un po così sospirò Verena. Pensiamo di sapere cosa sia meglio. Non arrabbiarti con lei.

Va bene, ma che non mi stia sempre addosso. Vado. Scusate.

La madre non volle aggiungere altro.

Peccato. Come si chiama tua mamma?

Caterina. Arrivederci! Ciao, Lucia! borbottò.

Caterina Bianchi? Ma allora sei suo figlio! sorrise Verena, tossendo subito dopo. Lucia le porse linalatore.

Non preoccuparti, Marco la porterà da noi, vero? Dai bisbigliò Lucia.

Non lo so, è tornata in città. Prima o poi Marco fece spallucce.

Caterina e Filippo tornarono il fine settimana dopo con una scatola di cibo e una bicicletta nuova. Filippo scese dal baule e la chiamò.

A chi è?

Al nonno Andrea! Settemila euro di bici, freni, cambio Che dici? rise il padre. Marco restò sbalordito. È tua! Guarda che modello ti ha preso la mamma!

Marco la cavalcò, e via lungo la strada di ciottoli, spaventando gli uccellini, rischiando dinvestire la signora Carla, fermandosi davanti a casa di Lucia.

Lei non sapeva andare in bici; la insegnò Marco, con qualche rimprovero, poi la lasciò fare da sola.

Quella sera portò Caterina da Verena.

Verena! sorrise Caterina, impacciata per il vestito stinto, le scarpe da casa, le mani rovinate. Verena era elegante con un abito e una fascia intonata tra i capelli.

Caterina avrebbe potuto vestirsi meglio, di soldi ne aveva solo che per sé non trovava mai il tempo; prima veniva Marco, poi Filippo, poi niente. Ma Verena aveva saputo pensarci

Lasciarono i ragazzi a cambiare una camera daria, entrarono in cucina.

Caterina raccontò dei suoi problemi con Marco, delle liti, dellesilio in Val dOrcia.

Ah, ma in esilio nascono grandi cose! commentò Verena. Anche noi siamo qui, a modo nostro, in esilio. Lasma, sai comè. A Roma non respiro; qui va meglio. E poi, lo sai che tuo figlio ha trovato i tuoi disegni di bambina? Lucia me li ha mostrati. Vieni, prendo le misure e ti cucio un vestito verde prato, che dici? So già quale!

Verena prese carta e matite colorate e fece una bozza.

Ma dai, non ho tempo, dove lo metto? E poi con un abito così mi guardano tutti!

Allora fallo solo per te. Anche io una volta pensavo che non servisse niente per me. Ma dopo lultimo ricovero, quando mi ripresi capii che magari potevo non farcela, e Lucia non mi avrebbe mai vista bella. Così ho iniziato a cucire per entrambe. Ti ricordi ancora i tuoi sogni di bambina, Caterina? Prova ad accontentarti un po. Ci beviamo un bicchiere di vinsanto? Dai che cè lha portato Carla, non posso berlo tutto io!

Caterina annuì.

Dopo due settimane Marco vide la madre arrivare da Lucia con un vestito nuovo, leggero, verde pastello e svolazzante. Rimase a bocca aperta e sorrise.

Ti piace? sussurrò Caterina.

Sì Ma Perché?

Di niente. Me lha fatto zia Verena. Sembro a posto?

Bellissima! disse Filippo. Adesso bisogna portarti anche fuori, una bellezza così non si può nascondere! Sono fiero di te anche con le ciabatte, ma ora di più

Un vero spettacolo, mamma concluse Marco.

Non voleva venire al ristorante, lasciò i genitori andare soli e restò col nonno a fare la grigliata. Verena, Lucia e nonna Anna li aiutavano, mentre gli uomini uomini veri! cuocevano la carne, discutevano quando girarla, soffiavano sulle braci, cacciavano le zanzare, bevevano chinotto, ridevano.

Marco bruciò i jeans, il nonno rovesciò gli sgabei, ma nessuno si arrabbiò. Cera troppa gioia, e Lucia era bellissima quella sera.

Col tempo, Caterina cambiò: non subito, ma a piccoli passi, imparò a fidarsi più di suo figlio, a pensarsi anche lei ogni tanto. Fioriva, lentamente, ma era bello così. Cambiare di colpo lavrebbe spaventata.

Anche Filippo la guardava ora con occhi nuovi, innamorato. Forse era sempre stato così, ma lei non vedeva.

Poi, fu la volta di una figlia. Quando Marco vide la mamma con quella creatura in braccio, rimase interdetto come un ragazzino:

Mamma, ma perché è così rossa? Non sarà malata, vero? E io ero così? Che paura

Mica è rossa! È una meraviglia! gridò nonna Anna. Sii gentile, Caterina, che non le piace

La nonna Pia scompigliò il ciuffo ancora acceso di Marco.

Vieni qui! ordinò. E quando Marco si sporse, gli sussurrò allorecchio: Sei nato già grande e saggio. Come tuo padre.

Marco sorrise felice.

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